Verifica delle fonti: “news satire” o “parody news”

Oggi circola in maniera insistente e condivisa anche da contatti insospettabili – quelli che generalmente non credono a tutto quel che leggono – la “notizia” dell’arresto di Banksy.
Che non è una notizia, ma una bufala.
Fortunatamente non ci sono cascate testate mainstream (almeno, non ancora).

Un suggerimento banale per essere un po’ più certi di quel che si pubblica – ce ne sono molti, in realtà, da applicare, anche se la certezza matematica non si può avere, visto che spesso anche i grandi sbagliano – è quella di verificare chi ha pubblicato per primo.

In questo caso, il National Report. Che, come si può vedere con uno sforzo di una decina di secondi utilizzando google, è un news satire website, anche se i suoi pezzi sembrano veri.

Insomma, don’t judge a book by its cover.

La sospensione dello shock

Oggi ho invitato tutti gli autori di Blogo a sospendere l’uso di parole che generano o suggeriscono immotivata enfasi, quali

shock (o choc), emergenza, urgenza, incredibile, straordinario, impossibile, eccezionale, geniale, capolavoro

e simili.

E’ una risposta – piccola quanto si vuole – alla deriva deprimente dell’informazione e della titolazione in Italia. Penso che farà del bene ad autori e lettori. Anzi,

«i nostri lettori non potranno che giovarne. E anche noi, a lungo termine. La commozione, lo stupore, le emozioni in generale rischiano di aver poco a che vedere con le notizie. Ma se sono necessarie, si possono suggerire (non sottolineare, suggerire) nei modi più eleganti e raffinati che la lingua italiana ci consente».

La richiesta, se vogliamo la dichiarazione d’intenti, è stata accolta in maniera entusiastica: questo dimostra che ci sono persone che lavorano e scrivono online che vogliono fare sempre meglio e che si rendono conto che è giunto il momento di mettere un punto a determinate pratiche.

Shock, incredibile, sconvolgente, commovente e 10 cose che… Elogio del pensiero normale

Se è tutto urgente, nulla è urgente. Se è tutto shock, nulla è choc (*). Se qualcosa è incredibile, allora non ci credo. Se è successo, allora non è né incredibile né impossibile. Se piove non è un uragano. Se è un’eccezione, non è la regola.

Dovrebbe iniziare così, qualsiasi elogio del pensiero normale. Ma anche qualsiasi pensiero critico sulla comunicazione online in Italia oggi (di questo mi occupo. Per l’estero c’è tempo. Ma non è un caso che l’immagine di apertura di questo pezzo sia il gigantesco OMG – Oh, my God – umano che campeggia in bella vista sulla pagina Facebook di Buzzfeed).

Il fatto è che, ve ne sarete accorti senza troppa difficoltà guardando il feed del vostro Facebook, per dire, è tutta una caccia al click. Il social media management, per molti, si è ridotto a questo (e questi molti, la scuola estera che ha già cambiato ampiamente direzione, fanno solo finta di studiarla).

Ed ecco, quindi, che arrivano le notizie, gli annunci, le frasi, le dichirazioni “shock” (o “choc”), appunto.

E ancora, i video che commuovono (o “fanno impazzire” o “sconvolgono”, scegliete voi un verbo che indica qualcosa di iper-eclatante e che contiene al suo interno, non esplicitati, superlativi e punti esclamativi) la Rete (la personalizzazione del web è fondamentale, ovvio).

E poi le liste, le 10 cose che… (anche questo copiato dall’estero, e introiettato malamente), le gallery, i meme (quelli imposti, mica quelli veramente virali, ché generar viralità è un’arte tanto difficile quanto casuale), tutte le più becere strategie acchiappa-click.

Non basta: fra chi giustamente spiega e critica il click baiting e chi stigmatizza il social media marketing de noantri, ci troviamo immersi in un flusso informativo dove si arriva, senza problemi, a inventare – o quantomeno a non verificare – le notizie. Di esempi che ne sono a bizzeffe. Dalla famosa bufala del costo della corruzione in Italia da 60 miliardi di euro (finita addirittura in un rapporto dell’Unione Europea) all’ordine (mai trovato) di infibulare tutte le donne islamiche. La pratica è ormai diffusissima. E se anche le agenzie battono notizie non verificate, il lavoro del giornalista, sempre meno pagato, è sempre più difficile, se non vuole soccombere e se vuole provare a fare comunque informazione etica.

nonmenefregauncazzo

Non è tanto diversa, questa deriva, dalla decretazione di stati d’emergenza per governare a colpi di decreto. Anzi, probabilmente è figlia della medesima logica.

D’altro canto, la reazione che si ha – e che, auspicabilmente, si avrà sempre di più – rispetto alle notizie “shock”-secondo-i-social-manager o secondo i desk dei quotidiani online sarà quella di non cliccare.

Pensateci bene: se un lettore si aspetta di trovare una certa notizia, magari trattata in un certo modo, e la sua aspettativa viene frustrata una, due, dieci, cento volte, poi quel lettore non cliccherà più. Se non glie ne frega niente, di quel che trova, non cliccherà più.

E in un mondo in cui il valore di una pagina web – una volta che tutti i trucchetti per gonfiarne gli accessi ridurranno in cenere la metrica delle pagine viste – sarà sempre di più il tipo di condivisioni, interazioni, interesse che genera, il tempo di permanenza di reali esseri umani sulla medesima (la community, insomma), be’, è chiaro che questa strategia acchiappaclick, che paga sul breve periodo è destinata, nel medio, a divenire fallimentare.

E allora, poi, si dovrà andare a recuperare il lettore, la sua fiducia, la sua voglia di approfondire. Perché prima o poi il lettore farà lo sciopero del click. Magari nemmeno in maniera consapevole: semplicemente, smetterà di cliccare a furia di esser deluso.

Questo vuol essere un elogio del pensiero normale (non solo “critico”, proprio “normale”). Chi fa comunicazione ha il dovere di ridimensionare il proprio uso della lingua, perché quel che si vede ora in Italia va bene per un tipo di comunicazione veloce e inaffidabile, è adattissimo per una sveltina su una pagina web. Non funziona per costruire un rapporto duraturo.

Prima o poi – visto che con certe aree del settore non conta nemmeno parlare dell’utente finale, il lettore, ma conta solo parlare degli inserzionisti – anche agli inserzionisti interesseranno i rapporti duraturi.

Non solo. Normalizzare i titoli, eliminare i superlativi, il caps lock, l’enfasi, servirà anche a generare un virtuoso modello di slow-news, che si contrapporrà inevitabilmente alle junk-news. E che, a lungo termine, non potrà che essere vincente.

OMG - Buzzfeed

(*) Shock (inglese) oppure choc (francese): sono entrambe grafie corrette. Da evitarsi, come suggerisce la Treccani, altre amenità, tipo scioc, shoc o chock. Se proprio si deve usare il termine per generar derivati, è preferibile l’italiano: scioccare, scioccante, scioccato, ed evitare shockante, choccante o aberrazioni analoghe. Ma potete anche farne a meno del tutto, credetemi.

Giornalismo social: una prospettiva diversa per gli strumenti di lavoro e la fiducia

Come si recupera la fiducia del lettore? Come si fa un’intervista che prima non si poteva fare? Strumenti di lavoro e valore della credibilità.

Giornalismo social network fiducia

Il giornalismo, per molti, forse troppi versi, agonizzante, è senz’altro sottoposto anche alla sfida dell’era dei social network. Si parla continuamente di possibilità di maggior visibilità per blogger e professionisti sconosciuti e spesso la visibilità diventa una specie di moneta di scambio per il lavoro, ma questa è davvero un’altra storia rispetto a quel che volevo scrivere. Si ignora che il giornalista oggi deve vere le competenze del mestiere, la freschezza del blogger, la rapidità del social, e che deve essere “curatore di contenuti”. Ma anche questa è un’altra storia.

Oggi volevo parlare di come è stata fatta quest’intervista, del modello di lavoro che si può implementare e di tutto quel che ne consegue.

La storia è semplice. Grazie a una gallery condivisa su Reddit, che mi ha segnalato Luca, ho scoperto questo blog su Sochi in cui si alternano voci istituzionali e propagandistiche a voci critiche. In particolare, il lavoro critico è guidato da Aleksandr Valov.

Gli scrivo in inglese, scopro che parla solo russo. Allora metto un annuncio su Facebook e chiedo se c’è qualcuno disposto a farmi una traduzione in russo. Ottengo il contatto di Sonia grazie ad Arianna, tramite lei riesco a comunicare con Aleksandr, che però è restio a rispondere a domande per iscritto: vuole fare solo al telefono. Le cose si complicano, ma un’amica di Sonia, Anna, fa l’intervista per conto nostro, telefonicamente, da Mosca.

E così riesco a pubblicare un pezzo che, altrimenti, non avrei mai potuto scrivere.

Di mezzo ci sono di sicuro alcune questioni “deontologiche”. Prima fra tutte, la fiducia. E’ ovvio che si debba avere fiducia nel “terzo” che si presta a fare da tramite, e che ci debba essere un rapporto di fiducia reciproca fra giornalista, traduttore (qui addirittura due), intervistato.

La garanzia di fiducia, però, non è solo un tacito accordo fra le parti in causa. Anzi, è tangibile: arriva proprio grazie al social network: nel proporre l’intervista definitiva pubblicata utilizzo un altro strumento a disposizione sui social network: il tag. Quando condivdo l’intervista su Facebook “taggo” pubblicamente, oltre al tramite, anche Aleksandr, che potrà se non altro, utilizzando per esempio Google translator, verificare, se ne avrà voglia, che il suo pensiero sia riportato in maniera conforme e, eventualmente, fare aggiunte, precisazioni, correzioni.

Questo livello di creazione di fiducia è una garanzia anche per il lettore.

E’ chiaro che si produca, in questo modo, un tipo informazione non strillata, non condensabile in 140 caratteri, non fruibile con estrema velocità (infatti, nell’intervista ad Aleksandr emerge una visione di pensiero critico complessa, che mette in evidenza anche i punti positivi della gestione russa dei giochi olimpici e delle infrastrutture, per capirci. Fatti salvi i punti negativi, come per esempio l’immenso sperpero di denaro). Ma non è affatto detto che non sia un’informazione viralizzabile, per esempio.

Ed è altrettanto chiaro che sia una via interessante per far recuperare nel lettore la fiducia in chi scrive. In tempi di monetizzazione anche del pensiero (quello dei presunti influencer) siamo proprio sicuri che la fiducia del lettore (il primo cliente di chi scrive e di chi pubblica una testata) sia priva di valore?

Insomma. Il social network è un’opportunità per il giornalismo. Ma non per la visibilità (fra l’altro, inutile ricordare ancora una volta come Facebook abbia stretto la cinghia rispetto alla quantità di “reach” che garantisce a chi pubblica contenuti propri sul social), né perché si viralizza tutto – sulla qualità delle notizie viralizzate tornerò più avanti.

No, perché fornisce un nuovo strumento di contatto e di lavoro al giornalista. E ricostruisce la fiducia.