Facebook come motore di ricerca

Anche Facebook è un motore di ricerca. La funzione in questione ha anche un nome e una sua homepage: si chiama Facebook Search.

Questa semplice considerazione dovrebbe aiutarci una volta di più a scappare dalle divisioni manicheiste fra chi fa SEO e chi fa social e concentrarci su strategie di comunicazione integrate, che utilizzino tutte le leve possibili e messe a disposizione dalla tecnologia.

A luglio del 2016, per capirci, Facebook gestiva 2 miliardi di ricerche al giorno [via TechCrunch]. È chiaro che la maggior parte delle ricerche siano diverse da quelle che vengono fatte abitualmente su Google, per esempio, perché riguardano persone o pagine che si seguono. Ma al tempo stesso le cose, da quando Facebook ha aperto la funzionalità di Search anche ad altre lingue oltre a quella English US, sono evidentemente dirette al consolidamento della funzione di ricerca all’interno della straordinaria mole di contenuti prodotta dagli iscritti alla piattaforma.

Facebook e l’autocompletamento delle keyword

Facebook è un motore di ricerca

Per esempio, che Facebook offre, esattamente come Google, un completamento automatico una volta che digiti una chiave di ricerca.

Per vedere i risultati, a differenza di Google, devi fare un click, ma il funzionamento è il medesimo ed è lecito ritenere che il modo in cui Facebook calcola la rilevanza delle keyword che suggerisce sia simile alla logica del completamento automatico di Google, sebbene le parole chiave offerte siano molto diverse. Anche Facebook avrà la sua logica per mostrarle. A giudicare da quel che ho visto facendo un po’ di prove, Facebook mostra:

  • parole chiave correlate che ho cercato di recente (o anche in passato)
  • parole chiave correlate molto utilizzate (quasi sicuramente conta anche quanto le utilizzino le persone e le pagine con cui sono in contatto

Esattamente come Google, Facebook non offre completamento automatico per parole chiave che abbiano a che fare con temi “per adulti”. In realtà è un filtro per ora molto grezzo. Su Google è molto più evoluto. Qui di seguito un esempio che ti mostra molto chiaramente le differenze.

Facebook e i motori di ricerca verticali

La barra orizzontale del motore di ricerca su Facebook

Quando effettui una ricerca, Facebook ti consente di cercare in svariate aree. Per abitudine, io continuo a usare Facebook in inglese.

La tab che si apre quando cerchi è “All” (in italiano “Tutti”).

Quando sei in quella sezione, è il motore di ricerca che decide cosa mostrarti. In generale, la gerarchia che segue è:

Pagine
Gruppi
Video
Link
Post in evidenza
Post degli amici
Prodotti dai gruppi
Post da tutti

Non è detto che mostri tutte queste sezioni.

La barra di Facebook come motore di ricerca in italianoFacebook ti consente di raffinare la ricerca per Post, Persone, Foto, Video, Pagine, Luoghi, Gruppi, App ed Eventi (cioè, è come se avesse un motore di ricerca dedicato per ciascuna di queste tipologie di contenuti)

Il motore di ricerca di Facebook e i filtri di ricerca

Nella barra verticale a sinistra, Facebook ti mostra tutte le tipologie di filtri che puoi applicare per raffinare la tua ricerca.

Variano a seconda del motore di ricerca verticale in cui ti trovi.

Puoi filtrare per data, località, contenuti, tipologia di imprese, tipologia di gruppi e via dicendo.

 

 

SEO e Facebook

Tutto questo vuol dire che si può fare SEO anche su Facebook? Sì. Esattamente. Vuol dire che anche Facebook ha i suoi segnali per ritenere migliore questa o quella pagina, questo o quel post rispetto alla tua storia di navigazione e alle tue ricerche.

Il tema non è affatto nuovo, a dire il vero. Ma considerato quanto è cambiato il Facebook Search nel tempo e considerata la quantità di tempo che le persone passano sul social, toccherà cominciare a farci i conti sul serio.

Il giornalismo e il motore di ricerca di Facebook

Il motore di ricerca di Facebook si può utilizzare anche per fare delle ricerche a scopo giornalistico, per individuare potenziali protagonisti di storie, testimoni e via dicendo.
Ci sono anche due motori di ricerca che sfruttano le API di Facebook e che ti offrono tutte le informazioni pubblicamente disponibili su una persona, a patto che questa persona, ovviamente, le abbia condivise spontaneamente sulla piattaforma di Menlo Park. Si tratta di StalkScan e di Graph.tips

Facebook Analytics: cos’è e come funziona

All’interno della piattaforma del Business Manager di Facebook c’è una sezione che si chiama Facebook Analytics, che è stata presentata all’evento F8 di aprile 2017.

La puoi raggiungere da questo link: https://www.facebook.com/analytics

La funzione è strettamente collegata al Pixel di tracciamento se vuoi informazioni relative al tuo sito (è un’evoluzione degli Analytics per le app) e ti permette di avere una visione rapida delle caratteristiche del tuo pubblico.

È ancora in beta, per alcuni versi è simile agli Insights sul pubblico ma offre una visione d’insieme più immediata e altre informazioni

Facebook Analytics ha al momento quattro sezioni. Panoramica, Dashboard, Persone e Impostazioni.

Se hai il Pixel di tracciamento installato sul tuo sito, ti mostra la divisione demografica del tuo pubblico, le attività delle persone, i ricavi (se vendi qualcosa, naturalmente), puoi impostare dei funnel e via dicendo.

Facebook Analytics, Persone

Qui sotto, per esempio, puoi vedere le informazioni demografiche di alcune pagine che piacciono alle persone che visitano il sito www.comefareconbarbara.it dove ho installato il pixel di tracciamento.

 

La prima colonna è il nome della pagina cui il tuo pubblico ha messo like, la seconda il livello di pertinenza rispetto al tuo pubblico, poi c’è  la percentuale di intersezione, infine il numero di “mi piace” che ha quella pagina e il tipo di pagina.

Facebook Analytics sulle pagine

La funzione di analitica sulle pagine non è ancora disponibile per tutte (come detto, si tratta di una funzione in beta). Progressivamente Facebook mostrerà i dati anche per le tue pagine e non solo relativamente alle misure che può effettuare attraverso il pixel di tracciamento.

[In aggiornamento]

Il pixel di tracciamento di Facebook

Pixel di Facebook: cos’è?

Facebook è una piattaforma potente per il content marketing, per il remarketing, ma soprattutto per mettere in relazione persone con persone, persone con aziende o marchi, persone con contenuti. Uno degli strumenti che il social mette a disposizione di tutti è il Pixel di tracciamento. Facebook lo chiamava, fino a un po’ di tempo fa, Pixel di conversione. Ora lo chiama semplicemente Pixel. Nell’ambiente del marketing digitale si è diffusa la dicitura Pixel di tracciamento. Per avere una panoramica chiara di tutto quel che si può fare con il Pixel di Facebook il consiglio, secondo il sacrosanto principio del Read The Fucking Manual, è quello di leggere attentamente la Guida ufficiale di Facebook sul tema.

Che cos’è esattamente il Pixel di Facebook? È una parte di codice che ti viene fornita da Facebook quando decidi di creare un Pixel e che puoi posizionare sul tuo sito per ottenere informazioni a proposito delle persone che leggono le tue pagine. Se unisci le informazioni che ottieni dagli Insights sul Pubblico di Facebook alle informazioni che ottieni da Google AnalyticsSearch Console (e eventualmente altri strumenti come SEOZoom o simili), puoi avere una profilazione molto dettagliata circa i bisogni istantanei o consapevoli e i bisogni latenti di chi ti legge. Puoi sapere che parole chiave hanno cercato su Google le persone che atterrano sul tuo sito e, grazie al Pixel di Facebook, puoi avere informazioni precise circa i loro profili e gusti (sempre che, ovviamente, abbiano un account di Facebook attivo in quel momento. Cosa che capita sempre più spesso).

Ma il Pixel di tracciamento serve anche per misurare le conversioni; per ottimizzare la pubblicazione di un’inserzione pubblicitaria su Facebook cercando di raggiungere persone che possono compiere un’azione che desideri con maggiore probabilità; per creare un pubblico-sosia (o pubblico simile, o lookalike), di persone che hanno gusti simili a quelle che visitano il tuo sito; per creare un pubblico composto dalle sole persone che visitano il tuo sito Web e su di esse eseguire un retargeting. 

Come si crea il pixel di tracciamento di Facebook

Il pixel di tracciamento di Facebook si crea così:

  • per prima cosa, accedi alla tab Pixel di Facebook. La trovi all’interno di Gestione inserzioni, nella sezione Business di Facebook.
  • Clicca su Crea un pixel. Se ne hai già creato uno per il tuo account pubblicitario, non vedrai la funzione di creazione.
  • Dai un nome al pixel (si può cambiare in seguito)
  • Accetta le condizioni (dopo averle lette!)

Quali requisiti devo avere per creare un pixel di tracciamento di Facebook?

Devo avere un account pubblicitario. Ricordati che ogni account pubblicitario si può associare a un solo ID di pixel di tracciamento.

Posso usare il pixel di tracciamento per più domini?

Sì!

Plugin WordPress per il pixel di tracciamento

Il plugin per WordPress da utilizzare per il Pixel di tracciamento è Pixelyoursite PRO. È a pagamento ed è la cosa più semplice che si possa utilizzare per installare il Pixel.

Facebook Pixel Helper: l’estensione per Chrome

Come fai a sapere se un sito ha installato il Pixel di tracciamento di Facebook o se il tuo funziona correttamente? È molto semplice (ed è un’operazione che ti consente anche di monitorare eventuali concorrenti o di capire chi sta usando funzioni evolute di Facebook).

Dove appare su Google Chrome il Pixel di tracciamento di FacebookFacebook Pixel Helper è un’estensione per il browser Google Chrome che serve a individuare se un sito sta utilizzando o meno il pixel di tracciamento di Facebook. Come appare l'icona di Pixel Helper se il sito ha il pixel di tracciamento di Facebook installatoCome appare l'icona di Pixel Helper se Pixel Helper non è installato su Facebook

Se il sito su cui stai navigando utilizza il Pixel di Facebook, allora l’icona appare “accesa”, colorata di blu e con un quadratino verde che ti indica quanti Pixel sono attivi.

Se clicchi sull’icona quando si accende, puoi ottenere una serie di informazioni. Per esempio, il sito di Tuttosport.com utilizza il Pixel di Facebook.

Le informazioni sul Pixel di Tracciamento di Facebook

Come si usa il Pixel di Facebook?

Spiegare in maniera semplice come usare il Pixel di Facebook non è un’operazione agevole, perché è uno strumento davvero potente. La persona che mi ha “formato” e mi ha aperto la mente (letteralmente) rispetto alle potenzialità del Pixel e delle operazioni che si possono fare usandolo correttamente è Enrico Marchetto: per la prima volta, dopo aver fatto un’ora di formazione mirata con lui, ho capito che non era solo fuffa ma che c’era qualcosa di importante da imparare e da studiare e mi sono reso conto anche di tutte le occasioni che avevo perso fino a quel momento. Così mi sono letto la guida di Facebook, ho installato il pixel sui miei siti e ho cominciato a capire come fare a trarne benefici.

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone pratiche

Il 9 aprile 2017 a Perugia, all’IJF 2017, insieme a Barbara Sgarzi e in un evento ONA Italia, parlo di Tutti i segreti del social media journalism.

Vedremo come usare le piattaforme e le strategie social per misurare, relazionarsi e finanziare iniziative giornalistiche (e non).

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone praticheGiornalismo social e metriche

Giornalismo Social: quella delle piattaforme che offrono servizi di social network è una realtà in continua mutazione. Ma non si deve commettere l’errore di rincorrere questa mutazione senza prima aver definito le buone pratiche, le linee guida.

Il 24 giugno 2016 c’è un nuovo corso sul tema, che tengo presso Primopiano e che replicheremo il 19 luglio.

Si parla di:

– cosa sono veramente i social
– come si possono usare per il giornalismo
– quali si possono usare per il giornalismo
– come si devono usare
– come si fanno piani editoriali per i social
– come si gestiscono i social
– come si misurano i social: metriche vere, metriche che sono una “bolla”, metriche da perseguire
– algoritmi: cosa sono, come si cavalcano senza farsi cavalcare
– come ci si promuove attraverso i social (che sono, vale la pena di ricordarlo, una piattaforma di promozione. E un “luogo” virtuale essenzialmente di intrattenimento)
– come si monetizza

E altre cose a tema.

Giornalismo Social all’#IJF16

Giornalismo Social all'IJF16

Sui social il giornalismo informa o comunica se stesso? Le aziende comunicano o fanno informazione? Giornalisti e comunicatori utilizzano gli stessi strumenti e le stesse tecniche sulle stesse piattaforme, quali i confini, quali i rischi?

Quando mi è stato chiesto di moderare questo incontro all’International Journalism Festival 2016, vista la tematica, non potevo tirarmi indietro (anche perché, parlando di giornalismo social, completa, idealmente, un trittico di tematiche che ritengo fondamentali per il giornalismo oggi: la necessità di rallentare, i motori di ricerca e, appunto, l’impatto sulla professione della diffusione massiva di servizi per reti sociali virtuali).

L’incontro vede presenti: Daniele Chieffi (ENI, sponsor del Festival), Paola Bacchiddu, Marco Esposito, Luca Alagna e Carola Frediani.

Sarà interessante capire da ciascuno, secondo le specifiche competenze, i punti di vista sull’uso dei social da parte di giornali, giornalisti e aziende, su quel confine tra comunicazione e informazione che sembra diventare sempre meno evidente (e in mezzo c’è il giornalismo).

Di certo l’ora dell’incontro non sarà sufficiente per sviscerare molto, anche perché le derive del tema sono infinite. Su Twitter, qualche giorno prima dell’appuntamento, abbiamo dissertato a proposito di brand journalism, termine al quale sono un po’ allergico.

La questione è semplice: il giornalismo ha come principale referente il lettore. Un brand non potrà mai fare giornalismo “contro” se stesso perché deve comunque rispondere alle esigenze del brand.

Come uscirne? Basta smettere di chiamarlo branded journalism.

I protagonisti dell’incontro sono garanzia di considerazioni interessanti.

Proprio sul brand journalism, Luca Alagna ha posizioni diametralmente opposte alle mie, almeno per quanto riguarda l’uso del termine. Siamo invece d’accordo sul fatto che sia digital marketing o content marketing.

Schermata 2016-04-08 alle 16.42.45 Di Carola Frediani segnalo il bel pezzo 5 lezioni sul giornalismo che ho imparato dai social media.

Nel celeberrimo #EnivsReport, il team di comunicazione dell’ENI con Daniele Chieffi fece giornalismo?

O comunicò? Di certo riuscì a fare una cosa inedita e a spostare l’attenzione dal merito della puntata di Report all’inedito “scontro” (e infatti il giorno dopo le analisi del fenomeno si sprecavano, mentre il merito dell’inchiesta restava ai margini).

Di Paola Bacchiddu qualcuno ricorderà che, durante la campagna elettorale di L’Altra Europa con Tsipras, esasperata per la mancanza di visibilità della lista, dimenticata dai media mainstream, fece una condivisione su Facebook che fruttò parecchie polemiche e molta visibilità, sia alla lista sia alla giornalista.

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.Votate L’altra Europa con Tsipras.

Posted by Paola Bacchiddu on Friday, May 2, 2014

Marco Esposito è il direttore di Giornalettismo, con un passato che lo ha visto anche in Blogo per un anno e due mesi.

Io, fortunatamente, faccio il moderatore (o, se preferite, il guastatore). Quindi, per un’ora almeno, sono quello che fa le domande. Il che, dal mio punto di vista, è molto meglio, per una volta.

Giornalismo Social ai corsi di Primopiano

Giornalismo social

Il tema del giornalismo social è entrato a far parte anche del mio pacchetto di corsi presso Primopiano. Cerco di affrontarlo come di consueto senza tanti giri di parole, in maniera diretta e con spirito critico, senza essere sdraiato su una posizione dominante e cercando di scardinare pregiudizi e fuffa.

Giornalismo Social a Bologna

Giornalismo social

Giornalismo Social – 18 marzo 2016. ABologna inauguro una nuova parte del mio lavoro di formazione che si inserisce nel progetto più ampio sul giornalismo imprenditoriale e nel digital content management. Il corso sul giornalismo social va a completare, in qualche modo, un percorso che parla anche di giornalismo seo e di giornalismo e metriche.

Social, come SEO, è una delle buzzword più frequenti nel mondo del giornalismo digitale (e non solo). Una di quelle buzzword che cerchiamo di disinnescare con il progetto di analisi Wolf.

Analizzare il tema è fondamentale per capire un pezzo di futuro del giornalismo (ma anche un pezzo di presente). Per scappare dalle soluzioni di moda che non fanno altro che alimentare la spirale di crisi e per capire cosa fare, per le proprie iniziative personali ma anche per mettere le proprie competenze a disposizione di progetti editoriali più ampi.

Giornalismo social: strumenti di verifica

Una delle cose più importanti da capire quando si parla di servizi online per reti sociali è che i social possono essere utilizzati come fonti giornalistiche.

Ovviamente, come tutte le fonti, anche queste vanno verificate.

Andrea Coccia, per Slow News, ha tradotto un pezzo dal titolo Six easy ways to tell if that viral story is a hoax (cioè, sei modi per scoprire se una storia virale sia o meno una bufala). Ha tradotto in italiano anche il Verification Handbook (presto disponibile sul sito ufficiale).

Fra gli strumenti di verifica che si possono usare:

Google Images
Jeffrey’s Exif Viewer
FotoForensics
Wolfram Alpha
Online Maps
La redazione partecipata di GrassWire

Sì, ma quali sono le keyword per il mio sito?

L’elenco delle keyword per posizionare il tuo sito non ti serve dal secolo scorso. Forse, a dirla tutta, non ti è mai servito. Sai cosa ti serve? Ti servono un piano editoriale e una chiara strategia di comunicazione integrata.

Se c’è una cosa frustrante quando si cerca di avere un approccio non riduzionista al digitale è il trovarsi a parlare di SEO e dover affrontare i famigerati quesiti sulle keyword. Affrontare quelli che ti danno la lista di parole per cui vogliono essere posizionati (e poi ti dicono che non hanno budget per produrre contenuti). Quelli che vogliono far salire su Google il loro e-commerce e poi ti dicono che vogliono fare schede prodotto di tre righe, tanto c’è già il nome del prodotto che è una keyword. Quelli che ti chiedono “dammi l’elenco delle parole chiave del tuo sito”. Che fatica.

Il mio sforzo è, come sai se capiti da queste parti di tanto in tanto, quello di spingere verso la visione della SEO come uno dei tanti strumenti relazionali fra persone e contenuti di cui disponiamo. Possiamo utilizzarla come strumento di lavoro, per ottimizzare persino le nostre conversazioni. Possiamo utilizzarla per fare in modo che persone che sono realmente interessate ai nostri contenuti ci trovino e ci conoscano.

Dobbiamo decidere quali sono le parole che le persone cui possiamo offrire un servizio (di qualunque genere: giornalistico, un prodotto da vendere, un pezzo da leggere, un’esperienza da fare), sapere come parlano quelle persone, definire le storie che possiamo raccontare intorno a quelle parole (esempi banali: se nel mondo del fai da te va di moda lo shabby chic, allora su Come fare con Barabara, progetto editoriale dedicato al fai da te, è naturale fare un video tutorial in cui si parla dello shabby chic) produrre contenuti che abbiano a che fare con quelle parole, con quegli ambiti di riferimento, con quelle aree semantiche, con quelle realtà.

E poi dobbiamo produrre contenuti che siano pertinenti, interessanti, informativi, funzionali, per portare persone che non ci conoscevano a conoscerci dopo che hanno fatto una ricerca sui motori di ricerca. Quei contenuti devono essere coerenti con la query intention. Cosa voleva una persona che ha cercato su Google “border collie e bambini”? Probabilmente voleva sapere come si comportano i border collie con i bambini. E quindi devo rispondere alla sua domanda.

Non dimenticare che la convenienza specifica di Google consiste nel continuare a servire al meglio le persone che fanno ricerche su di esso (come testimonia non solo la mia interpretazione dei segnali di ranking, ma anche, per esempio, questa intervista a un quality rater di Google. O le dichiarazioni che provengono dall’interno della stessa società di Mountain View).

Una volta, poi, che si è fatto lo sforzo di produrre i contenuti, perché mai dovrei utilizzarli solo per la SEO? Li uso, per esempio, anche per i social. Li uso per penetrare ovunque ci siano persone che possono essere interessate a quel che scrivo e ai servizi che offro.

Qualunque altro approccio di produzione del contenuto non fa che farci sprecare tempo e denaro.

Algoritmo Facebook: il News Feed, come funziona e come cambia

Algoritmo di Facebook: l'aggiornamento del 15 dicembre 2016 prevede l'introduzione di elementi per contrastare bufale e fake news,

 

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 15 dicembre 2016 contro le fake news

Il 15 dicembre 2016 Facebook fa un annuncio molto atteso fra gli attetti ai lavori e nel mondo giornalistico. A Palo Alto sembrano aver preso sul serio la richiesta di fare qualcosa contro la diffusione indiscriminata delle bufale (o delle cosiddette fake news, che hanno indotto addirittura l’OXford dictionary a scegliere post-truth come parola dell’anno.
L’annuncio prevede una modifica della politica di Facebook a proposito delle bufale.

Per prima cosa, sarà più facile segnalarle (il che apre a tutta una serie di problemi che poi sono gli stessi che riguardano qualsiasi user generated content) da parte di chiunque.
Facebook si impegna, poi, a lavorare con terze parti che già si occupino di fact-cheking.
Le bufale verranno indicate agli utenti.

Siamo ancora lontani, però, da quello che sarebbe l’unico vero deterrente: una penalizzazione algoritmica delle condivisioni.

Quel che accadrà riduce un’altra tipologia di fenomeno: le condivisioni che saranno sbugiardate da fact checkers non si potranno rendere oggetto di campagne. Quindi, non si potrà comprare traffico su di esse. Il che è senz’altro interessante, visto che una tecnica di chi fa dello bufala un’arte è proprio massimizzare – dq qualsiasi fonte di traffico possibile – il numero delle visite per massimizzare le rendite pubblicitarie. Questa decisione – sempre che diventi operativa – è estremamente importante e distruggerà senz’altro svariate strategie volte ad acquistare a basso costo traffico da siti per poi massimizzare il risultato delle visite ottenute.

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 4 agosto 2016 contro il clickbait

News Feed - Algoritmo Facebook come cambia 4 agosto 2016

Facebook ha annunciato un nuovo aggiustamento dell’algoritmo che regola il funzionamento del news feed. Ancora una volta, come due anni fa, contro il clickbait. Cioè contro quelle condivisioni che tradiscono il lettore e che, una volta cliccate per uscire da Facebook, non mantengono quello che promettevano.

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 29 giugno 2016

Facebook algoritmo modifiche del 29 giugno 2016

Algoritmo Facebook – 29 giugno 2016 – Continuano le grandi manovre a Palo Alto. Il News Feed cambia di nuovo, con un nuovo aggiornamento dell’algoritmo. Lo ha annunciato, come di consueto, la newsroom di Facebook. Attendiamoci dunque novità e cambiamenti nelle visibilità delle condivisioni dei nostri contatti e (questo è il vero nodo da tenere presente) nella portata delle condivisioni delle varie pagine. Ovviamente, anche di quelle utilizzate per scopi commerciali.

L’annuncio, come al solito, è accompagnato dalla dicitura canonica del miglioramento dell’esperienza utente: «Building a Better News Feed for You» è il titolo del post di Adam Mosseri. Un post che, come di consueto, è puro content marketing da parte di Facebook e che viene ripreso pedissequamente anche da testate giornalistiche.

Perché c’è l’algoritmo (la versione di Facebook) – L’algoritmo, dice Facebook, è necessario perché il miliardo e mezzo di utenti di Facebook condivide un flusso infinito di storie ogni giorno e queste necessitano di essere classificate – cito testualmente, la traduzione è mia – «in modo che le persone possano vedere per prima cosa quel che interessa loro veramente, in modo che non si perdano cose importanti dai loro amici. Se la classificazione delle condivisioni non esistesse, le persone non sarebbero coinvolte e s ne andrebbero insoddisfatte. Così, uno dei nostri lavori più importanti è quello di gestire correttamente questa classifica».

Perché c’è l’algoritmo – Perché in questo modo Facebook monetizza meglio, personalizzando anche gli annunci nel feed e favorendo (in altri casi si potrebbe dire costringendo) editori e marchi a pagare per aumentare la portata dei propri contenuti.

Che cosa cambia da oggi? – Il nuovo giro di vite algoritmico privilegia le condivisioni di parenti e amici, riducendo dunque, ulteriormente, la portata delle pagine. «Se, per esempio, tendi a mettere un “mi piace” sulle foto di tua sorella», scrive Facebook, «tenderemo a metterle sempre più in cima del tuo feed, così non le perderai quando sei via!», si legge nel post.
Poi c’è la questione dell’informazione: «Abbiamo imparato che le persone ritengono di valore le condivisioni che le informano: un post su un evento che sta accadendo, una storia a proposito del tuo vip preferito, un pezzo di notizie locali…»
Infine, l’intrattenimento – che in verità, nell’ottica di Facebook, dovrebbe essere la componente principale: più ti intrattengo più tu rimani dentro a Facebook, coerentemente con la convenienza specifica della piattaforma. In tutti i casi, Facebook “impara” dalle nostre azioni e dunque l’algoritmo fa sì che ci vengano mostrati preferibilmente contenuti con i quali abbiamo interagito (cambiando il punto di vista: se hai una pagina, le buone pratiche insegnano che devi fare in modo che i tuoi “fan” siano coinvolti. Questo è il senso dell’engagement. E devi alternare sapientemente contenuti testuali, foto, video, link che mandano fuori – se proprio non puoi farne a meno – per tentare di penetrare le maglie sempre più strette del social più usato al mondo.

I valori di Facebook (Facebook Values) – Online ci sono anche i Facebbok Values, sempre sul sito ufficiale della redazione della piattaforma.

Sono tutti quelli che vengono spiegati nel post che annuncia le modifiche. Ricapitoliamoli:

amici e parenti prima di tutto
informare
intrattenere
tutte le idee possibili e immaginabili (questo è stato introdotto per le polemiche seguite alla “scoperta” di interventi umani nelle trending news
– viene premiata la comunicazione autentica
– è possibile controllare le proprie interazioni (Facebook invita a usare i comandi per nascondere condivisioni sSchermata 2016-06-18 alle 21.31.37gradite e simili)

È bene ricordare anche che esiste ancora la possibilità di tornare all’ordine cronologico delle condivisioni (sebbene sia legittimo il sospetto che anche su quest’ordine Facebook intervenga con istruzioni algoritmiche più blande. Basta dirglielo selezionando (se hai Facebook in inglese) most recent (in italiano: tutte le storie).

Su Wolf, approfondiamo queste e altre tematiche, con una puntuale, rigorosa e ricca analisi dei media, offerta dallo staff di Slow News e di Datamediahub. Abbonati per provare il nostro servizio.

E ricorda: se usi Facebook per lavoro studia bene le modifiche e ricorda: Facebook è sempre più un walled garden. Forse è il momento di pianificare un’exit strategy, prima che sia troppo tardi.

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook News Feed - Novità del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook – 22 aprile 2016 – Ieri Facebook ha annunciato nuovi cambiamenti all’algoritmo che regola il News Feed. Come al solito, sul sito del servizio di social network si legge che il cambiamento è pensato per migliorare il News Feed e che la maggior parte delle pagine non subirà alcun effetto da questo cambiamento.

Di cosa si tratta e di cosa si parla?

Feed Quality Program: è il programma con il quale Facebook ha chiesto a migliaia di persone nel mondo di “votare” la propria esperienza. «Abbiamo scoperto», spiegano dalla redazione del social, «che la maggior parte delle azioni compiute dalle persone su Facebook – mettere il “mi piace”, cliccare, commentare, condividere un post – non ci dicono realmente cosa sia più significativo per loro».

Storie che piacciono anche senza like – Articoli su argomenti seri o brutte notizie da un amico: sono pezzi sui quali le persone non mettono il like o magari non lasciano un commento.

Il tempo di permanenza come fattore di ranking – Facebook, per questo motivo, speiega di tenere in considerazione il tempo passato a leggere un post nel News Feed oppure il tempo speso a leggere un contenuto sul quale si è cliccato. Se si clicca e poi si ritorna velocemente sul News Feed, vuol dire che non si è trovato nulla di interessante, che il contenuto non era quello che ci si aspettava dal titolo della condivisione (avete presente quella cosa lì che si chiama clickbait? Ecco). «Il tempo che le persone scelgono di spendere a leggere o a guardare contenuti sui quali hanno cliccato dal News Feed è un importante segnale che quella storia era interessante per loro». Predittivamente, l’algoritmo tenterà di mostrare nei nostri News Feed condivisioni sulle quali potenzialmente potremmo passare più tempo. Questo non significa che i contenuti lunghi saranno per forza premiati: saranno premiati quelli che favoriranno maggior tempo di permanenza.

Diversificazione – «Abbiamo imparato che alle persone piace leggere articoli da più fonti» e che potrebbe essere ripetitivo, se troppi articoli dalla stessa fonte tornano nel loro News Feed». Ecco una brutta notizia per gli editori.

Algoritmo Facebook | Il News Feed cambia ancora

Algoritmo Facebook per il Newsfeed - Aggiornamento dell'1 febbraio 2016

Algoritmo Facebook – 1 febbraio 2016: Facebook cambia ancora il News Feed. Per migliorarlo, come dichiara sempre. «L’obiettivo del News Feed», si legge nella spiegazione dell’azienda, «è di mostrarti le storie che contano di più per te». Poi: «Le azioni che compiono le persone (like, click, commenti, share) su un post sono storicamente alcuni dei fattori che vengono considerati per determinare cosa mostrare in cima al News Feed. Ma questi fattori non ci dicono sempre tutto a proposito di cosa è davvero interessante per te».

Così, da Facebook hanno chiesto di votare le proprie esperienze ogni giorno (a migliaia di utenti). Dopo questo esperimento, ora dicono di essere in grado di valutare meglio cosa importa davvero alle persone. Come al solito, comanda l’engagement (che, non dimentichiamolo, significa coinvolgimento).

La filter bubble di Facebook si evolve, ma è ovvio che questo avrà un grosso impatto sulle pagine che usano il social come se fosse una piattaforma di distribuzione (cfr. Pier Luca Santoro su Wolf, in abbonamento). Tuttavia, da Facebook promettono che aiuteranno i partner a capire quali sono le strategie migliori per non assistere a cali di traffico.

Facebook sempre più badante dell’editoria?

Algoritmo Facebook svelato? Commenti all’intervista a Tom Alison

Algoritmo Facebook: Magia?

Algoritmo Facebook, 4 gennaio 2016 – Oggi su La Stampa è stato pubblicato un articolo dal titolo molto impegnativo: Come funziona l’algoritmo che ci fa vedere il mondo: il newsfeed di Facebook svelato .
L’ho divorato, con grande interesse e ci ho rimuginato parecchio su.

In definitiva sono parecchio deluso. L’intervisa a Tom Alison, che dirige il team di sviluppo del News Feed di Facebook prometteva bene ma in realtà svela poco o niente. Ok, d’accordo, esiste un algorimo che regola l’apparizione dei post dei nostri amici-su-Facebook nel News Feed. E questo algoritmo tiene conto di vari fattori. Per esempio:

«Se spendi un sacco di tempo sui contenuti di un certo amico è probabile che le sue storie finiscano spesso nel tuo newsfeed, e lo stesso funziona per le pagine»

Ma quesa è storia vecchia. Che il tempo di permanenzaa sia diventato uno dei fattori valutati dall’algoritmo di Facebook si sa almeno da giugno 2015.

Nell’intervista di Pagliaro, Alison spiega che vengono dati “pesi” e “punteggi” ai vari post, precisa che il news feed di ciascun utente è diverso, ma non scende mai nel dettaglio di questi pesi e punteggi: sappiamo, fin dai tempi dell’Edgerank che like e condivisioni e commenti contano (in generale, conta l’engagement). Anche qui, dunque, nulla di nuovo.

Si parla della personalizzazione attiva: sappiamo bene di cosa si tratti e ne parlavamo proprio su questo post qualche giorno fa, in occasione di un annuncio di Facebook.

In generale, l’intervista non fa che confermare l’intento dichiarato di Facebook: soddisfare l’utente. Ma non ci si addentra nello scopo primario, che sembra essere quello di mantenere l’utente al proprio interno. E si parla, di nuovo, del tasto non mi piace, che invece sono le reactions (almeno, non risulta che le cose stiano diversamente).

Si evoca la famigerata filter bubble per poi farla scoppiare (citando però uno studio dello stesso Facebook come fonte), così:

«Nei fatti le persone non sono in una bolla su Facebook», dice Alison «Se sei interessato alla politica vogliamo che tu possa seguire un giornale o un partito. Non vogliamo mostrarti cosa non ti interessa. Ma capita spesso che nei commenti, per esempio, un amico mostri il suo punto di vista: dipende davvero molto dalla tua rete di amici».

In realtà, nei fatti, l’esperienza fenomenica ci insegna che, sì, siamo all’interno di una bolla, su Facebook, proprio in virtù dell’algoritmo che ci mostra alcuni contenuti e non altri. Dipende dalle nostre interazioni e quindi è un fenomeno che possiamo influenzare? Sì, sicuramente (almeno in parte). Ma resta una bolla. È proprio fatto così il social, è pensato così.

E la portata delle pagine che utilizzano Facebook per dragare traffico sui propri siti diminuisce, perché anche questo è parte del modello di business di Facebook. Altro tema, purtroppo, non toccato dall’intervista. Si parla, invece, almeno una volta, di «magia». Ma non c’è alcuna magia. C’è un’azienda che ha una sua visione non solo dei social, ma anche del mondo.

Insomma, il pezzo è divulgativo e molto “basico”. Un peccato per chi, invece, come me,

sperava che un’intervista a un pezzo grosso di Facebook, che lavora direttamente sul News Feed, potesse addentrarsi in approfondimenti ulteriori.

Algoritmo Facebook: News Feed multipli, le nicchie social

Algoritmo facebook: nicchie verticali new feed multipli

Algoritmo Facebook, 30 dicembre 2015 – Nuove manovre in casa Zuckerberg: Facebook testa News Feed multipli su connessioni da mobile.

Cosa significa questo? Due cose. Primo: Facebook continua a cercare di ottimizzare l’esperienza utente.
Secondo: per ottimizzare l’esperienza utente, anche in casa del social più generalista del mondo si punta sulle nicchie, sulle verticalità, sul tematico.

La cosa ci sorprende? Non dovrebbe.

Mi fa un po’ sorridere pensare che non molto tempo fa scrivevo, più come suggestione che credendoci sul serio, che avrei amato molto la possibilità di taggare per argomenti le mie condivisioni su Facebook. Questa novità, in test, va proprio in quella direzione lì.

Style, Travel e Headlines sono, per ora, i canali verticali aperti in “beta” (quindi non per tutti).

Algoritmo Facebook: parola agli utenti e contro le bufale

Algoritmo Facebook: parola agli utenti

Algoritmo Facebook – Il 4 dicembre 2015, sulla newsroom di Facebook, è uscito questo pezzo, che di fatto annuncia un nuovo cambiamento nell’algoritmo che mostra le condivisioni sul feed degli utenti.

La direzione scelta dal social è sempre la stessa. Ovvero: dopo aver imparato a misurare i segnali derivanti da like, click, commenti o sharing (quanto tempo è passato, dall’EdgeRank, eh?), adesso Facebook dice di voler essere sicuro che «ti stiamo mostrando i contenuti più rilevanti». A te, utente. Insomma, anche per Facebook, come per Google, l’utente è al centro dei propri pensieri. In maniera subordinata alla convenienza propria di Facebook, chiaramente. Che è quella di tenere il traffico quanto più possibile al proprio interno.

Così, Facebook spiega che sta chiedendo «a migliaia di persone ogni giorno di votare la loro esperienza e di dirci come possiamo migliorare quel che vedono quando accedono a Facebook».

Il tutto avviene anche attraverso sondaggi, in cui agli utenti vengono mostrate due storie e viene chiesto di rispondere scegliendone una, quella che vorrebbero vedere nel loro feed.

«Se la storia scelta è una di quelle che abbiamo mostrato in posizioni in alto nel News Feed, allora è un segno che le cose stanno andando bene. Se no, questo evidenzia che c’è spazio per un miglioramento».

La nuova modifica all’algoritmo prosegue anche nella lotta contro le bufale da parte di Facebook. Storie che diventano virali perché sono “incredibili”, ma poi si rivelano false, ovviamente non fanno il bene del social e a lungo termine non piacciono ai suoi utenti. Così, ecco che ancora una volta convenienza propria dell’utente e convenienza propria di Facebook si mescolano per “migliorare”.

Come al solito, da questo tipo di annunci si possono trarre indicazioni preziose per capire come sfruttare al meglio la leva di Facebook (discorso analogo a Google e alla SEO) e non farsi trattare, invece, da social e motori di ricerca come se fossero i nostri badanti.

Algoritmo Facebook: cronologia dei cambiamenti

Algoritmo Facebook – Se per l’algoritmo di Google e tutti i suoi cambiamenti più importanti c’è l’imperdibile risorsa Google Algorithm Change History di Moz, i punti di riferimento per il popolarissimo social e per registrare la storia e comprendere i significati dei cambiamenti di algoritmo di Facebook sono più rarefatti.

La mia risorsa preferita, fino a oggi, era la timeline di Edgar: all’8 dicembre era online, il 30 dicembre restituisce un 404 (grazie a Simone Del Bianco per la segnalazione). Quindi ripiego su quella di infinitdatum.

Ma mi sembra utile tenere traccia anche qui dei vari cambiamenti del social (a maggior ragione visto che una delle mie risorse ha cancellato la propria timeline.

Le notifiche sono tossiche

Il mondo di Facebook. Un rettangolo rosso. Il 16. La barra nellheader del mio profilo Facebook si presenta così, quando inizio questo post.
Da anotifiche-tossichenni, ormai, siamo abituati alle notifiche. Quel +1, quel numerello rosso, quel pallino, quel suono, quella preview. Sono lì a chiamarci da desktop o da smartphone e a dirci: ehi, guarda, c’è qualcuno che ti ha scritto, ti ha nominato, ti ha taggato, ha commentato, ha messo un like, ti ha ritwittato, quel che vi pare.

È irresistibile, quel dopamina-social-networknumerello lì. Ed è anche sempre più complesso stare appresso a ciò che seguiamo, a ciò che abbiamo scritto, alle tracce che abbiamo lasciato sui nostri social.

Tutte le volte che quell’indicatore rosso (o arancio o blu o nero, come vi pare) si fa vivo, è una novità. E il nostro cervello rilascia dopammina. Che è quel che fa quando beviamo acqua, o mangiamo o facciamo sesso o ascoltiamo musica che ci piace o assumiamo sostanze stupefacenti. In altre parole, la dopammina, che è associata a stimoli naturali o artificiali, è alla base del meccanismo che ci fa stare sempre di più dentro al walled garden di un social network come Facebook. È un meccanismo di continua gratificazione del nostro cervello e del nostro ego.

Difficile dire se Zuckerberg & co. fossero consapevoli di questa cosa o a loro volta vittime di un continuo percorso autoconfermativo e di piacere che si prova nell’aver a che fare sempre, costantemente, con qualcosa di nuovo. Fatto sta che il meccanismo insito nelle notifiche, considerato anche il proliferare delle piattaforme, dei social, dei contenuti, è l’esatto contrario dell’ottimizzazione.

Non so voi, ma io a volte funziono così. Entro su Facebook, magari perché devo verificare qualcosa sul gruppo di conversazione di Wolf. Ci sono notifiche. Le apro. Le controllo. Se qualcuno ha risposto rispondo. Nel frattempo magari arrivano altre notifiche. Guardo l’ora. Sono passati quindici minuti e non mi ricordo nemmeno perché ero entrato su Facebook.

Questo meccanismo è evidentemente tossico. Non mi fa bene, fa sì che il mio cervello passi continuamente da un compito all’altro e non è utile ad alcunché. Non mi rilassa, non mi svaga veramente. Mi stanca.

Ecco perché ho cominciato a pensare che l’eccesso di notifiche sia tossico. Ecco perché provo a rinunciare ad aprirle per una settimana a partire da oggi.notifica-dopammina Vedremo se ne sarò capace e se avrò saputo ottimizzare, così, anche il tempo che passo sui social. Mentre scrivevo questo semplice post, quel numerello è passato da 16 a 19. Vedremo come sarà mercoledì prossimo e come andrà questa piccola sfida (sono possibili aggiornamenti di questo post).

Su Facebook il troll sei tu

La copertina del Time su internet e i troll Il Time dedica una copertina e una storia ai troll. Il titolo non potrebbe essere più chiaro ed emblematico: Come i troll stanno rovinando internet. Il pezzo è a tratti ovvio per chi naviga da tempo. A tratti molto divertente (in senso british, ovviamente), fin dall’incipit:

«Questa storia non è una buona idea. Non lo è per la società e di sicuro non lo è per me. Perché ciò di cui si nutrono i troll è l’attenzione. E questo poco d’attenzione, queste diverse migliaia di parole, è come lasciare agli orsi una padella di baklava» [un dolce turco, molto dolce, ndr]

Figurarsi se è una buona idea dirti che su Facebook il troll sei tu.

Lo so, non ci credi.

Be’, partiamo dalla definizione. Quella di Wikipedia, dai! (È tradotta dall’inglese, liberamente e con aggiunte, dal sottoscritto).

«Nello slang di internet, un troll è una persona che semina zizzania su internet, avviando discussioni, dando fastidio alle persone, scrivendo contenuti che infiammano la conversazione, che non c’entrano nulla con la medesima (in altre parole, off-topic). Il tutto avviene in una comunità online (newsgroup, forum, chat, blog… oppure Facebook o altre piattaforme di social network) e con l’intento deliberato di provocare nei lettori una risposta emotiva, di interrompere il flusso della discussione sul tema, spesso per il proprio solo divertimento».

Basterebbe questa definizione per farti capire che su Facebook il troll sei tu.

Sei tu quando ti inserisci in una conversazione a caso e pontifichi.
Sei tu quando argomenti con una fallacia logica senza nemmeno accorgertene.
Quando dai del fascista, del machista, del [inserire etichetta a piacere] a qualcuno senza nemmeno conoscerlo.
Quando parli di cose che non conosci (dal burkini alla Siria, dalla pallavolo al curling al prossimo morto famoso, dal terrorismo ai migranti, dal sessismo alla satira).
Quando cerchi attenzione disperatamente ed entri in modalità ehi-mamma-senza-mani.
Quando sputi sentenze.
Quando ti ergi a portatore unico del verbo.
Quando scrivi solo per provocare un qualsiasi sentimento negli altri.
Quando hai un’opinione su tutto.
Quando partecipi ostinatamente ad una conversazione che tanto non serve a nulla perché si polarizzerà.

Usa Facebook come se fosse un’estensione di te in pubblico, al bar, in spiaggia, al cinema, al ristorante, a casa, al lavoro, in generale in pubblico. Comincia a considerare Facebook per quel che è: un posto dove prima ti divertivi a postare le tue foto da sbronzo, adesso è una piattaforma di social marketing.

Andrà tutto meglio e smetterai di essere un troll.

Fino a quel momento, su Facebook il troll sei tu. E sono io.

Algoritmo Twitter: i migliori Tweet

I migliori Tweet - Algoritmo Twitter

20 aprile 2016 – Oggi ho scopreto che l’algoritmo di Twitter è impostato in modo da riproporre, dopo un po’ (non so dire quanto, al momento), l’ordine algoritmico anziché quello cronologico che pure avevo esplicitamente scelto.

Sono entrato nelle impostazioni e ho trovato spuntata la casella «Mostrami i migliori Tweet per primi».

Allora ho tolto la spunta.

Algoritmo twitter migliori Tweet

Poi ho cliccato su Salva e, sorpresa!

Algoritmo Twitter salva password

Già. Per confermare la mia scelta devo reinserire la password.

Come previsto, Twitter – esattamente come accade con l’algoritmo di Facebook – sta rendendo difficili le cose a chi l’algoritmo non lo vuole.

Sul tema, ho scritto per Wolf Chi ha paura dell’algoritmo?, perché le critiche alle OTT (Over The Top) e ai loro algoritmi, a mio modo di vedere, non c’entrano il punto.

Ciò detto, l’ossessione algoritmica è deleteria per le reti sociali e per i servizi che ne offrono. Lo si vedrà sul lungo periodo.

Algoritmo Twitter, non perderti mai un Tweet importante

Algoritmo Twitter - Non perderti mai un Tweet importante

19 marzo 2016 – Ieri mattina il mio Twitter mi ha accolto definitivamente con il suo nuovo algoritmo e con la schermata che vedi qui sopra. «Non perderti mai un Tweet importante», dice la scritta.

E prosegue: «Ora i migliori Tweet delle persone che segui appariranno in cima alla tua cronologia quando apri Twitter».

Bontà sua, c’è anche la possibilità di cliccare su Cambia le mie configurazioni per tornare al flusso cronologico (in altre parole, l’algoritmo è un’opzione – non incentivata e progressivamente nascosta).

Come tornare ai Tweet in ordine cronologico

Twitter - Impostazioni per tornare all'ordine cronologico

Se non clicchi subito su “cambia le mie configurazioni”, ovvero se non ne approfitti immediatamente per disattivare la funzionalità che Twitter sta cercando di far passare (sulla scia di Facebook e seguito da Instagram), all’ingresso successivo te lo ritrovi già lì, l’algoritmo, in funzione a mostrarti quelli che, secondo lui, sono i Tweet più importanti per te.

Ora, supponendo che tu voglia ritornare alla visualizzazione cronologica dei Tweet, sappi che, sì, come annunciato, è un’opzione che si può selezionare (ma che, sono pronto a scommettere, verrà scoraggiata nel tempo).

Tant’è, adesso si può. Per farlo devi entrare nelle impostazioni.

Poi devi togliere e togliere la spunta a “Mostrami i migliori Tweet per primi”.

Migliori Tweet

Una volta tolta la spunta clicchi su “Salva modifiche” e il gioco è fatto: il feed di Twitter torna ad essere quel che era.

Come “impara” da te l’algoritmo di Twitter?

Quando ti ricolleghi a Twitter, l’algoritmo ti mostra i Tweet “più importanti per te” se non hai esercitato l’opzione. Se no, se hai scelto di vedere comunque i Tweet in ordine cronologico, ti mostra comunque i Tweet scelti algoritmicamente “mentre non c’eri”, e poi comincia a partire con quelli cronologici da quando ti ricolleghi. Cioè, in altre parole, quello che “ti sei perso” non lo rivedrai comunque in ordine cronologico. Fatta questa precisazione, il primo Tweet che Twitter ti mostra presenta a fianco una X. Se ci clicchi, puoi rimuoverlo.

Tweet rimosso - Come addestrare l'algoritmo di Twitter

Se clicchi su “Mostra meno Tweet come questo” (qualunque cosa voglia dire “come questo”) allora Twitter ti dice che “Vedrai meno Tweet come questo”.

Vedrai meno Tweet come questo - Algoritmo Twitter che impara

Algoritmo di Twitter: un’opzione?

Twitter algoritmo

Arriva l’algoritmo di Twitter? Pare proprio di sì.

Per il momento sarebbe solo un’opzione.
DSico per il momento, perché chiunque abbia un po’ di esperienza sull’evoluzione del News Feed di Facebook sa molto bene cosa significhi un’opzione, in questi casi.

Facebook in ordine cronologico

Anche vedere gli aggiornamenti su Facebook in ordine cronologico è un’opzione, per capirci.

Ma è un’opzione che Facebook ha reso sempre più difficile e progressivamente nascosto: ora è relegata sulla barra di sinistra e che ad ogni nuova sessione il social ti ripropone il suo feed algoritmico. Sarei molto curioso di sapere quanti utenti si ostinano ancora a selezionarla. Perché accade? Da Facebook dicono che è per migliorare la tua esperienza utente. In realtà in questo modo Facebook monetizza meglio (perché contestualmente l’algoritmo riduce anche la portata delle pagine che hanno scopi commerciali, fosse anche solo come vettori di traffico verso siti terzi), inutile girarci troppo intorno.

Insomma: se l’algoritmo di Twitter sarà un’opzione, diventerà un’opzione da scegliere volontariamente ogni volta. E quindi non sarà un’opzione. Inutile fare altre speculazioni.

Piuttosto, bisogna chiedersi cosa faranno gli utenti. Perché Twitter è un post virtuale che può anche essere utile così com’è (in merito c’è un’interessante discussione in corso nel gruppo di Wolf, che nasce da una nota di Pier Luca Santoro). Ma cambiarlo potrebbe renderlo meno utile. Se poi diventa uguale a Facebook, a che serve?

Twitter, caratteri e traffico verso siti terzi

Twitter caratteri algoritmoTwitter verso il superamento dei 140 caratteri. È la seconda vola che se ne parla, e questa volta ci sarebbe addirittura un limite esplicitato: 10.000 caratteri.

A parte che sarà da vedere quest’ultimo punto (se son 10mila, potrebbero essere anche 20 o 30 o 40mila, no?) e come verrà implementata questa modifica, ancora una volta su Slate, Will Oremus centra perfettamente il cuore della questione.

Twitter sta tentando di trattenere al proprio interno il traffico, ospitando contenuti più lunghi di quanto prevedesse il format originale.

In realtà, dice il CEO Jack Dorsey, è già possibile scrivere testi lunghi su Twitter. Come? Per esempio con un Tweet-screenshot, come il suo.

Allora, il punto qual è?

Il punto è che da un lato Twitter ha bisogno di crescere (e secondo Rand Fishkin troverà il modo). Dall’altro ha bisogno di smettere di mandare fuori da sé il traffico e di cominciare a comportarsi come Facebook.

Trattenere gli utenti sulle proprie pagine, far crescere il tempo di permanenza, rispondere agli Instant Articles di Facebook. Ma
Twitter non deve guadagnar terreno solo nei confronti di Facebook, ma anche respingere altre realtà come Snapchat. Quindi, la mossa – se sarà confermata – è più che sensata. Quasi doverosa, per una “grande piattaforma” oggi.

Sul Corriere, Severgnini si “preoccupa” della possibile perdita di identità di Twitter. Ma mi pare un falso problema.

Già che ci siamo: assisteremo anche a una selezione algoritmica nel feed dei Tweet più selettiva di quella che vediamo con il mentre non c’eri?

E i produttori di contenuti si rassegneranno anche a questo? O cominceranno a coltivarsi i propri utenti in altri modi, sfruttando i volani di motori di ricerca e social al meglio ma occupandosi anche di migliorare le esperienze utente sui propri siti?

Algoritmo Instagram

Algoritmo Instagram

Algoritmo Instagram – La legge dell’algoritmo arriva anche in casa del social dedicato alle foto (acquisito da Facebook a settembre del 2012 per la ragguardevole cifra di 741 milioni di dollari): Instagram non sarà più in ordine cronologico. L’annuncio è su un post del blog di Instagram.

Questo accadrà con buona pace di tutti coloro che si sono affrettati addirittura a fare una petizione su una di quelle piattaforme di petizioni online e nonostante l’hashtag #keepinstagramchronological: tentativi carucci, per carità, e animati senz’altro dalle migliori intenzioni. Ma sono tentativi ingenui e non serviranno, così come non è servito avanzare dubbi sull’algoritmo di Facebook o sperare che Twitter non seguisse le orme del social di Menlo Park: adesso è un algoritmo che decide quali sono i Tweet che non ti devi perdere (e, sì, è un’opzione, è vero. Anche quella di Facebook è un’opzione, sempre più nascosta).

La strategia con cui da Instagram (cioè, da Facebook) comunicano questa variazione è la medesima di Facebook: il tutto viene fatto per te, per mostrarti i momenti che ti interessano di più. See the Moments You Care About First, si intitola il post. È tutto fatto per migliorare la tua esperienza utente.

Ti sorprenderà scoprire che le persone si perdono in media il 70% dei loro feed. Con la crescita di Instagram sta diventando difficile gestire tutte le foto e i video che le persone condividono. Questo significa che, spesso, non vedi i post che potrebbero interessarti di più.

Per migliorare la tua esperienza, il tuo feed verrà presto riordinato per scegliere i momenti che pensiamo ti interesseranno di più.

L’ordine delle foto e dei video nel tuo feed sarà basato sulla probabilità che tu sia interessarto al contenuto, sulla tua relazione con la persona che ha postato e sulla temporalità del post [sì, ricorda l’edge rank di Facebook, non ci può stupire, ndr].
Per cominciare ci stiamo concentrando su un’ottimizzazione dell’ordine – tutti i post saranno ancora lì, solo in ordine differente.

Se il tuo musicista preferito condivide un video dal concerto della notte scorsa, ti aspetterà quando ti svegli, indipendentemente da quanti account segui o da qual è il tuo fuso orario. E quando il tuo migliore amico posta una foto del suo nuovo cucciolo, non la perderai.

Ci prenderemo il tempo per far bene e ascoltare le tue considerazioni in questo percorso. Questa nuova esperienza si concretizzerà nei prossimi mesi.

Le reazioni degli utenti fanno un po’ tenerezza, e anche le spiegazioni del giornalismo mainstream italiano. In ballo c’è sempre una cosa sola. E cioè la convenienza propria delle piattaforme e dei servizi. Anche Tony Bradley su Forbes non sembra centrare il punto. Il punto è che Instagram (Facebook) non vuole che sia tu a scegliere. Vuole essere lui.