Il giornalismo è schiavo del modello di business che detta l’agenda

modello-di-business-detta-lagendaNel mondo del giornalismo l’ultima moda è la post-verità. Come dire: dopo aver passato anni a usare etichette di ogni genere ed esserci accorti a più riprese che sono sbagliate come tutti i modelli rigidi di interpretazione del mondo, come reagiamo all’ecosistema che ci sta sfuggendo di mano? Con un’altra etichetta. Sbagliata.

Di chi è la colpa se ci sono le fake news? Di Facebook?

No. La colpa è del modello di business dell’editoria che insegue quello dei social. La ricerca ossessiva di click – se preferite, di volume anziché di valore. Di lettori dimenticati. Di quel valore aggiunto come servizio offerto che non viene considerato – porta con sé una serie di conseguenze deteriori.

  • la velocità, oggi diventata del tutto inutile per fare buon giornalismo (e in alcuni casi addirittura dannosa). Il “buco”, oggi, è dire il falso.
  • gli articoli verosimili e non verificati
  • le “colonnine di destra”
  • il disinteresse per le persone
  • il disinteresse per il giornalismo stesso
  • la tossicità delle news
  • la svalutazione dei marchi giornalistici
  • la perdita di identità editoriale (prova a distinguere le condivisioni su Facebook da parte di testate diverse)
  • l’uso indiscriminato dei social a peggiorare la qualità dell’ecosistema
  • la partecipazione al sovraccarico informativo

    Tutto questo non esisterebbe se l’unica metrica di interesse non fosse quella del click.Finché non ci sarà il coraggio di cercare strade alternative è inutile puntare il dito contro i social mentre passiamo il tempo a guardarci l’ombelico convinti che raccontare quest’azione quasi onanista sia soddisfacente anche per chi ci legge.

    Il problema è il modello di business sbagliato. Alternative ce ne sono.

Autore: Alberto Puliafito

Alberto Puliafito è fondatore di iK Produzioni e direttore responsabile di Blogo.it. Ecco il suo profilo su Google+.

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