Dieci libri alla Biblioteca di Borgone per ricordare

25 maggio 2017 – Anche quest’anno, come tutti gli anni, c’è un anniversario che ritorna, puntuale, faticoso e doloroso. Anche quest’anno, per ricordare mio nonno, doniamo alcuni libri alla biblioteca di Borgone di Susa.

Quest’anno abbiamo deciso di non fare ordinazioni tramite Amazon ma di far lavorare una splendida libreria di Magenta che si chiama La memoria del mondo.

La biblioteca di Borgone ha fatto richiesta di una serie di libri per bambini dagli otto ai dieci anni. In parte la selezione è personale – fatta anche con l’aiuto di mia moglie. In parte deriva da richieste specifiche della biblioteca e in parte da numerosissimi suggerimenti che mi sono arrivati via social.

Ecco i titoli che abbiamo scelto:

La grande fabbrica delle parole
Il pianeta senza baci (e senza bici)
Il giornalino di Gian Burrasca
La Costituzione raccontata ai bambini
Mappe. Un atlante per viaggiare tra terra, mari e culture del mondo
Un chilo di piume un chilo di piombo
Storie Della Buonanotte Per Bambine Ribelli
Geronimo Stilton – Decimo viaggio nel mondo della fantasia
Rodari per tutto l’anno
Un ponte per Terabithia

A questi, dieci come di consueto, se ne aggiungono altri due che ci hanno regalato i gestori della libreria, cui abbiamo raccontato la storia di questa serie di donazioni. Sono entrambi editi da loro, da La memoria del mondo Libreria editrice e sono:

Le favole della nostra famiglia (scritto da Claudio con Camilla e Luca Magni, illustrato da Barbara Villa)
Il regno di Arlin (di Antonella Alida Rossi)

In qualche modo, questo contributo della libreria alla nostra tradizione di famiglia è la dimostrazione che abbiamo fatto bene a rivolgerci a una libreria e a persone con le quali abbiamo stretto una relazione. Alla fine, tutto ruota intorno a quello. Sono certo che mio nonno ne sarebbe felice.

La donazione del 2016

Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

25 maggio 2016 – Come l’anno scorso, anche quest’anno ho ordinato i libri che doneremo alla biblioteca di Borgone per ricordare Luciano Cattero, mio nonno. Fra due giorni ricorre il secondo anniversario della sua morte e portiamo avanti quella che diventerà una tradizione di famiglia.

Mio nonno, vorrei scriverlo chiaro e tondo, era un partigiano. E oggi che questa parola viene ridicolmente strumentalizzata per gettarla in un agone politico che non ha nulla a che vedere con la dignità di chi ha difeso valori per i quali oggi, al massimo, la maggior parte delle persone spende qualche minuto di indignazione virtuale su Facebook, bisogna ribadirla e fare in modo che si riappropri del suo significato.

I libri che doneremo alla biblioteca sono di vario genere. Ce ne sono tre di persone che ho il piacere di conoscere e che stimo molto. Si tratta di(*)

Propaganda pop, di Davide Mazzocco (prenotato su Amazon, uscirà fra qualche giorno)
Tiratura illimitata, di Andrea Daniele Signorelli
Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista, di Mauro Biani (con testi e infografiche a cura di Carlo Guibitosa e Antonella Carnicelli

Il primo è un testo prezioso di un autore poliedrico e autentico. «Siamo nel 2016 e la propaganda non è mai stata così in salute», scrive Davide a pagina 11. Va letto, tutto d’un fiato. Il secondo è un testo molto importante per chi, come me, si interroga e analizza le possibilità per il futuro dei giornali e dei giornalisti. Contiene anche una breve intervista al sottoscritto. Il terzo è un libro di cui ho sostenuto il crowdfunding. Da leggere e da sostenere, perché Altrinformazione scommette «sulla possibilità di fare editoria senza padroni, padrini, partiti, prestiti bancari e pubblicità».

Ci sono poi alcuni testi che ho scelto perché sono partigiani e “laterali”. Sono politici e aprono la mente. Essere partigiani significa anche questo. Significa non essere indifferenti e cercare una profondità di pensiero e di azione che vada oltre la superficiale partecipazione virtuale che oggi alcuni interpretano come attivismo, che scardini le finte verità prive di sostanza e i fallimenti della democrazia.

Oltre il potere e la burocrazia. L’immaginazione contro la violenza, l’ignoranza e la stupidità, di David Graeber, che mi sembra uno dei pensatori contemporanei più lucidi e interessanti.
Non avrete il mio odio, di Antoine Leiris, prima di tutto un uomo che perde la moglie in un attentato terroristico.
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, di Julia Cagé. Una possibilità per il giornalismo d’inchiesta, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino. Omonimo di mio nonno. Testo imprescindibile per capire perché parlare dell’emergenza come strumento di governo non è una teoria complottista. E per capire la politica contemporanea.
Non per il potere, di Alexander Langer, che sto leggendo proprio in questi giorni.
I Buoni, di Luca Rastello. Scomparso anche lui, è un doloroso affresco contro i buoni, che ha subito – come tutte le voci vere – duri e immeritati attacchi.

Infine, alcuni libri per bambini, scelti anche perché nel poco tempo che nonno Luciano ha avuto per conoscere la sua pronipote Gaia l’ha amata, lo so, come ha amato me. E lei, ogni tanto, guarda la sua foto (che è quella lì appesa nel mio piccolo angolo-studio, accanto a un disegno di mia figlia)

Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni. Perché a Gaia piace e perché era nella lista dei 49 libri da censurare (chissà perché) secondo il sindaco di Venezia. Qui, come avrai capito, non c’è spazio per la censura
Che rabbia!, di Mireille D’Allancé. Perché ai bambini – come agli adulti – deve essere riconosciuto il diritto a provare emozioni. Tutte, anche quelle negative. Non viviamo in un mondo di like e cuoricini dipinto da un marketing che vuole solo vendere di più e meglio senza produrre valore.
Chi me l’ha fatta in testa?, di Werner Holzwarth, perché è geniale riuscire a fare una storia per bimbi sulla cacca.

Dieci libri alla biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero

Un anno fa era il giorno più lungo e brutto della mia vita. Il 24 maggio 2014, dopo aver lavorato fino a tardi, facevo la notte accanto a mio nonno. Poi partivo il 25 maggio, senza aver chiuso occhio, salutandolo, chiedendomi se mi avesse riconosciuto – oggi credo di sì, lo spero tanto – e se l’avrei rivisto. Andavo a votare alle Europee, ricordandomi di quella volta che avevamo discusso perché mi ero astenuto dall’andare al seggio e lui non l’aveva presa bene. Poi partivo per andare in macchina a Corbetta. Dovevo andare a Roma, primo viaggio lungo con moglie-figlia-cane. Arrivato a casa, scoprivo al telefono che non l’avrei più rivisto. E poi partivo per un viaggio Corbetta-Roma che ho vissuto come se mi trovassi dentro una bolla di sapone. Non ricordo quasi nulla del viaggio.

Ci erano voluti pochi mesi di cancro aggressivo – e non scoperto, ma chissà se sarebbe servito – per portarsi via quei 92 anni di vita densi e pieni di storie da raccontare, di amore per le storie e la scienza, la matematica, i lavori manuali, la famiglia. 92 anni che per me sono e saranno sempre un esempio da seguire.

nonno luciano Il 6 gennaio 2011 scrivevo di lui su Facebook:

La mia fonte di ispirazione. La mia memoria storica. Partigiano. Uomo dalle scelte morali imprescindibili. Il motivo per cui sono tutto quello che sono. Il motivo per cui resisto. Per cui scrivo come scrivo. Il motivo per cui cucino come cucino. 89 anni. Chapeau.

È ancora tutto vero, anche se cucino molto poco, quasi mai, purtroppo. Sono tutte cose che un cancro non può cancellare e che si cancelleranno, per me, soltanto quando anch’io non ci sarò più.

Da tempo ho ridotto al minimo indispensabile i riferimenti troppo autobiografici al mio scrivere e a quello che pubblico. Questo è un riferimento per me indispensabile.

Per ricordare mio nonno abbiamo deciso, mia madre e io, di donare ogni anno, il 25 maggio, 10 libri alla Biblioteca Comunale di Borgone Susa, se ne avremo la possibilità economica come quest’anno.

Quest’anno ne ho scelti 6 e 4 li ho presi da una lista di “desideri” della biblioteca. Le mie scelte cercano di essere coerenti con quello che mio nonno mi ha insegnato, con la sua storia, con la sua attività politica. I libri erano una delle sue più grandi passioni.

Le mie scelte:
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia
Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999)
Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, a cura di S. Faure, A. Liparotto, G. Papi
Italo Calvino, L’entrata in guerra

I titoli presi dalla lista della biblioteca:
Mauro Corona, I misteri della montagna
Benjamin Wood, Il caso Bellwether
Michael Chricton, Zero Assoluto
Alberto Angela, I tre giorni di Pompei

Nelle due immagini, mio nonno ai fornelli mentre prepara la sua lasagna e la prima pagina dei dieci libri, con una dicitura molto semplice: Libro donato in memoria di Luciano Cattero.

(*) Nota di trasparenza: su questo blog utilizzo, occasionalmente, il programma di affiliazione Amazon. Cliccando sui link, atterri sul “negozio virtuale” di Amazon. Se compri, a te non cambia nulla. A me arriva una piccola percentuale sulla transazione. È un modo per sostenere le spese del dominio e per alimentare la produzione su questo sito, che è parte del mio lavoro.

Sanremo 2002, 2004, 2007, 2016, 2018, 2019 e un pezzo di storia (digitale e reale)

Sanremo 2018

Non è ancora finito questo Festival di Sanremo e sono già iniziati i primi articoli su Sanremo 2018, Sanremo 2019 e compagnia cantante (e ci si ferma lì giusto perché il contratti di Carlo Conti con la Rai scade a giugno del 2019 e speculare oltre sarebbe semplicemente ridicolo, altrimenti si andrebbe anche oltre). Succede perché si comincia ad imparare, fra le altre cose, che sul web bisogna giocare d’anticipo e che se ti fai un buon piano editoriale sul lungo periodo, allora magari raccogli qualche risultato dai motori di ricerca e ti sei convinto che è così che si fa SEO. Come se poi il web e la realtà fossero separati e come se la SEO non fosse una disciplina anche umanistica.

Amato o odiato, snobbato, criticato o non visto, per una buona settimanella il Festival catalizza l’attenzione mediatica di un grosso pezzo d’Italia e – soprattutto – degli addetti ai lavori (comunicazione, informazione). In scaletta sono previste, dal punto di vista giornalistico: anticipazioni – quasi tutte smentite – su chi ci sarà, critiche feroci sulle canzoni, i big che non vanno al Festival in gara, i giovani con poca visibilità, polemiche sui cachet di conduttori e ospiti. Fuoco di fila se gli ascolti Auditel vanno male. Gossip. Interrogazioni parlamentari. Politici che fanno passerella. Da qualche tempo a questa parte, allarme sicurezza. Fiera delle vanità e dei wannabe. Tante parole.

Da quando c’è Carlo Conti una fetta di questa scaletta informativa è stata disinnescata, perché il suo team ha lavorato anche di previsione e prevenzione e ha puntualmente anticipato e disinnescato sul nascere – invece di doverli rintuzzare – attacchi e polemiche. La mossa del 2017 di portare all’Ariston Maria De Filippi è stata – spiegavo per gli abbonati di Wolf – la ciliegina sulla torta per confezionare il terzo Festival consecutivo di successo. Trasformandolo nel DNA, rendendolo un crossover di tutte le realtà musicali mainstream italiane, a partire, ovviamente, dai talent show (l’indie, purtroppo, non trova posto da quelle parti, qualunque cosa si intenda per indie), con un cast che ammicca a tutte le fasce d’età e un prodotto televisivo che è pensato prima di tutto per funzionare e macinare numeri sull’Auditel. Un metro quantitativo e non qualitativo, ma l’unico metro che conta (a meno che uno non abbia la dignità e l’onestà intellettuale di criticare e giudicare un prodotto televisivo sempre prima dell’Auditel).

Come una buona fetta di persone in Italia, ho una serie di ricordi legati al Festival di Sanremo, fin dal 2002 o giù di lì.

Come molti altri di persone in Italia, ho una serie di ricordi legati al Festival di Sanremo, che partono dall’infanzia e arrivano fino a oggi.

Ma non sono solo ricordi canori. Almeno dal 2002 sono anche ricordi lavorativi. La prima volta in cui ho messo insieme televisione e web è stata nel 2004. In quell’anno aprivo un blog che si chiamava “Perché Sanremo è Sanremo” ed era raggiungibile all’indirizzo http://sanremo.splinder.com. Tredici anni dopo, Splinder non esiste più. È stata la prima piattaforma per blog in Italia, fondata nel 2001. Nel 2010 dichiarava di ospitare oltre 400mila blog. Nel 2012 è stata chiusa.

SplinderUn po’ incautamente, non ho mai salvato l’archivio di quel blog. Era collettivo e ad orologeria. Nel senso che ci poteva scrivere chiunque ne facesse richiesta, si apriva il giorno prima del Festival di Sanremo, si chiudeva il giorno dopo. È anche possibile – ancorché improbabile – che qualcuno lo abbia salvato. Ci divertivamo, era fatto in totale incoscienza e senza la consapevolezza del fatto che prima o poi per qualcuno fare il blog sarebbe diventato un lavoro, che sarebbe stata la naturale conseguenza del mio essere anche giornalista, che per molti poi sarebbe diventato content marketing. Qualcuno, fra i più sgamati, lo sapeva già. Io no. Eppure avevamo già allora talpe in giro per il Festival che ci mandavano indiscrezioni che facevano impazzire i giornali e i giornalisti, come se non ci fosse già la Gialappa’s in radio a violare sistematicamente l’embargo(*) (dieci anni dopo, poi, l’embargo l’avrebbe violato nientemeno che il Corriere della Sera. Non un blog qualsiasi).

Quell’anno, il 2004, conduceva Simona Ventura e dirigeva artisticamente Tony Renis: fu un mezzo disastro per Sanremo, anche perché Mediaset controprogrammava sul serio e per la prima volta un programma televisivo avrebbe superato il Festival in ascolti (si trattava del Grande Fratello condotto da Barbara d’Urso). Fra le tante cose diverse che ho fatto in questi 38 anni e passa di esistenza, quell’anno stavo frequentando la Scuola di Televisione RTI (al suo secondo anno) nella classe dei registi. Avevo già lavorato a vario titolo in televisione (Donne e Viaggi come tuttofare – un programma di Rete4 – una lunga e formativa gavetta a Telegenova, un paio di Sanremo già fatti come operatore proprio per Telegenova, altri programmi televisivi con la Betacam in spalla fra Rai e Mediaset) e affrontavo un’avventura che mi rendeva molto speranzoso e che in effetti ha dato una serie di frutti, anche se per motivi che all’epoca non sapevo capire e che spesso hanno poco a che fare con le reali capacità lavorative di una persona e molto con le doti relazionali. Sto cercando di migliorare in queste ultime, soprattutto.

Nel 2004 c’era anche il Daveblog. Ho scoperto qualche giorno fa, con un po’ di nostalgia, che è chiuso. E Dave si può leggere solo su Twitter.

Nel 2005 tornavo a Sanremo da lavoratore. Conduceva Bonolis. Io, con la mia telecamera, una SONY – comprata grazie a un incontro in una chat, come accennavo qui. Senza quell’incontro non avrei mai potuto permettermela – e il mio portatile, un Acer su cui era installato Premiere,  giravo e montavo disperatamente un videodiario giornaliero di un gruppo che gareggiava tra i giovani: La differenza. Disperatamente perché i portatili dell’epoca non erano fatti per reggere un carico di lavoro folle. Mi vennero in supporto anche due colleghi che lavoravano a Telegenova, perché non era gestibile da solo: avevo commesso un errore tipico, che avrei ripetuto più volte. Quello di sopravvalutare la quantità di cose che potevo fare. Bonolis macinava successi sul palco dell’Ariston, il blog sanremese su splinder macinava altri autori e divertissement. Io, nel mio albergo, montavo disperatamente. L’albergo era uno di quelli in cui dormivano anche alcuni cantanti: spesso tornavano a bersi qualcosa dopo il Festival o dopo la loro esibizione e vedevano un tizio che lavorava su un Acer fino alle 2, le 3 di notte e poi incrociava le dita sperando che il wi-fi funzionasse. Caricavo con la porta firewire della Sony il girato su cassette miniDV (un’ora per caricare un’ora), poi montavo, comprimevo e uploadavo. All’epoca la connessione si pagava all’ora e costava cifre assurde (il mio ricordo è di almeno 10 euro l’ora. Forse ingigantisco, forse no)! Tanto che dovetti farmi approvare un budget aggiuntivo.
Dove andava a finire il materiale video? Sui telefonini!

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Il fatto che stiamo parlando di un’era geologica fa lo dimostra non solo la tecnologia che avevo a disposizione, ma anche questo comunicato stampa ufficiale. Lo chiamavamo telefonino. E microbrowsing. E di lì a poco li avremmo chiamati videofonini.

Non ho mai saputo pensare a fare bene personal branding: lo dimostra il fatto che non avessi chiesto di essere nominato nel comunicato ufficiale. E infatti, eccomi lì, bello invisibile anche se di fatto stavo facendo una cosa che in Italia facevano pochissimi, nel 2004. Forse nessuno.

Negli anni a venire i ricordi si mescolano, ma so che non avrei più perso un solo Sanremo sul posto. Nel frattempo ero stato chiamato a fondare TvBlog e iniziavo una nuova avventura parallela. Il blog su splinder avrebbe continuato ad esistere, ma tutte le energie, gli sforzi, l’amore per lo scrivere e per il mio mestiere – qualunque esso sia – erano concentrati su quel piccolo sito che cresceva e cresceva e diventava quasi mainstream, da corsaro che era.

Nel 2006 si consumava il disastro-Panariello (e lo scapezzolamento di Ilary Blasi, che però non aveva lo stesso fascino di quello di Patsy Kensit: era il 1987 e io ho scritto, ricordandolo, «Considerato il fatto che negli anni ’80 non esisteva YouPorn, l’evento segna eroticamente un’intera generazione. Forse due»). Un’edizione tremenda. Vince Povia con la canzone del piccione. Poi i Nomadi, quindi Essere una donna (Anna Tatangelo che, grazie alla coppia autoriale D’Alessio-Mogol, sfodera la drammatica rima baciata Essere una donna / non vuol dir riempire solo una minigonna).
All’epoca Dada voleva ancora fare le videointerviste ai cantanti per i videofonini. Quindi ero lì per Dada ma anche per TvBlog, in modalità one man band (che significa, a Sanremo: prendi appuntamenti, telefona, rincorri, gira per hotel, gira le interviste in alberghi scuri, vai a casa, perché l’albergo diventa casa, chiuditi in stanza, visto che nel frattempo la wi-fi arriva nelle stanze, monta, comprimi, uploada). Facevo anche un videodiario personale per Teleblogo, che era il primo esperimento serio di videoblog quotidiano in rete: lo facevamo Fulvio Nebbia ed io, al principio, con un po’ di amici e colleghi a supporto, poi. La conduzione che per molte puntate era affidata a Serena Marongiu, poi Manuela Grippi per una versione torinese. Era troppo presto. Oggi i video quotidiani per fare engagement sono una realtà. Ne facemmo circa 150 puntate. Alcune si trovano ancora su Youtube e su archive.org.

Quello del 2007 è il Sanremo che ricordo con maggior affetto.

C’era Pippo Baudo a condurre, in coppia con Michelle Hunziker (prendere volti Mediaset per l’Ariston? Si faceva anche 10 anni fa! Anche 20, visto che nel 1997 lo conduceva Mike Bongiorno, per dire). Il Festival fu un successo. E mi regalò una grande gioia personale. Lavoravo a Scherzi a Parte come assistente alla regia di Duccio Forzano. Da un annetto avevo preso parte al progetto di Simone Cristicchi, dirigendo, girando e montando il documentario Dall’altra parte del cancello.

Da quel documentario, dal lungo viaggio che Simone e io (e altri amici) facemmo fra ex manicomi e CIM, dall’esperienza di Simone che già aveva uno spettacolo che si intitolava Centro d’Igiene Mentale (e che poi sarebbe diventato un libro), nacque Ti regalerò una rosa. Canzone splendida. Baudo capì il potenziale del pezzo e lo prese in gara – Simone aveva già mostrato le sue doti con Vorrei cantare come Biagio Antonacci, pezzo frainteso dai più, come capita spesso coi tormentoni ironici e metatestuali. Cristicchi sovvertì tutti i pronostici. Sulla sua sedia gialla, si portò a casa i premi della critica delle due sale stampa e la vittoria finale. Un en plein rarissimo.

Nel frattempo, con il socio e amico di sempre Fulvio Nebbia, stavo facendo nascere iK Produzioni. Insieme girammo il playback del videoclip di Simone (con Gianni Giannelli alla fotografia, Bruno Bonanno, Michela Sessa, Alessandro Zangrossi come troupe). Fulvio e Michela montarono il playback e il mio girato del documentario e ne venne fuori il videoclip di Ti regalerò una rosa, che finì anche in rotazione su MTV con grande gioia di noi tutti. E che completò il giro di premi di quel brano così ispirato divenendo il miglior videoclip italiano del 2007.

Da qualche parte conservo una foto con Simone e la palma del Festivàl: quella notte a Sanremo a festeggiare con il vincitore non me la dimenticherò mai, così come non mi dimenticherò mai il Tv Sorrisi e Canzoni con la foto di gruppo da cui ero tagliato – chi è questo? – e il fatto che non fossi citato come regista del documentario. Pazienza: da quel sodalizio vennero fuori le Lettere dal manicomio, con lo stesso Simone, con Gigi Proietti, Claudia Pandolfi e uno strepitoso Luca Lionello.

Produceva iK Produzioni per la regia del sottoscritto. Anche in quell’occasione, diciamo così, non brillai per capacità di personal branding. La storia si ripete e le persone non cambiano.

Baudo dilapidò il suo successo l’anno successivo, con un’edizione del Festival disastrosa. Che avrebbe aperto le porte al Bonolis Bis del 2009. Quell’anno Piolo – per quelli della generazione Bim Bum Bam questo è e rimarrà sempre –portò (l’abbiamo già detto, che non si inventa niente, sì?) Maria De Filippi sul palco dell’Ariston per la finale. Vinceva, guarda un po’, un dimenticabilissimo Marco Carta (reduce dal successone di Amici), con l’improbabile podio completato da Povia (La canzone si intitolava Luca era gay. Roba da far tremare i polsi) e Sal Da Vinci (Non riesco a farti innamorare mai di me, idem come sopra). Chi dice che oggi, musicalmente, il Festival vale poco forse dovrebbe ricordarsi quel 2009.

Nel frattempo di Festival non me ne perdevo più uno, come dicevo. Ero lì anche quell’anno, come al solito. Questa volta con l’amico Iacopo De Gregori (il cognome musicale non indica parentele). A girare per alberghi e montare video. Anche surreali e nonsense, come questo.

Con Iacopo condivido ricordi che oggi si riassumerebbero con hashtag. Tipo #dashaastafieva o #mevojoammazzà. Quest’ultima vale lo spazio di un altro ricordo. Iacopo e io siamo davanti a un pub. Esce Stefano Di Battista. Si mette accanto a noi, si accende una sigaretta. Vede due giovini che rincorrono Alfonso Signorini e la sosia di Liz Taylor (a Sanremo, se non lo sai, è il trionfo anche dei social), li ferma e dice: «Ci facciamo una foto»? Di Battista ci guarda e dice: «Me vojo ammazzà».

Il tempo va avanti veloce: 2010, 2011, 2012. Eccolo, è l’anno in cui divento anche direttore di Blogo.

Con il tempo, TvBlog si ritaglia lo spazio che merita. Prima gli accrediti al Palafiori, poi, finalmente, la sala stampa dell’Ariston. Una squadra di professionisti sempre più nutrita e agguerrita a seguire i fatti sanremesi. Ma questo è un pezzo di storia che è più facile ricostruire sul web contemporaneo, perché è ancora lì.

Con il fastforward tenuto premuto e velocissimo, arriviamo agli ultimi due anni. Non perché nel frattempo non ci siano state cose degne di nota. Dal 2013 al 2016 maciniamo lavoro, lavoro e ancora lavoro. Il 2016 è “boom”: per la prima volta il progetto di squadra di TvBlog approda anche su tre programmi televisivi Rai durante il Festival (vengo invitato a Storie vere e a La Vita in diretta e io, che sono notoriamente schivo e che il personal branding ancora non l’ho imparato, tutto sommato mi diverto anche. Non vado lì per fare il wannabe, non ho velleità di conduzione, voglio solo fare il mio lavoro, dire quel che penso come lo penso, non sono felice di andare in televisione e non ci vado per il gusto di andarci. Ci vado perché ho capito che fa bene al nostro lavoro. Vari collaboratori vanno al Dopofestival, con il medesimo spirito di gioco di squadra). Con Diego Odello, Fulvio Nebbia, Iacopo De Gregori, Grazia Sambruna, Giulio Pasqui ci inventiamo cose e cose e cose anche se non ci inventiamo niente (il claim di Teleblogo era: «Non abbiamo inventato niente, ma siamo stati i primi a farlo»). Il SanremoFake, per esempio. Notizie veramente false (molto prima che si parlasse di fake news). È come se in questo pezzo di vita che racconto qui le persone che mi circondano e il sottoscritto si fossero divertiti a fare cose prima. Il che, molto spesso, voleva dire farle fuori tempo, paradossalmente.

Nel frattempo, tutta la straordinaria squadra di intrattenimento di Blogo lavorava per crescere e migliorare e noi, a Sanremo, eravamo solo l’avamposto in loco di una macchina organizzata, rapida, precisa: fra gli storici e chi si aggiunge, è una redazione d’altissimo profilo. In ordine sparso: Marco “Hit”, Giorgia Iovane, Massimo Galanto, Sebastiano Cascone, Alberto Graziola, Arianna Galati, Arianna Ascione (che si fa anche due Sanremo da inviata), Fabio Traversa, Luciano Traversa, Daniela Bello, Fabio Morasca, Diego Testa, Paolo Sutera, Massimiliano Scalas, Riccardo Cristilli.

I tempi erano cambiati: nato AirB&B, così a Sanremo si passa da alberghi ad appartamenti. Ma tutto il resto non cambia: il lavoro è sempre ossessivo, maniacale, lungo, senza soste, sfibrante. Come nel 2004. Anche se adesso fai le foto anche con lo smartphone, puoi andare live su Facebook, è cambiato tutto e la wi-fi è gratis o non ti serve perché ti connetti in tethering.

Nella storia che interessa a tutti, intanto, Carlo Conti migliora sé stesso con un lavoro di squadra che dimostra che si può aver successo anche per due Festival di fila e si mette a preparare anche il 2017.

Ed eccolo qui, il 2017. Mentre scrivo, le quattro serate del Festival di Sanremo hanno totalizzato una media di 10.720mila telespettatori per uno share del 48,89%. Per superare gli 11 milioni di media dovrebbe farne 13 stasera, il che non è del tutto impossibile.

Alcune questioni di vita che non vale troppo la pena di mettere nero su bianco mi avrebbero tenuto lontano dal Festival per la prima volta da qualcosa come 15 anni. Invece, siccome Sanremo chiama, ci sono stato. Per un giorno e a commentare in tv, da giornalista, a Storie vere. A parlar di prodotto televisivo con metafore calcistiche, di solipsismo e smanate sugli smartphone, di empatia e contemporaneità, di Mika che attraversa un decennio e parte da un social network che doveva cambiare il mondo e che oggi non c’è più (MySpace) e altre storie (anche se non ho avuto il tempo di parlare dell’acuto a manovella che accomuna Al Bano a Kekko dei Modà).

Dal 2002 a oggi è passato tanto tempo, sia per me sia per il Festival. Forse ho imparato un po’ a fare anche il personal branding, ma non ne sono del tutto sicuro. Perché non so applicare a me stesso il Guru Business Model e perché il personal branding, per me, non può essere separato dai contenuti, dalla coerenza, dall’essere intellettualmente onesti, dalla sincerità, dal dire ciò che si pensa e dal fare ciò che si dice.

Il Festival è rimasto quel che è: un prodotto televisivo che però è anche una vetrina per la canzone italiana. Un’occasione di confronto, di analisi dei media, di comunicazione, di informazione, una palestra per aspiranti giornalisti, un circo per wannabe, un carrozzone che a volte si deve prendere sul serio e a volte no, un posto dove devi poter dare le spalle alla telecamera come fa Maria De Filippi, un luogo dove ti fai  la colazione ligure con cappuccino e focaccia, un posto dove mi piace tornare.

Festival di Sanremo

(*) Per i non addetti ai lavori: l’embargo è quella cosa anacronistica che si richiede ai giornalisti che lavorano a un evento in diretta in cui è prevista una gara con giuria. Per consentire ai giornalisti di prepararsi, si comunica loro il vincitore o il podio. E si chiede di non violare l’embargo. In epoca di social network non serve a niente. E infatti nel 2016, saggiamente, in sala stampa non ci dissero proprio nulla.

P.S.: qualche anno fa avevo il sogno di lavorarci dentro, al Festival. Cioè, proprio al prodotto. Chissà, forse mi piacerebbe ancora.

Cosa (e come) avete letto qui nel 2015?

Border collie

Nel 2015 ho lavorato a questo sito in maniera sporadica e senza un piano ben preciso, anche perché il grosso della mia attività sul web si concentra, per forza di cose, su Blogo e, in maniera decisamente più ristretta, su Slow News, che pure ha la sua bella crescita lenta e che ora ha un suo spin-off realizzato insieme a Datamediahub che si chiama Wolf.

Mi sembra interessante dare ai lettori di questo sito una panoramica sulle “cose” più lette, mostrando numeri veri (tutte le immagini si ingrandiscono cliccando).

Il pezzo che di gran lunga viene più cliccato è quello dedicato a Lucky, il border collie di famiglia: 14.434 accessi, 6’53” di tempo medio di permanenza. «Ma come. Parli di seo, social, giornalismo e il contenuto più letto riguarda un cane?» Che delusione, potrebbe pensare qualcuno. Invece no: quel post per me è estremamente importante perché, oltre a essere il diario di bordo della mia esperienza con Lucky è anche un piccolo esperimento editoriale, seo e di nicchia, e sta raccogliendo una piccola comunità di proprietari di border collie che possono condividere le loro esperienze, scambiarsi domande, consigli e suggerimenti.

Alberto Puliafito contenuti

Poi c’è la home page. Non ci sorprenderà, vista la natura del sito.

Quindi, un pezzo che è andato bene sui social, dal titolo Io non clicco. Contro il clickbait. 2.750 accessi, tempo medio sulla pagina 3’15”.

Stessa sorte per un altro pezzo sul giornalismo online, che non è morto ma tenta di suicidarsi. Con vignetta omaggio di Mauro Biani. 1.948 accessi, 4’49” di permanenza media sulla pagina.

Alberto Puliafito dati

Poi c’è la pagina “Chi sono” (abbastanza comprensibile la ragione).

Quindi, in ordine decrescente, seguono:

Giornalismo e No expo
Ritorno all’università
Giornalismo Seo
Facebook e il traffico verso siti terzi
Noads e tragedy: la lezione del Nyt
Tuttipossonosbagliare, crowdfunding

albertopuliafito.it

Il grosso del traffico arriva da Google e da Facebook. Poi ci sono i direct/none (mannaggia ad Analytics) e, ovviamente, i referral fantasma.

Da Google, ovviamente, moltissimi atterrano sul post del border collie.

traffico organico

Da Facebook, invece, dipende molto dal giro che prendono i miei post.

traffico dati facebook

Considerato il fatto che si tratta di un sito personale che è nato senza un piano preciso, come “archivio” di appunti che non voglio più regalare a Facebook, sono piuttosto soddisfatto di come siano andate le cose, e anche di quelle 100 visite al giorno che mi accompagnano: si tratta di nicchie di persone, interessate ad argomenti specifici: un traffico maggiore non servirebbe a nulla di concreto. Grazie a questo sito ho stretto relazioni, fatto progetti, consolidato un’attività di formazione. I corsi che faccio a Primopiano nascono da questo post, che si era diffuso molto sui social. Invece, quelli per il Centrostudi nascono da un’altro tipo di interazione social: la conoscenza personale, attraverso reti di persone. In particolare, dalla relazione con Davide Mazzocco – autore di Giornalismo digitale – che conosceva il mio socio Fulvio, con cui nel 2007 ho fondato iK Produzioni e che lavora anche per Blogo, essendo un ottimo giornalista, di comprovata esperienza. Abbiamo parlato di corsi con Davide, Davide li ha proposti al suo editore, che, nella persona di Massimiliano Lanzi, ha accolto la cosa con entusiasmo facendo anche formazione, ed è finita che facciamo formazione – il mondo è piccolo – insieme a Pier Luca Santoro. Poi è andata a finire che faccio anch’io un libro con il Centro di documentazione giornalistica, sul Digital content management.

dati alberto puliafito

Del resto, il mio lavoro per Blogo, quasi undici anni fa, era iniziato grazie a un blogger che leggeva il mio blog personale (oggi offline) e che mi ha presentato ai fondatori di Blogo. I blog di quell’epoca erano solo un’altra rete sociale (cioè, un social network).

Castelli di sabbia

È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo?L'idiota, Fëdor Dostoevskij

Un anno fa, mia figlia si sedette in un castello di sabbia abbandonato: rideva, guardando le torrette e i muri intorno a lei. Poco dopo arrivò un altro bimbo e distrusse a calci il castello di sabbia. Mi sembrò una rappresentazione, tremendamente realistica, di quel che succede con certi edifici che sarebbero più che sufficienti per dare dimora ai senzatetto. In Italia, l’invenduto è pari a 540mila abitazioni [Il Sole 24 Ore, 2014]. Più difficile scoprire quanti siano i senzatetto: chissà come mai. Forse è un dato scomodo? Tant’è, a Milano sono oltre 2600 [Lavoce.info. Il dato è del 2013 e nelle tabelle si nota come il numero sia in crescita notevole]. A Roma sono oltre 3200 [West-info.eu]. In tutta Europa, per avere un’idea del fenomeno sono stati stimati in circa 3 milioni (ma era il 2004. La stima era del progetto Unhabitat, e il numero è sicuramente in crescita).

È vero, era solo un castello di sabbia. Ma a volte ritornano.

Oggi è capitato questo. Avevamo costruito un castello di sabbia. Cinque torrette, un fossato intorno, un ponte, una specie di laghetto. Poi siamo tornati in casa. Mia figlia ha dormito, io ho lavorato. Quando si è svegliata, le ho chiesto, con mia moglie: «Chissà se ritroviamo il castello di sabbia». Nostra figlia ha risposto: «Boh». E io le ho detto: «Be’, se non lo troviamo, lo rifacciamo, va bene?»

Siamo scesi in spiaggia e il castello che avevamo lasciato era cresciuto ed era stato abbellito. Un altro muro, una montagna, delle palme, una pianta, alcune casette, campi coltivati.

Un anno dopo l’episodio dell’occupazione-distruzione, non ho potuto fare a meno di pensare anche questa volta alla potenza metaforica di questo evento, di per sé insignificante: sappiamo bene che le cose accadono non in virtù di un disegno o per indicarci una via o per avere un significato. Accadono, e basta. E i significati li attribuiamo noi. E le coincidenze non esistono.

Però oggi è successo questo, in definitiva: è successo che abbiamo lasciato qualcosa di fatto da noi, lo abbiamo trovato migliorato.

Certo, nel nuovo castello di sabbia c’erano cose che io non avrei messo, ma c’erano tutte quelle che avevamo lasciato.

È così che dovrebbe funzionare la collaborazione sociale che immagino.

Una collaborazione non distruttiva, non competitiva: ciascuno mette in comune qualcosa di proprio per contribuire a fare qualcosa di bello, di diverso, di altro. Insieme. E poi lo lascia lì, a disposizione degli altri. E quando ne ha bisogno torna a usarlo e, quando può, a dare il proprio contributo.

Dovrebbe essere un principio alla base della collaborazione fra chi non si è seduto dalla parte dei vincitori. Peccato che noi vinti ci siamo cascati, facili vittime della trappola che si nasconde nel denaro, nel dare a tutto un valore economico. Il marketing politico ci ha convinti che il nemico è fra di noi. La narrazione di massa ha svuotato le parole dei loro significati, ha piallato la nostra immaginazione: non potremo mai avere un castello, figurarsi se possiamo metterci a costruirne uno insieme agli altri. Figurarsi se possiamo fidarci.

Sì, d’accordo. Anche questa volta era solo un castello di sabbia.

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[Nella foto, il castello di sabbia dopo l’intervento degli sconosciuti che lo hanno fatto crescere e migliorato. È una storia vera]

Dove ci vediamo a ottobre?

Diamo un’aggiornata agli incontri.

Sabato 3 ottobre 2015, Prato, Digit 2015
Periscope, narrare gli eventi in diretta tv, con Alberto Puliafito e Guido Scorza
Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere con Enzo Iacopino, Luigi Cobisi, Pino Rea, Alberto Puliafito, Marco Giovanelli, Raffaele Lorusso

Venerdì 9 ottobre 2015, dalle 9 alle 18 c/o Tempio di Adriano – Piazza di Pietra, RomaCome si progettano, cosa ci si mette, come si gestiscono e come si promuovono. Oltre al sottoscritto, docenti: Massimiliano Lanzi, Davide Mazzocco, Pier Luca Santoro. Il corso è a pagamento, 100 reuro + IVA. Dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di Centrostudi Giornalismo e comunicazioneLink Sigef]

Martedì 13 ottobre 2015, dalle 9 alle 18 c/o Primopiano, via Rabolini 13, Milano – Giornalisti-imprenditori e nuovi modelli di business. Corso valido per la formazione continua dei giornalisti. Il corso è a pagamento, 90 euro + IVA, e dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di PrimopianoLink Sigef, occorre iscriversi su entrambe le piattaforme]

Venerdì 16 ottobre 2015 (e dunque non più sabato 17)>, dalle 9 alle 18 c/o Primopiano, via Rabolini 13, Milano – Teorie e tecniche SEO, corso valido per la formazione continua dei giornalisti. Il corso è gratuito, ma è al completo. Dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di Primopiano – Link Sigef]

Domenica 25 ottobre 2015, ore 18.30, Bookcity, Milano, spazio Ansaldo Quale futuro per il giornalismo online?. Con Andrea Daniele Signorelli, Jacopo Tondelli, Giacomo Giossi, Alberto Puliafito

Ritorno all’Università

27 maggio 2015 – Ho sostenuto l’ultimo esame all’Università nel 2003, il 18 dicembre. O meglio, il penultimo. L’ultimo, in realtà, l’ho superato oggi.

Nel 2014 ho deciso che avrei finito l’Università. Avevo frequentato Ingegneria Biomedica a Genova, prima di farmi travolgere dal mondo del lavoro che volevo fare allora: la televisione (l’ho fatta e la faccio, con iK Produzioni e non solo). E poi forse il cinema (ma quello non si è ancora concretizzato), e ancora: il giornalismo (che invece si è concretizzato eccome con Blogo e non solo). Insomma, a pensarci bene, tutto ciò che ha a che fare con la comunicazione.

Cosa c’entri tutto questo con Ingegneria Biomedica è una storia troppo lunga da spiegare. Quel che posso dire è che oggi, 18 anni dopo la mia iscrizione a quel corso di Laurea che mi portava a vivere da solo, 4481 giorni dopo il penultimo esame, penso, come allora, che c’entri e sia perfettamente coerente con tutti i miei interessi e le mie passioni.

Mi mancavano sei esami, per finire, quando ho mollato per trasferirmi a Roma e cominciare un’altra vita. Ma insomma, rimaneva questo nodo sospeso e dopo undici anni ho fatto in modo di iniziare a scioglierlo. Anche perché lo dovevo a me stesso e a una persona che non c’è più. È una questione di finire percorsi, tutto sommato. Di rimettersi in gioco. Di rimettere a posto le tracce lasciate in giro.

Così ho pensato di scrivere qualche riga in merito, più per appunti personali e per lasciare una traccia per chi dovesse pensare di fare la stessa cosa che altro.

Come già per le avventure del border collie di famiglia, Lucky, e il ricongiungimento della carriera giornalistica, questa pagina sarà un diario aggiornato asincronamente.

Per la cronaca, oggi ho sostenuto Economia ed Organizzazione Aziendale. Risalire le scale che portano a Villa Bonino passando da sotto, rivedere quei posti (qualche ingresso chiuso, qualche lavoro in corso, padiglioni nuovi, volti diversi ma con le stesse espressioni) è roba da amarcord. Col senno di poi uno potrebbe pensare: avrei dovuto finire prima. Ma mi sarei perso tante cose che invece ho vissuto. Forse l’università bisognerebbe farla dopo un po’ di esperienze, chissà. Certo è che tanti anni dopo, un esame si affronta con un altro spirito – anche se la tensione, quella piacevole, c’è eccome.

Mi restano, in ordine sparso, Biochimica, Comunicazioni elettriche, Meccanica dei Fluidi, Scienza delle costruzioni e Progettazione e produzione multimediale.

Ricongiungimento della carriera universitaria

Dimenticatevi tutte quelle leggende a proposito di esborsi inenarrabili e del pagamento di tutti gli anni arretrati. Non è così. Dipende da facoltà a facoltà. Nel mio caso, ho dovuto pagare, un’unica tassa di 500 euro e poi le tasse universitarie dell’anno, una volta che la mia pratica è stata accettata. L’unico “rischio” corso è una quota di 100 euro (diritti di segreteria per la pratica, che però, una volta approvata, vengono considerati come acconto delle tasse).

Per inoltrare la domanda ho semplicemente seguito le indicazioni della segreteria. Al primo consiglio di facoltà utile, è stata approvata.

Dal punto di vista didattico ho trovato un appoggio puntuale da parte della segreteria didattica, che mi ha aiutato a prendere contatto con i docenti, con i quali – secondo le specifiche di ciascun esame – concordo via via programma e modalità per sostenere l’esame stesso.

Vivere connesso, studiare disconnesso

Per lavoro, per Blogo soprattutto, io vivo connesso.
È una situazione che a lungo andare è logorante e per preservare la vita sociale, quella sentimentale ma anche gli spazi personali sto imparando – forzatamente – a prendere dei momenti di “stacco”.

Ebbene, lo studio è diventato uno di questi momenti.

Realisticamente, non riesco a studiare in media più di una o due ore al giorno al massimo, per far fronte anche agli altri impegni di lavoro e di famiglia. Lo devo fare in momenti di bassa attività altrui – la notte è un’ottima cosa, per esempio anche se non ho più il fisico – e devo disconnettere qualsiasi strumentazione in mio possesso. Anche se la cosa diventa piuttosto scomoda perché internet è una risorsa perfetta per approfondire. Ma è anche la più clamorosa fonte di perdite di tempo che si conosca, soprattutto quando si gestisce una redazione diffusa attraverso software di messaggeria istantanea, quando lo strumento di lavoro primario è la mail, quando si lavora con le all news e con il tempo reale.

Ebbene, per studiare devo stare disconnesso ed è una sensazione positiva, di recupero dell’intimità con se stessi.

Quelle rare volte che, invece di studiare la notte, riesco ad andare di giorno in biblioteca – in mezzo a studenti ben più giovani del sottoscritto che mi guardano come una specie di alieni – e a godermi quella piacevole dimensione ovattata che non ricordavo più. Piacevole al punto che a volte, da bravo free lance senza una postazione fissa, mi fermo a lavorarci, anche, in biblioteca.