I primi due segnali di ranking su Google svelati

Primo e secondo fattore di ranking per Google

Ci siamo. Come avevo promesso, è il momento di svelare i primi due segnali di ranking su Google, dopo che il motore di ricerca stesso ha svelato il terzo (ehm, più o meno).

[Coro di domande. Scusa ma se li conosci davvero, perché li scrivi? E come fai a esserne certo? E perché dovrebbe essere così semplice? E perché nessun altro lo ha fatto prima? Non è che sei un venditore di fuffa?]

Tutte domande corrette, più che sensate. Ci sono svariati motivi per scriverne con tanta leggerezza.

Il primo motivo è il più semplice: la condivisione della conoscenza genera conoscenza e fiducia.
È come distribuire un codice open source. Spero che questo post generi conversazioni sul tema. E arricchisca me stesso, mentre lo scrivo e mentre leggerò i commenti che arriveranno. Non credo ci siano “segreti nascosti” nella SEO.

Il secondo motivo è che l’esperienza che si accumula lavorando non si “svende” con un singolo post. In questo ambito in evoluzione continua, condividere quel che si impara o quel che si pensa non mette a repentaglio la propria professionalità. Alla fine, come ha giustamente rilevato Gabriele Capasso, vicedirettore di Blogo, questo è un manifesto di idee e di intenti.

Il motivo finale è che bisogna sparigliare un po’, farsi strada tra la fuffa, cercare di sgomberare il campo da interpretazioni ardite delle cose che si leggono e cercare di rendere più difficile il lavoro di chi, la fuffa, la vende approfittando delle lacune dei clienti. E in effetti dovremmo partire da un presupposto: Google, quando ha palesato l’operatività di RankBrain, non ha mai svelato il suo terzo fattore di ranking. Ha fatto sapere che l’algoritmo che gestisce in particolare keyword di coda lunga è diventato il terzo più importante. Sono cose diverse, insomma, e il modo in cui vengono esposte è importante. Lo so che è più semplice pensare: oh, Google ha reso nota la terza cosa più importante per posizionarsi bene sulle sue pagine. Ma questa “terza cosa” è avere pagine che “piacciano” a un algoritmo di autoapprendimento-macchina, che cerca di migliorare i risultati in SERP di ricerche specifiche. Quindi, se ci pensiamo bene, Google non ha rivelato un bel niente.

[Domande: sì, va be’, bel pistolotto, ma ora che hai schiarito il primo nebbione, è finalmente giunto il momento della rivelazione? Oppure non rivelerai un bel niente neanche tu?]

Ebbene sì, dai. Partiamo dal secondo più importante fattore di posizionamento su Google.

Il secondo segnale di ranking di Google è il contenuto.
Coro di sbuffi delusi e obiezioni. No, va be’. Eccolo lì, ha scoperto l’acqua calda, figuriamoci se è così e basta. Ancora questa storia che content is king? Ma i miei contenuti sono i migliori che ci siano su questo tema qui e Google non mi vede proprio. Ma se vedo sempre posizionati siti che fanno scrittura bruta per i motori di ricerca. Ora ci verrai addirittura a parlare della qualità? Ma vaffanguru [il coro continua ad libitum. Il vaffanguru, però, lo rispediamo a qualche guru veramente presunto tale, ok?].

[Pausa]
Ma sei serio? Mi hai fatto arrivare fin qui per leggere un’ovvietà simile?
Sì. sono serio. E, no, non è un’ovvietà. Sono fermamente convinto del fatto che il contenuto che risponda a requisiti fondamentali per l’utente e per Google sia premiato sui motori di ricerca, e che questa sia una condizione necessaria per fare un buon lavoro su Google. (Se stai pensando che vedi spesso nell’one box delle news siti che forzano l’algoritmo con scrittura bruta per i motori di ricerca, e che a volte li vedi anche in SERP, ti rispondo: sì, è vero. E infatti l’algoritmo di Google è in continua raffinazione e ci sono tecniche per aggirarlo, naturalmente. Ammesso che sul lungo periodo sia una cosa davvero interessante da fare).

E quali sarebbero queste caratteristiche, questi requisiti fondamentali di grazia?
Vado in ordine sparso? Ok, vado in ordine sparso, anche perché se le ordinassi diversamente ne genererei una gerarchia che non avrebbe senso di esistere:
– esperienza utente
– risposta alle domande dell’utente
– tempestività
– aggiornamento e freschezza
– originalità del contenuto
– qualità del contenuto
– unicità
– uso appropriato del codice
– accuratezza
– autorevolezza
– …
Tutti questi elencati qui sopra (e altri che possono venirti in mente) sono requisiti che, messi insieme, soddisfano il secondo requisito di posizionamento su Google.

Pensiamoci bene. Il già famigerato Rankbrain non fa altro che questo. Cerca di interpretare nuove query di ricerca per offrire all’utente esattamente quello che cerca. Cioè: contenuto adatto per l’utente. Punto.

E adesso, rullo di tamburi.

Il primo segnale di ranking di Google è la convenienza propria o convenienza specifica di Google stesso.
Nessun coro, qui, immagino. Perché questa va spiegata meglio, anche se magari hai già intuito. Come scrivevo a proposito di Facebook e del traffico verso siti terzi, questa terminologia mi è stata suggerita da Mirko Nicolino durante un confronto a proposito di tematiche SEO in redazione di Blogo e mentre gli parlavo della mia intenzione di scrivere questo pezzo e del suo contenuto. Quindi, per esempio, se sei Mirko Nicolino, sai già dove sto andando a parare. Ma siccome non tutti sono Mirko, andiamo avanti.

Convenienza propria o convenienza specifica sono due modi di dire perfetti per questo concetto.

Parliamoci chiaro. Al netto delle sue necessità economiche (fare profitto) e di tutte le considerazioni che si possono fare sulla filter bubble, al netto di ABC.XYZ, Google è un motore di ricerca gratuito per il suo utilizzatore di massa: gli utenti (che non sono giornalisti, non sono editori, non sono brand, non sono Seo. Sono persone che cercano cose). E noi stiamo parlando di Seo, cioè di strategie per l’ottimizzazione sui motori di ricerca.

Schematizziamo? Dai.

1) Google deve monetizzare al massimo le sue pagine con risultati di ricerca (resta un’attività super-redditizia, come dimostrano i risultati di Alphabet del terzo quadrimestre del 2015).
2) Per farlo, Google (che è un motore di ricerca) deve funzionare bene e deve continuare a funzionare bene
3) Perché un motore di ricerca funzioni bene deve proporre all’utente risultati di ricerca coerenti (al netto di quelli a pagamento)
4) Perché un motore di ricerca continui a funzionare bene deve evolversi in continuazione e migliorare

Penso che su questi quattro punti saremo d’accordo.

Voglio però fare un esempio concreto, di cui si è occupato uno bravo: Simone Righini.

Ecco l’esempio concreto: cercate su Google sedie ergonomiche. Ecco, sono quasi certo che se avete mai cercato sedie ergonomiche sarete prima o poi capitati su questa pagina. Che cos’è? Semplificando, una comparativa. Perché sta lì?
Perché è perfetta per la convenienza specifica di Google.
Risponde alle domande dell’utente, che si trova su una comparativa davvero completa, con una piccola comunità di acquirenti di sedie ergonomiche che commenta, e con i gestori della pagina che a loro volta rispondono ai commenti.
Dal punto di vista dell’utente è meglio che ci sia quella pagina invece della pagina di un singolo produttore che avrebbe tutto gli interessi a pubblicizzare solamente i propri prodotti.
Infine (anche questo non è da sottovalutare), se il singolo produttore vuole superare quel risultato organico di posizionamento, deve pagare Google comprando Adwords. Insomma: la convenienza specifica di Google soddisfa Google e soddisfa l’utente (e soddisfa anche Simone e colleghi, che, con un’ottima scelta di trasparenza, hanno anche spiegato come). Vi pare poco? Quella pagina, in quella posizione, non c’è mica per caso. C’è un lavoro, dietro. Lungo e accurato.

Ma è davvero “tutto qui”?
Certo che no. Per un solo motivo: se ti sembra che sia il caso di chiedere “tutto qui?”, allora non sono stato sufficientemente bravo a spiegare quanto sia complesso mettere insieme le caratteristiche necessarie per soddisfare questi due fattori. O non ci siamo capiti. Forse cercavi trucchi, segreti, strategie, questioni più tecniche (per queste ultime, in particolare, esiste un’ottima guida seo offerta dallo stesso Google. Oppure un buon libro per iniziare a fare pratica con concetti più complessi. Questo, per esempio: SEO e SEM: Guida avanzata al Web Marketing di Marco Maltraversi (*).

Quindi stai dicendo il supporto tecnico e ###### (inserire al posto dei ##### parole a piacere, tipo “sitemap” o simili) non servono a niente, secondo te? Ma come fai a sostenere un’eresia simile?
E chi ha mai detto questo? Anzi, ho detto l’esatto contrario. Ma forse c’è un errore di fondo. L’errore sta nel fatto che si continui a pensare a compartimenti stagni e a separare il supporto tecnico dal contenuto. (Anche) il codice con cui un sito è scritto è il contenuto. Tutto ciò che si traduce nella pagina che vede l’utente (e che dunque viene “letto” dagli spider di Google) è contenuto
Quindi, il requisito due è soddisfatto se e solo se anche il codice e tutto il supporto tecnico sono soddisfatti. E in definitiva, questo porta al requisito numero uno.

E allora perché ##### (inserire al posto dei ##### domini a piacere di quelli che vedi ben piazzati in serp e secondo te non se lo meritano) è sempre ben piazzato?
Ma guarda, potrebbe essere per molti motivi. Primo: l’algoritmo di Google non è infallibile, e magari si riesce a ottimizzare il contenuto (codice, quindi struttura+testo+altro) in modo da far credere agli spider di Google che sia piacevole anche per l’utente, per esempio. Secondo: i fattori pesano. Terzo: magari Google ha una convenienza propria a mantenere quel sito in cima. In ogni caso, a mio modo di vedere, se sono stato capace di spiegarmi, la domanda è mal posta.

E allora il link building? Il SEO off page?
Tutto importante, non scherziamo. Ma gestisco test personali su domini che non hanno backlink importanti (al massimo ne hanno uno da questo sito) e che hanno posizionanti invidiabili in SERP (a breve, non qui ma in un progetto collaterale, racconterò un caso di studio condotto proprio in questo senso, che va a corroborare le tesi esposte in questo lungo post). Uno di questi test, il più semplice che sto conducendo, molto simile all’esempio delle sedie ergonomiche quanto ad impostazione, è quello su Lucky, il border collie della mia famiglia. Basta cercare, per esempio, border collie carattere e altre keyword di coda lunga affini, per valutare come questo mio post qui sia posizionato. Anche se il mio sito non ha un archivio specifico dedicato ai border collie o ai cani o agli animali. Riesce a posizionarsi in SERP in posizioni superiori a quelle di siti con archivi specifici (addirittura, lo stesso Petsblog, magazine sugli animali di Blogo, in cui ho suggerito di utilizzare una strategia compatibile con l’essenza di Blogo e ispirata a questo mio esperimento). Ne parlo spesso nei miei corsi. Ma il caso che racconterò più avanti è, a mio avviso, ancor più interessante.

Allora da domani tutti primi su Google per tutto?
Ma no, certo che no. Non bisognerebbe nemmeno porla in questo senso, la questione. La situazione è fluida e dinamica. Ciò che “è meglio” oggi non è detto che lo sia domani. Google ha le sue convenienze specifiche, appunto. A volte non coincidono con le nostre (quelle di editori, giornalisti, publisher, blogger e via dicendo). Ma nella maggior parte dei casi coincidono con quelle dell’utente. Il che non significa che per tutte le keyword singole o di coda lunga le SERP di Google offrano sempre le risposte che a noi sembrano realmente migliori al primo posto.
Poi, ovviamente, per rispondere ai requisiti necessari per scalare le SERP di Google ci vuole tempo, investimento in termini di lavoro, di tempo e dunque anche di risorse economiche.

Tutto questo è solo una provocazione?
Lo è anche, non solo. Semplicemente, la maggior parte dei fattori di posizionamento di Google è inclusa in questi due che ho elencato.

È tutto?
Diciamo che per me è un inizio. Come dicono altrove, il commento è libero. Ed è pure gratis (comment is free suona meglio, lo so).

(*) Trasparenza: il link rimanda a Amazon, attraverso un’affiliazione. Questo significa che se clicchi su quel link e compri il libro (o altri prodotti su Amazon contestualmente o entro le 24 ore successive), a te non cambia nulla ma io prendo una piccola percentuale. È un modo come un altro per sostenere questo sito, che comunque richiede un certo impegno, per quanto saltuario, ed è un piccolo lavoro residuale.

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Slow News. Ecco il suo profilo su Google+.

6 pensieri riguardo “I primi due segnali di ranking su Google svelati”

  1. grazie della citazione, sono onorato. Aggiungo che la vera sfida è riuscire a trovare in tempi brevi una sostenibilità economica che ci consenta di fare esperimenti. Un sito come nerdgranny ho dovuto farlo da solo perchè nel 2006 non avevo nessuno che mi pagasse per avere la libertà di sperimentare. Di solito le aziende che vedono poco lontano si accontentano di pagare per obiettivi a breve termine. I seo sono assunti un tanto al kg, e si hanno aspettative molto chiare. Nel 2007 eravamo maghetti di internet, nel 2009 eravamo stregoni, nel 2011 cugini nerd, nel 2013 la seo andava di moda e ci strapagavano, nel 2015 tutti sanno già fare seo e non hanno bisogno di un seo in azienda.

    e quindi a volte avere progetti personali è l’unica alternativa pratica per imparare. Considera che il sito che hai linkato ha circa 260 post, e quello sulle sedie è quello che funziona meglio (e genera circa 300.000 euro/anno in vendite ) tutti gli altri 259 non si posizionano affatto e sono serviti per impare.

    se vai in azienda dicendo “hey, sono uno bravo, datemi la possibilità di sbagliare almeno 259 volte e poi vi giuro che una bella la imbrocco” solo un pazzo o un visionario accetterebbe di averti in squadra.

    1. Grazie a te, Simone, per arricchire la conversazione, come al solito.

      La sostenibilità è una sfida grossissima: quel che auspico è che, avendo io interessi sia giornalistici sia SEO, si riesca a trovare una “quadra” per costruire progetti – anche piccoli – in cui i due ambiti si diano una mano.

      Molto interessante quel che dici sui pezzi che si posizionano e quelli che invece non lo fanno. Bisognerebbe riuscire a “sbagliare velocemente”, ma a volte non è possibile, ed effettivamente non sono tempi in cui si trovano molte persone disposte ad aspettare che arrivi il primo successo. È un vero peccato, perché sarebbe stato possibile anni fa. Ma è inutile recriminare.

      Quanto alle aziende: sarebbe proprio bello riuscire a lavorare sul medio-lungo periodo. Temo, francamente, che sia diventato impossibile e che l’unica via per ragionare almeno sul medio periodo sia quella dei progetti personali o con gruppi ristretti (avendo però la flessibilità di adattarsi al cambiamento). Finché ne abbiamo l’energia, bisogna provarci 🙂

      1. esatto. gli unici che possono credere nelle nostre capacità nel medio-lungo periodo siamo noi stessi. Le aziende hanno ben altro a cui pensare 🙂 ciao!!

        1. Eppure basterebbe così poco: parlarsi, individuare, se ci sono, intenti e obiettivi comuni, condividere la conoscenza, imparare, progettare, lavorare insieme, provare a essere sostenibili senza raccontarsi frottole.

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