Il giorno in cui ho cancellato la parola “utente” dal mio libro

Sto lavorando alla seconda stesura di DCM – Dal giornalismo al digital content management.

La notizia è bella da molti punti di vista. Il primo è che significa che il libro è stato apprezzato. Il secondo è che ho l’occasione di fare quel che non avevo mai fatto prima d’ora su un lavoro così lungo. Rileggermi per revisionare e aggiornare.

Il mezzo cartaceo fa sentire tutta la sua pesantezza. È forzatamente obsolescente e quindi lo sforzo che ho fatto e che faccio per non renderlo tale è molto forte, soprattutto nell’individuazione di un metodo che va oltre dati e numeri. Lo scrivevo già nella prima edizione

Questo libro invecchia mentre viene scritto e, a maggior ragione, invecchia mentre viene letto. È il paradosso del dover fissare su carta una serie di concetti che riguardano un ecosistema fluido e in costante cambiamento come quello della rete e, al suo interno, come quello della professione giornalistica, una delle più interessate dal cambiamento in corso. Chi dice che il mestiere del giornalista è cambiato sbaglia.
La locuzione corretta è: sta cambiando.

Una delle cose che ho cambiato da un’edizione all’altra potrebbe anche sembrarti una stupidaggine. Ma è, invece, una dichiarazione d’intenti molto importante.

Ho eliminato completamente la parola utente (o utenti) dal mio libro.

Ho fatto così. Le ho cercate con il “cerca” di Open Office a e mi sono sforzato di usare sinonimi o di abolire la parola semplificando la frase.

Si tratta di una dichiarazione di intenti ben precisa, che deriva dalla splendida contaminazione che il mio lavoro ha avuto, nel frattempo, con il lavoro di Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, cui va, sostanzialmente, il merito di questa operazione di radicale modifica.

Perché non è un vezzo?
Perché i picchi di traffico sul tuo sito sono persone (a meno che tu non stia simulando il traffico permentire a un cliente. Ma in quel caso non sei un mio lettore).
Perché i click sono fatti da persone (idem come sopra), così come le ricerche sui motori di ricerca, le ricondivisioni sui social, le interazioni con le mie pagine, con la mia vita, con la tua azienda, con i nostri contenuti.

Su Wolf, Mafe de Baggis ha scritto:

«C’è una guerra in cui non sono sola, ma comunque molto, molto in minoranza: quella contro la parola utente usata genericamente. È una guerra fatta da almeno tre battaglie:
– contro la denominazione: l’utenza è l’uso passivo di un servizio semplice (il gas, la luce, il bancomat, l’home banking)
– contro la connotazione: un utente, essendo passivo, non è libero e deve agire secondo percorsi progettati (da me)
– contro la filosofia: uno che usa non crea».

In tre punti una sintesi molto efficace di tutto quel che abbiamo fatto e pensato di sbagliato fino a questo momento se abbiamo continuato a chiamare “utenti” le “persone”. Io ho smesso.

Dieci libri alla Biblioteca di Borgone per ricordare

25 maggio 2017 – Anche quest’anno, come tutti gli anni, c’è un anniversario che ritorna, puntuale, faticoso e doloroso. Anche quest’anno, per ricordare mio nonno, doniamo alcuni libri alla biblioteca di Borgone di Susa.

Quest’anno abbiamo deciso di non fare ordinazioni tramite Amazon ma di far lavorare una splendida libreria di Magenta che si chiama La memoria del mondo.

La biblioteca di Borgone ha fatto richiesta di una serie di libri per bambini dagli otto ai dieci anni. In parte la selezione è personale – fatta anche con l’aiuto di mia moglie. In parte deriva da richieste specifiche della biblioteca e in parte da numerosissimi suggerimenti che mi sono arrivati via social.

Ecco i titoli che abbiamo scelto:

La grande fabbrica delle parole
Il pianeta senza baci (e senza bici)
Il giornalino di Gian Burrasca
La Costituzione raccontata ai bambini
Mappe. Un atlante per viaggiare tra terra, mari e culture del mondo
Un chilo di piume un chilo di piombo
Storie Della Buonanotte Per Bambine Ribelli
Geronimo Stilton – Decimo viaggio nel mondo della fantasia
Rodari per tutto l’anno
Un ponte per Terabithia

A questi, dieci come di consueto, se ne aggiungono altri due che ci hanno regalato i gestori della libreria, cui abbiamo raccontato la storia di questa serie di donazioni. Sono entrambi editi da loro, da La memoria del mondo Libreria editrice e sono:

Le favole della nostra famiglia (scritto da Claudio con Camilla e Luca Magni, illustrato da Barbara Villa)
Il regno di Arlin (di Antonella Alida Rossi)

In qualche modo, questo contributo della libreria alla nostra tradizione di famiglia è la dimostrazione che abbiamo fatto bene a rivolgerci a una libreria e a persone con le quali abbiamo stretto una relazione. Alla fine, tutto ruota intorno a quello. Sono certo che mio nonno ne sarebbe felice.

La donazione del 2016

Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

25 maggio 2016 – Come l’anno scorso, anche quest’anno ho ordinato i libri che doneremo alla biblioteca di Borgone per ricordare Luciano Cattero, mio nonno. Fra due giorni ricorre il secondo anniversario della sua morte e portiamo avanti quella che diventerà una tradizione di famiglia.

Mio nonno, vorrei scriverlo chiaro e tondo, era un partigiano. E oggi che questa parola viene ridicolmente strumentalizzata per gettarla in un agone politico che non ha nulla a che vedere con la dignità di chi ha difeso valori per i quali oggi, al massimo, la maggior parte delle persone spende qualche minuto di indignazione virtuale su Facebook, bisogna ribadirla e fare in modo che si riappropri del suo significato.

I libri che doneremo alla biblioteca sono di vario genere. Ce ne sono tre di persone che ho il piacere di conoscere e che stimo molto. Si tratta di(*)

Propaganda pop, di Davide Mazzocco (prenotato su Amazon, uscirà fra qualche giorno)
Tiratura illimitata, di Andrea Daniele Signorelli
Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista, di Mauro Biani (con testi e infografiche a cura di Carlo Guibitosa e Antonella Carnicelli

Il primo è un testo prezioso di un autore poliedrico e autentico. «Siamo nel 2016 e la propaganda non è mai stata così in salute», scrive Davide a pagina 11. Va letto, tutto d’un fiato. Il secondo è un testo molto importante per chi, come me, si interroga e analizza le possibilità per il futuro dei giornali e dei giornalisti. Contiene anche una breve intervista al sottoscritto. Il terzo è un libro di cui ho sostenuto il crowdfunding. Da leggere e da sostenere, perché Altrinformazione scommette «sulla possibilità di fare editoria senza padroni, padrini, partiti, prestiti bancari e pubblicità».

Ci sono poi alcuni testi che ho scelto perché sono partigiani e “laterali”. Sono politici e aprono la mente. Essere partigiani significa anche questo. Significa non essere indifferenti e cercare una profondità di pensiero e di azione che vada oltre la superficiale partecipazione virtuale che oggi alcuni interpretano come attivismo, che scardini le finte verità prive di sostanza e i fallimenti della democrazia.

Oltre il potere e la burocrazia. L’immaginazione contro la violenza, l’ignoranza e la stupidità, di David Graeber, che mi sembra uno dei pensatori contemporanei più lucidi e interessanti.
Non avrete il mio odio, di Antoine Leiris, prima di tutto un uomo che perde la moglie in un attentato terroristico.
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, di Julia Cagé. Una possibilità per il giornalismo d’inchiesta, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino. Omonimo di mio nonno. Testo imprescindibile per capire perché parlare dell’emergenza come strumento di governo non è una teoria complottista. E per capire la politica contemporanea.
Non per il potere, di Alexander Langer, che sto leggendo proprio in questi giorni.
I Buoni, di Luca Rastello. Scomparso anche lui, è un doloroso affresco contro i buoni, che ha subito – come tutte le voci vere – duri e immeritati attacchi.

Infine, alcuni libri per bambini, scelti anche perché nel poco tempo che nonno Luciano ha avuto per conoscere la sua pronipote Gaia l’ha amata, lo so, come ha amato me. E lei, ogni tanto, guarda la sua foto (che è quella lì appesa nel mio piccolo angolo-studio, accanto a un disegno di mia figlia)

Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni. Perché a Gaia piace e perché era nella lista dei 49 libri da censurare (chissà perché) secondo il sindaco di Venezia. Qui, come avrai capito, non c’è spazio per la censura
Che rabbia!, di Mireille D’Allancé. Perché ai bambini – come agli adulti – deve essere riconosciuto il diritto a provare emozioni. Tutte, anche quelle negative. Non viviamo in un mondo di like e cuoricini dipinto da un marketing che vuole solo vendere di più e meglio senza produrre valore.
Chi me l’ha fatta in testa?, di Werner Holzwarth, perché è geniale riuscire a fare una storia per bimbi sulla cacca.

Dieci libri alla biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero

Un anno fa era il giorno più lungo e brutto della mia vita. Il 24 maggio 2014, dopo aver lavorato fino a tardi, facevo la notte accanto a mio nonno. Poi partivo il 25 maggio, senza aver chiuso occhio, salutandolo, chiedendomi se mi avesse riconosciuto – oggi credo di sì, lo spero tanto – e se l’avrei rivisto. Andavo a votare alle Europee, ricordandomi di quella volta che avevamo discusso perché mi ero astenuto dall’andare al seggio e lui non l’aveva presa bene. Poi partivo per andare in macchina a Corbetta. Dovevo andare a Roma, primo viaggio lungo con moglie-figlia-cane. Arrivato a casa, scoprivo al telefono che non l’avrei più rivisto. E poi partivo per un viaggio Corbetta-Roma che ho vissuto come se mi trovassi dentro una bolla di sapone. Non ricordo quasi nulla del viaggio.

Ci erano voluti pochi mesi di cancro aggressivo – e non scoperto, ma chissà se sarebbe servito – per portarsi via quei 92 anni di vita densi e pieni di storie da raccontare, di amore per le storie e la scienza, la matematica, i lavori manuali, la famiglia. 92 anni che per me sono e saranno sempre un esempio da seguire.

nonno luciano Il 6 gennaio 2011 scrivevo di lui su Facebook:

La mia fonte di ispirazione. La mia memoria storica. Partigiano. Uomo dalle scelte morali imprescindibili. Il motivo per cui sono tutto quello che sono. Il motivo per cui resisto. Per cui scrivo come scrivo. Il motivo per cui cucino come cucino. 89 anni. Chapeau.

È ancora tutto vero, anche se cucino molto poco, quasi mai, purtroppo. Sono tutte cose che un cancro non può cancellare e che si cancelleranno, per me, soltanto quando anch’io non ci sarò più.

Da tempo ho ridotto al minimo indispensabile i riferimenti troppo autobiografici al mio scrivere e a quello che pubblico. Questo è un riferimento per me indispensabile.

Per ricordare mio nonno abbiamo deciso, mia madre e io, di donare ogni anno, il 25 maggio, 10 libri alla Biblioteca Comunale di Borgone Susa, se ne avremo la possibilità economica come quest’anno.

Quest’anno ne ho scelti 6 e 4 li ho presi da una lista di “desideri” della biblioteca. Le mie scelte cercano di essere coerenti con quello che mio nonno mi ha insegnato, con la sua storia, con la sua attività politica. I libri erano una delle sue più grandi passioni.

Le mie scelte:
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia
Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999)
Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, a cura di S. Faure, A. Liparotto, G. Papi
Italo Calvino, L’entrata in guerra

I titoli presi dalla lista della biblioteca:
Mauro Corona, I misteri della montagna
Benjamin Wood, Il caso Bellwether
Michael Chricton, Zero Assoluto
Alberto Angela, I tre giorni di Pompei

Nelle due immagini, mio nonno ai fornelli mentre prepara la sua lasagna e la prima pagina dei dieci libri, con una dicitura molto semplice: Libro donato in memoria di Luciano Cattero.

(*) Nota di trasparenza: su questo blog utilizzo, occasionalmente, il programma di affiliazione Amazon. Cliccando sui link, atterri sul “negozio virtuale” di Amazon. Se compri, a te non cambia nulla. A me arriva una piccola percentuale sulla transazione. È un modo per sostenere le spese del dominio e per alimentare la produzione su questo sito, che è parte del mio lavoro.

Border collie, un cane di carattere

Un border collie è per sempre

Il Border collie è un cane che ho sempre desiderato avere. Sono convinto, essendo cresciuto con animali, che avere un animale sia un’esperienza indimenticabile per tutta la famiglia, purché si sia consapevoli di tutta una serie di cose che non si possono trascurare. Mia moglie ed io ci siamo decisi ad avere un cane quando si sono manifestate alcune condizioni che, per puro caso, ci hanno consentito di avere uno spazio aperto dove tenerlo, farlo correre e giocare.

Scartata immediatamente l’idea di comprarlo, ci siamo rivolti a un’associazione, la Border Collie Rescue Italia per l’adozione di un border collie. Sapevo che è un cane impegnativo (mia moglie ne era meno consapevole), per aver conosciuto il border in azione all’allevamento Dei Fieschi, ma non avevo realmente idea di cosa avrei dovuto aspettarmi. Avevo avuto, fino a quel momento, tre cani, sempre tenuti nella casa di famiglia di mio nonno, in Val di Susa: due pastori tedeschi, Barone e Milady, e poi una femmina di lupo italiano, Lady. Tutti e tre adottati, tutti e tre con storie diverse: il primo, da una cucciolata di un cane di parenti. La seconda nata da una coppia di cani da guardia, la terza presa in un canile di Torino. Tre esperienze splendide e diverse fra loro, che ho vissuto meno da “padrone” perché il vero capobranco era mio nonno: era lui l’autorità riconosciuta da tutti e tre gli animali, e non si poteva dar loro torto. Perché il cane ha bisogno di un capobranco, non solo di coccole e di un ambiente piacevole in cui crescere, vivere, invecchiare.

Insomma, volevamo un border collie. Ne eravamo convinti.

E ad un certo punto è arrivato lui, Lucky. Cucciolo di border nato a novembre del 2013, trovato in strada, ci hanno detto, con padre e fratello. Lucky è arrivato a maggio: si è affezionato subito a mia moglie (ero fuori per qualche giorno, quando è arrivato a casa) e sembrava molto tranquillo nei suoi primissimi giorni con noi. Troppo tranquillo, per essere un cucciolo. Ma era solamente spaesato: lo avremmo imparato presto.

E siccome, giorno per giorno, stiamo imparando un sacco di cose su di lui e sui border, ho pensato di aprire questo spazio a una tematica “altra”, che non ha molto a che vedere con il resto dei miei interessi e di aggiornarlo periodicamente. Magari potrà servire anche ad altri, chissà: mi piacerebbe raccogliere qui, oltre alla nostra esperienza, commenti di altri proprietari di border collie e avere un confronto costruttivo sul tema.

Lucky, il nostro border, è nato a novembre 2013 ed è con noi da maggio 2014.

Un border collie è impegnativo e dà soddisfazioni

Ecco Lucky al bar, un po' perplesso
Ecco Lucky al bar, un po’ perplesso

Lo scrivo a scanso di equivoci. Non per scoraggiare chiunque voglia prendere con sé un cane di questa splendida razza, ma perché è la verità: un border collie è impegnativo.

Allargando il concetto, bisognerebbe dire che qualsiasi animale è impegnativo, certo. Perché se si fa questa scelta di vita è importante farla facendo vivere bene l’animale e facendo vivere bene la famiglia di cui questi entra a far parte. Se no, qualcosa non funziona.

Ecco, il punto è che con un border collie il lavoro che c’è da fare si amplia notevolmente.

Certo, poi si viene ampiamente ripagati dalle soddisfazioni, ma è bene essere preparati. Se le persone non sono preparate, è più probabile che, dopo un’adozione, riportino l’animale dove l’hanno preso o peggio. Inutile non essere sinceri e chiari per chissà quale paura.

Noi abbiamo deciso che Lucky rimarrà con noi anche se è un cane “difficile”, non solo perché border, ma anche perché le sue esperienze da cucciolo, probabilmente, lo hanno segnato parecchio. Cresceremo con lui, imparando.

È quello che ci siamo detti, ed è quello che sta succedendo, in effetti.

Border collie in appartamento

Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all'aperto
Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all’aperto

E’ una buona idea, tenere un border collie in appartamento? La risposta – mia, personalissima – è: non molto. Nel senso che questi cani hanno una spiccata predisposizione per il “lavoro”, nascono pastori, non cani da salotto. Una delle condizioni che si è verificata è che la mia famiglia ha, da poco tempo, un piccolissimo giardinetto a disposizione dove far sfogare il nostro cane: ecco perché abbiamo deciso di compilare il modulo per cercare un border in adozione. Ed ecco perché abbiamo accolto Lucky con piacere – anche se in un momento di grande cambiamento per noi. Ci aspettavamo che i tempi ci avrebbero portato ad avere il nostro border a settembre, è arrivato a maggio.

Ecco cosa ho imparato della sua vita in casa. Se non volete che il vostro border si prenda il diritto di entrare in certe stanze, non fatelo entrare da subito. Se lo abituerete a stare in una o più stanze del vostro appartamento, poi diventerà molto difficile impedirgli di entrare senza che lui viva la cosa come una punizione. Lucky è “padrone” di sala e cucina, a casa nostra. Non più del divano (dopo che ne ha distrutto una parte, si veda il capitolo sulla mordacità del border). E va bene così: se mia moglie pensava che l’avremmo ad un certo punto tenuto fuori, ha dovuto ricredersi. Altrove (ad esempio, a casa di mia madre) sta volentieri fuori perché è stato abituato a non entrare in casa. Semplice? No. Ci vuole tenacia e costanza e idee chiare fin dal principio.

Ovviamente, questo non significa che sia facile gestire il border in appartamento: bisogna essere pronti a portarlo fuori, a fargli fare attività, a farlo giocare. In questo, avere un giardino è una “salvezza”. Perché, inutile nascondersi dietro a un dito, avere un cucciolo di border collie è come avere un bambino. E siccome i santi non esistono, si può anche perdere la pazienza e avere bisogno di un po’ di decompressione dal cane. È una cosa di cui sono fortemente convinto: inutile fingere di essere supereroi e di non provare nessun moto di disperazione se ti distrugge una scarpa a cui tenevi – magari l’unico paio che usi per fare un po’ di tutto in libertà – o se si mangia la tua cena o se la fa sul pavimento o se rosicchia lo stipite di una porta del padrone di casa. È normale sentirsi frustrati, soprattutto quando non si riesce a farsi ascoltare dal piccolo appena giunto.

Ed è altrettanto normale che lui non si voglia far sottomettere, perché il border è un cane indipendente, che prende decisioni in maniera autonoma, che deve trovare il suo posto nella gerarchia familiare.

Non solo: Lucky ci ha chiaramente fatto capire che ha bisogno di uscire a sfogarsi. Attenzione, non solo nel piccolo giardino di casa. Ha bisogno di passeggiare e fare esperienze – e questo può essere complicato in alcuni casi, visto che fin da quando è con noi ha paura delle biciclette, delle macchine e delle persone – e ha bisogno di correre e di sfogarsi. Ragion per cui è nostra cura portarlo fuori in un prato, dove può fare quel che vuole.

Border collie: uscite all’aperto

Lucky corre nel prato
Lucky corre nel prato

È chiaro che se si è in città è tutto molto più complicato – non so se consiglierei mai un cane, figurarsi un border collie, a un cittadino. Ma è una questione di punti di vista naturalmente, e di organizzazione –, ma vivendo in campagna è proprio una buona idea lasciare il nostro border a godersi l’aperta campagna.

Nel prato, Lucky ha cominciato ad essere a suo agio, vincendo le sue paure.

Come si capisce se il cane è a proprio agio? Semplice: si rotola. Fa i suoi bisogni, annusa, si scarica, si rilassa, corre e si diverte. Non è difficile da capire, a pensarci bene.

Come fare se non si ha pieno controllo del border collie? È il nostro caso: non possiamo ancora lasciarlo libero, anche se in aperta campagna, perché non sempre risponde al comando “vieni”. Questo significa che bisogna premunirsi. Un suggerimento che ci è stato dato da entrambi gli educatori cui ci siamo rivolti è stato quello di utilizzare una corda (anche detta lunghina) come guinzaglio. Ne abbiamo presa una da 20 metri, ad un capo abbiamo legato e messo in sicurezza un moschettone e abbiamo affrontato l’impresa. Con successo: con un po’ di dimestichezza e di attenzione si riesce a evitare che il cane si impigli e si arrotoli nella medesima, e al tempo stesso si riesce a farlo sfogare pur non avendo pieno controllo su di lui.

Il carattere del border collie

Lucky, border collie in posizione di gioco
Lucky, border collie in posizione di gioco

Che carattere ha un border collie? Una delle prime cose che ho imparato con Lucky è che ogni cane ha un carattere a sé. Quindi, quel che scrivo qui non ha alcuna pretesa di essere valido in genere, ma è semplicemente frutto della nostra esperienza personale.
Lucky è un cane molto intelligente. Ha imparato prestissimo i comandi “seduto” e “terra”, si fa capire, ha imparato a non sporcare in casa velocemente (e se proprio non riesce a tenerla, sa dove farla).
È impertinente quando non ottiene quel che vuole, iperattivo: ha voglia di giocare, ha bisogno di correre e di saltare. Ti sfida e ti porta rancore – non è un’iperbole: chiunque abbia un border collie si accorgerà di questa spiccata tendenza del tenero cucciolo a “fartela pagare” se gli fai qualcosa che non gli piace. Non stiamo parlando di maltrattarlo, eh. Stiamo parlando, che so, di impedirgli di farti a pezzi le tende della cucina.
Ha bisogno di “fare cose”. È un cane che ha da fare.

Sa essere molto affettuoso. A volte troppo affettuoso.

Ha un istinto da pastore fortissimo e tende a raggruppare le sue “pecore” (in un primo periodo della sua vita in famiglia, vedeva mia moglie e mia figlia come “pecore” da riunire e tentava di ricondurle all’ordine se per caso si separavano).

Quando vuole giocare, se non capito, fa di tutto per attirare l’attenzione. Dopo poco è facile capire quando vuole giocare, anche se non si ha dimestichezza con i cani: la posizione è quella classica, che si vede parzialmente nella foto: zampe anteriori in avanti, muso a terra, sguardo verso l’alto, posteriore e coda verso l’alto.

I border collie mordono da cuccioli?

Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere
Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere

Il tuo border collie morde? Morde tutto? Rosicchia? Ebbene sì, anche il mio. I border collie possono essere mordaci. Mordono gli oggetti. E possono anche “distruggere” un’intera stanza, se li lasciate da soli. Mordono i divani, i cuscini, le sedie. Cercano di afferrare quel che possono. Mordono gli stipiti delle porte se vogliono entrare da qualche parte. Bisogna che ci facciate pace da subito. È possibile che lo facciano anche per attirare la vostra attenzione o per frustrazione e noia.

Noi abbiamo risolto questa tendenza a mordicchiare in maniera abbastanza definitiva, sostituendo l’attenzione del cucciolo e reindirizzandola verso oggetti che può mordere. Tipo una bella treccia o qualcosa del genere. Dopo i primi tempi e un cuscino di divano distrutto, Lucky gestisce tranquillamente il proprio “istinto” e dorme in casa senza più attentare al mobilio.
Leggi tutto “Border collie, un cane di carattere”

Perché fare il libero professionista è così difficile?

Guida per freelance

Lavorare in autonomia è difficile. Richiede una quantità di competenze notevoli e, a fronte di una serie di – piccoli – vantaggi, presenta molte complicazioni. Che possono trasformarsi in grossi problemi se non si sa come affrontarli. Scrivo questa piccola guida per freelance (o liberi professionisti: l’anglicismo lo devo usare per forza perché è diventato d’uso comune) mentre ridisegno tutto il mio percorso lavorativo.
Sono freelance da quando ho la partita IVA e ho la partita iva da quasi vent’anni, ma nel tempo ho spesso lavorato per pochissimi committenti.

Da quando ho dovuto rivedere tutto ho capito che fare il libero professionista è difficile. Difficilissimo. E che in qualche modo dovevo ricominciare da capo.

È difficile perché bisogna, per prima cosa, avere un metodo. Ho scoperto a mie spese che questo metodo non te lo insegna quasi nessuno. Così come nessuno ti insegna una strategia. Tutti i bei pezzi motivazionali che trovi in giro non fanno altro che complicare le cose perché nella migliore delle ipotesi ti mettono quella carica adrenalinica che poi si esaurisce e nella peggiore ti deprimono. Hai presente quei pezzi con le foto con i bei filtri alla Instagram, in cui sembra che lavorare sia un gioco? Ecco, quelli. Io li odio e basta, anche se ne ho letti tanti prima di mettermi a scrivere.

Quindi, visto che è un tema perfettamente coerente con la mia attività di formatore e di facilitatore e visto che sto vivendo in prima persona questa esperienza.

Fai ordine sulla scrivania

La prima cosa che devi fare è fare ordine. Mentre inizio questa guida, sotto una spinta propulsiva derivante da un buon umore non adrenalinico e finalmente motivato, ho fatto un lavoro preliminare. Ho eliminato tutto il superfluo dal mio spazio lavorativo, che ora è quasi asettico e contiene solo le cose funzionali e quelle che mi fanno stare bene, anche nell’ambiente che circonda la scrivania – tipo il regalo per la festa del papà di mia figlia o la foto di mio nonno. In questo momento ho davanti a me due file di calcolo, un programma per fare le fatture (si chiama Fattura24(*). Funziona molto bene e ti consiglio di usarlo se hai bisogno di gestire in maniera ordinata tutta la parte che riguarda fatture attive e passive. Io lo sto usando per gestire le fatture di Slow News) e sto procedendo spedito a fare un lavoro che odio. Ci sono due motivi per cui sto procedendo spedito.

Il primo motivo è che ho, finalmente, la prospettiva di affidare questo lavoro a terzi.

Il secondo e più importante è proprio che ho fatto ordine. Fare ordine sulla scrivania, nel luogo in cui lavoro – figurati, io lavoro tantissimo da casa – è fondamentale perché l’ordine fisico equivale anche all’ordine mentale.
Il passo successivo dopo aver messo a posto la scrivania, infatti, è mettere a posto le attività che devi fare per forza, che sono sempre quelle anche se ti sembra che cambino in continuazione.

Questa storia del fare ordine, a me, disordinato cronico, è sempre sembrata una di quelle cose lì che ti dicono di fare perché in realtà non serve a niente. Mia moglie si è fissata con il metodo Marie Kondo (ci abbiamo pure fatto un video tutorial nel progettino che ho in piedi sul fai da te, riordinare i vestiti nei cassetti con il metodo Marie Kondo) e devo dire che preso senza eccessi e adattato alla nostra realtà funziona e le zone riordinate in maniera funzionale sono zone in cui comincio a vedere la luce. Cosa vuol dire fare ordine?

  • butta tutto quello che non ti serve e non usi, senza pietà. Sul serio. Butta. È liberatorio. «Ma magari questo fra un anno lo uso», «Questa rivista non la butto, prima o poi la leggerò». Quante volte l’hai pensato? Be’, non è mai vero. Butta.
  • sistema anche i cassetti: è inutile tenerci dentro le cose che non usi, è come nascondere la polvere sotto i tappeti
  • tieni sulla scrivania solo le cose che usi tutti i giorni
  • trova un posto per quelle che usi periodicamente
  • tieni sulla scrivania poche cose che ti fanno stare veramente bene e che creano un bello spazio per pensare, oltre che per lavorare

Dalla quantità di cose elencate qui sopra vedrai bene che c’è un’altra parte fondamentale nella quale devo fare ordine – e dovrai anche tu. Cioè: faccio un sacco di cose e devo organizzarle secondo un metodo.

Scegli bene cosa affidare a terzi a come scegliere altri professionisti

Non puoi fare tutto. Devi rinunciare al controllo su tutto e anche alla gestione dei micro-compiti. Per questo devi sapere come scegliere altri professionisti che possano aiutarti, come “formarli” spiegando loro quali sono le tue esigenze e come pagarli il giusto.
Scoprirai che pagare qualcuno per fare le cose che non sai fare significa risparmiare tempo (e quindi in qualche modo denaro). Se il tempo che hai risparmiato si può riutilizzare per il tuo lavoro in maniera più proficua, vuol dire che potrai avere un margine di guadagno. Ma il guadagno potrebbe anche essere avere del tempo libero.
A questo ci si arriva, però, solamente una volta che abbiamo fatto una seria pianificazione del nostro lavoro.
In generale, comunque, è vero che per fare il freelance devi saper fare un sacco di cose. Ma dovresti smettere di fare le cose che non sai fare e che non ti servono direttamente per il tuo lavoro. So benissimo che non è possibile farlo di colpo. Scegli e fai un piano, decidi quali parti della tua attività affiderai ad altri entro la fine dell’anno e a quali vuoi poterti dedicare in via quasi esclusiva (non sarà possibile al 100%: anche in questo caso varrà la legge di Pareto, il famigerato 80-20).

[Ci leggiamo progressivamente su questa pagina: questo pezzo è in aggiornamento e segue il mio “ridisegno” della mia vita lavorativa. Spero che ti piaccia. È pensato per funzionare in ottica SEO e in ottica social, e anche nella vita vera. Diventerà una delle pietre angolari del mio sito, cioè, dovrebbe essere uno di quelli che chiamo contenuti con i super poteri]

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione di Fattura24. Se lo userai, io riceverò l’8,3% della tua spesa. A te, invece, non cambierà nulla. Usare i programmi di affiliazione è un modo per sostenere le proprie attività. Nel mio caso, per sostenere quel che scrivo su questo sito.

Facebook Analytics: cos’è e come funziona

All’interno della piattaforma del Business Manager di Facebook c’è una sezione che si chiama Facebook Analytics, che è stata presentata all’evento F8 di aprile 2017.

La puoi raggiungere da questo link: https://www.facebook.com/analytics

La funzione è strettamente collegata al Pixel di tracciamento se vuoi informazioni relative al tuo sito (è un’evoluzione degli Analytics per le app) e ti permette di avere una visione rapida delle caratteristiche del tuo pubblico.

È ancora in beta, per alcuni versi è simile agli Insights sul pubblico ma offre una visione d’insieme più immediata e altre informazioni

Facebook Analytics ha al momento quattro sezioni. Panoramica, Dashboard, Persone e Impostazioni.

Se hai il Pixel di tracciamento installato sul tuo sito, ti mostra la divisione demografica del tuo pubblico, le attività delle persone, i ricavi (se vendi qualcosa, naturalmente), puoi impostare dei funnel e via dicendo.

Facebook Analytics, Persone

Qui sotto, per esempio, puoi vedere le informazioni demografiche di alcune pagine che piacciono alle persone che visitano il sito www.comefareconbarbara.it dove ho installato il pixel di tracciamento.

 

La prima colonna è il nome della pagina cui il tuo pubblico ha messo like, la seconda il livello di pertinenza rispetto al tuo pubblico, poi c’è  la percentuale di intersezione, infine il numero di “mi piace” che ha quella pagina e il tipo di pagina.

Facebook Analytics sulle pagine

La funzione di analitica sulle pagine non è ancora disponibile per tutte (come detto, si tratta di una funzione in beta). Progressivamente Facebook mostrerà i dati anche per le tue pagine e non solo relativamente alle misure che può effettuare attraverso il pixel di tracciamento.

[In aggiornamento]

Quella volta che ho deciso di scrivere in inglese

Ad un certo punto diventa evidente: se ti occupi di media, giornalismo, strategie di comunicazione, social, SEO e altre amenità del genere, che trovi da queste parti, non puoi fare a meno di confrontarti con il mondo anglofono.

Una delle cose che ho sempre temuto del mio lavoro – che riguarda i contenuti da quando ho 18 anni: contenuti giornalistici e non, scritti, fotografici, audio, video – è l’incapacità di padroneggiare la lingua inglese. Mi sono sempre detto: sono costretto a farlo in italiano. Già soffro della sindrome dell’impostore nella mia lingua, figurati in una di cui non conosco le sfumature. Figurati se riuscirei mai a essere chiaro.

Poi è successo che mi hanno chiesto di tenere una lezione in inglese. E ho rifiutato. Poi me ne hanno offerta un’altra e ho precisato che non so se sono in grado di tenere l’aula e di rispondere alle domande e di esporre al meglio quel che ho studiato, applico, conosco. Poi ho dovuto provare a fare un’intervista. Poi ho scritto un pezzo sui modelli di business per il giornalismo. In Italia non se l’è filato nessuno, l’ho tradotto in inglese ed è finito sul blog del Wan-Ifra, che per un giornalista è una cosa decisamente importante (anche se in Italia continua a non esserselo filato nessuno). Alla fine mi sono stancato di essere così impacciato e ho deciso che avrei portato avanti una buona pratica: scrivere un pezzo in inglese a settimana.

Non lo faccio qui, anche perché dovrei implementare la multi-lingua e non ho il tempo e le energie di complicare questo sito. Lo farò – o meglio, ho già iniziato a farlo – su Medium. Il primo pezzo si intitola «My English is awful and I’m Anglo-sjy». Yes, then practice it, once a week.

L’ho condiviso su Facebook e ho ricevuto una serie davvero incredibile di incoraggiamenti, apprezzamenti e di consigli: è questa la potenza relazionale dei social.

Debora mi ha suggerito una bellissima applicazione che non conoscevo e che si chiama Grammarly. C’è anche l’estensione per Chrome. Sto valutando se comprare la versione a pagamento, PRO. Probabilmente non nei primi tempi. Come funziona la versione free? Dai a Grammarly in pasto un testo – copia e incolla – e lui trova gli errori (probabili) e te li segnala proponendo una correzione.
Virginia mi ha indicato un’altra applicazione che si chiama Hemingway e serve per migliorare la struttura, rendere più leggibile il testo, semplificare le frasi.
Marco mi ha consigliato due libri. Uno dei due penso che lo proverò English, al lavoro(*) di John Peter Sloan

Che farò allora?

Be’, per prima cosa mi faccio un bel piano editoriale. Poi scrivo in inglese e mi metto in gioco. Poi, quando sono soddisfatto del livello raggiunto apro questo sito in multilingua (almeno faccio pratica SEO anche in inglese) e quindi cerco di variare le mie relazioni suo social spostandomi anche verso il resto del mondo e uscendo dalla nicchia italiana. È un piano a lungo termine, ma è proprio quello che cerchiamo quando parliamo di strategie di comunicazione, giusto?

 

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione Amazon: funziona così. Se tu compri il libro o altri articoli passando da quel link, a te non cambia nulla. A me invece arriva una piccola percentuale che uso per sostenere le mie attività online.

International Journalism Festival 2017 – Le slide

Il Festival del Giornalismo a Perugia (International Journalism Festival 2017) è stato come al solito molto importante per me, per il lavoro che ho fatto con i miei colleghi, per gli incontri, le conversazioni, le cose che ho imparato e quelle che spero di aver insegnato.

Qui ci sono tutte le slide dei tre incontri cui ho partecipato: uno sulla SEO, uno sul giornalismo social insieme a Barbara Sgarzi e uno sul giornalismo imprenditoriale per ONA Italia.

International Journalism Festival 2016

International Journalism Festival 2016

Sarò al Festival del Giornalismo 2016 per tutto il periodo del Festival, ma gli incontri cui partecipo direttamente sono tutti concentrati il sabato 9 aprile.

Si comincia alle 11.30 con Slow news: la rivoluzione lenta, con Peter Laufer (autore di The Slow News Movement), Rob Orchard (Delayed Gratification) e Antonio Talia (Informant).

Poi, alle 14.30, sono moderatore di Comunicazione e giornalismo: come cambiano nell’epoca dei social media, cui partecipano Paola Bacchiddu, Daniele Chieffi, Marco Esposito e Carola Frediani.

Alle 18.00 chiudo il tour de force con Come sfruttare al meglio i motori di ricerca per il giornalismo.

Insomma, di tutto un po’. Dal Giornalismo SEO al Giornalismo social

Il pixel di tracciamento di Facebook

Pixel di Facebook: cos’è?

Facebook è una piattaforma potente per il content marketing, per il remarketing, ma soprattutto per mettere in relazione persone con persone, persone con aziende o marchi, persone con contenuti. Uno degli strumenti che il social mette a disposizione di tutti è il Pixel di tracciamento. Facebook lo chiamava, fino a un po’ di tempo fa, Pixel di conversione. Ora lo chiama semplicemente Pixel. Nell’ambiente del marketing digitale si è diffusa la dicitura Pixel di tracciamento. Per avere una panoramica chiara di tutto quel che si può fare con il Pixel di Facebook il consiglio, secondo il sacrosanto principio del Read The Fucking Manual, è quello di leggere attentamente la Guida ufficiale di Facebook sul tema.

Che cos’è esattamente il Pixel di Facebook? È una parte di codice che ti viene fornita da Facebook quando decidi di creare un Pixel e che puoi posizionare sul tuo sito per ottenere informazioni a proposito delle persone che leggono le tue pagine. Se unisci le informazioni che ottieni dagli Insights sul Pubblico di Facebook alle informazioni che ottieni da Google AnalyticsSearch Console (e eventualmente altri strumenti come SEOZoom o simili), puoi avere una profilazione molto dettagliata circa i bisogni istantanei o consapevoli e i bisogni latenti di chi ti legge. Puoi sapere che parole chiave hanno cercato su Google le persone che atterrano sul tuo sito e, grazie al Pixel di Facebook, puoi avere informazioni precise circa i loro profili e gusti (sempre che, ovviamente, abbiano un account di Facebook attivo in quel momento. Cosa che capita sempre più spesso).

Ma il Pixel di tracciamento serve anche per misurare le conversioni; per ottimizzare la pubblicazione di un’inserzione pubblicitaria su Facebook cercando di raggiungere persone che possono compiere un’azione che desideri con maggiore probabilità; per creare un pubblico-sosia (o pubblico simile, o lookalike), di persone che hanno gusti simili a quelle che visitano il tuo sito; per creare un pubblico composto dalle sole persone che visitano il tuo sito Web e su di esse eseguire un retargeting. 

Come si crea il pixel di tracciamento di Facebook

Il pixel di tracciamento di Facebook si crea così:

  • per prima cosa, accedi alla tab Pixel di Facebook. La trovi all’interno di Gestione inserzioni, nella sezione Business di Facebook.
  • Clicca su Crea un pixel. Se ne hai già creato uno per il tuo account pubblicitario, non vedrai la funzione di creazione.
  • Dai un nome al pixel (si può cambiare in seguito)
  • Accetta le condizioni (dopo averle lette!)

Quali requisiti devo avere per creare un pixel di tracciamento di Facebook?

Devo avere un account pubblicitario. Ricordati che ogni account pubblicitario si può associare a un solo ID di pixel di tracciamento.

Posso usare il pixel di tracciamento per più domini?

Sì!

Plugin WordPress per il pixel di tracciamento

Il plugin per WordPress da utilizzare per il Pixel di tracciamento è Pixelyoursite PRO. È a pagamento ed è la cosa più semplice che si possa utilizzare per installare il Pixel.

Facebook Pixel Helper: l’estensione per Chrome

Come fai a sapere se un sito ha installato il Pixel di tracciamento di Facebook o se il tuo funziona correttamente? È molto semplice (ed è un’operazione che ti consente anche di monitorare eventuali concorrenti o di capire chi sta usando funzioni evolute di Facebook).

Dove appare su Google Chrome il Pixel di tracciamento di FacebookFacebook Pixel Helper è un’estensione per il browser Google Chrome che serve a individuare se un sito sta utilizzando o meno il pixel di tracciamento di Facebook. Come appare l'icona di Pixel Helper se il sito ha il pixel di tracciamento di Facebook installatoCome appare l'icona di Pixel Helper se Pixel Helper non è installato su Facebook

Se il sito su cui stai navigando utilizza il Pixel di Facebook, allora l’icona appare “accesa”, colorata di blu e con un quadratino verde che ti indica quanti Pixel sono attivi.

Se clicchi sull’icona quando si accende, puoi ottenere una serie di informazioni. Per esempio, il sito di Tuttosport.com utilizza il Pixel di Facebook.

Le informazioni sul Pixel di Tracciamento di Facebook

Come si usa il Pixel di Facebook?

Spiegare in maniera semplice come usare il Pixel di Facebook non è un’operazione agevole, perché è uno strumento davvero potente. La persona che mi ha “formato” e mi ha aperto la mente (letteralmente) rispetto alle potenzialità del Pixel e delle operazioni che si possono fare usandolo correttamente è Enrico Marchetto: per la prima volta, dopo aver fatto un’ora di formazione mirata con lui, ho capito che non era solo fuffa ma che c’era qualcosa di importante da imparare e da studiare e mi sono reso conto anche di tutte le occasioni che avevo perso fino a quel momento. Così mi sono letto la guida di Facebook, ho installato il pixel sui miei siti e ho cominciato a capire come fare a trarne benefici.

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone pratiche

Il 9 aprile 2017 a Perugia, all’IJF 2017, insieme a Barbara Sgarzi e in un evento ONA Italia, parlo di Tutti i segreti del social media journalism.

Vedremo come usare le piattaforme e le strategie social per misurare, relazionarsi e finanziare iniziative giornalistiche (e non).

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone praticheGiornalismo social e metriche

Giornalismo Social: quella delle piattaforme che offrono servizi di social network è una realtà in continua mutazione. Ma non si deve commettere l’errore di rincorrere questa mutazione senza prima aver definito le buone pratiche, le linee guida.

Il 24 giugno 2016 c’è un nuovo corso sul tema, che tengo presso Primopiano e che replicheremo il 19 luglio.

Si parla di:

– cosa sono veramente i social
– come si possono usare per il giornalismo
– quali si possono usare per il giornalismo
– come si devono usare
– come si fanno piani editoriali per i social
– come si gestiscono i social
– come si misurano i social: metriche vere, metriche che sono una “bolla”, metriche da perseguire
– algoritmi: cosa sono, come si cavalcano senza farsi cavalcare
– come ci si promuove attraverso i social (che sono, vale la pena di ricordarlo, una piattaforma di promozione. E un “luogo” virtuale essenzialmente di intrattenimento)
– come si monetizza

E altre cose a tema.

Giornalismo Social all’#IJF16

Giornalismo Social all'IJF16

Sui social il giornalismo informa o comunica se stesso? Le aziende comunicano o fanno informazione? Giornalisti e comunicatori utilizzano gli stessi strumenti e le stesse tecniche sulle stesse piattaforme, quali i confini, quali i rischi?

Quando mi è stato chiesto di moderare questo incontro all’International Journalism Festival 2016, vista la tematica, non potevo tirarmi indietro (anche perché, parlando di giornalismo social, completa, idealmente, un trittico di tematiche che ritengo fondamentali per il giornalismo oggi: la necessità di rallentare, i motori di ricerca e, appunto, l’impatto sulla professione della diffusione massiva di servizi per reti sociali virtuali).

L’incontro vede presenti: Daniele Chieffi (ENI, sponsor del Festival), Paola Bacchiddu, Marco Esposito, Luca Alagna e Carola Frediani.

Sarà interessante capire da ciascuno, secondo le specifiche competenze, i punti di vista sull’uso dei social da parte di giornali, giornalisti e aziende, su quel confine tra comunicazione e informazione che sembra diventare sempre meno evidente (e in mezzo c’è il giornalismo).

Di certo l’ora dell’incontro non sarà sufficiente per sviscerare molto, anche perché le derive del tema sono infinite. Su Twitter, qualche giorno prima dell’appuntamento, abbiamo dissertato a proposito di brand journalism, termine al quale sono un po’ allergico.

La questione è semplice: il giornalismo ha come principale referente il lettore. Un brand non potrà mai fare giornalismo “contro” se stesso perché deve comunque rispondere alle esigenze del brand.

Come uscirne? Basta smettere di chiamarlo branded journalism.

I protagonisti dell’incontro sono garanzia di considerazioni interessanti.

Proprio sul brand journalism, Luca Alagna ha posizioni diametralmente opposte alle mie, almeno per quanto riguarda l’uso del termine. Siamo invece d’accordo sul fatto che sia digital marketing o content marketing.

Schermata 2016-04-08 alle 16.42.45 Di Carola Frediani segnalo il bel pezzo 5 lezioni sul giornalismo che ho imparato dai social media.

Nel celeberrimo #EnivsReport, il team di comunicazione dell’ENI con Daniele Chieffi fece giornalismo?

O comunicò? Di certo riuscì a fare una cosa inedita e a spostare l’attenzione dal merito della puntata di Report all’inedito “scontro” (e infatti il giorno dopo le analisi del fenomeno si sprecavano, mentre il merito dell’inchiesta restava ai margini).

Di Paola Bacchiddu qualcuno ricorderà che, durante la campagna elettorale di L’Altra Europa con Tsipras, esasperata per la mancanza di visibilità della lista, dimenticata dai media mainstream, fece una condivisione su Facebook che fruttò parecchie polemiche e molta visibilità, sia alla lista sia alla giornalista.

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.Votate L’altra Europa con Tsipras.

Posted by Paola Bacchiddu on Friday, May 2, 2014

Marco Esposito è il direttore di Giornalettismo, con un passato che lo ha visto anche in Blogo per un anno e due mesi.

Io, fortunatamente, faccio il moderatore (o, se preferite, il guastatore). Quindi, per un’ora almeno, sono quello che fa le domande. Il che, dal mio punto di vista, è molto meglio, per una volta.

Giornalismo Social ai corsi di Primopiano

Giornalismo social

Il tema del giornalismo social è entrato a far parte anche del mio pacchetto di corsi presso Primopiano. Cerco di affrontarlo come di consueto senza tanti giri di parole, in maniera diretta e con spirito critico, senza essere sdraiato su una posizione dominante e cercando di scardinare pregiudizi e fuffa.

Giornalismo Social a Bologna

Giornalismo social

Giornalismo Social – 18 marzo 2016. ABologna inauguro una nuova parte del mio lavoro di formazione che si inserisce nel progetto più ampio sul giornalismo imprenditoriale e nel digital content management. Il corso sul giornalismo social va a completare, in qualche modo, un percorso che parla anche di giornalismo seo e di giornalismo e metriche.

Social, come SEO, è una delle buzzword più frequenti nel mondo del giornalismo digitale (e non solo). Una di quelle buzzword che cerchiamo di disinnescare con il progetto di analisi Wolf.

Analizzare il tema è fondamentale per capire un pezzo di futuro del giornalismo (ma anche un pezzo di presente). Per scappare dalle soluzioni di moda che non fanno altro che alimentare la spirale di crisi e per capire cosa fare, per le proprie iniziative personali ma anche per mettere le proprie competenze a disposizione di progetti editoriali più ampi.

Giornalismo social: strumenti di verifica

Una delle cose più importanti da capire quando si parla di servizi online per reti sociali è che i social possono essere utilizzati come fonti giornalistiche.

Ovviamente, come tutte le fonti, anche queste vanno verificate.

Andrea Coccia, per Slow News, ha tradotto un pezzo dal titolo Six easy ways to tell if that viral story is a hoax (cioè, sei modi per scoprire se una storia virale sia o meno una bufala). Ha tradotto in italiano anche il Verification Handbook (presto disponibile sul sito ufficiale).

Fra gli strumenti di verifica che si possono usare:

Google Images
Jeffrey’s Exif Viewer
FotoForensics
Wolfram Alpha
Online Maps
La redazione partecipata di GrassWire

Oltre la SEO

Oltre la SEO è il titolo di un Workshop che tengo all’International Journalism Festival il 5 aprile 2017.

Intendiamoci: oltre la SEO non significa in alcun modo che la SEO sia morta. Anzi: è una disciplina viva e vegeta.

Nel 2016, sempre a Perugia, ho parlato di come utilizzare al meglio i motori di ricerca per il giornalismo.

Questa volta la sfida è andare oltre quelle pratiche. Andare oltre significa, in particolare, capire che:

  • la SEO è, prima di tutto, uno strumento relazionale. Quindi serve per mettere il lettore al centro di un progetto giornalistico
  • la SEO serve per ottimizzare il flusso giornalistico
  • la SEO serve per capire che le metriche che usiamo abitualmente sono sbagliate
  • la SEO serve per ottimizzare addirittura l’organizzazione del lavoro giornalistico
  • la SEO ci permette di capire e di conoscere il nostro pubblico e di servirlo al meglio (e ci permette anche di fare analisi. Come spiegavo in un pezzo per Wolf, ci consente, per esempio, di capire meglio il pezzo di Luca Sofri in cui il direttore del Post spiega lo stato di salute del suo giornale online parlando della sua crescita)
  • la SEO serve per produrre meno e produrre meglio
  • la SEO integrata con tutti gli strumenti del content marketing serve per rendere i nostri contenuti giornalistici (o meno) contenuti con i super poteri