Mindfulness per l’innovazione aziendale (con una spruzzata di design thinking)

La mindfulness è, prima di tutto e semplificando molto, una pratica di meditazione che consiste nel riportare l’attenzione delle persone sul momento presente.
Amata, ampiamente criticata (c’è un bel pezzo di Ronald Purser sul Guardian che parla della problematica di ridurre la felicità dell’individuo a una pratica individuale, appunto, negando in qualche modo il conflitto sociale), spesso poco capita, a volte affidata al santone di turno o all’affezione del momento, mi sembra comunque ampiamente sottovalutata e troppo spesso legata a una moda per gente un po’ borghese e naif. In realtà mette insieme precetti delle filosofie orientali e ambiti di applicazione che mettono insieme la psicologia e le neuroscienze.

Ma lo scopo di questo pezzo non è offrire l’ennesima definizione di mindfulness quanto, piuttosto, raccontare quel che penso che si possa applicare di questa pratica al mondo delle aziende e del lavoro. Non per introdurre la meditazione sul lavoro. Ma per introdurre nella gestione dei flussi di lavoro, degli obiettivi, dei progetti, i pilastri chiave della mindfulness.

Li vedi lì, elencati nella foto, accanto a quel 2020 disegnato da mia figlia, in un momento in cui l’emergenza COVID-19 non aveva ancora rivoluzionato le nostre esistenze.

  • non giudizio
  • pazienza
  • mente del principiante
  • fiducia
  • accettazione
  • non cercare il risultato
  • lasciare andare

Nella mia esperienza di consulente per aziende ho notato che un’applicazione di questi principi ai processi innovativi sarebbe enormemente salutare e ho rielaborato la loro definizione proprio come se dovessi utilizzarli per suggerire un sano percorso innovativo o di progettazione

Non giudizio
Significa rinunciare, nel processo di innovazione, a giudicare tutto quello che viene proposto in maniera automatica. Assumere le buone intenzioni di chi parla. Sostituire il “no” o il “sì, ma” con un “sì, e…”.
A nessuno piace essere giudicato personalmente. Se sostituiamo il giudizio alla persona con il lavoro collaborativo sulle idee i benefici saranno enormi.

Pazienza
Mio nonno diceva: «Ci vuole il tempo che ci vuole». La pazienza è una delle virtù di un cavaliere Jedi. Lo è di qualsiasi romanzo di formazione. Sapere quanto tempo ci vuole per ottenere qualcosa è un modo per essere coscienti dell’importanza del tempo. E per non distruggere ogni progresso innovativo con la fretta. La pazienza genera il metodo. La fretta si attacca ad elementi casuali, singolari, che generano discontinuità, colpi di genio. Ma la discontinuità non è replicabile. Il metodo per generare processi virtuosi che a volte potrebbero portare a discontinuità, invece, si può praticare. Lo si può allenare e raffinare sempre di più.

Mente del principiante
Sapere di non sapere era il primo precetto di Socrate. Abbandonare i pregiudizi e i preconcetti da “esperti” è l’unico modo per rimettersi in gioco, per cambiare, per innovare, appunto.
Se ogni novità che ti viene proposta la accogli con un’alzata di spalle, se il tuo atteggiamento è simile a un “già visto”, se vuoi ascoltare le persone – perché magari l’hai sentito in un convegno o letto su un manuale di design thinking che va tanto di moda come la mindfulness –ma pensi di sapere già le risposte, non stai innovando.

Fiducia
Credere in quello che facciamo e in quello che fanno le persone con cui lavoriamo è un tassello fondamentale per costruire, come minimo, un ambiente di lavoro gradevole, in cui sia stimolante stare, agire, partecipare. Senza la fiducia è davvero difficile stare bene insieme. Figuriamoci lavorare insieme. Perché dovrei dare un contributo costruttivo a qualcuno che non si fida di me? Perché dovrei cercare di fare del mio meglio se comunque l’esperienza che porto viene minimizzata, sostituita con il preconcetto, con il “si è sempre fatto così”?

Non cercare risultati
Cosa? Come sarebbe a dire “non cercare risultati”? Ah, ecco, siamo proprio lì, a livello-santone, vero? È ovvio che un’azienda debba cercare risultati, no? Sì. Certo.
Esattamente come la ricerca scientifica, per esempio. Ma il percorso della ricerca scientifica è un percorso fatto di tentativi e di errori. Esattamente come i percorsi dell’innovazione. Che cosa succede se si innova e si prova e si sbaglia? Che l’errore diventa parte del processo e si raffina con il tempo. L’ossessione per il risultato fine a sé stesso è nemica di qualsiasi processo di progettazione e di innovazione, perché genera pressione. E prima o poi, sotto pressione, finirà che qualcuno inizierà a pensare a portare un risultato di brevissimo periodo forzando la mano. O peggio, a interpretare i dati per farti vedere sempre un grafico che sale.

Accettazione
«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». È la preghiera della serenità. La recitano gli alcolisti anonimi. A “Dio” puoi sostituire quello che vuoi. È un concetto, non è il dio specifico di una qualche religione specifica.
Ecco, quella preghiera è la miglior rappresentazione dell’accettazione. Che non significa mai rassegnazione ma significa, piuttosto, consapevolezza.

Lasciare andare
Esattamente come la mente di una bambina o di un bambino si aggrappa a qualsiasi cosa pur di non cedere al sonno, allo stesso modo capita che nei nostri atteggiamenti personali ci rifiutiamo di lasciare che le cose vadano come stanno andando. E che in vari settori aziendali ci si rifiuti di vedere il cambiamento e di seguirlo; che ci si rifiuti di lasciar andare, di non trattenere; che si pensi di poter imporre che il mondo torni ad essere quello “di prima”.

Se rileggo questi pilastri penso anche, visto che l’ho nominato, che siano i pilastri perfetti dell’innovazione progettuale attraverso il design thinkign, cioè la capacità di prendere a prestito un po’ di lavoro dei designer per metterlo al servizio non già della progettazione di un singolo oggetto ma di vere e proprie esperienze.

Design thinking e mindfulness si compenetrano e si completano.

About Alberto Puliafito
Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

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