Giornalisti imprenditori, giornalismo che impresa

L’impresa del giornalismo (e di chi fa il giornalista imprenditore) trova spazio anche a Perugia, all’International Journalism Festival. Ne parlerò con Rosa Maria Di Natale, Paolo Piacenza, Mario Tedeschi Lalli e Saverio Zeni, vice presidente di ANSO.

È passato tanto tempo da quando, per la prima volta, a Prato, ho parlato del giornalismo imprenditoriale – spesso incontrando obiezioni surreali.

L’ecosistema in evoluzione dimostra che esperienze che possono ascriversi a questo ambito funzionano: da Zetland a De Correspondent, da Pando a Ben Thompson per arrivare a The Information.

Slow News è ancora piccola, ma è la strada che cerca percorrere, quella della sostenibilità senza cedere al modello dell’advertising che ci ha ridotti a rincorrere un click in più.

GIOIM a Primopiano

Giornalista imprenditore

L’11 ottobre 2016, presso Primopiano, parlo nuovamente di giornalismo imprenditoriale, degli strumenti a disposizione del giornalista, delle cose da sapere, degli strumenti a disposizione del giornalista che voglia lanciarsi in iniziative personali, ma soprattutto di esempi, idee, suggestioni, possibilità concrete per provare a fare bene questo mestiere, senza svendersi, e per trovare antidoti alla crisi.

Difficile? Sì. Ma bisogna provarci.

Riappropriarsi delle competenze, come scrivevo qualche tempo fa per Linkiesta, alzare il livello della conversazione e capire come sfruttare al meglio il cambiamento in corso – la crisi non offre opportunità, se non a chi ha rendite di posizione da difendere. Il cambiamento ne offre a chiunque voglia rimettersi in gioco.

Il corso è qui, con tutte le informazioni per le iscrizioni.

Qui di seguito, alcuni titoli utili per approfondimenti e poi una serie di considerazioni sul tema.

Giornalista imprenditore – Bibliografia

Giornalisti imprenditori, scenari di crisi

Giornalisti imprenditori, 18 ottobre 2015 – A beneficio di tutti coloro che hanno partecipato al corso che ho tenuto a Primo piano, come promesso, ecco una prima selezione bibliografica ragionata. Vale anche per gli interessati al tema: aggiornerò via via questa pagina sul tema. Se avessi dimenticato qualche riferimento proposto durante il corso, i commenti sono a disposizione.

Scenari di crisi

La crisi dei giornali: è colpa di internet?
Tabloid n. 2 del 2015, inchiesta a cura di Pier Luca Santoro
Human Development Record 2009: lettori e analfabeti nel mondo (e in Italia)
La perdita di credibilità dei giornali italiani, intervista a Marica Spalletta

Giornalisti imprenditori: articoli, idee
Un rapporto dell’EJO per parlare del fenomeno in Europa
Repubblica degli stagisti e la libera professione
Craig Silverman, giornalista imprenditore
Il punto di vista di Forbes sul fenomeno (2013)
I giornalisti possono fare gli imprenditori? La versione di Digiday
Poytner, da sempre attenta al giornalismo del presente e del futuro, spiega perché un (buon) giornalista dovrebbe poter essere un buon imprenditore.
La storia di Paul Von Zielbauer su Americanexpress
Dall’India, su Qz.

Parole di moda
5 buzzword che hanno stancato

Altre fonti che
Consulta la colonna di sinistra di questo blog, nella sezione Spazi dove fermarsi sul web.
Potrebbe piacerti la mia guida all’individuazione della fuffa.

Giornalisti imprenditori, il corso a Primo piano

giornalisti imprenditori - gioim

13 ottobre 2015, a Primo piano si parla di giornalismo imprenditoriale: il corso di formazione che tengo è valido per la formazione professionale continua.

Nell’immagine, il “menù” della giornata, e l’hashtag (#gioim), che userò anche in futuro per parlare del tema.


Giornalisti imprenditori a Prato

Giornalisti imprenditori

Giornalisti imprenditori – Il 3 ottobre 2015 se ne parla nella plenaria a Digit 2015. Il titolo è perentorio e, al tempo stesso, mostra tutte le contraddizioni dei due termini accostati: Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere.

Ne scrivo (e tengo il corso, e ne parlo a Prato) perché il tema è importante e, come al solito, l’Italia paga pegno e mostra arretratezza sul tema. Eppure, deve entrare per forza di cose a far parte del dibattito, per capire come potrà essere il futuro dei giornalisti. Se l’editoria e i giornali sono in crisi, anche la nostra professione dovrà in qualche modo sapersi evolvere.

Giornalista imprenditore: cercando una definizione

Proviamo a trovare una definizione di giornalista imprenditore. Facciamoci aiutare da Google.

Se cerchiamo sul popolare motore di ricerca “giornalisti imprenditori”, il primo risultato è un post di Stefano Tesi (il secondo sul tema. Il primo era questo) in cui si tratteggiano – anche giustamente, a mo’ di monito – tutte le definizioni deteriori del giornalista imprenditore.

Eccole:

È giornalista-imprenditore: chi fa uffici stampa e scrive articoli sui giornali a proposito dei propri clienti; chi scrive recensioni (ovviamente encomiastiche: ma c’è anche chi ha un tariffario “calibrato” in base alla bontà dei giudizi) pagate non dal giornale ma da un occulto cliente/committente; chi non è giornalista ma si atteggia a tale, pretendendone i privilegi ma non sottoponendosi ai relativi doveri; chi svolge o organizza attività che nulla hanno a che fare con il giornalismo, tranne il fatto di essere svolte o organizzate da un giornalista; chi, facendosi scudo della qualifica professionale, vende pubblicità o mescola senza esplicito preavviso pubblicità e informazione; chi sostiene che “fuori dal giornale” (ad esempio su un proprio blog) può fare quello che vuole (come se, dismessa l’uniforme, un carabiniere potesse giocare d’azzardo o fare spogliarelli); chi sostiene che i “nuovi media”, essendo più “democratici”, permettano a tutti di fare tutto e in particolare ciò che le regole della professione non consentono; chi considera ed usa il giornalismo come una leva del marketing.

Ma è la chiosa di questo paragrafo che fa riflettere ancor di più:

In definitiva è giornalista-imprenditore chi si “arrangia” pur appartenendo a una categoria alla quale arrangiarsi, se non entro certi paletti, non è consentito.

Ebbene, fermo restando che nel suo post Tesi mette, giustamente, i paletti individuando e chiamando per nome tutte le aree grigio-nere di un certo tipo di giornalismo imprenditoriale (quello deteriore), credo che si possa e si debba provare a fare un passo in avanti, cercando una definizione differente di giornalista-imprenditore. Perché oggi, arrangiarsi sta diventando sempre più necessario (lo dimostra anche quel titolo dell’incontro di Digit, cui parteciperà anche Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti), quasi una questione di sopravvivenza.

E attenzione: arrangiarsi ha un duplice significato. Vuol dire, sì, «mettere insieme alla bell’e meglio». Ma significa anche cavarsela, destreggiarsi, industriarsi, ingegnarsi. In un crescendo di sfumature che è sempre meno deteriore e sempre più virtuoso.

Si arriva così a delineare quel ruolo che, di fatto, è già ricoperto da tutti coloro che fanno effettivamente i giornalisti e lavorano come freelance, nel magico mondo delle partite IVA o della cessione diritti. Quei giornalisti che sono già imprenditori di se stessi. Per poi provare ad evolvere questo ruolo.

Allora, chi è il giornalista imprenditore? È colui che, rispettando le norme e la deontologia della professione, lavora per sé e non per terzi. È colui che magari prova iniziative imprenditoriali editoriali – anche in collaborazione con altri colleghi. Autopubblicazioni. Strade che esulano dai percorsi tradizionali che vedono il giornalista impegnato nel tentativo di farsi pubblicare un pezzo da un editore, o magari inseguire il miraggio di un contratto giornalistico. Strade che però non prevedono in alcun modo lo svilimento della professione. Anzi. La esaltano.

Io non so cosa significhi, fino a questo momento, essere assunto. E negli anni, soprattutto negli ultimi anni, ho imparato a compensare tutte le negatività dell’essere una partita IVA, lavorando sempre molto – spesso molto più di quanto un orario di lavoro imporrebbe – ma ritagliandomi anche spazi dedicati alle persone che mi stanno vicino e al recupero del piacere di fare cose, fosse anche solo scrivere su questo sito personale.

Ecco perché, per impostazione personale, non posso che vedere il concetto di giornalista-imprenditore nella sua accezione positiva. Il giornalista imprenditore non fa marchette, non usa la sua professione per trarre vantaggi deontologicamente non consentiti. Semplicemente, il giornalista imprenditore lavora prima di tutto per sé e per la nicchia di pubblico cui si rivolge.

Se a questo pubblico riesce anche a offrire un servizio, be’, non sarà quell’etichetta “imprenditore” a squalificarne l’opera.

Giornalista imprenditore: gli strumenti

Il giornalista imprenditore ha a sua disposizione una quantità straordinaria di strumenti, che deve conoscere – dovrebbe conoscerli anche se lavorasse per un editore in maniera tradizionale – e che passano, per forza di cose, dalle innovazioni tecnologiche e del web.

Andrebbero visti in maniera puntuale, e lo farò, probabilmente, nelle prossime settimane, aggiornando questo post.

Quel che è certo è che conoscere il web, il SEO, i social network, conoscere le tecniche per fare un video o per mandarlo in streaming, saper gestire una comunità online, saper mettere in pagina web un pezzo, sono tutte conoscenze che arricchiscono – e non sviliscono – la professione giornalistica.

Giornalisti imprenditori: le storie

Su EJO si trovano alcune storie di giornalisti imprenditori in Italia. Poche.
Le cose vanno un po’ meglio in Europa.

Con un processo estremamente lento, se volete, anche Slow News è una piccola forma di giornalismo imprenditoriale, messa in piedi da cinque giornalisti che hanno da sempre vissuto da freelance e che provano a ritagliarsi uno spazio con un lavoro proprio, per il momento del tutto residuale.

E non sono forse io stesso ancor più giornalista-imprenditore, nel momento in cui mi propongo come formatore?

Che l’Italia, in questo tipo di discorso, sia arretrata lo dimostra ancora una volta Google: basta cercare entrepreneur journalist sul motore di ricerca per trovare, in lingua inglese, una serie notevole di spunti, argomenti di conversazione, dibattiti, suggerimenti, esempi, strumenti e via dicendo.

Il paradosso del giornalista-imprenditore

Il fatto è che si potrebbe arrivare a scoprire un paradosso. Lo chiameremo il paradosso del giornalista-imprenditore. Se è vero, come scriveva Kevin Kelly già nel 2008 (qui la traduzione in italiano), che un artista – ma vale anche per chi si occupa di giornalismo – può sostenersi se riesce a trovare mille fan veri, disposti a pagare per fruire dei contenuti che produce, allora, paradossalmente, libero dalle pressioni politiche, dai gruppi editoriali, da logiche che l’Italia conosce fin troppo bene, paese oppresso dalle rendite di posizione, allora quel giornalista imprenditore potrebbe essere addirittura più libero ed esercitare la professione all’interno dei parametri deontologici con maggior naturalezza rispetto a colleghi che invece hanno scelto altre strade.

[Nota: questo spazio è da considerarsi in aggiornamento permanente sul tema]

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Blogo.it. Ecco il suo profilo su Google+.

17 pensieri riguardo “Giornalisti imprenditori, giornalismo che impresa”

  1. Lusingato delle copiose citazioni, per le quali ti ringrazio.
    Condivido praticamente tutto, tranne una cosa che, però, è fondamentale: ciò che dici inquadra alla perfezione la figura del libero professionista, che bisogno c’è di evocare quella dell’imprenditore? L’imprenditore di se stesso (e aggiungo, consentimi l’appunto polemico, il sindacalista di se stesso, visti i chiari di luna federali che viviamo da sempre) è il freelance. Il libero professionista. Colui il quale ha, per l’appunto, l’iscrizione all’albo professionale (e pertanto la qualifica) e la partita iva.
    Fare un passo oltre, cioè vendere i propri servizi stando al di fuori del proprio recinto professionale e la relativa deontologia, significa esulare dalla professione (oltretutto ordinistica) e sconfinare nell’alveo dell’impresa. Che è cosa diversa.
    Non ne nego la legittimità, sia chiaro, ne nego la compatibilità con la permanza nell’OdG e relativa disciplina.
    Conosco bene e comprendo la necessità di “arrangiarsi”, cui non attribuisco assolutamente un’accezione negativa se consiste nel scegliere strade diverse che ti consentano di campare.
    Ma se un ideaulico, per sopravvivere, diventa falegname, deve andare in cciaa e cambiare la ragione sociale della propria ditta.
    Non capisco in nome di cosa si pretenda di restare “professionisti” (nel senso di iscritti a un ordine professionale) ma fare gli imprenditori.
    E non mi pare che il web sia una scusa sufficiente a giustificare lo sconfinamento.
    Sennò tanto varrebbe abolire l’OdG con le sue regole, ti pare?
    Saluti, S.

  2. Stefano, buonasera e grazie per l’intervento. Ho come l’impresione che noi si sia più d’accordo che in disaccordo, e che sia una questione, tanto per cominciare, di nomenclatura.
    Per capirci, per me non c’è alcuna differenza fra libero professionista e imprenditore. E non solo per me, ma anche per la normativa europea (cfr, per esempio, http://www.diritto.it/docs/26786-la-nozione-di-impresa-nella-giurisprudenza-della-corte-di-giustizia#_ftnref2 ). Il libero professionista “è” un imprenditore, per la normativa europea («la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che esercita un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico di detta entità e delle sue modalità di finanziamento»). E ancora: «À quindi possibile che sia considerata impresa una persona fisica, sempre che assuma in proprio il rischio d’impresa e che partecipi con la sua attività economica ad almeno una delle fasi di produzione e distribuzione di beni e servizi offerti. La Corte di giustizia ha considerato che la nozione di“attività economica” si applica a qualsiasi attività che consista nell’offrire beni o servizi su un determinato mercato».

    In questo senso, e solo in questo senso, io mi permetto di parlare di giornalista-imprenditore.

    Lo è, per esempio, un giornalista che decida di autopubblicarsi (ebook, inchieste sul web dietro “paywall”, libri d’inchiesta autopubblicati e via dicendo). Lo è anche un giornalista che faccia un proprio progetto editoriale (di nicchia o meno).

    Insomma, il punto è che – a mio modo di vedere – si può essere giornalista e imprenditore (ovvero: libero professionista) senza per questo venire meno ai sacrosanti paletti deontologici.

    P.s.: spero che fose chiaro il fatto che tutte le parti “deteriori” che individui mi trovano assolutamente d’accordo. Fare marchette non è fare il giornalista.

    1. Ciao Alberto,
      Si, il punto credo sia quello che dici, ma io lo “leggo” all’opposto.
      Ovvero: la ratio per cui la cultura e il diritto italiani hanno sempre tenuto distinte le figure del libero professionista e dell’imprenditore (con buona pace delle superficiali norme europee, che a mio parere non costituiscono a priori un modello, tantomeno indiscutibile ) è proprio perché si tratta di cose diverse tra di loro.
      L’unica cosa che le accomuna è il fatto di essere operatori individuali.
      Per il resto sono diversi in tutto: i giornalisti hanno un ordine è una deontologia codificata, gli imprrnditori no; i giornalisti perseguono la verità, gli imprenditori il profitto. Gli editori, non a caso controparte dei giornalisti, sono imprenditori.
      C’è ovunque una subdola propaganda per far sembrare desueti o anacronistici i valori che sono alla base delle professioni liberali, o meglio del modo liberale di svolgerle, e di tale propaganda anche l’ue è complice (vedi appunto certe nostive tendenziose che puntano a parificare posizioni diverse. O vedi anche i tentativi di abolire gli studi associato (possibili solo fra professionisti) a favore delle “stp” società tra professionisti) che prevedono la partecipazione di soci non professionisti.
      Ciò per dire, e concludo, che stante la normativa vigente le due figure restano incompatibili, cosa a mio parere opportuna.
      Quanto a chi si autopubblica libri o inchieste, parlerei di scrittori (tenuti a scrivere opinioni e non a raccontare fatti).
      Insomma resto dell’idea che si tratti di mestieri diversi e che il giornalista non possa essere imprenditore, perché altrimenti il suo interesse a guadagnare sarà superiore al suo dovere di informare.
      Non ti sembra?
      Ciao, S.
      Ps: detto questo naturalmente si può discutere su tutto, ma che c’entra la questione con il giornalismo digitale? Ci si può auto pubblicare anche sulla vecchia cara carta, no?

      1. In realtà, però. anche il diritto italiano equipara il libero professionista all’imprenditore (cfr. art. 2238 del codice civile) nel caso in cui «l’esercizio della professione costituisce elemento di un’attività organizzata in forma di impresa». In altre parole, se è dimostrabile che il libero professionista si assume il rischio del lavoro nell’esercizio della propria attività professionale. Ora, nel caso in cui un giornalista si auto-pubblichi, scrivendo per i lettori disposti a pagarlo, evidentemente assume anche il rischio del lavoro. Non credo, sinceramente, che questo infici il suo interesse a informare.

        D’altra parte, non credo nemmeno che i giornalisti assunti pagati da un editore-controparte abbiano sempre e comunque e per forza di cose interesse a informare prima che a guadagnare, altrimenti saremmo pieni solamente di giornalisti integerrimi e di un’informazione scevra di qualsiasi interesse “altro” – cosa che mi sembra di poter dire sia molto utopistica, ancorché estremamente auspicabile.

        Chiaro che possa accadere anche sulla “vecchia carta”. Ma è evidente che il web abbia moltiplicato le possibilità e abbattuto i costi per chi voglia tentare strade “solitarie” che, a mio avviso, non vanno stigmatizzate ma incoraggiate, se saldamente incardinate ai principi fondanti della professione.

        1. Capisco cosa vuoi dire ma a me pare utopistico il contrario. Non a caso per i giornalisti parlo di “dovere” di informare e non di “interesse” a farlo.
          La norma del cc che citi rende lecito l’esercito d’impresa da parte di un professionista (e vorrei ben vedere: come si può proibire a un ingegnere di creare una ditta di costruzioni o a un medico una clinica?), ma proprio per questo non implica, anzi direi che esclude il fatto che quel l’attività sia considerabile professionale trattandosi appunto di impresa: il medico con la clinica mantiene cioè la qualifica professionale medico, ma è un imprenditore, con diritti e doveri correlati. Allo stesso modo il giornalista che si autopubblica e/o fonda una testata sua diventa editore, cioè imprenditore, anche se mantiene la qualifica di giornalista, ma esercita un’impresa e non più una professione. Come ambedue lecite ma ancora una volta diverse in quanto collegate e norme e deontologie diverse.
          Quello che l’on line, abbattendo i costi, apra “nuove prospettive” non mi pare un argomento convincente: come detto ieri, la ratio della dicotomia tra imprenditore e professionista non è il livello dei costi, ma il modo di esercizio dell’attività: non è che – perdona l’esempio un po’ grossolano, ma è per rendere l’idea – se si potessero costruire le navi di carta anziché nel più costoso ferro, allora per noi giornalisti si aprirebbero le porte per fare l’armatore, gestire flotte navali e’ cinque un’impresa, non una professione e la differenza non sta nei costi, ma nella natura dell’attività.
          Detto questo, non ne farei una questione di integrità morale ma di regole: l’attività professionale si esercita all’interno di queste, con un ordine che ha il dovere (ed anzi in ciò espleta la propria funzione) di controllarne il rispetto da parte dei propri membri.
          Ovvio che ciò comporti un limite alla libertà del professionista, ma è il fatto stesso di essere un professionista che la giustifica. Altrimenti che bisogno ci sarebbe della categoria dei professionisti? Tanto varrebbe chiamare impresa, come vorrebbe l’ue, qualsiasi attività individuale.
          Cosa però a mio parere sbagliatissima.

          1. La conversazione si è evoluta anche altrove.

            Tuttavia, Stefano, mi permetto di farti notare che tutto il tuo ragionamento si articola dando per assodato che i giornalisti professionisti non violino mai le regole e che, se lo fanno, vengano sistematicamente sanzionati (e che, automaticamente, tutti quelli che invece tentano, nei paletti della legge e della deontologia, strade “altre”, che, ribadisco, non sono necessariamente furbate o marchette o simili, violino le regole sistematicamente). Siamo proprio sicuri che sia così? Sinceramente, a me non sembra. Ma se tu hai evidenza del contrario sarò senz’altro più sollevato.

          2. Mi aspettavo una replica come questa, che hai sollevato anche a voce durante il convegno, ma mi pare un pessimo argomento. Che equivale a dire “se gli altri rubano, perchè non posso rubare anch’io? e se la polizia non arresta i ladri, a che serve la polizia?”.
            Ovviamente tu non sei affatto stupido e sai benissimo che il ragionamento dialetticamente forse può funzionare, ma logicamente no.
            La domanda è retorica (è ovvio che non tutti i giornalisti professionisti sono corretti e non tutti gli scorretti sono sanzionati), ma la risposta è facile: non si tratta di sanzioni ma di sanzionabilità. Altrimenti si rischia dfi buttare via il bambino con l’acqua sporca.
            Ovvero: se i prof compiono violazioni vuol dire che ci sono norme da rispettare (ma non ci sono per i pubbl) e se non ci sono sanzioni vuol dire che il sistema va messo in condizioni di irrogarle, non va abolito il sistema o liberalizzata la materia.
            In realtà, caro Alberto, anche al netto dell’inadeguatezza ormai insostenibile della legge professionale e della dicotomia a cui essa costringe la nostra categoria, il punto della terzietà e dell’astensione dagli anche potenziali conflitti di interesse coinvolge eticamente tutti i giornalisti e non solo i professionisti. A carico di questi c’è invece una norma esplicita di natura deontologica che di fatto tratta in modo diverso casi uguali.
            Ma non mi pare una buona ragione per interpretare la norma etica in pejus.
            Ciao, S.

            PS: comunque la realtà supera la fantasia e sto per chiamarti di nuovo in causa sulla spinosa questione dei blogger…

          3. Non sequitur, scusami Stefano.

            La premessa “giornalista imprenditore” non implica, né più né meno facilmente, la possibilità di violazioni deontologiche. Non c’è alcun motivo per cui la implichi, né logico né dialettico.

            E da nessuna parte ho scritto “siccome altri lo fanno allora lo voglio fare anch’io”. Anzi.

          4. Non lo hai detto espressamente, ma il senso è quello. Ed è proprio cioè che la ratio della legge professionale voleva evitare: anche il rischio di possibili conflitti d’interesse. Non dimenticare che, allora, i pubblicisti scrivevano con il filtro dei professionisti, i quali appunto avevano il diritto/dovere deontologico, nonché la responsabilità, di controllare gli scritti dei collaboratori. Nessuno dei quali poteva, come oggi, “ripubblicare”.
            La legge non vuole solo impedire le violazioni, ma prevenire il rischio. E nella figura del “giornalista imprenditore” questo rischio c’è eccome, credo sia perfino inutile fare esempi.

          5. Caro Stefano, fino a questo momento la conversazione poteva anche sembrare costruttiva.

            Purtroppo, dopo un’affermazione come “Non lo hai detto espressamente, ma il senso è quello”, con la quale stabilisci tu, arbitrariamente, il senso delle mie parole (e di fatto lo pieghi a sostegno della tua tesi, perché ribadisco che non è quello che ho detto né è quello che penso), be’, siamo arrivati al capolinea, sia dal punto di vista dialettico, sia dal punto di vista logico.
            Non ho altro da aggiungere.

            Grazie comunque per lo scambio di vedute. Ti auguro buona fortuna per tutte le tue attività.

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