Giornalismo SEO

Giornalismo SEO è un connubio che potrebbe fare inorridire molti. Ma soltanto ad una lettura superficiale e senza alcun approfondimento. Che sia un tema poco esplorato, in Italia, lo dimostra (ironicamente) una ricerca su Google. All’estero le cose vanno molto diversamente (guardate un po’ la SERP in inglese, per esempio, cercando seo journalism: il primo risultato è la BBC). E il fatto che sia poco esplorato la dice lunga su quanto sia stato capito male, il concetto, dalle nostre parti.

Sul tema ho impostato un percorso formativo che, in particolare a Milano, propongo presso Primopiano (qui il corso SEO) e offro anche consulenze o corsi SEO personalizzati. Nel video, invece, una sorta di “condensato” del corso: un’ora (una specie di maratona corsa nel tempo di una gara di 100 metri piani con partenza lanciata) all’International Journalism Festival 2016

Infatti, nei pochi articoli che si trovano online in italiano appaiono definizioni amene tipo «il Seo […] racchiude tutti quei “trucchetti” che permettono ai contenuti del proprio sito, che sia l’edizione online di un quotidiano cartaceo o un semplice blog, di posizionarsi meglio sui motori di ricerca».

«Trucchetti» la dice lunga, no? Ma non è così. La SEO non è affatto un insieme di “trucchetti”.

Non si terrorizzino i puristi del giornalismo, per carità. Anzi, quelli di loro che non si vogliono capacitare di questo fatto, che la SEO sia importante, si facciano bastare le parole di Martin Asser, digital editor della BBC Arabic Service quando dice:

«It’s not about abandoning good journalism in favour of writing-by-numbers».

Si noterà, scorrendo la breve bibliografia offerta in calce a questo pezzo, che le citazioni di articoli esteri sono quasi tutte molto datate. Questo perché all’estero il dibattito non ha più senso: è già dato per assodato da anni quello che qui si vuole rifiutare o non vedere.

Qui non si avvalorano, per capirci, le operazioni che portano a fare SEO con titoli tipo Belen Rodriguez nud*, come curare le unghie o amenità del genere. Né si pensa che il solo valore aggiunto di un articolo online sia il posizionamento sui motori di ricerca. È tutto il contrario.

Ho già spiegato cosa significhi fare SEO oggi, secondo me, e come si debbano vedere gli eventi come keyword. Non è una fantasia, né un’ossessione. Semplicemente, è una constatazione che deriva in primo luogo dal buonsenso, in secondo luogo dall’osservazione empirica e, finalmente, da dati numerici.

millenials seo
Nello studio How Mil­len­nials Get News: Inside the habits of America’s first digi­tal gene­ra­tion, con­dotto da the Ame­ri­can Press Insti­tute e the Asso­cia­ted Press-NORC Cen­ter for Public Affairs Research, riportato da Datamediahub, quando si chiede ai millennials quale sia il loro modo per approfondire le notizie, il risultato è molto chiaro. Al primo posto, domina, incontrastata, la risposta motori di ricerca.

Diciamoci la verità: è una cosa che può stupirci? Certo che no. È assolutamente ovvio. E se lo fanno i millenials, allora dobbiamo saperli raggiungere e capire come e perché lo facciano.

Fin dal 2010 ci si chiedeva se la SEO fosse nemica o alleata del giornalismo. La risposta, per quel che mi riguarda, è ovvia da sempre: è un’alleata preziosa e potentissima, a patto di capirci qualcosa.

È un’alleata perché, se si riesce a convogliare la massa di coloro che utilizzano i motori di ricerca per approfondire (insisto molto sul termine) sulle proprie pagine, e se queste pagine rispondono correttamente e in maniera approfondita alle domande di chi ha digitato su Google, allora si otterrà traffico (cioè: volume. Molto caro agli inserzionisti e pure agli editori). Ma questo è solo il primo passo. Se quel traffico (che poi sono persone, non dimentichiamocelo mai) atterra su un contenuto di qualità, aggiornato, approfondito, che garantisce un’esperienza utente piacevole, interessante e completa, ci sarà una parte di queste persone che, piano piano, comincerà a inserire le pagine trovate fra i “preferiti”, ci tornerà, si fidelizzerà e diventerà, con il tempo community. Questo, sempre che si sappia prendersi cura dei propri lettori che sono la più grossa ricchezza di un giornalista e di un editore.

È un’alleata perché è uno stimolo: se un contenuto è ben posizionato su Google (facciamo due esempi che sono curati dal mio gruppo di lavoro redazionale in Blogo: Italicum e Jobs act) si dovrà aggiornarlo, renderlo approfondito, fare in modo che risponda alle domande del lettore in maniera completa. E dunque si genererà valore per sé e per gli utenti.

È un’alleata perché se accade qualcosa, è meglio essere nelle prime posizioni sui motori di ricerca per le parole chiave che probabilmente una massa di utenti cercherà per avere informazioni. È meglio, in altre parole, essere in prima posizione che non esserci. Dovrebbe essere una banalità, ma l’esperienza quotidiana mi insegna che non è così.

Ecco. Se si imparasse a vedere la SEO come un modo per attirare nuovi lettori e come primo di una serie di passi importanti per prendersi cura di lettori vecchi e nuovi, si farebbe un grande passo avanti.

Che ce ne facciamo di un ottimo contenuto che non legge nessuno? Poco o niente.
Quel contenuto deve sfruttare, online, tutte le possibili leve di traffico per ottenere il 100% delle sue possibilità. La SEO è una di queste leve (e se si tiene presente, mentre la si attua, che Google e i suoi colleghi motori di ricerca, esattamente come Facebook, non sono i nostri badanti, meglio ancora).

E il giornalismo SEO ha delle regole che, pensate un po’, sono anche alla base del buon giornalismo. Non ci credete?

Giornalismo SEO: le regole

Le regole d’oro da seguire per il giornalismo SEO sono molto, molto semplici. Bisogna inserire nel pezzo le parole chiave. Che sono, per esempio: i nomi dei protagonisti di una storia, i luoghi in cui questa si svolge, la collocazione temporale della medesima, il funzionamento della storia medesima (i come), le motivazioni (i perché).

Vi ricorda qualcosa, per caso? Se siete giornalisti e siete capitati su questa pagina (cercando su Google giornalismo SEO, oppure dal mio Facebook, non vedo molte altre possibilità), dovrebbe.

Perché non è nient’altro che la regola delle cinque W.

Pensate un po’: attaccare un pezzo con i concetti chiave che lo spiegano aiuta. Sia la comprensione del testo, sia il buon giornalismo, sia il posizionamento sui motori di ricerca.
Delusi? Spero di no. Penso anzi che questa semplice visione del rapporto fra SEO e giornalismo sia molto esplicativa del fatto che questi non siano trucchetti. Certo, poi c’è una componente tecnica che si deve accompagnare alla scrittura. Ma questo è un altro discorso, e comunque non è un trucchetto.

È una condizione necessaria. No, non ho detto necessaria e sufficiente. Ho detto necessaria.

(A scanso di equivoci: questo non significa, in alcun modo, che ci si debba rendere dipendenti dai motori di ricerca. Questo significa, semplicemente, che, noti i dati e la pratica, si deve sfruttare al meglio una delle principali fonti di informazione e approfondimento online, così come tutte le altre).

Giornalismo SEO: l’attacco

Giornalismo SEO: il circolo virtuoso, le regole, le 5W

Fare SEO vuol dire anche fare bene un attacco: rispondere, cioè, alle famigerate 5W (e pure alla H) nelle prime righe. Perché quelle 5W non sono altro che parole chiave.

[Leggi anche:
Search engine optimisation (SEO), Martin Asser, digital editor BBC Arabic Service.
Perché un giornalismo SEO di qualità premia tutti, di Andrea Signorelli su Gli Stati Generali
Seo, alleata o nemica del giornalismo?, di Redazione su LSDI
Giornalismo 2.0, non si vive di solo Seo, Emanuele Capone su Il Secolo XIX
A journalist’s guide to SEO, di Kevin Gibbons su Econsultancy
What impact is SEO having on journalists? Reports from the field, di Nikki Usher su Nieman Lab
How Millennials Get News: Inside the habits of America’s first digital generation]
Giornalismo SEO - La SERP della keyword in inglese
Giornalismo SEO – La SERP della keyword in inglese

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Blogo.it. Ecco il suo profilo su Google+.

3 pensieri riguardo “Giornalismo SEO”

  1. a parte che ho pochissimo da aggiungere perchè in questi anni i nostri pensieri hanno avuto probabilmente un’evoluzione parallela e mi trovo in line con quanto scrivi al 100%. provo comunque:

    1) credo che una differenza fondamentale tra giornalismo (cartaceo) e giornalismo seo, stia nell’aggancio. Non so come si chiami in gergo tecnico, intendo il primo paragrafo dopo il titolo.

    Sulla carta, tradizionalmente il giornalista, in quel primo paragrafo, fa qualche volteggio virtuosistico, senza necessariamente riassumere l’accaduto delle puntate precedenti, ma spesso scrivendo in modo abbastanza auto referenziale, per “catturare” l’attenzione del lettore disattento forse e tipicamente usando paroloni per sfoggiare il suo stile. Non so cosa abbiano scritto in questi 300 anni i manuali di giornalismo, ma posso assicurare che a me, il primo paragrafo di qualsiasi articolo di giornale ha sempre fatto profondamente cagare.

    nel giornalismo seo quello stesso primo paragrafo dopo il titolo deve essere mirato e profondamente in topic, perchè il lettore web si scogliona velocemente. Non ti puoi preoccupare di catturare l’attenzione o “seghe” simili, devi dare “ciccia”, valore aggiunto, e subito (un po’ quello che dicevi tu sopra, parlando di “risposte ai lettori”). è fondamentale per evitare il rimbalzo, il quale è fondamentale per il seo.

    2) sto benedetto “volume” di traffico è una chimera. Non ci sarà mai abbastanza volume per soddisfare la fame dei manager perchè la monetizzazione attuale è un colabrodo. il volume interessa solo perchè è qualcosa di facilmente associabile ai ricavi, in modo proporzionale. In realtà però il volume non può crescere all’infinito per il semplice motivo che l’attenzione della gente è finita (nel senso di limitata, sia nel tempo che nello spazio).

    3) siccome il vero problema del giornalismo seo non è il seo, e neppure il traffico ma è (secondo me) la trazione ed il rendimento di quel traffico, il vero problema è la monetizzazione.

    ed il vero problema della monetizzazione è il conflitto d’interesse di chi scrive.

    che ruolo c’è tra lo scrivente e la pubblicità? perchè non si possono scrivere recensioni vere dei prodotti che ci sponsorizzano? perchè il brand esiste solo in un contesto di profonda falsità e gentilezza formale? e infinite domande simili, mi tormentanto da anni, ma a parte che non mi è ancora venuta la psicosi, posso assicurare che se trovate alcune soluzioni concrete, poi la monetizzazione segue (eccome).

    Per quanto “desueta” la risposta del giornalismo tradizionale è stato un albo ed un codice comportamentale (un giornalista economico, semplicemente, non può scrivere di un’azienda della quale detiene titoli). Nel seo, ed in generale nel web italiano, siamo molto, molto indietro. Sia come etica che come controllo governativo (in USA è dal 2009 che la FTC ha stabilito che persino i blogger devono avere una disclosure sui legami economici e personali tra loro stessi e le entità di cui scrivono).

    4) l’autorevolezza implicita che il motore di ricerca assegna dando posizioni è sempre errata. Se sei al primo posto la gente può pensare che tu sia il miglior risultato, ma in realtà sei solo quello che si posiziona meglio. Non sei il più certificato, non sei il più libero da conflitto d’interesse, e soprattuto il motore di ricerca per quanto strano possa sembrare nel 2015, ha pochissimi strumenti per misurare la qualità. concludo linkandoti una slide, che riassume un po tutto questo concetto:
    http://www.goatseo.com/wp-content/uploads/2015/01/google-pagamento.jpg

    il punto è: siccome google è gratis, può fare quel cazzo che gli pare (compresi tutti i punti sopra) e tutto il mondo occidentale lo usa lo stesso.

    Ma essendo google una multinazionale con sede alle bahamas, che gli frega della qualità? Come possiamo noi affidare la qualità del nostro approfondimento e del nostro studio nelle loro mani? (concludo con la solita critica sguaiata a google non perchè sia utile per il lettore, quanto piuttosto perchè tra i seo va molto di moda).

    1. Tantissimi spunti interessanti, Simone, ed è un piacere vedere che condividiamo così tante vedute sul tema. Parto dal primo punto, gli altri te li commento nei prossimi giorni, perché, casualmente, è parte dell’intervento che ho fatto proprio ieri al WMF15 dove, di fronte a una platea e in un contesto piuttosto “strano” per un giornalista, ho parlato proprio di giornalismo e SEO. E, guarda un po’, una delle slide che ho proposto in sala – e che propongo qui, tanto una slide sola non inficia il lasciarle riservate al pubblico del WMF15 per un mesetto – riguardava proprio l’attacco dei pezzi giornalistici.

      Quel che dicevo è proprio che se si fa giornalismo SEO allora in quel famigerato primo paragrafo (attacco o lead o intro, come vogliamo chiamarlo poco importa) si sarà forzati a rispondere alle famigerate 5W e a dare dunque in poche righe le informazioni essenziali al lettore (chi, cosa, dove, quando, perché) lasciando poi il resto all’approfondimento. Perché le risposte alle 5W sono “keyword”. Ed ecco che SEO e giornalismo si possono influenzare vicendevolmente per far bene. Quel che ti fa cagare nel giornalismo cartaceo è proprio il fatto che questa cosa, che dovrebbe essere alla base dei buoni pezzi, viene spesso tralasciata per fare, come dici tu, i virtuosi ad ogni costo. Spesso con risultati drammatici. Insomma, temo che siamo d’accordo anche su questo 🙂

      La slide in questione è questa qua.

  2. Probabilmente la regola dell’aggancio veloce vale anche per i commenti. Quindi elimino il “probabilmente”: la regola dell’aggancio veloce vale anche per i commenti… 🙂

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