Il giornalismo non è morto. Ma cerca di suicidarsi online

click-impiccata

Il giornalismo non è morto. Non morirà finché ci saranno notizie e storie da raccontare. Non morirà finché ci saranno persone che vorranno raccontarle e persone che vorranno leggerle, ascoltarle, vederle. Non credo si possa prescindere da questo punto di partenza.

Sia chiaro: personalmente, credo che anche la carta non sia affatto morta ma che si dovrà sempre più specializzare. Niente di nuovo: lo scriveva Philip Phelan addirittura nel 2008. E credo fortemente che la specializzazione sia un punto di forza anche online (viva la verticalità e le nicchie, per capirci).

Da qui a dire che la situazione del giornalismo online italiano sia rosea, però, ce ne corre.

In una spasmodica rincorsa all’ultimo click, le testate sul web tentano disperatamente di attirare i lettori e gli utenti con strategie di breve o brevissimo periodo, senza più cercare di fidelizzarli. È una gara ad accaparrarsi quanto più possibile, subito. Spesso con pratiche – in particolar modo sui social network – che mettono a repentaglio l’immagine stessa di una testata.

Oggi, Gabriele Capasso ha scritto questo sul suo profilo Facebook, prendendo le mosse da una condivisione “social” decisamente “ardita” da parte del Fatto Quotidiano.

giornalismo online FQ

Il 23 settembre 2009 uscì il primo numero del Fatto Quotidiano, nell’editoriale del direttore Padellaro si leggeva: «Ci chiedono: quale sarà la vostra linea politica? Rispondiamo: la Costituzione della Repubblica».
Il 13 aprile 2015 si legge che Calico Bombshell, la 22enne di 190 kg con una dieta tutta pizza e Coca-Cola e che ama spogliarsi in webcam ha una specialità: «strofinare la pancia sull’obiettivo».

L’editoriale di Antonio Padellaro cui fa riferimento Capasso è ancora online.

Se pensate che sui social valga tutto, allora probabilmente la vedete come il social media manager del Messaggero. Che, a un utente che si lamentava per l’ennesima condivisione acchiappa-click, rispondeva così:

«Questo non è Il Messaggero. Questa è la pagina Facebook del Messaggero. […] Se vuole solo news selezionate compri il giornale invece di informarsi su Facebook che non è un giornale ma un social network»

Quanti problemi da analizzare, in una sola frase, dal punto di vista del sottoscritto. E forse anche dal vostro, se siete arrivati da queste parti a leggere. L’identità di un marchio, di una testata, dovrebbe essere tale ovunque. Quindi anche su Facebook, per esempio. E poi, chi l’ha detto che sul giornale da comprare le notizie sono selezionate? Con tutte quelle pagine che si devono riempire, avrei comunque qualche dubbio.

Certo, c’è questo fatto che online ci sono le metriche che ti fanno misurare il numero di lettori di un pezzo: è un fatto del tutto inedito per i giornalisti abituati a confrontarsi solamente con le vendite della loro testata e non con i lettori del proprio pezzo. Ma le metriche sono tante (c’è anche il tempo di permanenza, per esempio. C’è la frequenza di rimbalzo. C’è la fidelizzazione degli utenti) e non ci sorprenderà scoprire che un pezzo sul famigerato video intimo di Belen ha fatto più click di un’analisi geo-politica sull’Isis. Ma cosa ce ne facciamo di tutti quei click, una volta che li abbiamo ottenuti?

Non solo: se gli utenti cominciano a lamentarsi è perché, evidentemente, non ne possono più della massificazione e dell’uniformazione, chiamiamola pure della buzzfeedizzazione della maggior parte delle testate italiane online. Buzzfeed c’è, esiste, è una realtà, ha una sua linea ben precisa e riconoscibile. Ma è Buzzfeed, appunto. A che serve che Repubblica e Corriere, per dire, ripropongano i 39 motivi per non venire in Italia proposti da Buzzfeed? Sul Guardian, sul New York Times, non le trovate le listine (con numeri rigorosamente non tondi perché così è più accattivante il titolo), c’è poco da fare. Ed è proprio questo il momento in cui differenziarsi e investire sul medio e lungo periodo. Prima che il lettore si stanchi definitivamente.

Perché l’altra faccia della medaglia di questa corsa alla massa è un progressivo deterioramento della professione giornalistica:

– notizie date appena possibile, senza verifica alcuna;
– il confine fra il vero e il falso diventa il verosimile. Se una storia è verosimile, ormai, vale la pubblicazione. Poi al massimo si ritratta oppure la si fa cadere nel dimenticatoio (per dire: che fine ha fatto il video visto da Paris Match e Bild?);
– notizie deformate dal titolo (che poi influenza tutto il resto)
– titoli che deformano qualsiasi tipo di “studio” per trasformarlo in qualcosa di “incredibile”, “sconvolgente”, “commovente”:
– eccesso di straordinarietà (e dunque normalizzazione della medesima. Se tutto è straordinario, non lo è più nulla);
– danni progressivi e permanenti al pubblico, che progressivamente perde l’abitudine all’approfondimento, in un circolo vizioso.

Questa ricerca spasmodica di click a ogni costo finirà per far male al giornalismo tutto. Anzi, lo sta già facendo da tempo: fa male ai professionisti, fa male agli editori, fa male al pubblico. Vista la premessa, devo per forza ribadire che il giornalismo troverà il modo di rinnovarsi e di reinventarsi, perché il pubblico c’è e le storie da raccontare anche. E gli strumenti offerti dal web, dalle app, dai social network, se usati bene, diventano una ricchezza per il giornalismo stesso.

Per il momento, però, i protagonisti del giornalismo online in Italia stanno facendo di tutto per impiccarsi all’ultimo click.

[La vignetta è un gentile omaggio di Mauro Biani] [Da leggere anche:

News on paper needs a rethink, Philip Phelan, The Australian, 22 maggio 2008
Il giornalismo è morto: dai contenuti per far traffico, a quelli completamente falsi, Davide Tagliaerbe Pozzi, il Tagliaerbe, 8 luglio 2014
Spacchettare o morire, Pier Luca Santoro, DataMediaHub, 19 marzo 2015
Print isn’t dead – and we hope to prove it, Erik Jensen, The Guardian, 21 novembre 2013
Il medio dei media, Alberto Puliafito, TvBlog (Blogo.it), 2 aprile 2015
Obama is wrong. Traditional journalism isn’t dead, di Danny Hayes, Washington Post, 4 agosto 2013
Mondi paralleli, di Luca Sofri, 12 aprile 2015, Wittgenstein.it
Il giornalismo delle cazzate, di Massimo Mantellini, 2 marzo 2015, Manteblog.it
Post industrial journalism: Adapting to the Present, di Chris Anderson, Emily Bell, Clay Shirky, 3 dicembre 2014, Tow Center For Digital Journalism
Periscope ucciderà il giornalismo?, di Giuliana Grimaldi, 30 marzo 2015, ReMedia]

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

3 pensieri riguardo “Il giornalismo non è morto. Ma cerca di suicidarsi online”

  1. Condivido tutto tranne il “cerca”…
    Il suicidio è già avvenuto, si pubblica qualunque cosa e nel modo più sensazionalistico possibile pur di ottenere un sospirato click e l’affidabilità della stampa on line o cartacea non è mai stata così bassa. Anche un quotidiano cartaceo ormai è paragonabile ad una rivista scandalistica di bassa lega.
    A questo punto tanto vale leggersi il vernacoliere…

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