I giornali del futuro. E i giornalisti?

i giornali del futuro Ho appena finito di leggere I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali: Chi vincerà la sfida dell’informazione tra carta e web, di Pier Luca Santoro, edito da Inform-ant (nota di trasparenza: se compri il libro cliccando sul mio link, Amazon mi dà una percentuale, secondo il suo programma di affiliazione. A te non cambia nulla, io ci sostengo il sito).

Senza mezzi termini, è un libro che dovrebbe leggere chiunque si occupi di editoria online.

Cosa bisogna aspettarsi dalla lettura?

Tanto per cominciare, è un libro, come scrive il suo autore,

«sui modelli di busi­ness, su come andare oltre l’attuale bino­mio vendite-pubblicità, per l’ex indu­stria dell’informazione».

Ci sono molte cose che chi legge abitualmente – come il sottoscritto – DataMediaHub ritroverà familiari ma che comunque è utile trovare racchiuse in un libro: la membership, la necessità di creare valore aggiunto, di uscire dall’equivoco del volume-anziché-valore, la stima al ribasso degli utenti delle news al netto delle sovrapposizioni in Italia, i modelli esteri cui guardate, la necessità di trovare non la soluzione, ma una soluzione, ciascuno secondo le proprie caratteristiche e peculiarità.

Emerge – anche questo non sorprenderà – una consapevolezza diffusa dell’arretratezza del mercato digitale italiano (non so se il lettore medio sia evoluto quanto i corrispettivi angolofoni come dice Alceo Rapagna nell’intervista contenuta nel libro. Me lo auguro) anche fra gli addetti ai lavori. Una consapevolezza cui, però, evidentemente, non corrispondo quei numerosi tentativi di miglioramento e innovazione e speriemntazione che ci si potrebbe aspettare.

In definitiva, da un lato leggendo il libro di Pier Luca ci si trova di fronte a una lucida fotografia del contesto attuale dell’editoria (non solo italiana). E ci si trova, se si è protagonisti attivi di quel contesto, ai livelli più vari, ad avere numerose idee. Almeno, a me è successo così. Idee, suggestioni che mi piacerebbe un giorno poter sperimentare. Ma chi ti consente di sperimentare, oggi, in Italia? Chi ti consente, veramente, come spiega Simona Pan­seri (Google), di mettere l’utente al centro e di «sperimentare, mettendo in conto che i fallimenti sono una parte necessaria e inevitabile del processo» e di fallire presto, «ossia fare in modo di scoprire il più rapidamente possibile se un esperimento è un fallimento»?  

Il fatto è che proprio da questo punto di vista il quadro è piuttosto desolante, se è vero, come credo sia, che paradossalmente l’industria dei media giornalistici sia quella che ha saputo adattarsi meno al cambiamento che la rete ha offerto.

«I giornali hanno avuto 20 anni per capire internet, ma pare che nella stragrande maggioranza dei casi siano ancora ben lontani dal comprenderlo»

scrive Pier Luca. Come si fa a dargli torto? Siamo circondati, ogni giorno, da evidenze che dimostrano quanto sia tristemente vera questa affermazione. Soprattutto nel nostro Paese.

Qui, però, non può che venir fuori la parte propositiva. Almeno, io non so farne a meno, perché sono convinto che questa possa essere veramente un’età dell’oro per le news (cito Federica Cherubini nell’intervista che ha rilasciato a Santoro, ma non solo: lo diceva a suo tempo già Dave Carr). E che in questo i giornalisti possano ritagliarsi un ruolo importante. Il libro, parlando di modelli di business, si concentra prevalentemente e ovviamente sul ruolo dell’editore e sulla sua capacità di trovare altre vie per valorizzare in ogni senso il prodotto giornalistico. E i giornalisti, dove sono in tutto questo? (A metà fra il faceto e il serio, dico che sarei senz’altro disposto a scriverne da questo punto di vista, qualora l’editore di Pier Luca fosse interessato).

Credo fermamente che i giornalisti possano e debbano ritagliarsi un ruolo, in questa fase.

Per esempio, si può cercare di collaborare maggiormente con gli editori, nell’interesse comune: le due parti dovrebbero smettere di vedersi come attori che occupano due parti diverse della barricata e lavorare in sinergia. E la sinergia dovrebbe riguardare tutte le parti dell’azienda editoriale. Ma in quante realtà avviene quel meccanismo virtuoso che, nella parte a lui dedicata del libro, descrive David Magliano (Managing Director for Membership del Guardian), quando parla di «ponte tra marketing e redazione, ma senza che esistano contaminazioni nocive tra i due»?

I giornalisti potrebbero anche, in maniera proattiva, contribuire a superare le limitazioni ingessate offerte da scritti, tomi, dibattiti sterli che vengono costantemente resi obsoleti dalla realtà dei fatti; applicare le buone pratiche del giornalismo all’innovazione, esaltare le sue regole di scrittura e persino quelle deontologiche per trarne il meglio e offrire un servizio alle comunità di lettori, per dare nuova linfa, insieme agli editori, a questo mestiere che non è affatto destinato a morire.

Magari i giornalisti potrebbero anche tentare nuove vie personali, reinventarsi, tentare esperienze di giornalismo imprenditoriale. Che non significa affatto svilire la professione o svenderla o peggio ancora relegarla al ruolo di marchettificio, sia chiaro. Significa solamente partecipare, in maniera attiva, alla creazione di nuovi modelli che possano fare del bene al mestiere, ai suoi professionisti, ai lettori.

Ecco, con queste righe rispondo all’invito finale di Pier Luca: sì, gli stimoli di riflessione e di azione sono arrivati. E queste poche righe sono qui per partecipare alla conversazione.

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Blogo.it. Ecco il suo profilo su Google+.

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