Filter Bubble “sociale”: come riconoscerla e viverci felici e curiosi

Filter Bubble “sociale”: come riconoscerla e viverci felici e curiosi

Tutti temono la Filter Bubble sul web (e dunque anche sui social network). Io ho imparato ad amarla.

Certo, quando Eli Parisier teorizzò la Filter Bubble, anch’io ero lì ad applaudire [Eli Parisier, poi, ha tirato su Upworthy. Che gli vuoi dire? Tanto di cappello per il successo. Ma quello è davvero un prodotto editoriale di cui andar fieri? Soprattutto dopo che hai fatto una conferenza al Ted e scritto un libro che ha appassionato internauti d’ogni età – e ispirato anche qualche filone complottista, ovviamente?]

Carriera di Parisier a parte, ancora oggi penso che la personalizzazione dei risultati di un motore di ricerca monopolista come Google non sia necessariamente cosa buona e giusta e che sia, anzi, piuttosto pericoloso da un punto di vista di controllo dell’informazione. Soprattutto perché se hai l’illusione di trovarti di fronte alle possibilità di chiunque altro di accedere a qualsiasi tipo di informazione accessibile sul web, ti sbagli. Ma Google non te lo dice a monte, lo puoi scoprire – forse – dopo.

Per quanto riguarda i feed dei social network, però, ormai la vedo molto diversamente.

Sì, certo, siamo d’accordo: strutture come il feed di Facebook, con il suo algoritmo di visualizzazione dei contenuti, tendono a darti “quel che vuoi”, ad essere autoconfermative, a farti navigare in un social-universo fatto di persone che più o meno la pensano come te. Il tutto sulla base dei “like” che lasci, delle informazioni sul tuo conto che regali a Facebook(*). Delle interazioni che hai con gli altri.

Il tutto – va ammesso – è estremamente limitante e ti rende impermeabile a stimoli esterni, con l’illusione, invece, che tu sia del tutto permeabile e che in teoria qualsiasi tipo di informazione o osservazione ti possa raggiungere. Non solo. Fa parte anche di un sistema di “sorveglianza” panottica, molto ben sviscerata da Bauman.

Solo che non si critica il meccanismo nel senso di Bauman, quando si parla di Filter Bubble. Ora, siamo davvero proprio sicuri che sia desiderabile, ricevere stimoli altri quando non li si cerca? Mat Honan ha fatto un esperimento: per due giorni ha messo “like” a qualsiasi cosa Facebook gli mostrasse nel feed. I risultati potete leggerli da voi, il pezzo è interessante e l’esperimento pure. Le conclusioni non sono incoraggianti per i sostenitori del “voglio leggere tutto”

Il fatto è che Facebook è un’estensione elettronica e sul web delle nostre vite. E nelle nostre vite facciamo selezione all’ingresso, decidiamo con chi vogliamo avere a che fare. In altre parole, mettiamo dei filtri. E – nonostante la promessa quasi illimitata di Facebook – esiste un numero limitato e finito di persone con le quali, cognitivamente, l’essere umano è in grado di interagire e mantenere relazioni sociali stabili (cfr. Numero di Dunbar). La vita reale si porta appresso, per sua natura, una filter bubble

Personalmente, sono sicuro di una cosa: non voglio avere a che fare con chi sostiene il complotto delle scie chimiche; ho utilizzato le drammatiche vicende di Gaza per eliminare dal mio feed di Facebook persone che – secondo il mio metro di giudizio – non utilizzano il buon senso (indipendentemente dalla parte sostenuta) e che si limitano a comunicare e ragionare per slogan semplicistici: non voglio avere a che fare nemmeno con loro; non voglio avere a che fare con persone che sostengono i marò e sfottono le due volontarie rapite in Siria; non voglio avere a che fare con gente che maltratta gli animali, che picchia i bambini, che brucia i libri e via dicendo. Dopo anni di utilizzo di Facebook, so quasi sempre da quali persone mi arriveranno segnalazioni di notizie che mi interessano, che vorrò approfondire; di libri; di brani musicali. Potrei continuare, ma penso che il senso sia chiaro. E’ esattamente come nella vita “là fuori”, insomma.

Sto benissimo nella mia filter bubble sociale. E’ vero: Facebook la condiziona a modo suo. Google anche. Ma il punto di partenza imprescindibile è che lo so. E ho affinato, nel tempo, gli strumenti per andarmi a cercare sul web, se lo voglio – questa è la condizione necessaria – persone che la pensino diversamente da me su una qualsivoglia questione. O se voglio farmi un’idea di quali siano le parti in causa in un’altra, e di quali siano le loro posizioni. Risalire alle fonti è spesso più facile di quanto si pensi. Quando voglio uscire dalla bolla, attivo forme di navigazione anonima o vado a cercarmi proprio quelle fonti dirette, oppure inserisco all’interno delle mie preferenze una fonte nuova. Proprio in questo sta la componente chiave del ragionamento: la bolla filtrante funziona quando l’utente è in modalità passiva. Non può funzionare se è in modalità attiva.

A volte mi perdo qualcosa? Certo. Qualche stimolo, qualche interazione (comunque di quelle che non riuscirei a mantenere stabili). Di certo non perderò interazioni sociali che mi interessano davvero: a questo serve Facebook, non certo ad informarmi. La mia è una convinzione illusoria? Sinceramente non credo. So di che dimensioni è la mia bolla filtrante, la conosco, la riconosco e ci vivo felice. E non lascio in nessun modo che limiti la mia curiosità: so cosa mi interessa veramente, per fortuna. Senza bisogno dei suggerimenti di un algoritmo.

(*) Questo sì che è più preoccupante della bolla.

Filter Bubble

[Da leggere anche:
Don’t Bubble Us
The Filter Bubble
Sesto potere – La sorveglianza nella modernità liquida
Has Google Popped the Filter Bubble?
Upworthy’s Founder Talked At SXSW… And You’ll Never Guess What He Said
How to Burst the “Filter Bubble” that Protects Us from Opposing Views
Data Portraits: Connecting People of Opposing Views
The Dunbar Number, From the Guru of Social Networks
Facebook Is Making Us All Live Inside Emotional ‘Filter Bubbles’]

Tenersi i propri lettori

Una buona idea, che oggi sembra un’eresia ma domani sarà una strategia di medio e lungo periodo

Lettori

La corsa – miope – del momento è quella al traffico social. Putroppo (e Luca se n’era già accorto a suo tempo) il prezzo da pagare per ricevere traffico social è quello di concedere sempre più “pezzetti” del proprio traffico.
C’è anche un altro prezzo non fisico, a dire la verità: quello di un traffico mordi-e-fuggi (da click baiting, per capirci), con basso tempo di permanenza, minima profondità di navigazione, alta frequenza di rimbalzo.

E poi c’è il prezzo reale, monetario, quello che si spende per promuovere i propri contenuti ed aumentarne la visibilità.

E’ miope, come sarebbe miope affidarsi solo al SEO.
Bisogna moltiplicare le fonti, diversificarle, e soprattutto coccolare i lettori diretti. Tenerseli buoni. Ampliarli, cercando di ospitarli sulle tue pagine e di dare loro esperienze-utente degne di tal nome.

E magari smetterla di pensare che sia un’ottima idea, veicolare traffico a caso dai social.

Fino all’idea più estrema, quella di Massimo, che suggerisce:

«Tieni gli utenti sulle tue proprietà e manda loro mail con un sistema economico, invece di pagare tutte le volte che vuoi contattarli su Facebook»

Idea estrema, dicevo, soltanto perché oggi alla maggior parte delle persone che lavorano nell’editoria online sembrerà un’eresia. Ma attenzione: vale nel lungo periodo, e bisognerebbe farne tesoro.

D’altro canto, era quel che diceva già nel 2012 Dave Winer (per l’appunto citato da Luca) quando scriveva:

Can we please, please — just go back to the really good thing we had when we all built on the same level platform, called the web. It was a big deal that it wasn’t owned by Silicon Valley.

Continuare a puntare tutto su traffico social e SEO(*) pagare i prezzi di cui abbiamo parlato non è una buona idea a lungo termine. Tenersi i propri lettori (che sono persone, non numeri) sì.

C’è ancora tutto il tempo per rimediare, però.

(*) un chiarimento: Google, i motori di ricerca, Facebook, Twitter, vanno sfruttati, e bisogna operare con tutte le tecniche per massimizzare il traffico, questo è ovvio, ma con una questione bene in testa. La qualità del traffico medesimo e dell’offerta al lettore. Insomma, l’esperienza utente prima di tutto. Sai che novità.
Un esempio? Se atterri sul post di Polisblog che spiega l’Italicum (perché, guarda un po’, se cerchi su Google italicum trovi Polisblog nelle prime posizioni) trovi un post lungo, approfondito, che ricostruisce tutta la storia della nuova legge elettorale di Renzi e Berlusconi.

Quali sono i vantaggi della riforma del Senato? Scoprire che Renzi non ha un bravo SEO

Scoprire che la comunicazione ufficiale del Governo non prevede una risposta alle query su Google

Riforma Senato

Cercando di capire quali sono i vantaggi della riforma del Senato ho scoperto che

Renzi e il suo Governo sapranno anche comunicare per slogan, ma di sicuro hanno bisogno di un bravo SEO e di qualcuno che gli spieghi per bene come funziona lo web

In tre SERP derivanti da query naturali:
quali sono i vantaggi della riforma del Senato?
vantaggi riforma Senato
Perché Renzi vuole riformare il Senato?

il primo risultato è Polisblog.

Click Baiting = Defollow

Il lettore ha il potere. Ma forse non lo userà. Eppure, prima o poi, investitori e editori dovranno avere il coraggio di cambiare

Il click baiting garantisce senz’altro importanti volumi di traffico con uno sforzo relativamente minimo.

Che cos’è il click baiting? Lo spiega bene Andrea Coccia su Linkiesta. E’ una tecnica acchiappaclick. Andrea individua anche una piacevole schematizzazione delle varie notizie (o simili) acchiappaclick che si possono produrre, con un quadro semiotico al quale manca solamente una cosa: la tecnica del condividere le notizie serie, normali, scritte anche per i lettori diretti, in modo furbetto, ammiccante (o peggio). In modo che richiamino il click perché manca qualcosa di fondamentale.

Lo fanno tutti? Sì, lo fanno tutti, chi più chi meno, chi in maniera più elegante chi in maniera rudimentale (tipo lo shock, per capirci). Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

E’ un modo come un altro per fare traffico e per soddisfare una metrica, quella delle pagine viste (o almeno delle visite) che dovrebbe rendere sostenibile un progetto editoriale che si basa anche sui social come vettore di traffico (oggi pressoché fondamentale). Ma che traffico genera? Qual è il tempo di permanenza sulla pagina di un lettore acchiappato in questo modo? Quanto tempo resterà a leggere? Quale sarà la sua profondità di navigazione? Andrà oltre il primo click? E poi, tornerà?

Oggi uno dei redattori di Blogo mi diceva di aver visto su una notizia condivisa su Facebook (niente link, non importa) il commento: Click baiting = defollow.

Traduciamo? L’utente, informaticamente alfabetizzato, comunicava a chi di dovere (il social media manager che aveva effettuato la condivisione su Facebook) che aveva individuato la tecnica e che la cosa gli era risultata talmente sgradevole da decidere di smettere di seguire quella pagina.

Click baiting = defollow è la minaccia più grande per chi continua e continuerà a utilizzare questa metodologia. Perché se c’è una cosa che fa paura a chi ha bisogno che i propri contenuti circolino sui social network, è proprio la possibilità di perdere utenti. Prima o poi toccherà correre ai ripari. Prima o poi. Perché è chiaro che nel breve, forse anche nel medio periodo condividere quelli che per Repubblica.it (per esempio) sono i “temi caldi”, fa crescere il numero dei fan, dei follower, di quel che vi pare.

Ma sul lungo periodo, che follower saranno? Saranno fedeli? O si stancheranno presto? E non è che ad un certo punto succederà che la somma algebrica di quelli che mettono “like” e di quelli che lo tolgono avrà un segno negativo? O ancora, non è che – Facebook, per esempio, lo consente – renderanno semplicemente invisibili nel loro feed di notizie i publisher troppo sfacciati?

E i contenuti, che valore avranno?

«Il risultato è che l’offerta di contenuti identici si moltiplica»

scrive Andrea. Vero. Si diventa tutti fotocopie l’uno dell’altro. E il punto di vista si appiattisce (del resto, che razza di punto di vista vuoi avere, se scrivi un pezzo sulle zeppe di Kate Middleton?) non soltanto nella scelta degli argomenti, ma anche nella trattazione di quelli che, se fai informazione sul web, devi trattare per forza.

Restano tre questioni, in sintesi. La prima: l’editoria online deve fare i conti con se stessa e ciascuno deve capire che tipo di lettori vuole avere. Il senso è: se ti stanno bene dei lettori da una botta e via che commentano «Tutti a casaaaaa!!!1!», vai pure avanti col click baiting. Se invece vuoi qualcosa di più, allora occhio: mantieni quel che prometti col click, stuzzica il lettore con un contenuto che sa di interessante, non di patata di Laura Pausini (che poi, anche qui: se sei Gossipblog, puoi parlarne eccome, di Laura Pausini e della patata in vista. Che altro dovresti fare? Anzi: se sei Gossipblog, pretendo che ne parli. Ci mancherebbe altro: non parlarne sarebbe bucare una notizia. Perché si presuppone che il target di Gossipblog sia quello di persone interessate a quel tipo di argomenti lì. E allora magari scopri che non hai bisogno di fare click baiting: stai solo parlando al tuo target. Wow, che scoperta! Diverso è se sei Corriere.it o se vuoi darti un’immagine pulita. E quindi, se pensi di non poter fare a meno di quel traffico lì, renditi conto di una cosa: che Gossipblog è verticale, e che se sei verticale e hai le verticalità puoi gestirtele come ti pare. Ne parlerò più in là, un’altra volta).

La seconda: finché gli investitori penseranno che la metrica delle pagine viste funzioni, finché gli editori crederanno alla leggenda che si possa crescere con esplosioni continue, il mestiere della produzione di contenuti (non uso volutamente la parola “giornalismo”) online è destinato a scendere a compromessi enormi.

La terza: il lettore avrebbe il potere. Un potere che si chiama click baiting = defollow.

Ora, lo so che mi si dirà: non succede, la massa non lo fa, la massa mette i like e piuttosto ti insulta ma clicca. D’accordo, non succede, non in massa, non adesso. Ma sarebbe meglio, molto meglio, estremamente saggio prevenire, invece di preoccuparsi dopo che la strategia di breve periodo avrà cominciato a dare risultati negativi o meno soddisfacenti del previsto. Chissà: magari domani ci si accorgerà che avere lettori fedeli, targettizzati (anche di nicchia), che passano molto tempo su i propri siti (ovvero, lettori-community) è meglio, molto meglio di quel che oggi sembra un successo di traffico.

Anche perché viene da chiedersi: siamo proprio sicuri che la massa che mette i like e insulta e clicca e sbrodola, poi si trasforma in consumatore?

Faccio un esempio brevissimo dell’esatto contrario, che mi riguarda direttamente, e poi chiudo. Scanalando sul satellite, scopro in maniera del tutto casuale un canale tematico per genitori di bambini (si chiama Easy Baby). Essendo diventato padre da poco (e occupandomi per lavoro di televisione e media e comunicazione), lo guardo, a lungo e in vari momenti della giornata. I programmi di Easy Baby (che non ha alcun rapporto col sottoscritto, se non il rapporto che c’è fra un telespettatore e un canale televisivo, diciamolo a scanso di equivoci) sono molto targettizzati. Allo stesso modo è fortemente targettizzata la pubblicità. Grazie a uno spot (a dire il vero, dopo averne visti un bel po’), scopro l’esistenza di una marca che fa prodotti per neonati. I prodotti mi sembrano interessanti. Cerco la marca online, leggo quel che dicono altri utenti e mi convinco a provare con mia moglie. E divento cliente. Ecco, voi direte: sì ma tu sei del mestiere. E io dirò: no, sono anch’io un consumatore che ha delle necessità. Scommettiamo che valgo di più per l’inserzionista, di uno che lika, clicca, insulta e cambia canale?

Ah, poi c’è anche l’eventualità che si voglia avere entrambe le cose: i lettori mordi e fuggi e quelli fedeli. In questo caso, c’è la verticalità, appunto, per differenziare l’offerta. Ma non è questa la sede.

In conclusione: l’equilibrio teorico dei poteri (lettore, investitori, editori) potrebbe portare a un circolo virtuoso. Basterebbe volerlo.

[Da leggere:
* Tre domande (più una) su come impostare un lavoro di community engagement per un giornale
* Fenomenologia del click baiting
* Aumenta il traffico da Facebook con tecniche becere: il click-baiting
* Viral content is going to be a terrible business model
* OMG, BuzzFeed Is Investing In Serious News Coverage! Is It FTW?
* The dirty secrets of clickbait. This post will blow your mind!]

Click Baiting = Defollow

La sospensione dello shock

Oggi ho invitato tutti gli autori di Blogo a sospendere l’uso di parole che generano o suggeriscono immotivata enfasi, quali

shock (o choc), emergenza, urgenza, incredibile, straordinario, impossibile, eccezionale, geniale, capolavoro

e simili.

E’ una risposta – piccola quanto si vuole – alla deriva deprimente dell’informazione e della titolazione in Italia. Penso che farà del bene ad autori e lettori. Anzi,

«i nostri lettori non potranno che giovarne. E anche noi, a lungo termine. La commozione, lo stupore, le emozioni in generale rischiano di aver poco a che vedere con le notizie. Ma se sono necessarie, si possono suggerire (non sottolineare, suggerire) nei modi più eleganti e raffinati che la lingua italiana ci consente».

La richiesta, se vogliamo la dichiarazione d’intenti, è stata accolta in maniera entusiastica: questo dimostra che ci sono persone che lavorano e scrivono online che vogliono fare sempre meglio e che si rendono conto che è giunto il momento di mettere un punto a determinate pratiche.

Shock, incredibile, sconvolgente, commovente e 10 cose che… Elogio del pensiero normale

Se è tutto urgente, nulla è urgente. Se è tutto shock, nulla è choc (*). Se qualcosa è incredibile, allora non ci credo. Se è successo, allora non è né incredibile né impossibile. Se piove non è un uragano. Se è un’eccezione, non è la regola.

Dovrebbe iniziare così, qualsiasi elogio del pensiero normale. Ma anche qualsiasi pensiero critico sulla comunicazione online in Italia oggi (di questo mi occupo. Per l’estero c’è tempo. Ma non è un caso che l’immagine di apertura di questo pezzo sia il gigantesco OMG – Oh, my God – umano che campeggia in bella vista sulla pagina Facebook di Buzzfeed).

Il fatto è che, ve ne sarete accorti senza troppa difficoltà guardando il feed del vostro Facebook, per dire, è tutta una caccia al click. Il social media management, per molti, si è ridotto a questo (e questi molti, la scuola estera che ha già cambiato ampiamente direzione, fanno solo finta di studiarla).

Ed ecco, quindi, che arrivano le notizie, gli annunci, le frasi, le dichirazioni “shock” (o “choc”), appunto.

E ancora, i video che commuovono (o “fanno impazzire” o “sconvolgono”, scegliete voi un verbo che indica qualcosa di iper-eclatante e che contiene al suo interno, non esplicitati, superlativi e punti esclamativi) la Rete (la personalizzazione del web è fondamentale, ovvio).

E poi le liste, le 10 cose che… (anche questo copiato dall’estero, e introiettato malamente), le gallery, i meme (quelli imposti, mica quelli veramente virali, ché generar viralità è un’arte tanto difficile quanto casuale), tutte le più becere strategie acchiappa-click.

Non basta: fra chi giustamente spiega e critica il click baiting e chi stigmatizza il social media marketing de noantri, ci troviamo immersi in un flusso informativo dove si arriva, senza problemi, a inventare – o quantomeno a non verificare – le notizie. Di esempi che ne sono a bizzeffe. Dalla famosa bufala del costo della corruzione in Italia da 60 miliardi di euro (finita addirittura in un rapporto dell’Unione Europea) all’ordine (mai trovato) di infibulare tutte le donne islamiche. La pratica è ormai diffusissima. E se anche le agenzie battono notizie non verificate, il lavoro del giornalista, sempre meno pagato, è sempre più difficile, se non vuole soccombere e se vuole provare a fare comunque informazione etica.

nonmenefregauncazzo

Non è tanto diversa, questa deriva, dalla decretazione di stati d’emergenza per governare a colpi di decreto. Anzi, probabilmente è figlia della medesima logica.

D’altro canto, la reazione che si ha – e che, auspicabilmente, si avrà sempre di più – rispetto alle notizie “shock”-secondo-i-social-manager o secondo i desk dei quotidiani online sarà quella di non cliccare.

Pensateci bene: se un lettore si aspetta di trovare una certa notizia, magari trattata in un certo modo, e la sua aspettativa viene frustrata una, due, dieci, cento volte, poi quel lettore non cliccherà più. Se non glie ne frega niente, di quel che trova, non cliccherà più.

E in un mondo in cui il valore di una pagina web – una volta che tutti i trucchetti per gonfiarne gli accessi ridurranno in cenere la metrica delle pagine viste – sarà sempre di più il tipo di condivisioni, interazioni, interesse che genera, il tempo di permanenza di reali esseri umani sulla medesima (la community, insomma), be’, è chiaro che questa strategia acchiappaclick, che paga sul breve periodo è destinata, nel medio, a divenire fallimentare.

E allora, poi, si dovrà andare a recuperare il lettore, la sua fiducia, la sua voglia di approfondire. Perché prima o poi il lettore farà lo sciopero del click. Magari nemmeno in maniera consapevole: semplicemente, smetterà di cliccare a furia di esser deluso.

Questo vuol essere un elogio del pensiero normale (non solo “critico”, proprio “normale”). Chi fa comunicazione ha il dovere di ridimensionare il proprio uso della lingua, perché quel che si vede ora in Italia va bene per un tipo di comunicazione veloce e inaffidabile, è adattissimo per una sveltina su una pagina web. Non funziona per costruire un rapporto duraturo.

Prima o poi – visto che con certe aree del settore non conta nemmeno parlare dell’utente finale, il lettore, ma conta solo parlare degli inserzionisti – anche agli inserzionisti interesseranno i rapporti duraturi.

Non solo. Normalizzare i titoli, eliminare i superlativi, il caps lock, l’enfasi, servirà anche a generare un virtuoso modello di slow-news, che si contrapporrà inevitabilmente alle junk-news. E che, a lungo termine, non potrà che essere vincente.

OMG - Buzzfeed

(*) Shock (inglese) oppure choc (francese): sono entrambe grafie corrette. Da evitarsi, come suggerisce la Treccani, altre amenità, tipo scioc, shoc o chock. Se proprio si deve usare il termine per generar derivati, è preferibile l’italiano: scioccare, scioccante, scioccato, ed evitare shockante, choccante o aberrazioni analoghe. Ma potete anche farne a meno del tutto, credetemi.

La Palestina e Israele al tempo dei social network (Waiting for Gaza)

Con Waiting For Gaza ho fatto un’operazione che non si dovrebbe fare mai. Ho reso pubblico un lavoro documentario incompiuto. Non è stato finito per questioni economiche, va detto senza troppi mezzi termini.

Perché ho deciso di metterlo online? Perché è un video di 29 minuti e 33 secondi che racconta uno degli aspetti della questione israelo-palestinese. Una questione che per decenni è stata banalizzata, affidata a una dialettica politica colma di slogan, allontanata dall’approfondimento e dal pensiero critico.

Oggi, con la diffusione massiva e intensiva dei social network, possiamo assistere a un duplice fenomeno.

Per la prima volta da quando Gaza, la Palestina, Israele, Hamas sono al centro dell’attenzione mediatica – al di là dei lampi della Freedom Flottilla e della tragica fine di Vittorio Arrigoni – le vicende di quelle terre così lontane eppure così tanto commentate (come se tutti ci fossero stati) emergono, grazie ai feed dei principali social network, con punti di vista che prima non si riusciva a cogliere.

Per esempio, Meri Calvelli e Abu Yazan – come molti altri – possono fare un lavoro di reportage dalla Striscia, pubblicare foto e video, rendere palesi i loro racconti. E dunque c’è il punto di vista non solo del più forte (Israele, che stigmatizza i razzi di Hamas), ma anche quello del più debole (quello che di solito non scrive la storia, e che magari non ha niente a che vedere con Hamas, ma semplicemente si trova sotto le bombe e muore).

E’ un inedito importante, senza ombra di dubbio, perché fa scricchiolare almeno un po’ l’arma della propaganda, il lavaggio del marchio di Israele, troppo spesso raccontato come stato senza macchia che deve solo difendersi (dall’altra parte, il racconto del Palestinese-vittima non ha fatto che nuocere alla causa medesima, venendo poi relegato a presunte istanze di sinistre extraparlamentari che da noi sono diventate tali solo perché il sistema elettorale italiota è una porcata – dicevasi porcellum, non a caso. E l’Italicum non è meglio –, ma questa è un’altra storia).

Il punto, però, è che questo tipo di informazione non embedded ma fortemente immersa nella realtà è solamente una percentuale minuscola rispetto a quel che si legge sui social network.

Il resto, il grosso, la massa è, ahinoi, uno schifo che si stratifica su uno schifo pre-eistente. Uno schifo veloce e melmoso di banalizzazioni, di slogan, storia studiata male (con i programmi che si fermano alla seconda guerra mndiale), di frasi ed effetto, di tifo, di citazioni riproposte senza verifica, di storie di terza, quarta, quinta mano che si modificano e si stratificano nella memoria collettiva, di cavalli di battagia propagandistici facilmente smontabili con una comunicazione più lenta, impossibili da scardinare alla velocità del like.

Questo è il contraltare – che a ben guardare sembra sovradimensionato rispetto a qualsiasi tentativo di racconto critico e analitico – del social network e della diffusione delle idee da un punto di vista “altro”. Il contraltare è soverchiante, massivo, deludente, deprimente. Divisi come curve da tifo, si susseguono le condivisioni pro-questo, pro-quello, immerse fra gattini, notizie “incredibili” (e praticamente mai verificate) e “shockanti” e altre robe demenziali.

Comunque, Wating for Gaza c’è. E’ online, e la sua durata fa si che si chiami fuori da chi non ha tempo, da un flusso che divora tutto, mastica, sputa via e dimentica. Ci vuole tempo, ma prima o poi le slow news diventeranno l’unica via per distinguersi.

Waiting For Gaza

Enzo Missione Spose e Paint On The Road 2

Paint on the road 2

Questa settimana, iK Produzioni è “complice” di ben due produzioni per Real Time. Venerdì 27 c’è l’ultima puntata di Enzo Missione Spose, condotto da Enzo Miccio.

Giovedì 26, invece, comincia con il primo episodio (dal titolo Emanuela e le figlie), la seconda edizione di Paint on the road, condotto da Barbara Gulienetti e Fabrizio Rogano.

In entrambi i casi, la regia è mia.

iK Produzioni, invece, si è occupata della realizzazione tecnica in fase di lavorazione per quanto riguarda Enzo Missione Spose, e di lavorazione e montaggio per Paint on the road.

Due programmi molto diversi, con una realizzazione tecnica diversamente impegnativa. Troupe numerosa per il programma itinerante condotto da Miccio, troupe ridottissima e versatile per il programma di makeover. In entrambi i casi, grandi esperienze lavorative e di vita, da mettere a frutto come al solito.

Non c’è produzione televisiva che non ti lasci qualcosa per il futuro, che non ti insegni qualcosa.

Dell’avventura iK nelle due produzioni hanno fatto parte a vario titolo e in ordine sparso:
Sandro De Frino (direttore della fotografia di Enzo Missione Spose), Fulvio Nebbia (filmmaker per EMS e responsabile di postproduzione per POTR2), Andrea Parena (filmmaker, su EMS e su POTR2), Ivan Augello (filmmaker su una puntata di EMS), Elisabet Armand (fonico sia su EMS sia su POTR2), Marco Montano (fonico sia su EMS sia su POTR2), Paolo Saccinto (elettricista su EMS), Adriano Necco (elettricista su EMS), Iacopo De Gregori (data manager e filmmaker su EMS, montatore su POTR2), Davide Sapelli (filmmaker su EMS e POTR2), Vincenzo Cicanese (montatore su POTR2), Enrico Giovannone (data manager su una puntata di EMS), Marco Carenzi (filmmaker su EMS), Giulia Musso (data manager su una puntata di EMS), William Monaco (filmmaker su EMS).

Entrambe le trasmissioni sono prodotte da Magnolia.

Enzo Missione Spose

Fra GoPro e svelamenti, punti macchina da adattare alle varie location in velocità, luci e set da allestire, le situazioni più disparate (dal talk show alla sfilata, dal lavoro da raccontare alle storie da raccontare, fino alle sorprese finali), aerei che passano, tagliaerba in azione, luce esterna e condizioni meteo incontrollabili, questo tipo di produzione, che mescola tutte le difficoltà dello studio alle enormi difficoltà di girare in location, è una vera e propria palestra per registi e per tutte le professionalità che si cimentano nella fase di lavorazione sul set. E per i montatori, ovviamente.

SEO: gli eventi come keyword

SEO: gli eventi sono keyword.

SEO un evento è keyword

SEO vuol dire anche ricordarsi che un evento si traduce, per i motori di ricerca e per gli utenti, in keyword.

Il concetto è vecchio quanto i motori di ricerca, ma sembra sfuggire a molti. Soprattutto, sfugge a tutti coloro che pensano che sia una metodologia superata e che se ne possa fare a meno.

Ragioniamo da utenti del web. Ci sono due possibilità per “informarsi”. La prima possibilità è avere le proprie fonti preferite. Quelle saranno privilegiate, ovviamente: l’utente navigherà abitualmente fra i preferiti e magari si accontenterà di quel che trova. In questo caso, dal punto di vista di chi pubblica contenuti, siamo di fronte a una tipologia di utente molto pregiata: è il lettore diretto.

Ma siccome il web è una realtà fluida, non è detto che l’utente si accontenti. E l’obiettivo di chi produce contenuti può diventare quello di fargli conoscere altri siti da mettere fra i preferiti. E’ esattamente questo che si fa quando si fa SEO sugli eventi, quando si considera ciascun singolo evento da coprire giornalisticamente come se fosse una (o più) keyword.

Ora, se sono bravo a portare i miei contenuti in posizioni altolocate sulle pagine di google, potrò attrarre più lettori. Se questi lettori si identificheranno nel contenuto, se piacerà loro, una minima percentuale (la crescita del traffico è sempre “lenta”) tornerà e si trasformerà in lettore diretto. Magari aggiungerà il sito che ha scoperto grazie a Google fra i preferiti, chissà.

Il giornalista non si senta sminuito, per carità. Semplicemente, dovrà rendersi conto che non è detto che il suo contenuto venga letto per il solo fatto di esistere (un tempo era facile illudersi di questo, scrivendo per un cartaceo), e dovrà scendere a patti con il fatto che è necessario farsi conoscere sui motori di ricerca (e quindi fare SEO), per farsi leggere. L’utente non legge a prescindere. Legge se ti conosce o legge se ti trova. E tu, da giornalista, hai il dovere di farti trovare, se credi di scrivere “qualità”.

D’altro canto, a che serve un contenuto di qualità se non lo legge nessuno?

Cosa vuol dire “fare SEO”?

FAQ sul SEO, parte prima.

SERP Federer Djokovic

Cosa vuol dire fare SEO? Vuol dire scrivere per l’utente (e per l’utente che ti cercherà sui motori di ricerca).
Fare SEO vuol dire usare modelli vecchi di pensiero? No. Vuol dire lavorare per aggiornarsi continuamente.
Il SEO è morto? No. Non morirà mai.
Fare SEO vuol dire fare contenuti di scarsa qualità? Assolutamente no. Vuol dire far raggiungere a quante più persone possibili i propri contenuti di qualità.
Si può fare SEO su qualunque argomento? Sì.
Puoi posizionarti così bene per qualunque argomento con certezza matematica? No, altrimenti non sarei qui a scriverne ma starei sorseggiando latte di cocco in un’isola tropicale, facendo consulenza a distanza.