HTTPS e SEO per Google nel 2017

Migrare all'HTTPS è facile
Ecco il mio sito in https, Google Chrome lo vede come “sicuro”.

Sono passati 3 anni da quando, nel mese di agosto 2014, Google annunciò che il passaggio al protocollo HTTPS sarebbe stato considerato un segnale di ranking positivo per i siti che si fossero dotati di una connessione più sicura.

Da allora è cambiato molto. Nelle ultime settimane (agosto 2017) Google ha iniziato a inviare avvisi ben precisi, spiegando che le pagine HTTP contenenti form da compilare sarebbero state segnalate come “non sicure”.

È già capitato a una pagina di questo sito.

HTTP vs HTTPS: Google segnala le pagine non sicure
Ecco come appare a un visitatore una pagina “non sicura”. Davvero poco carino

Ora, siccome non voglio che le persone che mi trovano su Google si becchino questo avviso poco rassicurante (e siccome questo è il passo definitivo per forzare tutti a passare ad HTTPS) ho deciso di fare la migrazione anch’io. Rispetto a tre anni fa le cose sono molto cambiate.

Aruba, per esempio – sì, è l’hosting di questo sito – offre il certificato SSL gratuitamente.

Il servizio SSL di Aruba

Ho fatto il primo test su un mio dominio secondario (un progetto sulle elezioni politiche che ho avviato da poco e sul quale non so ancora se e come lavorerò), prima di farlo sul mio, e ha funzionato tutto perfettamente.

Naturalmente, bisogna ricordarsi che Google “vede” i cambi di protocollo come se fossero un cambio di sito, quindi le pagine http vanno redirette verso le nuove https.

Altre soluzioni SSL gratuite

Se il tuo hosting non prevede di metterti a disposizione un certificato SSL, c’è la soluzione free offerta da Let’s Encrypt.

HTTPS e SEO per Google nel 2014

L’HTTPS come segnale di ranking per Google non è più una notizia – nel senso che nel mondo SEO è già nota, macinata e rimuginata, dopo l’annuncio di Mountain View dello scorso 6 agosto – ma vale comunque la pena di spenderci alcune osservazioni.

Perché raramente Google è stato così esplicito a proposito di uno dei suoi segnali di posizionamento. E anche se sarà soltanto, per usare una formula molto cara a tutti coloro che parlano di Google e del SEO,

soltanto uno degli oltre 200 segnali che possono incidere sulla modalità di scansione, indicizzazione e posizionamento del tuo sito

le indicazioni del motore di ricerca non lasciano spazio a dubbi.

HTTPS as a ranking signal.

La “novità” invero fa parte di una campagna a lungo termine di Google, che era iniziata a giugno (HTTPS Everywhere). Ecco tutto quel che c’è di sapere e un commento in merito.

HTTPS: che cos’è

Non sarà certo la sede per fare una lezione di “protocolli di comunicazione” (ovvero sistemi di regole per le comunicazioni fra computer), ma è bene fare chiarezza su un punto. L’HTTPS, Hypertext Transfer Protocol Secure, è un protocollo “sicuro” di comunicazione su una rete di computer. Sicuro, come vedete, è messo fra virgolette, ed è questo il punto da chiarire. Perché “sicuro” non significa affatto “inviolabile”. Anzi, anche l’HTTPS, come l’HTTP, è un protocollo che si può violare. Ma è sicuramente più sicuro del suo predecessore.

HTTPS: perché Google lo considera importante?

Perché è ritenuto più sicuro. Secondo molti, questa è anche una risposta al cosiddetto Datagate. Poi perché aiuterà il motore di ricerca a fare una selezione naturale molto pesante fra chi saprà adattarsi e chi no. Poi, chissà, anche perché può diventare un affare. Leggi tutto “HTTPS e SEO per Google nel 2017”

Yoast è un ottimo plugin, ma non per fare quel che pensi tu

Yoast e un'analisi di un post
L’analisi di Yoast. Che induce per motivi oscuri tutti a fare pezzi di 300 parole.

Una delle osservazioni che mi colpisce di più quando rileggo i commenti che ricevo come valutazione ai miei corsi di formazione è: «Mi aspettavo cose più pratiche». Di solito mi occupo di SEO, di social, di analitica digitale, per arrivare a costruire un metodo. Che è una cosa molto pratica.

Strettamente legata a questa richiesta di «cose più pratiche» c’è, subito dopo, la richiesta di aver consigliati i tool, gli strumenti da utilizzare. Che poi sarebbero i software.

È vero: tendo a suggerire pochi tool. E non imposto i corsi con informazioni che potresti trovare su un qualsiasi manuale di istruzioni (per esempio la guida SEO di Google).

Il punto è che questa illusione di una conoscenza attraverso gli strumenti è deleteria. Prima si conoscono le teorie, si definiscono gli obiettivi, si creano le strategie, si imposta un metodo. Poi si imparano gli strumenti. In funzione di tutto quanto viene prima, però.

Soprattutto, tanto il computer non lavora al posto tuo.

Yoast, che è un ottimo plugin per WordPress, non è uno strumento necessario per capire la SEO, per esempio. Anzi. Con i suoi semafori di valutazione rischia di generare tutta una serie di equivoci del tipo: «Ehi, ma io ho tutti i semafori verdi, come mai non sono primo su Google?» (è una storia vera). Eppure io lo uso.

Lo spiego esattamente in questi termini, ai miei corsi. E uno dei partecipanti mi ha praticamente “commissionato” questo pezzo per scardinare alcuni pregiudizi sul tema. Detto, fatto, eccolo qui.

Che cos’è Yoast?

È un plugin per WordPress. Uno dei migliori in circolazione, anche nella sua versione gratuita.

Perché uso Yoast

Lo uso perché mi dà l’anteprima dello snippet. Cioè di ciò che dovrebbe mostrare, in teoria, Google a una persona che dovesse fare una ricerca e imbattersi in uno dei miei contenuti.

Yoast consente di visualizzare un'anteprima di quello che dovrebbe diventare lo snippet su Google
L’anteprima dello Snippet secondo Yoast. Google non è tenuto a mostrarla in SERP così come la vedi.

Uso Yoast perché mi consente di impostare rapidamente quel che apparirà in una condivisione su Facebook.

Yoast permette di modificare titolo e descrizione per Facebook
Si può usare Yoast per cambiare i campi della condivisione su Facebook o su Twitter. È molto comodo. Ricordati che ciascun social ha il suo linguaggio da usare!

In questo caso accadrà veramente, Facebook non farà modifiche arbitrarie come fa ogni tanto Google.

Lo uso perché mi consente di stabilire cosa mettere in “Noindex” per non far indicizzare determinate pagine da Google.

Lo uso perché ha un indicatore visuale molto pratico per lunghezza del titolo html e della meta description.

Lo uso perché consente di gestire i breadcrumb, i permalink, lo uso per il mio sito personale per la sitemap, non avendo esigenze particolari. Lo uso per altre questioni tecniche.

A cosa non serve assolutamente Yoast?

Yoast non serve a farti imparare la SEO.
Yoast non serve a posizionarti su Google per le parole chiave che desideri.

 

E allora che cos’è la focus keyword?

È la parola chiave che inserisci dentro Yoast per chiedergli se, secondo la sua valutazione, hai fatto tutto quel che era in tuo potere sulla pagina per posizionarti su Google. Questo non significa che la sua valutazione contenga elementi sufficienti a posizionarti. E non è nemmeno detto che siano necessari. Il giorno in cui, per esempio, si decideranno a togliere il commento sulla keyword density (o ricorrenza) sarà sempre troppo tardi.

Yoast e la sua ossessione per la keyword density

Inserire una focus keyword non equivale ad alcuna azione di miglioramento: Yoast fa semplicemente la sua analisi.

Ma allora Yoast mi serve?

Ti serve, sì. Ma non per il semaforo!
Usalo con qualcuno che sappia a cosa ti serve. E leggi il manuale!

Plug-in Google Adsense per WordPress: addio


WordPress era l’unico CMS ad avere un plug-in dedicato ufficiale per la gestione degli annunci pubblicitari Google Adsense. “Era”. Perché anche se il plugin è ancora attivo, Google ha annunciato il 2 marzo che da maggio 2017 il plug-in non sarà più disponibile.

Per questo motivo, nella barra laterale di questo sito trovi uno spazio che si chiama “PUBBLICITÀ, TEST PER GOOGLE ADSENSE”. Sto facendo una serie di esperimenti per gestire gli annunci nelle modalità suggerite da Google e per stilare una breve guida che sarà a beneficio degli abbonati di Wolf (se non sai cos’è Wolf, è il momento di scoprirlo).

Non ha senso cercare altri plugin: la mossa di Google è chiara, vogliono far da loro e non affidarsi a terze parti. D’altro canto, tutti i plug-in esistenti per gli altri CMS erano non-ufficiali.

In generale, occorre attrezzarsi per inserire gli annunci utilizzando QuickStart, che è uno strumento semplificato che Google mette a disposizione di chi pubblica contenuti e vuole monetizzarli con gli annunci di Google Adsense. Oppure per inserire gli annunci in spazi appositi utilizzando il codice fornito da Google e inserendoli nell’html del sito.

Come smettere di scrivere pezzi inutili: la SEO e l’ottimizzazione del lavoro

Smettere di scrivere pezzi inutili? Sarebbe un bene per il giornalismo e per i contenuti in generale. Come si fa a capire se un pezzo è inutile? Be’. Può sopravvivere nel tempo? E per quanto tempo? Serve a qualcuno per più di pochi minuti? Ad esempio: che senso ha scrivere un articolo che parli delle “probabili formazioni” di due squadre di calcio per poi abbandonarlo e scriverne uno sulle “formazioni ufficiali”?

Che senso ha scrivere 300 o 600 articoli su un caso di cronaca nera? Non sarebbe meglio contenerli in un’unica pagina, progressivamente aggiornata, con un indice chiaro e – se proprio serve – 4, 5 pagine correlate che contengano, ad esempio, informazioni sui protagonisti?

La necessità di scrivere e riscrivere pezzi sul medesimo argomento è figlia di un approccio obsoleto al lavoro giornalistico. Oggi non serve più riassumere le puntate precedenti e preparare ganci per quelle successive.
Bisogna scegliere cosa scrivere. Avere un piano editoriale preciso (ancorché fluido). Se si ripianificasse il lavoro a partire da questo punto di vista, si scoprirebbe che, oggi, è perfettamente inutile produrre centinaia di pezzi pagati 0,40 euro cadauno (storia vera) e che si potrebbe ottimizzare il lavoro di produzione dei contenuti in maniera mirata.

Si scoprirebbe, poi, che si possono valorizzare gli archivi, combattendo il fenomeno di obsolescenza dei contenuti e che si possono servire al meglio i lettori ottimizzando anche i flussi di lavoro e l’organizzazione del medesimo.

Infine, si scoprirebbe che nella maggior parte dei casi rallentare è un valore aggiunto (ed è già la soluzione al problema delle fake news).

Non uso la parola ottimizzare a caso. Un approccio non riduzionista alla SEO richiede una visione d’insieme. La capacità non solo di avere una visione strategica integrata e di vedere la SEO come uno strumento umanistico e relazionale, ma anche di utilizzarla per ottimizzare il lavoro giornalistico (e, più in generale, il lavoro di produzione dei contenuti).

È una cosa che ormai fa parte integrante dei miei interventi formativi sull’argomento.

E per fortuna ci sono anche i guru americani che lo dicono, non è solo una fantasia di pochi: al New York Times, per esempio, si parla di scrivere meno e scrivere meglio.

Ne parliamo anche a Perugia, al Festival del Giornalismo, in un incontro che si chiama Oltre la SEO: come ottimizzare il flusso giornalistico.

 

“Digital strategist” a chi?

Tutto questo rincorrere, disperatamente, una strategia digitale, fa quasi tenerezza. Perché sì, è vero che il digitale è importante. Ma è altrettanto vero che è un mezzo. E infatti, come scrive Mafe De Baggis, ora che internet è ovunque

«avere una strategia solo digitale è un errore clamoroso»

Ci vuole, pensa un po’ che novità dirompente che riveliamo qui, oggi, 25 febbraio 2017, solo per te, in esclusiva, roba che non ci puoi credere, una strategia di comunicazione. Che è un po’ come capire, finalmente, che ci vuole un piano editoriale integrato.

Mentre lo scrivo, ho finito da qualche ora un bellissimo evento di formazione a Catanzaro. Bellissimo non perché io fossi il relatore ma perché nella bella platea messa insieme dai colleghi di Catanzaroinforma (una realtà giornalistica locale che mi ha fatto sentire meno solo quando dico che la sfida del giornalismo contemporaneo è local e di nicchia) c’erano anche studentesse e studenti del Liceo Classico “Galluppi”. Che mi hanno confermato un sacco di cose. Per esempio:

  • che  parlare ai giovani è bellissimo e ti riempie di energia
  • che non è vero che i giovani, oggi, signora mia, non leggono più (o leggono «meno di una volta»)
  • che non è vero che i giovani passano il loro tempo a smanare sugli smartphone e non ti ascoltano quando parli
  • che non è vero che i giovani «tanto ascoltano solo Rovazzi» (ma occhio a non diventare snob: i fenomeni vanno studiati, analizzati, compresi, e Rovazzi sa quel che sta facendo)
  • che è vero che i giovani sono impermeabili a un vecchio modo di fare pubblicità (ma non sono impermeabili ai messaggi pubblicitari)
  • che non bisogna farsi idee preconcette sui social che usano i giovani: è meglio farselo dire da loro
  • che è proprio il momento di parlare anche alle generazioni nate con l’internet o dopo e che per farlo bisogna usare una strategia di comunicazione integrata, che prenda in considerazione le piattaforme e le modalità con cui questi giovani comunicano
  • che i giovani non esistono, esattamente come non esiste il pubblico generalista. Esistono le persone. Tutte diverse fra loro.

Questo elenco sommario è sulla scorta dell’entusiasmo per la lezione di oggi al FIGO Festival (sì, si chiama così). E sulla scorta del fatto che il mio smartphone, da questa mattina, si presenta come vedi nell’immagine. Nero con rotellina che gira. Riceve telefonate ma non posso rispondere, riceve messaggi, ma non li vedo. E mentre pianifico strategie di comunicazione anche digitali medito –anzi, decido – di comprare un telefono che faccia solo il telefono.

Le notifiche sono tossiche

Il mondo di Facebook. Un rettangolo rosso. Il 16. La barra nellheader del mio profilo Facebook si presenta così, quando inizio questo post.
Da anotifiche-tossichenni, ormai, siamo abituati alle notifiche. Quel +1, quel numerello rosso, quel pallino, quel suono, quella preview. Sono lì a chiamarci da desktop o da smartphone e a dirci: ehi, guarda, c’è qualcuno che ti ha scritto, ti ha nominato, ti ha taggato, ha commentato, ha messo un like, ti ha ritwittato, quel che vi pare.

È irresistibile, quel dopamina-social-networknumerello lì. Ed è anche sempre più complesso stare appresso a ciò che seguiamo, a ciò che abbiamo scritto, alle tracce che abbiamo lasciato sui nostri social.

Tutte le volte che quell’indicatore rosso (o arancio o blu o nero, come vi pare) si fa vivo, è una novità. E il nostro cervello rilascia dopammina. Che è quel che fa quando beviamo acqua, o mangiamo o facciamo sesso o ascoltiamo musica che ci piace o assumiamo sostanze stupefacenti. In altre parole, la dopammina, che è associata a stimoli naturali o artificiali, è alla base del meccanismo che ci fa stare sempre di più dentro al walled garden di un social network come Facebook. È un meccanismo di continua gratificazione del nostro cervello e del nostro ego.

Difficile dire se Zuckerberg & co. fossero consapevoli di questa cosa o a loro volta vittime di un continuo percorso autoconfermativo e di piacere che si prova nell’aver a che fare sempre, costantemente, con qualcosa di nuovo. Fatto sta che il meccanismo insito nelle notifiche, considerato anche il proliferare delle piattaforme, dei social, dei contenuti, è l’esatto contrario dell’ottimizzazione.

Non so voi, ma io a volte funziono così. Entro su Facebook, magari perché devo verificare qualcosa sul gruppo di conversazione di Wolf. Ci sono notifiche. Le apro. Le controllo. Se qualcuno ha risposto rispondo. Nel frattempo magari arrivano altre notifiche. Guardo l’ora. Sono passati quindici minuti e non mi ricordo nemmeno perché ero entrato su Facebook.

Questo meccanismo è evidentemente tossico. Non mi fa bene, fa sì che il mio cervello passi continuamente da un compito all’altro e non è utile ad alcunché. Non mi rilassa, non mi svaga veramente. Mi stanca.

Ecco perché ho cominciato a pensare che l’eccesso di notifiche sia tossico. Ecco perché provo a rinunciare ad aprirle per una settimana a partire da oggi.notifica-dopammina Vedremo se ne sarò capace e se avrò saputo ottimizzare, così, anche il tempo che passo sui social. Mentre scrivevo questo semplice post, quel numerello è passato da 16 a 19. Vedremo come sarà mercoledì prossimo e come andrà questa piccola sfida (sono possibili aggiornamenti di questo post).

Ottimizzazione delle conversazioni (e delle parole)

ottimizzazione-delle-parole-nella-comunicazione-privataOttimizzare le conversazioni (e le parole) è qualcosa che solo apparentemente non ha niente a che vedere con i motori di ricerca, ma che dovrebbe far parte di un processo culturale(*) che è sotto molti aspetti affine alla SEO.

La sovrabbondanza dei mezzi per raggiungere gli altri e la loro sostanziale – o perlomeno percepita – gratuità ha aumentato le informazioni scambiate anche a livello personale. In altre parole, siamo di fronte a un sovraccarico informativo anche per quanto riguarda lo scambio privato.

Fino a qualche anno fa, lo scambio che vedi qui sopra sarebbe stato impossibile su un telefono: avrei pagato i singoli messaggi e mi sarei ben guardato dallo scriverlo. La rivoluzione copernicana di questo tipo di conversazioni passa attraverso i primi strumenti tipo mirc, ICQ, C6, MSN, Skype. Poi si evolve sugli smartphone. E quindi si integra nell’esperienza in mobilità o da desktop.

iMessage, per primo, con il suo client per iOs che ti permette di usarlo anche con il computer, ha trasformato definitivamente lo scambio di sms in una chat.

Whatsapp è diventato un fenomeno di massa. Al punto che fioriscono i gruppi di ogni genere (per esempio, quelli dei genitori di una classe, quelli di un gruppo di lavoro e via dicendo). Gruppi che, di solito, travisano completamente la funzione di un sistema di messaggistica istantanea. Che non può in alcun modo diventare, a meno che non sia uno strumento evoluto e pensato per quello, un mezzo di lavoro.

Pian piano anche Telegram si popola di iscritti. E anche se non rischia di diventare popolare come Whatsapp, l’uso che ne viene fatto è simile.

Per tacer di Messenger, la applicazione di messaggistica di Facebook.

E delle mail, ovviamente. E dell’uso di tutti questi strumenti da parte di aziende che comunicano al loro interno in maniera ipertrofica, disfunzionale e (questo si pensa raramente) troppo costosa.

Nessuno di questi strumenti – usati come li usa la massa – può essere uno strumento di lavoro funzionale. E se anche riesci a usarli in maniera alternativa, va a finire che poi ti trovi immerso nel vortice delle notifiche di chi, invece, li usa come chat.

Il lavoro di ottimizzazione delle parole, quel parlare meno per parlare meglio che auspica Mafe De Baggis, dovrebbe passare anche attraverso una drastica riduzione dell’informazione che ci scambiamo personalmente. Non è un invito all’asocialità. Anzi. Il fatto è che il sovraccarico informativo anche nella conversazione è una naturale conseguenza delle tecnologie a disposizione – e, ripeto, della loro gratuità percepita.

Questo fa sì che non selezioniamo più le informazioni (tanto, che ci costa scriverle e inviarle?), non misuriamo più le parole, ci inondiamo di messaggi sui sistemi più vari e non facciamo che affaticare ulteriormente il nostro lavoro – soprattutto se siamo lavoratori dell’informazione – e forse anche le nostre vite private.

Per uscirne bisogna fare delle scelte, anche drastiche. Personalmente, per esempio, ho disinstallato Whatsapp e Messenger dal mio smartphone e sto cercando di accordarmi con le persone con cui ho rapporti lavorativi per ricondurre lo scambio di lavoro a dimensioni e sistemi più consoni.

(*) Sulla SEO come questione culturale ho scritto un pezzo per il Manifesto nell’ambito dello speciale curato da Datamediahub.

Il digital divide è nel cervello

Secondo la definizione più diffusa, ben riassunta dalla Treccani, il digital divide o divario digitale sarebbe la sperequazione esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, totalmente o parzialmente. È un neologismo (se si può definire ancora tale un concetto che risale agli anni ’90).

La Treccani riporta anche la storia del digital divide, che nasce, come concetto e come terminologia, con la presidenza di Bill Clinton negli USA (1993-2001).

Le ragioni del divario digitale sono molteplici. In Italia si ha la sensazione che si pensi che la questione si risolva digitalizzando tutto e garantendo l’accesso alla banda larga.

Ma il pre-requisito per abbattere il divario digitale non è tecnologico o di infrastruttura. Il pre-requisito è culturale. E di alfabetizzazione alle tecnologie.

Da qualche tempo a questa parte mi piace utilizzare la metafora della lavatrice o dell’automobile per spiegare come utilizziamo le tecnologie di solito. Più o meno, una lavatrice la sappiamo far partire tutti: è un elettrodomestico, ha le istruzioni, si mette il detersivo, si sceglie il programma, si carica, si preme un pulsante. Pochi sanno come funzionino la pompa di scarico o la resistenza della lavatrice. Ma almeno una lavatrice sta ferma.
Le automobili, invece, si muovono. E a discapito di tutti coloro che le utilizzano per andare da un punto A ad un punto B, non sono elettrodomestici. Possono anche uccidere (difficile, invece, trovare una vittima causata da una centrifuga sbagliata). E pochissimi sanno fare una frenata d’emergenza.

Bene. Per quel che vedo fra corsi e consulenze, utilizziamo la tecnologia dell’internet, Google, Facebook, i presunti servizi gratuiti delle OTT – alimentando i loro walled garden – come una lavatrice o un’automobile.

Il pre-requisito per abbattere il digital divide è la cultura. L’alfabetizzazione. La spiegazione delle tecnologie. Spiegazione che – non me ne vogliate, è la mia anima giornalistica che parla – non può essere demandata alle medesime OTT (il corso digitale di Google, quello di Facebook e via dicendo). A meno che non siamo quel genere di persone che si vuole far spiegare un prodotto solo dal produttore, disposti a credergli in maniera fideistica.

La transizione ai digitali nei giornali italiani è il classico esempio che dimostra come si facciano le cose male, a caso, senza aver capito veramente, senza voler nemmeno provare a capire. Giornali traslati su internet a caso. Architettura dell’informazione ignorata. Contesti mai creati. Valore del link distrutto a colpi di link building esterno o interno. Competenze mai messe insieme ma tenute separate come compartimenti stagni. Strategie di monetizzazione da cavallette (arbitraggio spinto) senza alcuna generazione di valore aggiunto. E non è che le aziende private siano da meno. Siti senza alcuna cura per l’esperienza utente, serate con decine di presunti influencer che twittano fra di loro con hashtag improbabili e di nessun interesse per il pubblico dei consumatori, preconcetti (provate a chiedere alle web agency se hanno letto almeno la guida SEO di Google o la guida per i quality rater o entrambe. Letto e capito, ovviamente. Provate a chiedere ai consulenti come e quando si sono sporcati le mani con progetti loro).

Il fatto, poi, che l’editoria cosiddetta mainstream si rifiuti categoricamente di sperimentare in maniera seria nuovi modelli di business – no, scusate, il paywall del Corriere non è una sperimentazione. Il paywall di The Information è una sperimentazione –, e che si continui a considerare il mondo diviso in due, come se analogico e digitale non fossero parti del medesimo reale e come se valessero buone pratiche diverse dimostra che il digital divide, per prima cosa, ce l’abbiamo nel cervello.

Fideisti tecnoentusiasti positive thinker o luddisti tecnopessimisti rifiutano un approccio laico al digitale e accolgono le istanze di “cambiamento” dei grandi oligopolisti della Silicon Valley come se la fantascienza fosse a portata di mano. E come se si dovesse temerla per forza, o per forza idolatrarla. Sono tifosi. Anzi, sono religiosi. La fantascienza a portata di mano è sempre la stessa narrazione da marketing che deve gonfiare la bolla senza farla esplodere – come scrive, in maniera brillante, Sam Lessin su The Information. Si era dimenticato, Lessin, che già nel 1988 la Apple aveva diffuso un video (se volete, è quello che apre questo post) che si intitolava Apple Knowledge Navigator. Ricordate che, secondo i guru di Cupertino quello avrebbe dovuto essere il futuro da lì a 25 anni. Cioè nel 2013. Siamo nel 2016: pensate a Siri.

E poi a Marte, alla realtà virtuale, alle macchine che guidano da sole, alle esaltazioni dei magnifici visionari. E poi rallentate.

La next big thing è già fra noi: va capita, studiata, resa davvero open (non nel senso che intende Facebook: Mark Zuckerberg sta costruendo una gabbia dorata a beneficio suo e dei suoi colleghi e investitori, non per il bene dell’umanità). Bisogna scappare dalle narrazioni e tornare nel mondo reale (come dovrebbero fare politica e giornalismo, per capirci).

Il digital divide ce l’abbiamo nel cervello.

Il digital divide è una questione culturale

Su Facebook il troll sei tu

La copertina del Time su internet e i troll Il Time dedica una copertina e una storia ai troll. Il titolo non potrebbe essere più chiaro ed emblematico: Come i troll stanno rovinando internet. Il pezzo è a tratti ovvio per chi naviga da tempo. A tratti molto divertente (in senso british, ovviamente), fin dall’incipit:

«Questa storia non è una buona idea. Non lo è per la società e di sicuro non lo è per me. Perché ciò di cui si nutrono i troll è l’attenzione. E questo poco d’attenzione, queste diverse migliaia di parole, è come lasciare agli orsi una padella di baklava» [un dolce turco, molto dolce, ndr]

Figurarsi se è una buona idea dirti che su Facebook il troll sei tu.

Lo so, non ci credi.

Be’, partiamo dalla definizione. Quella di Wikipedia, dai! (È tradotta dall’inglese, liberamente e con aggiunte, dal sottoscritto).

«Nello slang di internet, un troll è una persona che semina zizzania su internet, avviando discussioni, dando fastidio alle persone, scrivendo contenuti che infiammano la conversazione, che non c’entrano nulla con la medesima (in altre parole, off-topic). Il tutto avviene in una comunità online (newsgroup, forum, chat, blog… oppure Facebook o altre piattaforme di social network) e con l’intento deliberato di provocare nei lettori una risposta emotiva, di interrompere il flusso della discussione sul tema, spesso per il proprio solo divertimento».

Basterebbe questa definizione per farti capire che su Facebook il troll sei tu.

Sei tu quando ti inserisci in una conversazione a caso e pontifichi.
Sei tu quando argomenti con una fallacia logica senza nemmeno accorgertene.
Quando dai del fascista, del machista, del [inserire etichetta a piacere] a qualcuno senza nemmeno conoscerlo.
Quando parli di cose che non conosci (dal burkini alla Siria, dalla pallavolo al curling al prossimo morto famoso, dal terrorismo ai migranti, dal sessismo alla satira).
Quando cerchi attenzione disperatamente ed entri in modalità ehi-mamma-senza-mani.
Quando sputi sentenze.
Quando ti ergi a portatore unico del verbo.
Quando scrivi solo per provocare un qualsiasi sentimento negli altri.
Quando hai un’opinione su tutto.
Quando partecipi ostinatamente ad una conversazione che tanto non serve a nulla perché si polarizzerà.

Usa Facebook come se fosse un’estensione di te in pubblico, al bar, in spiaggia, al cinema, al ristorante, a casa, al lavoro, in generale in pubblico. Comincia a considerare Facebook per quel che è: un posto dove prima ti divertivi a postare le tue foto da sbronzo, adesso è una piattaforma di social marketing.

Andrà tutto meglio e smetterai di essere un troll.

Fino a quel momento, su Facebook il troll sei tu. E sono io.

Elogio della verticalità (o del tematico)

Ecco perché un insieme di supplementi tematici è meglio di un’home page generalista.

[Questo pezzo è stato scritto originariamente il 2 agosto 2014. Lo ripropongo oggi, 10 maggio 2016, nel giorno in cui Mondadori acquisisce definitivamente Banzai per 45 milioni di euro + 7 milioni di spazi pubblicitari. Nel giorno in cui la nota di Mondadori spiega fra l’altro che l’operazione «consentirà una profilazione dell’audience in target specifici, permettendo maggiori opportunità di monetizzazione». Nell’estate del 2014 questo pezzo suscitò qualche commento di approvazione (per esempio dal mai troppo apprezzato Robin Good, da tempo sostenitore delle nicchie verticali) e qualche ilarità. Oggi, probabilmente, grazie alla valutazione (spropositata? Al momento importa poco) delle verticalità di Banzai, l’elogio della verticalità (o del tematico) non susciterà più alcuna ilarità]

 

Verticale è bello. Lo dico, più o meno, da quando sono diventato direttore di Blogo.it, raccogliendo l’eredità di uno dei fondatori del progetto Blogo (Francesco Magnocavallo). Era il mese di giugno del 2012, e non ho cambiato idea. Dopo essermi orientato nell’universo Blogo (fino a quel momento mi ero occupato – un po’ fortunatamente, un po’ per bravura della redazione e mia – con successo di TvBlog.it) e averne capito per bene le potenzialità, ne sono stato certo. E lo sono anche adesso. E così, questo è uno dei miei contributi a proposito della grande questione della sostenibilità dell’editoria online. Che prescinde da altri tipi di considerazioni e si concentra sulla tipologia dei “prodotti editoriali”.

Cosa si intende per “verticalità”, nell’informazione e nella produzione di contenuti online?

Ammetto che il termine è di quelli veramente orrendi. Tant’è che ne ho cercato, fin dal titolo, un sinonimo plausibile.

Verticale significa, nel linguaggio del (social) media marketing, tematico. Allora uno dice: perché non dici “tematico”? Semplice: perché ho paura che se dico tematico, poi qualcuno fraintende e pensa che io sia “vecchio”. Il fatto è che tematico, in italiano, è il contrario di generalista.

E il mio è proprio un elogio del tematico.

Ma siccome si rischia che a chi fa marketing, a chi si ritiene “moderno” o “contemporaneo” non piaccia il termine, facciamo che questo è un elogio del verticale, cioè facciamo finta, lasciando perdere le mie idiosincrasie linguistiche, che verticale sia sinonimo di tematico e che, soprattutto, sia il contrario di generalista.

Ci siamo? Bene.

Allora questo è per tutti un elogio della verticalità (e per gli amanti dell’italiano e del bel parlare un elogio del tematico).

Penso sinceramente che il modello della diversificazione del prodotto su base verticale (o tematica: giuro, è l’ultima volta che faccio la distinzione) sia un modello a medio-lungo termine sostenibile. Il concetto di medio-lungo termine è fondamentale, perchè nell’editoria online (così come in quella offline) bisogna sempre considerare che la crescita non può essere di breve periodo (e se lo è, bisogna diffidarne nella stragrande maggioranza dei casi).

Ecco perché verticale è bello da tutti i punti di vista (quello dell’editore, quello del lettore, quello degli inserzionisti, quello degli autori e dei giornalisti):

– la verticalità ti consente di approfondire al massimo un argomento, con un livello di attenzione che non potresti garantire su una testata generalista;
– la verticalità ti consente di individuare in maniera chiara il tuo pubblico (amanti della tv, mamme e papà, amanti del calcio, amanti della moda, amici degli animali, appassionati di motori, amanti degli sport, della tecnologia, della cucina etc.) e dunque di avere target di interessi specifici;
– la verticalità ti consente di far sapere ai tuoi lettori che in quel tal sito parlerai di quell’argomento specifico;
– la verticalità ti consente di competere molto bene nelle “SERP” di Google;
– la verticalità ti consente di occuparti di qualunque argomento senza dovertene vergognare (per esempio, se hai deciso che non vuoi rinunciare agli argomenti di intrattenimento più leggero e futile, perché comunque esistono fette di pubblico interessate a quel tipo di argomenti, se hai Gossipblog, insomma, puoi tranquillamente parlare di gossip. Della patata di Laura Pausini, per capirci; se hai Happyblog, puoi tranquillamente parlare di video virali, cose stupide, cose che su un generalista sarebbero da colonna infame – si veda, per dire, la colonnina di destra di Repubblica.it) e senza perdere di credibilità (su Polisblog non troverai il twerking di Miley Cyrus, puoi starne certo);
– la verticalità ti consente di avere più “brand” di riferimento, sebbene racchiusi sotto un’unica testata;
– la verticalità ti consente di raggiungere tutte le nicchie. La cui somma, ovviamente, è maggiore della somma delle singole parti;
– la verticalità può essere selettivamente utilizzata per una vetrina generalista;
– la verticalità è perfetta per le tecniche “live”;
– la verticalità è un ottimo vettore di traffico, soprattutto in un mondo in cui il traffico va al contrario di quanto piacerebbe ai feticisti della teoria (procede, cioè, dal pezzo alla homepage, eventualmente, e non viceversa, e bisogna farsene una ragione);
– la verticalità ti consente di fare un lavoro che a medio-lungo termine costruisce lettori-community;
– la verticalità è “condivisibile”. Nel senso che è ottima per i social network e per i fan (anche qui, che si possono targettizzare in maniera notevole);
– la verticalità, se la sfrutti bene, può essere una via per rinunciare al traffico mordi-e-fuggi e per costruire lunghi tempi di permanenza. Ma può anche acchiappare il traffico mordi-e-fuggi e poi acquisire, con il tempo, lettori diretti, che non provengono solo dal SEO o dai social network ma che si appassionano a quel che trovano;
– la verticalità, se fai lavorare e coordini bene persone pagate, appassionate e competenti che amano il proprio lavoro (e magari se riesci anche a farle lavorare in un clima piacevole), è anche garanzia di “qualità” (sì, mi rendo conto che il concetto sia uno di quelli talmente labili da essere declinabile in qualunque modo, ma credo che sappiate cosa intendo, se siete arrivati fin qui);
– la verticalità, se sfruttata bene, è l’equivalente di avere un’enorme, accogliente edicola con una vastità di scelta che copre tutto lo scibile e che aspetta solo di essere scoperta, sponsorizzata, spulciata in tutti i suoi contenuti.

E’ tutto, anche se ci sarebbe da dire ancora molto. Nulla di generalista può permettersi i lussi che si concede la verticalità.

C’è chi dice che la verticalità non sia facilmente “monetizzabile” (altro termine orrendo). Io penso che un modello di successo dal punto di vista dei contenuti lo sia sempre. Basta lavorarci.

[Da leggere, sull’editoria online, mica solo sulla verticalità:

* Il giornale on line è morto o forse non è mai esistito (3 luglio 2014)
* Cosa si impara lavorando in un giornale digitale di Marco Alfieri (26 giugno 2014)
* Linkiesta, 1 milione e 100mila euro entro un mese per evitare la liquidazione di Gabriele Principato (28 giugno 2014)
* Giornalismo imprenditoriale. Dove ci porta il “modello” Forbes? di Lelio Simi (15 luglio 2012)
* Digital first, globale, locale: la (ennesima) lezione di giornalismo del Guardian di Andrea Iannuzzi (24 luglio 2014)
* Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica di Pier Luca Santoro (19 luglio 2012)
* Lucia Adams, making digital journalism sustainable, presentazione di Lucia Adams (29 luglio 2012)
* The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place di Marc Andreesen (25 febbraio 2014)
* News, editoria: una nascente industria sostenibile di Luca De Biase (27 febbraio 2014)
* Lucia Annunziata, Huffington Post Italia: “I blog non sono un prodotto giornalistico” di Alessandro Pignatelli (24 settembre 2012)
* What now for news? di Jeff Jarvis (10 febbraio 2014)
* First Look Media Video from January 2014, video pubblicato su First Look, progetto editoriale di Pierre Omidyar (27 gennaio 2014)]

Elogio della verticalità