Intervista a un quality rater di Google

Intervista a un Quality Rater di Google

«L’obiettivo era quello di sempre per Google. Dare la miglior risposta possibile agli utenti»M.V., rater di Google nel 2006

Qualche giorno fa commentavo l’aggiornamento della guida per i Quality Rater di Google.

Dopo aver condiviso il mio pezzo su Facebook, si è fatto avanti uno dei miei contatti che ha offerto la propria disponibilità a parlare del suo lavoro. È stato un rater di Google nel 2006, per un anno. È vero che da allora di acqua sotto i ponti ne è passata. Ma la sua testimonianza mi sembra comunque molto interessante.

Così, Ecco qui il racconto della sua esperienza, sotto forma di intervista. Si imparano cose, si trova conferma ad altre. Prima di tutto al concetto della convenienza propria di Google, intesa come convenienza dell’utente.

Come si diventa rater di Google?

«Se non ricordo male trovai una posizione aperta sul sito di Google e mi iscrissi inviando il CV. Non mi contattò Google direttamente ma un’agenzia di lavoro internazionale (Kelly Services) che faceva da tramite per l’azienda. Pochi giorni dopo mi inviarono un po’ di PDF da studiare per fare un test di prova. Questo successe a dicembre 2005, a gennaio iniziò il rapporto di lavoro».

Che tipo di lavoro è quello del rater? È ben pagato? Quanto lavoravi e con che inquadramento?

«Era un lavoro part-time, 20 ore la settimana, completamente autogestite. Contratto di lavoro per un anno. Per un part time la paga era buona, circa 900 euro il mese, con giorni di permesso, ferie, tredicesima, TFR. Alla fine della settimana inviavo la scheda oraria all’agenzia, concordando prima naturalmente eventuali giorni di ferie».

Per quanto tempo si può essere rater?

«Io ho fatto quei dodici mesi. Sinceramente non lo so se avrei potuto farlo più a lungo. Di certo la mia “condotta” non fu esemplare credo agli occhi di Google, perché ero molto irregolare negli orari e soprattutto gli ultimi quattro mesi li passai a Mumbai con una qualità della connessione oggettivamente scarsa ai tempi che non ha di certo influito positivamente sulla mia produttività».

A chi si risponde? Come funziona il lavoro, in cosa consiste, com’è organizzato? C’è una scala gerarchica?

«Dal punto di vista amministrativo mi interfacciavo solo con l’agenzia di lavoro, mentre dal punto di vista operativo c’era qualche supervisore che ogni tanto si palesava. Soprattutto quando c’erano delle “dispute” tra rater oppure quando magari ti facevano i complimenti perché eri l’unico ad aver trovato un sito che faceva spam».

«Il lavoro era diviso in due parti. La prima consisteva nel ricevere delle coppie query-pagina. Noi dovevamo dare un rating a quelle pagine in base alle query fornite. Se tutti i rater avevano dato rating simile, la coppia non la vedevi più. Altrimenti “tornava indietro” per fare in modo che fosse risolta e ognuno portasse le motivazioni della sua scelta. L’altra parte del lavoro (se ben ricordo) era invece di valutare in parallelo due pagine di due siti diversi e dire quale dei due era più attinente alla query».

Quali sono gli obiettivi del lavoro del rater?

«L’obiettivo era quello di sempre per Google. Dare la miglior risposta possibile agli utenti. E per farlo un algoritmo non è sufficiente, evidentemente. Almeno non lo era nel 2006. Tra i requisiti che chiedevano c’era quello di essere a conoscenza dell’attualità dei paesi seguiti (se non ricordo male mi occupavo di Italiano e Inglese per Italia, US e globale), perché le stesse query cambiavano valore in funzione di ciò che succedeva nel mondo.

Obiettivo parallelo: segnalare i siti che non rispettavano le regole anti-spam che ci avevano dato».

Quando sei stato rater quali erano le linee guida da seguire?

«Come detto prima, da una parte l’attinenza della pagina rispetto alla query. E dall’altra il controllo anti-spam».

È corretto affermare che Google mette al centro la sua ‘convenienza propria’ che, limitatamente ai risultati organici che offre, è in parte coincidente con la convenienza dell’utente?

«Non so se ho capito bene la domanda. Certamente Google ha interesse a soddisfare al meglio i suoi utenti, altrimenti rischia di perdere la sua posizione di leadership e, in sostanza, di perdere utenti da dare ai suoi inserzionisti».

Avevi un’idea di quanto ‘pesasse’ il tuo lavoro per Google?

«All’epoca non ero estraneo alle tecniche di SEO, avevo ancora freschi gli studi di marketing classico ed ero attento ai nuovi modelli di business che stavano emergendo. Sì, ero consapevole del mio lavoro. Infatti non mi stupiva che fosse fatto in parallelo, sulle stesse coppie query-pagina, almeno da altri 4-5, talvolta anche 10 rater differenti».

Quando eri rater avevi un’idea degli altri fattori di posizionamento?

«Il nostro lavoro non toccava tutti i fattori di posizionamento. Perché non valutavamo siti, ma pagine. E non valutavamo niente in senso assoluto, ma solo relativamente ad una query specifica. Quindi certi criteri di conoscenza comune (come la massiccia presenza di errori 404, link rotti…ecc) non ci riguardavano».

La domanda che si fanno in molti: perché nonostante l’algoritmo, i proclami e l’intervento umano si trovano ancora ben piazzate pagine che offrono pessime esperienze utente o che scrivono testi pieni di keyword ma privi di senso? I rater non dovrebbero servire anche a impedire questo?

Evidentemente la “falce” è sempre troppo piccola per le decine di miliardi di pagine che ci sono 🙂

Aggiornamento: domande aggiunte in seguito a conversazione su Facebook

Basta un documento per insegnare ad un ragazzo se un sito è valido o meno?

«Sì, se è fatto bene come lo erano i pdf di google :)» [A giudicare dalla recente guida per quality rater sono ancora fatti bene, ndr]

È un lavoro paragonabile ai surfer di yahoo degli anni ’90/2000?

Come affrontano il problema di errati rating?
«In linea di principio per esserci un rating errato almeno 4-5 persone distinte dovevano aver sbagliato e sbagliato nello stesso modo! Difficile, no? Cosa succedeva a quel rating dopo che il sistema accettava la valutazione… non lo so. Sicuramente la seconda parte del lavoro, cioè il paragone tra due pagine nel modo di rispondere alla stessa query, era una delle possibilità».

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

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