Giornalismo e No Expo

no expo

TgCom 24 intervista un ragazzo a Milano. Lui faruglia cose con in mezzo “minchia”, “coglione”, “bordello”, “spaccare tutto” e cose del genere. Il video diventa, come si suol dire, virale.
Repubblica.it il giorno dopo intervista il ragazzo che diceva che è bello spaccare tutto e lui si scusa, dice che è stato un coglione e ha usato un linguaggio sbagliato per esprimere un’emozione.
Corriere.it il giorno dopo intervista il padre del ragazzo che diceva che è bello spaccare tutto e il padre dice che si vergogna, sua moglie non esce di casa e in più lui è a favore dell’Expo perché è un’opportunità di lavoro.

Ora. Sbaglierò ma – indipendentemente da come la si pensi sull’Expo. La mia opinione, se ci tenete a conoscerla, è qui – anche in questo frangente il giornalismo mostra chiaramente di avere il fiato corto.

Con tutto il rispetto per questa storia, per chi la racconta, per chi la ritiene interessante, io, che a Milano il 1° maggio non c’ero, vorrei sapere altro. Vorrei avere una stima dei partecipanti alle azioni di violenza contro le cose (non ritengo credibile la stima offerta dal Corriere di 1000, addirittura 1500 persone). Vorrei avere dati precisi: quante macchine, quanti negozi, quanti danni? Vorrei non leggere o sentire parole roboanti e prive di un vero significato tipo “furia”, guerriglia” e “devastazione”, ma vorrei, piuttosto, una descrizione precisa e dettagliata di quel che è successo. Vorrei leggere analisi su quel che è accaduto – la più convincente, per il momento, l’ho trovata l’ho trovata in Luca Fazio, sul Manifesto. Vorrei conoscere la composizione del cosiddetto “blocco nero”, leggere qualche giornalista che abbia contatti credibili e attendibili a proposito delle modalità di organizzazione di questa forma di protesta e che ne offra una spiegazione non speculativa. Sapere quale fosse la composizione del resto del corteo. Conoscere le origini e le ragioni dei No Expo.

Di sapere cosa pensa un ragazzo che stava lì e quanto si vergogni la sua famiglia, francamente, non me ne frega nulla (umanamente, la serie di interviste mi provoca enorme scoramento, ma non c’entra).

Perché altrimenti vale tutto. Intervistiamo una signora che passava di lì. Intervistiamo uno che ha visto la diretta su Periscope. Intervistiamo me che non c’ero ma ho una splendida opinione pontificante.

Davvero ai lettori (utenti) può fregare qualcosa di tutto questo? Non saprei. So solo che la domanda e l’offerta, mai come nel giornalismo, si influenzano vicendevolmente. E l’offerta, da anni, è talmente scadente e si inserisce in un substrato talmente in degrado che si fa fatica a essere ottimisti.

[Sullo stato del giornalismo in Italia, suggerisco questa lettura, appena scoperta grazie a Facebook. Il tema e di natura completamente diversa, ma ci fa sentire meno soli.
McDonald’s, i gastro-fighetti, il giornalismo che non c’è, di Niccolò Vecchia]
About Alberto Puliafito
Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

4 Comments

  1. All’inutilita’ di certi articoli scriviamo riflessioni inutili.

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    • Non tutto dev’essere per forza misurato con il criterio dell’utilità. E l’utilità è un criterio soggettivo. Per me, per esempio, questa è una riflessione utile. 🙂

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  2. Albè… purtroppo per fare l’informazione che chiedi tu (che è una cosa diversa da “giornalismo”) serve una monetizzazione che non c’è. Fin che pagheranno le pageview, l’unica cosa importante sarà trovare in poco tempo l’onda giusta da cavalcare. Per consentire la sopravvivenza a persone che tutti i giorni studiano, ricercano e distillano informazioni serve un abbonamento annuale, che in pratica è una tassa. Sarebbe come dire che i giornali dovrebbero scriverli le università. Magari se metti in piedi un bel progettino… chissà… 🙂

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