Il fottuto tutto-quanto

Luca Sofri ha scritto sul suo blog un pezzo dal titolo “Il fottuto storytelling“. In questo pezzo, il direttore de Il Post dice (riassumo, con stralci, nessuno me ne voglia, si può sempre seguire il link per leggere il pezzo integralmente) che:

«Le ragioni per cui la scrittura giornalistica italiana è diventata – nella sua parte maggiore e più vistosa – così povera, banale, conformista e così poco “giornalistica” sono, pare a me, fondamentalmente due. Una è una necessità sempre più pressante e trasparente di chi scrive di manifestare se stesso attraverso la scrittura […]. Poi c’è un’altra deriva […]: è il fottuto storytelling […] il fottuto storytelling è traboccato là dove ha ribaltato un’essenza stessa che era completamente opposta: quella della ricostruzione più fedele possibile della realtà e del mondo così come sono. Il giornalismo. Il campo della scrittura in cui la storia, nella sua grande sostanza, c’è già. […] come se l’antica pratica del giornalismo narrativo e dei reportage non avesse una ragione per essere applicata con sapienza solo rispetto a determinate occasioni e tipi di storie».

Mi permetto qualche considerazione in merito.

Storytelling è un anglicismo. La maggior parte degli anglicismi vengono utilizzati a sproposito nella lingua italiana. Non servono. E chi li utilizza a sproposito andrebbe psicanalizzato perché generalmente li utilizza perché fa più fico, nella migliore delle ipotesi. Oppure perché ha capito male il significato. Oppure per mascherare la propria impreparazione. O per tutte queste cose assieme. In questo senso, storytelling è solo uno degli anglicismi che sta fottendo il giornalismo italiano (e molto altro).

Storytelling è una parola di moda (o lo è stata). Se volessi dirlo con un anglicismo, direi che è una buzzword. Lo è come lo sono (o lo sono state) viral, data journalism, fil rouge, influencer, hacking, conversation marketing, millennials, buzzword (sì, anche buzzword è una buzzword), membership, premium, social,freemium, native advertising […] (aggiungere a piacere). Come tale, è solo una delle tante parole di moda che stanno fottendo il giornalismo italiano. Si noti, fra l’altro, che la maggior parte delle parole di moda sono anche anglicismi (o comunque forestierismi). Le due cose sono strettamente legate. Spesso, se le parole di moda si traducono, esse si svelano nel loro significato e svelano anche il tradimento che contengono nel loro uso a sproposito;

– Il personalismo del giornalista, manco a dirlo, è un fenomeno terrificante, alimentato dalla seduzione di avere un microfono in mano o di pontificare in tv: io penso che quando si diventa personaggi si smette, immediatamente, di essere giornalisti (almeno nel senso più puro del termine). Sono numerosissimi, i personalismi che stanno fottendo il giornalismo italiano.

– poi c’è tutto-il-resto. Sì, perché ora viene la parte in cui non sono d’accordo con il problema dello storytelling e in cui dico: magari il problema fosse (solo) quello. Magari.

Per me, quel che sta fottendo il giornalismo italiano è (in ordine sparso e non esaustivo) la miopia, l’appiattimento, l’abbassamento dell’asticella del criterio di “notizia pubblicabile” (da “verificato” a “verosimile”), l’ossessione per la massa, per il volume, per i click facili, l’incapacità quasi assoluta di utilizzare motori di ricerca e social network per creare identità senza farsi trattare sa chi ha posizioni dominanti come se fossero i nostri badanti, l’incapacità di utilizzarli come volano per trovare nuovi lettori, fidelizzare i propri, le notizie-fotocopia, la necessità di fare in fretta, la carenza di tentativi di offrire nuovi modelli, l’assurdità di cercare di “battere” Twitter o simili in velocità, il web mai capito fino in fondo, mai studiato (o studiato male), i link esterni che non si possono mettere, le rendite di posizione, la pigrizia, il tempo sempre più limitato per scrivere un pezzo, l’impossibilità (o la mancanza di volontà) di approfondire, il giornalista trattato come produttore di contenuti, l’inseguimento cieco di modelli esteri, l’incapacità di offrire un servizio ai propri lettori (spesso, il disinteresse per l’esperienza del lettore quando ci legge) il giornalista “celebre” che scopre che può essere anche un blogger (si veda il caso dell’estate – ehm –: i piedi. Ok, forse questo rientra nel personalismo?), la pubblicità visualizzata che diventa più importante del contenuto, il giornalismo copia-incolla, il giornalismo-velina, i comunicati stampa riveduti e corretti, il marchettificio, il consensificio e una quantità enorme di questioni che in qualche modo andrebbero superate.

Aggiungiamo a tutto-il-resto personalismo e storytelling (e anglicismi e parole di moda). Ecco: è il fottuto tutto-quanto che ha reso la scrittura giornalistica così povera, banale, conformista e così poco “giornalistica”.

[Aggiungo /1: qualora non fosse sufficientemente evidente in questo elenco, le responsabilità, secondo me, sono da dividersi fra editori, giornalisti e lettori. Le percentuali le lascio a voi. Di seguito, link per seguire la conversazione su Facebook, che utilizzo in maniera preponderante fra i social network]

Qualche considerazione sull'impoverimento della scrittura giornalistica in Italia.

Posted by Alberto Puliafito on Friday, August 21, 2015

About Alberto Puliafito
Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

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