Fake news, post verità e verifica delle fonti


Sul tema delle fake news, qualche tempo fa, ho scritto un pezzo dal titolo Fake news: una battaglia pericolosa. Il mio problema con le fake news non riguarda tanto la loro specificità web, quanto il fatto che a volte le fake news approdano su veri giornali (e che è sempre successo).

Sulla post-verità, tutto si potrebbe archiviare con una battuta: se siamo nell’era della post-verità, ci siamo persi l’era della verità.

Da tempo mi occupo dell’argomento della verifica delle fonti. Con Slow News, abbiamo contribuito, grazie al lavoro di Andrea Coccia, alla traduzione in italiano del Verification Handbook, un manuale per la verifica degli user generated content.

Siamo convinti che il principale antidoto contro le fake news sia in verità qualcosa di più complesso: rallentare, definire un metodo e recuperare le basi del buon giornalismo.

Da questo punto di partenza e da questo lungo percorso, grazie all’interessamento di Max Lanzi del Centro di Documentazione Giornalistica e grazie all’Ordine dei giornalisti, è nato il corso Strumenti di verifica delle notizie e contrasto alle fake news.

È un webinar gratuito che trovi nella piattaforma per la formazione professionale continua per giornalisti (http://fpc.formazionegiornalisti.it/).

Vale 10 crediti.

È diviso in quattro capitoli:
Verifica delle fonti – Lo scenario
Verifica delle fonti – Il metodo
Verifica delle fonti – Pratica e strumenti
Il fact checking per il giornalismo investigativo

Nella breve presentazione del corso, che non ho curato personalmente e di cui dunque sono molto contento si legge:

«Si è cercato di costruire un’esperienza formativa che fosse pienamente inserita nel dibattito sul futuro e il ruolo del giornalismo e al tempo stesso in grado di offrire “una cassetta degli attrezzi” utile per lavorare fuori e dentro le redazioni. L’invito, dunque, è di fruirlo nella sua interezza, prendendo appunti non solo finalizzati al superamento del test, ma come base di arricchimento deontologico e indispensabile aggiornamento professionale».

È esattamente quel che ho cercato di fare. Spero di esserci riuscito. Le riprese del corso e il montaggio sono a cura di Fulvio Nebbia, iK Produzioni.

Membership = appartenenza

Una delle parole chiave per i modelli di business del giornalismo del futuro (e del presente, perché no) l’aveva pronunciata chiaramente Jeff Jarvis nel suo incontro all’International Journalism Festival 2015 a Perugia e trova nel 2017 nuova linfa in un’interessante iniziativa da seguire, che riguarda il Messaggero Veneto.

La parola chiave è: membership.

Quando ho sentito l’intervento di Jervis nel 2017 ho pensato: tutto giusto, tutto bene, ho pensato. Poi, peròm mi sono detto: come si fa a evitare che in Italia qualcuno legga, ascolti, dica membership e pensi, intanto, a una raccolta-punti-con-premi-tipo-le-tazze-del-Mulino-Bianco? O che si confonda il concetto con il semplice abbonamento?

E mentre me lo dicevo, ho pensato: eccolo qui. È uno dei drammi dell’uso delle buzzword nel nostro paese e nel nostro mestiere. Un po’ come millennials, di cui scrivevo ieri.

Si prendono dall’inglese, si filtrano secondo le proprie convinzioni e invece di declinarle in maniera virtuosa a seconda degli utenti a cui ci si rivolge (i propri), le si applica, come direbbe il buon Corrado Guzzanti, “a cazz’orizzontale”. Una conseguenza, a mio avviso, non solo della mancanza di volontà e di curiosità verso nuovi modelli, ma anche dovuta all’uso indiscriminato dell’inglese quando si potrebbe utilizzare l’italiano

Ecco, per evitare che anche membership diventi un contenitore senza contenuto bisogna spiegarla. In maniera semplice, chiara e inequivocabile, per chi non c’era e per chi non si vedrà l’intervento di Jarvisa. A uso e connsumo di tutti coloro che vorranno pensarci seriamente, alla membership economy.

Membership si traduce con appartenenza. Vedi come cambia? Utilizzare l’appartenenza come modello di business significa fare in modo che i lettori (o utenti) si sentano parte di un universo di valori condivisi. Significa rivolgersi alle comunità (non c’è bisogno di crearle, le comunità esistono già), riunirle facendo le cose bene (magari facendone una, ma “meglio degli altri”, come suggerisce Jarvis), offrire loro un servizio, ripensare l’editoria e il giornalismo come servizio al lettore.

Conoscere il lettore, capirlo, ascoltarlo, offrirgli un’esperienza-utente piacevole, invogliarlo a tornare, coccolarlo. Al punto che si sentirà parte di qualcosa e vorrà sostenere quel qualcosa, non solo per comprare un contenuto ma perché ha instaurato un rapporto di fiducia con ciò che sostiene. Un rapporto di fiducia che poi non andrà mai tradito.

[Esempi diversi di membership nell’editoria grande e piccola: Guardian, Monocle, Radio Popolare, News Town. Dal 2017 c’è anche la membership del Messaggero Veneto]
Jeff Jarvis che fotografa il pubblico dell'IJF15 al suo incontro
Jeff Jarvis che fotografa il pubblico dell’IJF15 al suo incontro

International Journalism Festival 2017 – Le slide

Il Festival del Giornalismo a Perugia (International Journalism Festival 2017) è stato come al solito molto importante per me, per il lavoro che ho fatto con i miei colleghi, per gli incontri, le conversazioni, le cose che ho imparato e quelle che spero di aver insegnato.

Qui ci sono tutte le slide dei tre incontri cui ho partecipato: uno sulla SEO, uno sul giornalismo social insieme a Barbara Sgarzi e uno sul giornalismo imprenditoriale per ONA Italia.

International Journalism Festival 2016

International Journalism Festival 2016

Sarò al Festival del Giornalismo 2016 per tutto il periodo del Festival, ma gli incontri cui partecipo direttamente sono tutti concentrati il sabato 9 aprile.

Si comincia alle 11.30 con Slow news: la rivoluzione lenta, con Peter Laufer (autore di The Slow News Movement), Rob Orchard (Delayed Gratification) e Antonio Talia (Informant).

Poi, alle 14.30, sono moderatore di Comunicazione e giornalismo: come cambiano nell’epoca dei social media, cui partecipano Paola Bacchiddu, Daniele Chieffi, Marco Esposito e Carola Frediani.

Alle 18.00 chiudo il tour de force con Come sfruttare al meglio i motori di ricerca per il giornalismo.

Insomma, di tutto un po’. Dal Giornalismo SEO al Giornalismo social

Come smettere di scrivere pezzi inutili: la SEO e l’ottimizzazione del lavoro

Smettere di scrivere pezzi inutili? Sarebbe un bene per il giornalismo e per i contenuti in generale. Come si fa a capire se un pezzo è inutile? Be’. Può sopravvivere nel tempo? E per quanto tempo? Serve a qualcuno per più di pochi minuti? Ad esempio: che senso ha scrivere un articolo che parli delle “probabili formazioni” di due squadre di calcio per poi abbandonarlo e scriverne uno sulle “formazioni ufficiali”?

Che senso ha scrivere 300 o 600 articoli su un caso di cronaca nera? Non sarebbe meglio contenerli in un’unica pagina, progressivamente aggiornata, con un indice chiaro e – se proprio serve – 4, 5 pagine correlate che contengano, ad esempio, informazioni sui protagonisti?

La necessità di scrivere e riscrivere pezzi sul medesimo argomento è figlia di un approccio obsoleto al lavoro giornalistico. Oggi non serve più riassumere le puntate precedenti e preparare ganci per quelle successive.
Bisogna scegliere cosa scrivere. Avere un piano editoriale preciso (ancorché fluido). Se si ripianificasse il lavoro a partire da questo punto di vista, si scoprirebbe che, oggi, è perfettamente inutile produrre centinaia di pezzi pagati 0,40 euro cadauno (storia vera) e che si potrebbe ottimizzare il lavoro di produzione dei contenuti in maniera mirata.

Si scoprirebbe, poi, che si possono valorizzare gli archivi, combattendo il fenomeno di obsolescenza dei contenuti e che si possono servire al meglio i lettori ottimizzando anche i flussi di lavoro e l’organizzazione del medesimo.

Infine, si scoprirebbe che nella maggior parte dei casi rallentare è un valore aggiunto (ed è già la soluzione al problema delle fake news).

Non uso la parola ottimizzare a caso. Un approccio non riduzionista alla SEO richiede una visione d’insieme. La capacità non solo di avere una visione strategica integrata e di vedere la SEO come uno strumento umanistico e relazionale, ma anche di utilizzarla per ottimizzare il lavoro giornalistico (e, più in generale, il lavoro di produzione dei contenuti).

È una cosa che ormai fa parte integrante dei miei interventi formativi sull’argomento.

E per fortuna ci sono anche i guru americani che lo dicono, non è solo una fantasia di pochi: al New York Times, per esempio, si parla di scrivere meno e scrivere meglio.

Ne parliamo anche a Perugia, al Festival del Giornalismo, in un incontro che si chiama Oltre la SEO: come ottimizzare il flusso giornalistico.

 

Piano editoriale: cos’è, come si fa, a cosa serve

UN PIANO EDITORIALE PER TE

Posso lavorare per creare una strategie di comunicazione per la tua attività e guidarti a creare un piano editoriale che ti consenta di ottenere risultati concreti

Piano editoriale

Introduzione

Per motivi quasi oscuri, piano editoriale è una di quelle diciture che piace molto, a tutti i livelli e in tanti mestieri diversi (ricordo un surreale colloquio da freelance a partita iva con un responsabile di risorse umane che vaneggiava di piani editoriali di cui mi chiedeva conto). È anche un tema perfettamente coerente con la maggior parte degli argomenti che tratto qui: dalla SEO ai social, passando attraverso il giornalismo (senza dimenticare il giornalismo imprenditoriale, naturalmente).

Piano editoriale - La SERP di Google
La SERP che si ottiene cercando in navigazione anonima “piano editoriale” su Google.

Cercando su Google piano editoriale si può avere una dimostrazione pratica di quello che intendo: la SERP, cioè la pagina dei risultati che offre il motore di ricerca per rispondere alla query offre siti che non hanno nulla a che vedere con l’ambito originale in cui si sviluppa un piano editoriale. Quell’ambito sarebbe, tautologicamente, l’editoria.

Invece, alla ricerca, ecco che spuntano, in prima pagina su Google, siti che offrono liste di trucchi per fare un buon piano editoriale, piani editoriali per il content marketing, piani editoriali per le attività di comunicazione, per il social media marketing, suggerimenti per la pianificazione, gli immancabili tool (che poi sono strumenti), la creazione di piani editoriali “in soli 6 passi” (o 3, 7, 9, 11, mai 10, ché da quando è arrivato Buzzfeed il 10 è passato di moda), l’implementazione di un piano editoriale attraverso i Facebook Audience Insights e compagnia cantante.

Insomma, in qualche modo piano editoriale è diventata una buzzword, una parola di moda. E come tutte le parole di moda, se si ripete ossessivamente il concetto si rischia di svuotarlo di ogni significato.

Bisogna addentrarsi nei meandri pagine successive di Google per trovare qualcosa che non sia, di fatto, legato al web marketing. Il primo risultato in tal senso è della sezione cultura de Il Post, dove si spiega il piano editoriale dal punto di vista di una casa editrice. Nulla di male, intendiamoci.

Ma è bene provare a mettere insieme alcuni concetti base, rifuggendo, come al solito, dalla fuffa, e recuperando il senso di quel che si fa quando si fa un piano editoriale.

Cos’è un piano editoriale?

Il primo passo per capire di cosa stiamo parlando è, ovviamente, offrire una definizione di piano editoriale. Nella definizione del Post, il piano editoriale

documento fondamentale di ogni casa editrice: quello dove si costruisce e ufficializza ogni anno la programmazione contenutistica ed economica di un editore. Attraverso il piano editoriale si stabiliscono, cioè, i libri che usciranno nell’anno successivo e, insieme, si fa una previsione quanto più accurata possibile su quanto venderanno.

È questo l’unico e solo ambito in cui il termine trovava il suo pieno compimento: come si può vedere – e sono nozioni fondamentali da tenere a mente – il piano editoriale ha una componente che riguarda il contenuto e una componente che riguarda la parte economica. In altre parole un piano editoriale può essere, per esempio, di una collana o di un’opera.

Quando si parla di piano editoriale oggi si amplia questo concetto, lo si preleva dall’ecosistema delle case editrici e lo si generalizza. Possiamo dunque inventarci questa definizione:

Il piano editoriale è un documento – esplicitato o meno – di pianificazione di contenuti nell’ambito di una qualsiasi attività di produzione di contenuti.

Quindi, i blog hanno un piano editoriale. I siti, le testate giornalistiche, persino la gestione di un profilo social su una qualsiasi piattaforma di interazione sociale richiede(rebbe) un piano editoriale. Questo significa che la presenza sul digitale di qualcuno che decida di produrre contenuti richiede un piano editoriale. Una strategia, insomma. Ecco, un piano editoriale è una strategia. Se puoi questa strategia comincia a prendere atto del fatto che non ha alcun senso separare digitale da analogico, virtuale da reale, ecco che facciamo ancora meglio: integriamo e pensiamo a un piano editoriale dei nostri contenuti che faccia i conti con il fatto che il mondo è uno, univoco e, al tempo stesso, questa univocità è declinata, frammentata, relativizzata, divisa in un numero imprecisato di nicchie, pubblici, interessi.

Esempi di piani editoriali

Il web è pieno di siti che offrono esempi di piani editoriali. La cosa che mi sembra più sensata, però, per semplificare la questione, è mostrare alcuni veri esempi di piani editoriali “classici” (il che rende molto chiaro tutto il resto).

Un esempio di piano editoriale
Treccani: il piano editoriale delle lezioni di storia nella sezione “scuola”

Ecco il piano editoriale della sezione scuola-lezioni di storia sul sito della Treccani. Come si vede, è una tabella (per questo i piani editoriali sono il gioco preferito dei feticisti dei fogli excel) che riporta la disciplina (Storia, appunto), il titolo delle varie lezioni, gli argomenti corrispondenti, gli anni scolastici di riferimento, gli autori. Potrebbe contenere altre colonne. Per esempio, il tipo di contenuto (video, foto, testuale). La piattaforma di pubblicazione. Gli obiettivi. Il tono di voce. Il pubblico di riferimento. E via dicendo.

Il piano editoriale del mio sito personale (quello dove stai leggendo) sul tema dei border collie (ne possiedo uno) è un solo post, che di tanto in tanto arricchisco, e che si intitola Border collie: un cane di carattere. Racconta la storia della convivenza della mia famiglia con il simpatico (e problematico) border collie Lucky. Non ho avuto bisogno di scrivere il resto: sapevo già a chi volevo rivolgermi, con che tono di voce e con che obiettivi.

Il piano editoriale dei fumetti Marvel pubblicati da Panini è semplicemente il piano delle uscite. Il piano dell’opera.

Tutto qui? Sì. Tutto qui. Ma, naturalmente, è anche molto, molto di più, proprio in virtù della definizione generale e generalista che abbiamo visto.

Il piano editoriale giornalistico (di una testata online)

Nel mio lavoro come direttore di Blogo.it, conclusosi ufficialmente a maggio del 2017 ho dovuto confrontarmi – e mi confronto quotidianamente – con l’enorme mole di produzione di contenuti dovuta alla natura stessa della testata giornalistica, che ha un unico marchio al di sotto del quale si sviluppano numerose verticalità (fu l’idea vincente dei fondatori di Blogo. La verticalità, di cui ho avuto modo di tessere l’elogio, è uno dei modi per superare la crisi dell’editoria e per affrontare sfide e sperimentare nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro). La natura di Blogo, che serve un pubblico generalista diviso in nicchie, richiedeva fra l’altro la capacità di sviluppare un piano editoriale flessibile o fluido, che sia fatto soprattutto di linee guida a maglie larghe e che, naturalmente, preveda anche una linea editoriale, che deve restare entro alcuni paletti ma adattarsi anche alle situazioni più varie che possono riguardare le verticalità più disparate.

Fissati i paletti e le linee guida – per esempio: la moratoria dell’aggettivazione emotiva e dei termini come shock e analoghi – a quel punto si procede nel dettaglio.

Per esempio, si individuano i punti cardine delle varie stagioni dell’anno per i temi di cui parliamo. Gli eventi imprescindibili che costituiscono l’ossatura del piano vanno ugualmente individuati.
TvBlog parlerà, per forza di cose, di Sanremo, finché morte non ci separi dal Festival della Canzone Italiana, ma anche di tutti i programmi in onda in televisione; Polisblog si occuperà delle elezioni in ogni sua forma; Outdoorblog, che è un magazine sportivo, si occuperà delle Olimpiadi, del Giro d’Italia, degli Internazionali di tennis e via dicendo.

Su questa ossatura si inserisce poi il lavoro quotidiano, che si può dividere – ma la divisione è, come tutte lew classificazioni, limitata e limitante – in news ed evergreen.

Il piano editoriale per le news

Come spiega bene Davide Mazzocco in Giornalismo digitale. Architettura, programmazione, ottimizzazione(*)
(libro imprescindibile, che ho citato con piacere anche nel mio DCM – Dal giornalismo al digital content management, di prossima pubblicazione)

«nella competizione sulla velocità e nell’esigenza di stabilire gerarchie nell’ininterrotto e sovrabbondante flusso di notizie, la pianificazione del lavoro permette di non perdere tempo in un contesto in cui il tempo è uno dei principali elementi discriminanti della qualità dell’informazione. Le notizie si possono dividere in tre categorie: 1) gli eventi imprevisti, 2) gli eventi prevedibili, 3) gli eventi previsti».

I previsti sono quelli di cui sopra. I “prevedibili” sono gli eventi che con ogni probabilità prima o poi accadranno. Gli imprevedibili sono quelli in cui si inseriscono le breaking news.

Qui appare evidente che il piano editoriale non può che andare “a vista”. Come recitava, giustamente, un claim della campagna pubblicitaria di RaiNews del 2013: «Non sappiamo cosa andrà in onda oggi». Il piano editoriale per le news è un piano editoriale liquido o piano editoriale fluido.

Piano editoriale per le news
«Non sappiamo cosa andrà in onda oggi», claim di uno spot di Rai News che rende bene l’idea di un piano editoriale liquido, fluido

Il piano editoriale fluido

Si può, tuttavia, fare un piano editoriale che tenga conto degli eventi prevedibili e persino di quelli imprevisti. Come? Bisogna essere avvezzi alla gestione delle breaking news e prevenire e prevedere ciò di cui ci sarà bisogno quando accadrà qualcosa. Due esempi su tutti.

Fluidità per gli eventi prevedibili. Se una squadra di calcio italiana ha possibilità di andare a giocare la finale di Champions League, quando questa possibilità si dovesse concretizzare aumenteranno le ricerche su Google per acquistare i biglietti per un viaggio verso la località che ospiterà la finale. È un bisogno espresso da persone che fanno parte di una nicchia. Un bisogno che si può anticipare prima che si concretizzi.

Fluidità per gli eventi imprevisti. In caso di catastrofe naturale o attentato, sapendo che le persone che vogliono più informazioni saranno sempre portate a cercare e sperare di trovare risposte alle domande chi? cosa? dove? quando? perché? (le famigerate 5W), dovrò prevedere che si produrranno una serie di pezzi del tipo:

  • Cos’è successo a…
  • Cosa sappiamo fino a questo momento…
  • Chi ha fatto che cosa…
  • Protagonisti in negativo
  • Protagonisti in positivo
  • Bufale che si diffondono
  • Reazioni social
  • ecc…

Il piano editoriale “evergreen”

Un po’ diverso è il piano editoriale per le stagionalità, per gli “evergreen”, per gli argomenti, cioè, che ritornano ogni anno (o comunque con una periodicità specifica). Qui si può pianificare davvero molto e con largo anticipo e, conoscendo le risorse che si hanno a disposizione, si può avere una visione d’insieme semestrale o addirittura annuale, con poco sforzo e con un minimo di esperienza, lasciandosi dettare e suggerire la strategia da seguire da un elemento molto semplice, che accompagna le vite di tutti noi. Il calendario.

Gli esempi si sprecano. La cucina è forse quello che funziona meglio perché è il più immediato: le verdure stagionali, le ricette stagionali, i dolci per le feste comandate e via dicendo.

Il piano editoriale e il tono di voce

Il fatto che qui si propongano schemi di ogni genere per realizzare un piano editoriale per ogni evenienza nasconde un’insidia. Quella che ci si appiattisca, facendo tutti il medesimo piano editoriale per il medesimo pubblico di nicchia, dimenticandosi di essere unici, originali, riconoscibili, di avere il proprio tono di voce, di rinunciare a copiare i nostri concorrenti e di perseguire una strada che offra un servizio identitario e relazionale ai nostri lettori.
Fare tutti gli stessi pezzi non fa che trasformare i contenuti in commodity ed è una visione di brevissimo periodo.

Un piano editoriale SEO

Come si scrive un piano editoriale SEO?
Un semplice piano editoriale SEO “friendly”: l’immagine è tratta da una slide del mio corso su giornalismo SEO.

Quando ho aperto il mio sito sul Giubileo, che voleva essere un esperimento per testare le mie teorie SEO e anche un modo per avere un caso di studio da proporre ai miei corsi di formazione (e agli abbonati di Wolf, la newsletter B2B che realizzo nell’ambito di Slow News insieme a Datamediahub), ovviamente ho immaginato un piccolo piano editoriale “SEO oriented” (passatemi l’anglicismo: cerco sempre di evitarli).

Il motivo era molto semplice: non avevo alcuna speranza – né le energie o le possibilità di investimento – per realizzare un sito d’informazione che riguardasse il Giubileo. Volevo, però, provare a posizionarmi bene su Google per le keyword.

Per farlo ho “scritto” – a mo’ di appunto – un breve piano editoriale fatto solo di titoli o parole chiave (serviva soltanto a me e a nessun altro, quindi poteva essere ridotto all’osso), trovate per esperienza personale, utilizzando le chiavi di ricerca correlate di Google, facendomi un giro su Ubersuggest e poi facendomi suggerire gli argomenti di interesse dagli utenti che atterravano sul mio sito per chiavi di ricerca che da solo o con questi strumenti non avevo immaginato.

Di fatto, il sito online è il suo stesso piano editoriale, ed è visionabile in tutta trasparenza, così come trasparenti sono le tecniche SEO che ho utilizzato, interamente basate sulle mie teorie empiriche e sui due segnali di ranking di Google che ho “svelato” qualche tempo fa.

Niente trucchi, solo contenuto e servizio ai lettori. Per misurare la bontà di un piano editoriale SEO c’è un solo modo. Verificare i posizionamenti, SERP alla mano.

Come valutare i risultati di un piano editoriale SEO?
La SERP per la keyword “giubileo” permette di valutare la bontà del piano editoriale orientato alla SEO che ho pensato per il mio sito sul Giubileo

Piano editoriale social

Piano editoriale social
Uno screenshot dal profilo Pinterest di Martha Stewart, che mostra la sua strategia sulla piattaforma social per immagini

Anche la gestione di un qualsiasi profilo social, come abbiamo detto, richiede un piano editoriale. Nel progetto (ancora in beta) che sto portando avanti con iK Produzioni e Barbara Gulienetti, un blog dedicato al mondo del fai da te e della decorazione che si chiama Come fare con Barbara (www.comefareconbarbara.it) mi sto occupando anche della parte social che, per risorse limitate a disposizione, al momento si declina quasi esclusivamente su Facebook e su YouTube, anche se ci sarebbero altre piattaforme social da utilizzare, come ad esempio Instagram (al momento lo usiamo in maniera molto limitata) e – seguendo l’esempio, per dire, di Martha Stewart – Pinterest.

Chiaramente, il piano editoriale social su Facebook è coerente con tutto il resto (cioè, col sito e la parte SEO, con il canale YouTube e con tutti gli sviluppi che il progetto avrà). Quindi, è Barbara che parla in prima persona e risponde al suo pubblico (la nicchia è ben definita), è barbara che fa i video-tutorial, è Barbara che scrive i post sul blog, è Barbara che scrive su Facebook e che, piano piano, intreccia relazioni con le persone che la seguono.

Un esempio di integrazione SEO-social-editoriale (e potenzialmente anche e-commerce in futuro, se vorremo) è dato dal Barbara risponde, sezione in cui Barbara Gulienetti offre consigli a chi le chiede come fare qualcosa. È un contenuto che si posizionerà su Google, che coinvolge, che fa partecipare, che fa engagement.

Non è difficile capire che ciascuna piattaforma social richiederà una produzione ad hoc di contenuti, che va in qualche modo pianificata e dev’essere pensata per quella specifica piattaforma e per l’uso che ne fanno gli utenti.

Non è difficile nemmeno capire che – a differenza di quel che pensano molti social manager – è assolutamente inutile, per una pagina che propone un progetto editoriale dedicato alla decorazione e al fai-da-te, mettersi a commentare i trend di Google o le tragedie o le breaking news. Semplicemente, se c’è qualcosa che scuote profondamente il mondo social, si possono sospendere per un giorno o due le pubblicazioni. Non muore nessuno ed è meglio che mettersi a fare quello che fanno tutti, snaturando il prodotto.

Il “trucco” di un piano editoriale social? Non esiste: semplicemente richiede di ascoltare i(l) propri(o) pubblici(o). Come tutto il resto, pensa un po’.

Piano editoriale per Facebook

Nella parte dedicata al piano editoriale per i social non può mancare una finestra speciale dedicata a Facebook. Visto che Facebook resta il servizio di rete sociale più diffuso al mondo, può essere utile cominciare a studiare una strategia di pubblicazione che tenga conto della convenienza specifica di Facebook e del suo trasformarsi progressivamente in un walled garden sempre più chiuso.

Noti, infatti, i contenuti privilegiati dall’algoritmo – genericamente, quelli che creano il maggior coinvolgimento o engagement e poi, naturalmente, quelli che consentono di rimanere maggiormente all’interno del social stesso e quelli che soddisfano in maniera compiuta le aspettative delle persone che cliccano – è bene prepararsi a pubblicare quei tipi di contenuti. Foto, video caricate direttamente su Facebook, si possono alternare a link che portano fuori dal social, ma senza esagerare con quest’ultima tipologia di contenuti: ricordati che i social non sono una fabbrica di click.

La pagina di Gianni Morandi, che ha un successo enorme in termini di engagement, non porta mai fuori da Facebook. È probabile, però, che tu non te lo possa permettere.

E allora devi fare di tutto per dare ai tuoi fanfollowers ciò che amano di più. Ecco perché anche su Facebook è diventata una buona idea avere pagine verticali , fortemente tematiche – possiamo dircelo? La verticalità è praticamente sempre una buona idea – come fa, per esempio, Buzzfeed per aumentare la portata dei propri post. È ovvio che un pubblico selezionato, verticale, che vuole leggere, vedere, visualizzare contenuti fortemente tematici, sarà più facile da servire in questa sua esigenza. Se poi si è molto bravi, esperti, competenti, unici in quella verticalità, be’, la crasi sarà perfetta. E potremo probabilmente indurre i nostri amici fan a ricondividere i nostri contenuti. Atto di disintermediazione che, per forza di cose, aumenta la portata dei post.

A che ora e in che giorno è meglio postare? Questa è una questione annosa. È chiaro che un buon piano editoriale non possa non tenere conto di orari e giornate. Ma parliamoci chiaro: la prima risposta corretta a questa domanda è: «Dipende». Se fosse vero che è genericamente “meglio postare il mercoledì alle 11”, allora tutti posterebbero il mercoledì alle 11. E ci sarebbe troppa concorrenza. E diventerebbe automaticamente più conveniente postare in tutti gli altri momenti della settimana.
La risposta è: «Dipende». Dipende da quando sono attivi i tuoi fan. Dipende dalla tipologia che proponi e da quanto sono legati a particolari momenti della giornata o magari al flusso di notizie. Dipende da quanto vuoi postare. Dipende dai risultati che stai ottenendo, dalle energie che puoi mettere in campo. Mi è capitato di vedere ottimi risultati provenire da condivisioni fatte il venerdì alle 22.12 e altrettanto ottimi il lunedì alle 7.05. Dipende.

Poi c’è una seconda risposta. In presenza di un algoritmo come quello di Facebook, verosimilmente non c’è alcuna dipendenza diretta tra orario di pubblicazione e successo della condivisione. Con buona pace delle infografiche e delle lezioni sul tema.

Il piano editoriale per un e-commerce

Piano editoriale per un e-commerce
Una delle tante immagini “stock” che si utilizzano per illustrare le attività di e-commerce. Va bene anche per parlar di piani editoriali, tutto sommato.

Ebbene sì, anche gli e-commerce richiedono (o possono richiedere) un piano editoriale.
Qui non vorrei né rifarmi all’enorme letteratura sul tema né parlare di casi personali – anche perché dovrei individuare casistiche che ho affrontato nel corso di consulenze –, ma vorrei semplicemente rifarmi al buonsenso, che è il “tool” più prezioso che si possa utilizzare.

Se ho un e-commerce, il mio obiettivo è portare all’acquisto il pubblico interessato ai miei prodotti. Fine della storia.

Partendo da questo presupposto, può essere una buona idea pensare alla produzione di contenuti che funzionino in modo da promuovere la mia attività. Contenuti pertinenti e interessanti che possano guidare all’acquisto (magari pensati in funzione SEO). Contenuti che possano coinvolgere il pubblico (e fare così il famigerato engagement), per le piattaforme social. Contenuti che possono giacere anche su siti di terzi, non necessariamente sul mio.

Anche questo tipo di attività richiede un piano editoriale. O meglio, più correttamente, richiede una strategia. Una visione d’insieme.

Piano editoriale integrato

Pensare che il piano editoriale debba essere relegato a un solo ambito di competenza è un atteggiamento riduzionista e limitante. La verità è che bisogna pensare a tutta la nostra attività che ha a che fare con contenuti in modo da strutturarla attraverso un piano editoriale integrato.

I contenuti possono e devono essere pensati per avere attinenza con il reale nel quale operiamo, per garantire relazioni con persone interessate ai nostri contenuti, per essere declinati in ottica SEO o in ottica Social, per funzionare su tutte le piattaforme che intendiamo utilizzare e che siamo in grado di gestire.

Insomma.

Come si fa un piano editoriale?

Come si scrive un piano editoriale?Ma allora, come si fa un piano editoriale? Come si scrive? Che strumenti uso? Excel va bene? Che tono di voce (quanto piace agli amici del marketing dirlo? Magari in inglese, dai: tone of voice) uso?

La prima cosa da capire è che, per quanto abbiamo visto fin qui, un piano editoriale ben fatto richiede una visione d’insieme dell’attività di produzione di contenuti. Visione d’insieme che prevede anche di sapere quali sono gli obiettivi prefissati, gli eventuali ritorni economici che si vogliono (o si devono) avere, le leve su cui possiamo contare, gli investimenti (economici o anche solo di tempo) che si possono mettere in campo e via dicendo.

Senza una visione d’insieme chiara su questi argomenti, parlare di piano editoriale è un esercizio di stile, un gioco inutile, un modo per usare una dicitura sulla bocca di tutti, che piace, che è bello dire di avere, ma che rimane carta straccia (o migliaia e migliaia di bit d’informazione sprecati).

Fare un piano editoriale rigido per la produzione generica di contenuti sul web non serve a niente, soprattutto se non si chiariscono i punti di cui sopra. Ma le linee guida vanno ben fissate, tenendo presente di tutte le risorse che si hanno a disposizione. Del budget, insomma.

Un piano editoriale online, se possibile e idealmente – nella pratica, deve basarsi su ciò che si può realisticamente gestire –, deve prevedere la leva SEO e quella social, deve fare i conti con il mondo reale, con i fruitori diretti dei contenuti, deve rivolgersi ad un pubblico o a dei pubblici che esistano veramente e deve soddisfare degli obiettivi. Dopodiché, una volta definiti questi obiettivi deve fare i conti con la misurazione del ritorno che si è avuto.

In altre parole, un piano editoriale deve:

– basarsi sulla teoria dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni
– basarsi sulla profonda conoscenza della convenienza specifica (del proprio progetto, dei propri pubblici e dei servizi che si utilizzano)
– essere coerente
– servire a chi produce i contenuti ed essere dettagliato ma flessibile
– pensare a chi fruisce dei contenuti
– recepire gli obiettivi
– portare a risultati misurabili

Cosa ci deve essere scritto? 

Titoli, contenuti, foto, piattaforme da utilizzare, video, URL, tempistiche di pubblicazione, stagioni, tono di voce utilizzato, format, tutto quello che si può immaginare e pianificare.

Note a margine sui piani editoriali e su questo pezzo

Chiaramente, questo pezzo ha anche lo scopo di posizionarsi su Google per la keyword piano editoriale. È un pezzo che si inserisce, coerentemente, nel filone di analisi dei media e della comunicazione che ho intrapreso e che porto avanti con la già citata Wolf.
È un pezzo che ha anche lo scopo di disinnescare questa mania di dare i consigli, le tre dritte, i trucchi (o peggio, i tricks, le best practice (che poi, se le traduci in “buone pratiche” capisci che non sono nient’altro che le regole da seguire).

Le strategie variano, le buone pratiche sono sempre le stesse.

Il contenuto comanda perché comandano le persone a cui quel contenuto è diretto. Per questo servono i piani editoriali e per questo serve introiettare concetti prima di imparare a usare strumenti. E per questo ho pensato di scrivere questo pezzo – che potrà, eventualmente, essere aggiornato a seconda dei contributi che riceverà.

Tutto il resto, lasciatemelo dire, è fuffa.

[Alcune foto sono tratte da Pixabay, altri sono screenhot o slide da uno dei miei set per corsi di formazione]

(*) Il link rimanda al programma di Affiliazione Amazon UE. Se clicchi e compri, una percentuale della transazione va al sottoscritto. A te non cambia nulla, ma puoi rendere più sostenibili i miei progetti.

Il giornalismo è schiavo del modello di business che detta l’agenda

modello-di-business-detta-lagendaNel mondo del giornalismo l’ultima moda è la post-verità. Come dire: dopo aver passato anni a usare etichette di ogni genere ed esserci accorti a più riprese che sono sbagliate come tutti i modelli rigidi di interpretazione del mondo, come reagiamo all’ecosistema che ci sta sfuggendo di mano? Con un’altra etichetta. Sbagliata.

Di chi è la colpa se ci sono le fake news? Di Facebook?

No. La colpa è del modello di business dell’editoria che insegue quello dei social. La ricerca ossessiva di click – se preferite, di volume anziché di valore. Di lettori dimenticati. Di quel valore aggiunto come servizio offerto che non viene considerato – porta con sé una serie di conseguenze deteriori.

  • la velocità, oggi diventata del tutto inutile per fare buon giornalismo (e in alcuni casi addirittura dannosa). Il “buco”, oggi, è dire il falso.
  • gli articoli verosimili e non verificati
  • le “colonnine di destra”
  • il disinteresse per le persone
  • il disinteresse per il giornalismo stesso
  • la tossicità delle news
  • la svalutazione dei marchi giornalistici
  • la perdita di identità editoriale (prova a distinguere le condivisioni su Facebook da parte di testate diverse)
  • l’uso indiscriminato dei social a peggiorare la qualità dell’ecosistema
  • la partecipazione al sovraccarico informativo

    Tutto questo non esisterebbe se l’unica metrica di interesse non fosse quella del click.Finché non ci sarà il coraggio di cercare strade alternative è inutile puntare il dito contro i social mentre passiamo il tempo a guardarci l’ombelico convinti che raccontare quest’azione quasi onanista sia soddisfacente anche per chi ci legge.

    Il problema è il modello di business sbagliato. Alternative ce ne sono.

Verifica, fact checking, Verification Handbook

Verification Handbook per la verifica delle fonti

Il 16 ottobre 2016 Anna Masera ha scritto che serve più fact checking nelle redazioni.

Riccardo Luna, il 28 ottobre 2016, ha raccontato su Medium un errore nel quale sono incappati i giornalisti di AGI.

Poco meno di un anno fa, il 15 novembre 2015, durante la lunga diretta degli attentati di Parigi, incappavo personalmente in un errore e scrivevo poi un pezzo, sempre su Blogo, scusandomi con i lettori e spiegando l’accaduto.

È stato allora che ho iniziato ad interessarmi seriamente alla verifica delle fonti digitali e al Verification Handbook, che poi il collega Andrea Coccia di Slow News ha tradotto in italiano e che ho fatto adottare alla redazione di Blogo.

Il 2 luglio 2016 ho proposto a tutte le realtà giornalistiche italiane di fare lo stesso, con scarsi risultati.

Ora, visto che Masera e Luna hanno scritto quello che hanno scritto, torno alla carica. Perché non lo adottiamo tutti?

Con Coccia parliamo del Verification Handbook – e della necessità di rallentare – a Glocal a Varese, il 19 novembre

DCM – Dal giornalismo al digital content management

DCM - Dal giornalismo al digital content management

Dcm – Dal giornalismo al digital content management è il mio terzo libro. È fresco di stampa e si può acquistare sul sito del Centro di Documentazione giornalistica.

Di cosa parla questo libro? Di giornalismo e digitale (che è reale)

Il giornalismo non è morto e non morirà, almeno finché ci saranno notizie e storie da raccontare, e finché ci sarà un pubblico che le vorrà leggere, vedere, ascoltare. Certo, a volte sembra proprio che il giornalismo cerchi in ogni modo di suicidarsi online.

Ecco perché siamo tutti alla ricerca di nuovi modelli (di business e non solo) per aggirare la crisi.

In questo senso il digitale offre enormi opportunità che vanno analizzate, studiate, capite e messe in pratica. E bisogna farlo seguendo due stelle polari:
l’attenzione per il lettore e quella per i contenuti. In quest’ottica, seo, social, membership, paywall, newsletter, instant messaging, metriche, non sono più semplicemente parole di moda, ma diventano strumenti organici che vanno a comporre nuove e fondamentali competenze che non possono mancare al giornalista di oggi e di domani: il digital content management. Questo testo è una guida contemporanea, teorica e pratica, pensata per il giornalista o per gruppi di giornalisti che vogliano acquisire nuove competenze, sia per metterle al servizio di grandi testate e gruppi editoriali, sia per intraprendere proprie strade alternativa indipendenti, con uno sguardo all’autoimprenditorialità.

DCM – Il corso

Digital Content Management

Prima dell’uscita del libro, tre corsi che parlano di Digital content management. Uno a Roma, il 13 maggio. L’altro a Milano il 20 maggio. Si replica, poi, a Genova, il 28 di ottobre 2016.

Cerchiamo di rispondere a una serie di domande, a partire dallo scenario sui contenuti digitali, per poi vedere:
– come concretizzare un’idea
– come realizzare un progetto editoriale sul web
– come gestirlo
– come promuoverlo
– come finanziarlo (la dolente nota)
– come misurarlo
– come migliorarlo

DCM – Dal giornalismo al digital content management

DCM giornalismo digital content management

Digital content management e giornalismo saranno gli argomenti al centro del libro che sto scrivendo per il Centro di documentazione giornalistica.

C’è anche un gruppo su Facebook dedicato a chiunque voglia partecipare alla conversazione.

Il libro parlerà di temi che tratto abitualmente qui, che riguardano anche Wolf., che mettono insieme undici anni di esperienza in Blogo (la testata giornalistica digitale che dirigo dal 2012 e per la quale ho fondato TvBlog nel 2005), quella con iK Produzioni nell’audiovisivo e un altro po’ di cose di cui mi sono occupato.

L’obiettivo, come al solito, è quello di offrire tanta concretezza parlando di contenuti digitali, provare a fare in modo che digital content management non sia solamente una buzzword in inglese ma che sia piena di significati, di strumenti per addetti ai lavori, per chi vorrebbe diventarlo, per chi si incuriosisce al futuro dei contenuti online – dovrebbe riguardarci tutti, a cominciare dalla necessità di comprendere come si muovono due colossi come Google e Facebook, che sono diventati parte integrante delle vite di molti di noi.

Digital content management, cos’è

Individuare una definizione di digital content management (o, se preferisci l’italiano, di gestione dei contenuti digitali) è uno degli scopi di questa parte del mio lavoro.

Saper gestire i contenuti digitali richiede una serie di competenze anche tecniche e la capacità di interfacciarsi con figure professionali che non si occupano semplicemente di creazione del testo: è una possibile evoluzione del lavoro giornalistico in una modalità interdisciplinare che potrebbe tradursi in una collaborazione virtuosa e sfociare nella realizzazione di progett personali o collettivi che escano dalla logica delle “grandi compagnie” e che possano individuare nuove strade, anche di nicchia, per rendere sostenibile la professione di chi lavora con i contenuti, salvaguardandone la professionalità e i doveri deontologici.

Saper gestire i contenuti digitali vuol dire saper avere a che fare con i social e con i motori di ricerca, con i software e – ultimi ma più importanti – con gli utenti che fruiscono dei contenuti. Significa aver dimestichezza con l’algoritmo di Google e quello di Facebook, capire la Seo, capire i modelli di business e via dicendo.

Bisogna studiare, quotidianamente, e aggiornarsi.

Scriverne vuol dire condividere conoscenza e imparare.

Andrò così a raggiungere tre testi che hanno scritto tre colleghi, molto validi, e che saranno senz’altro all’interno della bibliografia del mio lavoro:
Giornalismo online di Davide Mazzocco
Tiratura illimitata di Andrea Signorelli
I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali

Cos’ho imparato leggendo “Terre spezzate”

Con calma, in sei giorni, ho letto Terre spezzate. Per chi non lo sapesse, Terre spezzate è il reportage di Scott Anderson (scrittore e giornalista) e Paolo Pellegrin (fotoreporter), pubblicato prima online sul sito del New York Times, poi, pubblicato, una settimana dopo, sul New York Times Magazine cartaceo (un supplemento all’edizione domenicale del New York Times) e, contemporaneamente, tradotto in italiano e riproposto su Repubblica cartacea, quindi messo online anche su Repubblica.it, prima come pdf e quindi come pagina web.

Cos’è esattamente Terre spezzate

Terre spezzate (il titolo originale è Fracture Lands: how the Arab world came apart) è, prima di tutto, un documento e un lavoro giornalistico-narrativo-fotografico che potremmo definire non-fiction con fotoreportage.

La storia che viene raccontata si colloca temporalmente fra il 1972-2016, è una specie di compendio della storia del Medio Oriente attraverso il racconto di sei vite di “persone qualunque”: Laila Soueif (Egitto), attivista egiziana, Majdi ek-Mangoush (Libia), ex cadetto all’Accademia dell’aeronautica militare libica, Azar Mirkhan (Kurdistan Iracheno), medico urologo e combattente curdo, Majid Ibrahim (Siria), studente universitario siriano, Khulood al-Zaidi (Iraq), attivista per i diritti delle donne, Wakaz Hassan (Iraq), ex combattente dell’Is.

La narrazione di queste sei vite si alterna, in un montaggi alternato, e si colloca all’interno di eventi della storia recente del Medio Oriente.

Penso che per leggerlo tutto ci vogliano due ore e mezza di lettura consecutiva, forse tre (in italiano).

Analisi dell’opera

Per spiegare il senso di questa produzione è sufficiente, credo, utilizzare le parole di Jake Silverstein, direttore del The New York Times Magazine, che introduce il lavoro (la traduzione è del sottoscritto).

«Questa è una storia diversa da tutte quelle che abbiamo pubblicato fino ad oggi. È molto più lunga delle tipiche storie ospitate dal New York Times Magazine; stampata, occupa un intero numero. È il risultato di circa 18 mesi di lavoro giornalistico, racconta la storia della catastrofe che ha frammentato il mondo arabo dall’invasione dell’Iraq 13 anno fa, fino alla nascita dell’Isis e della crisi globale dei rifugiati. La geografia di questa catastrofe è vasta e le sue cause sono molte, ma le sue conseguenze – guerra e incertezza in tutto il mondo – sono familiari a tutti noi. Il reportage di Scott Anderson dà al lettore un senso viscerale di come tutto si spieghi, attraverso gli occhi di sei personaggi in Egitto, Libia, Siria, Iraq e nel Kurdistan iracheno. Ad accompagnare i testi di Anderson ci sono 10 “portfolio” del fotografo Paolo Pellegrin, scelti dai suoi numerosi viaggi in quelle regioni negli ultimi 14 anni, e un’esperienza di realtà virtuale che trasporta il lettore nella battaglia  per riprendere Falluja, fra le forze armate irachene.

È senza precedenti, per noi, concentrare così tante energie e attenzioni su una singola storia, e chiedere ai nostri lettori di fare lo stesso. Non lo avremmo fatto se non fossimo stati convinti che questa sia una delle più chiare, potenti e umane spiegazioni che si possano leggere in assoluto per capire cos’è andato storto in quelle regioni».

Le foto sono eccezionali e il testo non è da meno. La narrazione è sapiente e utilizza tutte le tecniche possibili per catturare l’attenzione del lettore, dall’inizio alla fine. Il che è un valore aggiunto, con buona pace di tutti coloro che hanno capito male la storytelling (perché a furia di parlare italiano con parole inglesi messe a caso nei discorsi non si capisce più nulla).

Cos’ho imparato, cosa mi sono ricordato, cosa mi sono chiesto

Ho imparato pezzi di storia mediorientale e ne ho ripassati altri.
Laddove ero più “esperto” (per esempio, la parte sull’Egitto o quella sull’Iraq) ho fatto meno fatica a seguire. Dove meno (per esempio, la storia curda e la Siria), invece, mettere insieme i pezzi è stato decisamente più faticoso.

Ho imparato a guardare anche questa storia da punti di vista umani, di vite straordinarie o di vite medie (mediocri?), di vite senza prospettive. Da punti di vista di vite qualunque.

Ho imparato, ancora una volta, che la storia ha conseguenze sul breve, medio e lungo periodo.

Ho imparato (di nuovo) che il giornalismo dovrebbe essere fatto in un modo completamente diverso. Per esempio, tutte le volte che si fa un “live” su una breaking news che riguarda il mondo arabo, bisognerebbe come minimo avere solide basi sul tema. Come minimo. Per esempio, bisognerebbe evitare i titoli altisonanti e acchiappaclick. Bisognerebbe essere sobri.

Ho imparato che non ci si può fidare delle proprie fonti, perché possono mentire, possono essere sotto shock, possono raccontarti quel che vogliono, possono essere troppo coinvolte emotivamente. Il che, poi, fa il paio con la questione della verifica degli user generated content. Anzi: è proprio la stessa, identica cosa. Un user generated content è falso fino a prova contraria. È la prima regola che ho imparato leggendo il Verification Handbook, tradotto in Italiano da Andrea Coccia grazie alla comunità di Slow News.

Ho imparato che non ha senso parlare di “disumanità”. Tutte le cose narrate da Anderson sono “umane”: sono esseri umani a compiere anche le violenze più efferate. A voler la pulizia etnica. A desiderare la vendetta, a uccidere, picchiare, violentare, torturare.
In questo, mi ha aiutato molto la lettura contemporanea di Tzvetan Todorov, La paura dei barbari (che è del 2009, l’Isis o Is non esisteva).

Ho imparato a riconoscere le conseguenze delle azioni dell’occidente in Medio-oriente e a relativizzare. Senza voler fare il terzomondista (è inutile relativizzare senza riconoscere anche l’universalità: bisogna trovare una terza via fra i due estremi che portano al nichilismo o al dogmatismo), ma solamente per inquadrare i fatti in prospettiva storica. Per esempio: come diavolo è possibile che si sia scelto di sciogliere l’esercito iracheno nel 2003? Come si può commettere un errore strategico del genere?

Ho imparato, una volta di più, che l’Is (o Isis) non esiste. Nel senso che è un’idea. E finché non si comprenderanno le ragioni all’origine di questa idea e non si proverà – come, davvero, non lo so – a porvi rimedio, anche quando l’Isis scomparirà (e probabilmente accadrà presto, perché è “troppo”, perché è “marketing” e perché al-Qaeda continua a tessere le proprie relazioni decennali ovunque e ha molte più probabilità di sopravvivere. In questo senso, da leggere Al Qaeda o Califfo, chi sta con chi, di Giuliano Battiston sul Manifesto di oggi, 17 agosto 2016).

Ho imparato che il lavoro di Anderson non mi basta e quindi mi sono fatto suggerire due libri da Andrea Coccia, che ha avuto modo di parlare con Robert Fisk, reporter per il Time in Medio Oriente. Li ho suggeriti agli abbonati di Slow News e li metto anche qui. Sono Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra
e Cronache mediorientali (*)

Ho imparato che le conversazioni pubbliche su Facebook non servono a un cazzo e parlare del burkini è un problema, anche se si esprimono concetti misurati e condivisibili.

Le conversazioni su Facebook si polarizzano e trasformano qualsiasi argomento in una partita di calcio vista dai punti di vista di due ultrà contrapposti che guardano la partita dalle rispettive curve. Soprattutto, le conversazioni su Facebook non contano niente, non spostano niente e non convincono nessuno. E non ci voleva uno studio per scoprirlo, perché è la vita che funziona così. E concentrarsi sul futile e sul qui e ora distoglie l’attenzione dalle cose veramente importanti, quelle che contano.

I numeri tratti dall'estensione di Chrome "Social analytics" sulla URL in cui giace lo speciale tradotto da Repubblica.
I numeri tratti dall’estensione di Chrome “Social analytics” sulla URL in cui giace lo speciale tradotto da Repubblica.

Ho imparato che sulla stampa italiana – forse internazionale? – e, più in generale, nelle nostre conversazioni, non è stata data sufficiente enfasi al rapporto Chilcot e al fatto che la seconda guerra irachena è stata sbagliata, inutile e dannosa.

Ho imparato che il buon giornalismo costa, in termini di tempo, conoscenza, preparazione, investimento personale (e sul tema, invito alla lettura di questo pezzo su Mother Jones, dal titolo This Is What’s Missing From Journalism Right Now). E che non è detto che i banner bastino a ripagarlo (bisognerà prima o poi concentrarsi su proposte per nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro)

Mi piacerebbe sapere quante persone (sia in inglese sia in italiano) hanno letto il reportage. Ovviamente non c’è una misurazione che ce lo possa dire.

Spero che il NYT renda pubbliche almeno le metriche quantitative del pezzo online. La pagina di Repubblica dove c’è il reportage fa segnare numeri desolanti
su Social analytics in termini di condivisioni sociali.

Devo essere sincero, a questo punto: alcune di queste cose le ho imparate, altre me le sono ricordate. Altre le penso da tempo e ne ho tratto solamente conferme. Ma mi sembrava importante metterle tutte insieme come lezioni che si possono trarre.

Analisi dell’operazione e osservazioni giornalistiche

Sul lavoro proposto dal New York Times direi che, soprattutto nella parte interattiva (non ho visto il cartaceo) avrei avuto bisogno di due elementi “grafico-giornalistici”.
Mi sarebbe servita una mappa, per seguire gli spostamenti dei sei protagonisti e per avere sott’occhio le aree in cui è ambientata la storia.
Mi sarebbe servita una raffigurazione grafica temporale che proponesse da una parte i principali fatti storici e dall’altra la collocazione temporale degli eventi narrati dai protagonisti.

Parlando dell’operazione di Repubblica, ecco i pro e i contro.

Pro – È un’opportunità colta dal quotidiano Romano, come ha scritto Mario Tedeschini Lalli nella conversazione su Facebook che si è sviluppata sotto la mia condivisione (la si può leggere qui sopra). Un’opportunità di aggregazione. Di far conoscere ai propri lettori un modo “altro” di fare giornalismo. Riproporre un lavoro giornalistico così alto è senz’altro encomiabile.

In questa immagine, dal sito di Repubblica.it, sembra addirittura che il reportage sia di Mario Calabresi
In questa immagine, dal sito di Repubblica.it, sembra addirittura che il reportage sia di Mario Calabresi

Contro – 1. L’iniziativa è stata comunicata male, sia sul cartaceo sia sull’online. In entrambi i casi sembrava un lavoro di Repubblica (vedi le foto).
2. Non ha avuto alcun senso relegarla alla sola edizione della domenica di Repubblica. Andava pensato un supplemento vendibile per tutta la settimana almeno. Magari addirittura per tutto il mese d’agosto.
3. La traduzione è stata fatta di fretta. Si vede perché, andando avanti con la lettura, i refusi aumentano e anche le frasi che girano poco.
4. L’enfasi su quel “di 32 pagine”, tipico del giornalismo italiano, non ha alcun senso e nel 2016 fa davvero sorridere. Tanto più che, nel suo discorso d’insediamento – l’ho trascritto integralmente e commentato per gli abbonati di Wolf in uno dei primissimi numeri della newsletter (la lettura è riservata agli abbonati paganti) – Mario Calabresi, giustamente, diceva che si deve uscire dalla mania di gigantismo tutta italiana. Il valore del lavoro non è nelle 32 pagine, nella dimensione. Le dimensioni non contano niente. È vero: anche l’editoriale del direttore del New York Times Magazine parla della lunghezza del lavoro. Ma lo fa per spiegare perché hanno deciso di occupare un intero numero del settimanale.
5. L’introduzione di Calabresi si intitola – appunto – “Trentadue pagine per capire”. Mi è sembrata banale e didascalica. L’avrei evitata e avrei evitato anche il riferimento all’11 settembre 2001 come unica data significativa, perché altera la prospettiva da cui viene raccontata la storia.
6. Un conto è riproporre un giornalismo straordinario (lo è anche per il NYTM). Un conto è farlo. Repubblica (o un qualsiasi giornale italiano) avrebbe il coraggio di produrre qualcossa del genere di “proprio”? E nella quotidianità, Repubblica adotta le buone pratiche di quel giornalismo?

Linea editoriale

Il New York Times, si sa, è responsabile di aver pubblicato una serie di articoli di Judith Miller, giornalista che ha avallato e diffuso la teoria della presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq, poi rivelatasi falsa.

In realtà il problema non era solo il lavoro di Miller. Il problema era molto più ampio e al New York Times ci hanno fatto i conti e hanno dovuto ammetterlo.

In questo pezzo dello stesso NYT del 26 maggio 2004, From the Editors; The Times and Iraq vengono prese in esame e ammesse tutte le mancanze del quotidiano nella copertura delle notizie riguardanti le – mai esistite – armi di distruzione di massa irachena e la copertura su quel tema da parte del giornale. È un enorme mea culpa.

Non mi risulta di aver mai visto niente del genere su un quotidiano italiano (se qualcuno ne avesse notizia, sarebbe bello che me lo scrivesse nei commenti, magari con un link o una bibliografia di riferimento).

Sarebbe molto interessante, come suggerisce il già citato Andrea Coccia, fare un altro speciale su Repubblica: cercare i pezzi che sono stati scritti dai corrispondenti più importanti sul Medio Oriente, metterli assieme, confrontare il quadro di ciò che è stato raccontato negli ultimi quindici anni dal quotidiano romano con quel che emerge da Terre spezzate.

Giornalisti imprenditori, giornalismo che impresa

L’impresa del giornalismo (e di chi fa il giornalista imprenditore) trova spazio anche a Perugia, all’International Journalism Festival. Ne parlerò con Rosa Maria Di Natale, Paolo Piacenza, Mario Tedeschi Lalli e Saverio Zeni, vice presidente di ANSO.

È passato tanto tempo da quando, per la prima volta, a Prato, ho parlato del giornalismo imprenditoriale – spesso incontrando obiezioni surreali.

L’ecosistema in evoluzione dimostra che esperienze che possono ascriversi a questo ambito funzionano: da Zetland a De Correspondent, da Pando a Ben Thompson per arrivare a The Information.

Slow News è ancora piccola, ma è la strada che cerca percorrere, quella della sostenibilità senza cedere al modello dell’advertising che ci ha ridotti a rincorrere un click in più.

GIOIM a Primopiano

Giornalista imprenditore

L’11 ottobre 2016, presso Primopiano, parlo nuovamente di giornalismo imprenditoriale, degli strumenti a disposizione del giornalista, delle cose da sapere, degli strumenti a disposizione del giornalista che voglia lanciarsi in iniziative personali, ma soprattutto di esempi, idee, suggestioni, possibilità concrete per provare a fare bene questo mestiere, senza svendersi, e per trovare antidoti alla crisi.

Difficile? Sì. Ma bisogna provarci.

Riappropriarsi delle competenze, come scrivevo qualche tempo fa per Linkiesta, alzare il livello della conversazione e capire come sfruttare al meglio il cambiamento in corso – la crisi non offre opportunità, se non a chi ha rendite di posizione da difendere. Il cambiamento ne offre a chiunque voglia rimettersi in gioco.

Il corso è qui, con tutte le informazioni per le iscrizioni.

Qui di seguito, alcuni titoli utili per approfondimenti e poi una serie di considerazioni sul tema.

Giornalista imprenditore – Bibliografia

Giornalisti imprenditori, scenari di crisi

Giornalisti imprenditori, 18 ottobre 2015 – A beneficio di tutti coloro che hanno partecipato al corso che ho tenuto a Primo piano, come promesso, ecco una prima selezione bibliografica ragionata. Vale anche per gli interessati al tema: aggiornerò via via questa pagina sul tema. Se avessi dimenticato qualche riferimento proposto durante il corso, i commenti sono a disposizione.

Scenari di crisi

La crisi dei giornali: è colpa di internet?
Tabloid n. 2 del 2015, inchiesta a cura di Pier Luca Santoro
Human Development Record 2009: lettori e analfabeti nel mondo (e in Italia)
La perdita di credibilità dei giornali italiani, intervista a Marica Spalletta

Giornalisti imprenditori: articoli, idee
Un rapporto dell’EJO per parlare del fenomeno in Europa
Repubblica degli stagisti e la libera professione
Craig Silverman, giornalista imprenditore
Il punto di vista di Forbes sul fenomeno (2013)
I giornalisti possono fare gli imprenditori? La versione di Digiday
Poytner, da sempre attenta al giornalismo del presente e del futuro, spiega perché un (buon) giornalista dovrebbe poter essere un buon imprenditore.
La storia di Paul Von Zielbauer su Americanexpress
Dall’India, su Qz.

Parole di moda
5 buzzword che hanno stancato

Altre fonti che
Consulta la colonna di sinistra di questo blog, nella sezione Spazi dove fermarsi sul web.
Potrebbe piacerti la mia guida all’individuazione della fuffa.

Giornalisti imprenditori, il corso a Primo piano

giornalisti imprenditori - gioim

13 ottobre 2015, a Primo piano si parla di giornalismo imprenditoriale: il corso di formazione che tengo è valido per la formazione professionale continua.

Nell’immagine, il “menù” della giornata, e l’hashtag (#gioim), che userò anche in futuro per parlare del tema.


Giornalisti imprenditori a Prato

Giornalisti imprenditori

Giornalisti imprenditori – Il 3 ottobre 2015 se ne parla nella plenaria a Digit 2015. Il titolo è perentorio e, al tempo stesso, mostra tutte le contraddizioni dei due termini accostati: Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere.

Ne scrivo (e tengo il corso, e ne parlo a Prato) perché il tema è importante e, come al solito, l’Italia paga pegno e mostra arretratezza sul tema. Eppure, deve entrare per forza di cose a far parte del dibattito, per capire come potrà essere il futuro dei giornalisti. Se l’editoria e i giornali sono in crisi, anche la nostra professione dovrà in qualche modo sapersi evolvere.

Giornalista imprenditore: cercando una definizione

Proviamo a trovare una definizione di giornalista imprenditore. Facciamoci aiutare da Google.

Se cerchiamo sul popolare motore di ricerca “giornalisti imprenditori”, il primo risultato è un post di Stefano Tesi (il secondo sul tema. Il primo era questo) in cui si tratteggiano – anche giustamente, a mo’ di monito – tutte le definizioni deteriori del giornalista imprenditore.

Eccole:

È giornalista-imprenditore: chi fa uffici stampa e scrive articoli sui giornali a proposito dei propri clienti; chi scrive recensioni (ovviamente encomiastiche: ma c’è anche chi ha un tariffario “calibrato” in base alla bontà dei giudizi) pagate non dal giornale ma da un occulto cliente/committente; chi non è giornalista ma si atteggia a tale, pretendendone i privilegi ma non sottoponendosi ai relativi doveri; chi svolge o organizza attività che nulla hanno a che fare con il giornalismo, tranne il fatto di essere svolte o organizzate da un giornalista; chi, facendosi scudo della qualifica professionale, vende pubblicità o mescola senza esplicito preavviso pubblicità e informazione; chi sostiene che “fuori dal giornale” (ad esempio su un proprio blog) può fare quello che vuole (come se, dismessa l’uniforme, un carabiniere potesse giocare d’azzardo o fare spogliarelli); chi sostiene che i “nuovi media”, essendo più “democratici”, permettano a tutti di fare tutto e in particolare ciò che le regole della professione non consentono; chi considera ed usa il giornalismo come una leva del marketing.

Ma è la chiosa di questo paragrafo che fa riflettere ancor di più:

In definitiva è giornalista-imprenditore chi si “arrangia” pur appartenendo a una categoria alla quale arrangiarsi, se non entro certi paletti, non è consentito.

Ebbene, fermo restando che nel suo post Tesi mette, giustamente, i paletti individuando e chiamando per nome tutte le aree grigio-nere di un certo tipo di giornalismo imprenditoriale (quello deteriore), credo che si possa e si debba provare a fare un passo in avanti, cercando una definizione differente di giornalista-imprenditore. Perché oggi, arrangiarsi sta diventando sempre più necessario (lo dimostra anche quel titolo dell’incontro di Digit, cui parteciperà anche Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti), quasi una questione di sopravvivenza.

E attenzione: arrangiarsi ha un duplice significato. Vuol dire, sì, «mettere insieme alla bell’e meglio». Ma significa anche cavarsela, destreggiarsi, industriarsi, ingegnarsi. In un crescendo di sfumature che è sempre meno deteriore e sempre più virtuoso.

Si arriva così a delineare quel ruolo che, di fatto, è già ricoperto da tutti coloro che fanno effettivamente i giornalisti e lavorano come freelance, nel magico mondo delle partite IVA o della cessione diritti. Quei giornalisti che sono già imprenditori di se stessi. Per poi provare ad evolvere questo ruolo.

Allora, chi è il giornalista imprenditore? È colui che, rispettando le norme e la deontologia della professione, lavora per sé e non per terzi. È colui che magari prova iniziative imprenditoriali editoriali – anche in collaborazione con altri colleghi. Autopubblicazioni. Strade che esulano dai percorsi tradizionali che vedono il giornalista impegnato nel tentativo di farsi pubblicare un pezzo da un editore, o magari inseguire il miraggio di un contratto giornalistico. Strade che però non prevedono in alcun modo lo svilimento della professione. Anzi. La esaltano.

Io non so cosa significhi, fino a questo momento, essere assunto. E negli anni, soprattutto negli ultimi anni, ho imparato a compensare tutte le negatività dell’essere una partita IVA, lavorando sempre molto – spesso molto più di quanto un orario di lavoro imporrebbe – ma ritagliandomi anche spazi dedicati alle persone che mi stanno vicino e al recupero del piacere di fare cose, fosse anche solo scrivere su questo sito personale.

Ecco perché, per impostazione personale, non posso che vedere il concetto di giornalista-imprenditore nella sua accezione positiva. Il giornalista imprenditore non fa marchette, non usa la sua professione per trarre vantaggi deontologicamente non consentiti. Semplicemente, il giornalista imprenditore lavora prima di tutto per sé e per la nicchia di pubblico cui si rivolge.

Se a questo pubblico riesce anche a offrire un servizio, be’, non sarà quell’etichetta “imprenditore” a squalificarne l’opera.

Giornalista imprenditore: gli strumenti

Il giornalista imprenditore ha a sua disposizione una quantità straordinaria di strumenti, che deve conoscere – dovrebbe conoscerli anche se lavorasse per un editore in maniera tradizionale – e che passano, per forza di cose, dalle innovazioni tecnologiche e del web.

Andrebbero visti in maniera puntuale, e lo farò, probabilmente, nelle prossime settimane, aggiornando questo post.

Quel che è certo è che conoscere il web, il SEO, i social network, conoscere le tecniche per fare un video o per mandarlo in streaming, saper gestire una comunità online, saper mettere in pagina web un pezzo, sono tutte conoscenze che arricchiscono – e non sviliscono – la professione giornalistica.

Giornalisti imprenditori: le storie

Su EJO si trovano alcune storie di giornalisti imprenditori in Italia. Poche.
Le cose vanno un po’ meglio in Europa.

Con un processo estremamente lento, se volete, anche Slow News è una piccola forma di giornalismo imprenditoriale, messa in piedi da cinque giornalisti che hanno da sempre vissuto da freelance e che provano a ritagliarsi uno spazio con un lavoro proprio, per il momento del tutto residuale.

E non sono forse io stesso ancor più giornalista-imprenditore, nel momento in cui mi propongo come formatore?

Che l’Italia, in questo tipo di discorso, sia arretrata lo dimostra ancora una volta Google: basta cercare entrepreneur journalist sul motore di ricerca per trovare, in lingua inglese, una serie notevole di spunti, argomenti di conversazione, dibattiti, suggerimenti, esempi, strumenti e via dicendo.

Il paradosso del giornalista-imprenditore

Il fatto è che si potrebbe arrivare a scoprire un paradosso. Lo chiameremo il paradosso del giornalista-imprenditore. Se è vero, come scriveva Kevin Kelly già nel 2008 (qui la traduzione in italiano), che un artista – ma vale anche per chi si occupa di giornalismo – può sostenersi se riesce a trovare mille fan veri, disposti a pagare per fruire dei contenuti che produce, allora, paradossalmente, libero dalle pressioni politiche, dai gruppi editoriali, da logiche che l’Italia conosce fin troppo bene, paese oppresso dalle rendite di posizione, allora quel giornalista imprenditore potrebbe essere addirittura più libero ed esercitare la professione all’interno dei parametri deontologici con maggior naturalezza rispetto a colleghi che invece hanno scelto altre strade.

[Nota: questo spazio è da considerarsi in aggiornamento permanente sul tema]