Facebook Analytics: cos’è e come funziona

All’interno della piattaforma del Business Manager di Facebook c’è una sezione che si chiama Facebook Analytics, che è stata presentata all’evento F8 di aprile 2017.

La puoi raggiungere da questo link: https://www.facebook.com/analytics

La funzione è strettamente collegata al Pixel di tracciamento se vuoi informazioni relative al tuo sito (è un’evoluzione degli Analytics per le app) e ti permette di avere una visione rapida delle caratteristiche del tuo pubblico.

È ancora in beta, per alcuni versi è simile agli Insights sul pubblico ma offre una visione d’insieme più immediata e altre informazioni

Facebook Analytics ha al momento quattro sezioni. Panoramica, Dashboard, Persone e Impostazioni.

Se hai il Pixel di tracciamento installato sul tuo sito, ti mostra la divisione demografica del tuo pubblico, le attività delle persone, i ricavi (se vendi qualcosa, naturalmente), puoi impostare dei funnel e via dicendo.

Facebook Analytics, Persone

Qui sotto, per esempio, puoi vedere le informazioni demografiche di alcune pagine che piacciono alle persone che visitano il sito www.comefareconbarbara.it dove ho installato il pixel di tracciamento.

 

La prima colonna è il nome della pagina cui il tuo pubblico ha messo like, la seconda il livello di pertinenza rispetto al tuo pubblico, poi c’è  la percentuale di intersezione, infine il numero di “mi piace” che ha quella pagina e il tipo di pagina.

Facebook Analytics sulle pagine

La funzione di analitica sulle pagine non è ancora disponibile per tutte (come detto, si tratta di una funzione in beta). Progressivamente Facebook mostrerà i dati anche per le tue pagine e non solo relativamente alle misure che può effettuare attraverso il pixel di tracciamento.

[In aggiornamento]

Quella volta che ho deciso di scrivere in inglese

Ad un certo punto diventa evidente: se ti occupi di media, giornalismo, strategie di comunicazione, social, SEO e altre amenità del genere, che trovi da queste parti, non puoi fare a meno di confrontarti con il mondo anglofono.

Una delle cose che ho sempre temuto del mio lavoro – che riguarda i contenuti da quando ho 18 anni: contenuti giornalistici e non, scritti, fotografici, audio, video – è l’incapacità di padroneggiare la lingua inglese. Mi sono sempre detto: sono costretto a farlo in italiano. Già soffro della sindrome dell’impostore nella mia lingua, figurati in una di cui non conosco le sfumature. Figurati se riuscirei mai a essere chiaro.

Poi è successo che mi hanno chiesto di tenere una lezione in inglese. E ho rifiutato. Poi me ne hanno offerta un’altra e ho precisato che non so se sono in grado di tenere l’aula e di rispondere alle domande e di esporre al meglio quel che ho studiato, applico, conosco. Poi ho dovuto provare a fare un’intervista. Poi ho scritto un pezzo sui modelli di business per il giornalismo. In Italia non se l’è filato nessuno, l’ho tradotto in inglese ed è finito sul blog del Wan-Ifra, che per un giornalista è una cosa decisamente importante (anche se in Italia continua a non esserselo filato nessuno). Alla fine mi sono stancato di essere così impacciato e ho deciso che avrei portato avanti una buona pratica: scrivere un pezzo in inglese a settimana.

Non lo faccio qui, anche perché dovrei implementare la multi-lingua e non ho il tempo e le energie di complicare questo sito. Lo farò – o meglio, ho già iniziato a farlo – su Medium. Il primo pezzo si intitola «My English is awful and I’m Anglo-sjy». Yes, then practice it, once a week.

L’ho condiviso su Facebook e ho ricevuto una serie davvero incredibile di incoraggiamenti, apprezzamenti e di consigli: è questa la potenza relazionale dei social.

Debora mi ha suggerito una bellissima applicazione che non conoscevo e che si chiama Grammarly. C’è anche l’estensione per Chrome. Sto valutando se comprare la versione a pagamento, PRO. Probabilmente non nei primi tempi. Come funziona la versione free? Dai a Grammarly in pasto un testo – copia e incolla – e lui trova gli errori (probabili) e te li segnala proponendo una correzione.
Virginia mi ha indicato un’altra applicazione che si chiama Hemingway e serve per migliorare la struttura, rendere più leggibile il testo, semplificare le frasi.
Marco mi ha consigliato due libri. Uno dei due penso che lo proverò English, al lavoro(*) di John Peter Sloan

Che farò allora?

Be’, per prima cosa mi faccio un bel piano editoriale. Poi scrivo in inglese e mi metto in gioco. Poi, quando sono soddisfatto del livello raggiunto apro questo sito in multilingua (almeno faccio pratica SEO anche in inglese) e quindi cerco di variare le mie relazioni suo social spostandomi anche verso il resto del mondo e uscendo dalla nicchia italiana. È un piano a lungo termine, ma è proprio quello che cerchiamo quando parliamo di strategie di comunicazione, giusto?

 

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione Amazon: funziona così. Se tu compri il libro o altri articoli passando da quel link, a te non cambia nulla. A me invece arriva una piccola percentuale che uso per sostenere le mie attività online.

International Journalism Festival 2017 – Le slide

Il Festival del Giornalismo a Perugia (International Journalism Festival 2017) è stato come al solito molto importante per me, per il lavoro che ho fatto con i miei colleghi, per gli incontri, le conversazioni, le cose che ho imparato e quelle che spero di aver insegnato.

Qui ci sono tutte le slide dei tre incontri cui ho partecipato: uno sulla SEO, uno sul giornalismo social insieme a Barbara Sgarzi e uno sul giornalismo imprenditoriale per ONA Italia.

International Journalism Festival 2016

International Journalism Festival 2016

Sarò al Festival del Giornalismo 2016 per tutto il periodo del Festival, ma gli incontri cui partecipo direttamente sono tutti concentrati il sabato 9 aprile.

Si comincia alle 11.30 con Slow news: la rivoluzione lenta, con Peter Laufer (autore di The Slow News Movement), Rob Orchard (Delayed Gratification) e Antonio Talia (Informant).

Poi, alle 14.30, sono moderatore di Comunicazione e giornalismo: come cambiano nell’epoca dei social media, cui partecipano Paola Bacchiddu, Daniele Chieffi, Marco Esposito e Carola Frediani.

Alle 18.00 chiudo il tour de force con Come sfruttare al meglio i motori di ricerca per il giornalismo.

Insomma, di tutto un po’. Dal Giornalismo SEO al Giornalismo social

Il pixel di tracciamento di Facebook

Pixel di Facebook: cos’è?

Facebook è una piattaforma potente per il content marketing, per il remarketing, ma soprattutto per mettere in relazione persone con persone, persone con aziende o marchi, persone con contenuti. Uno degli strumenti che il social mette a disposizione di tutti è il Pixel di tracciamento. Facebook lo chiamava, fino a un po’ di tempo fa, Pixel di conversione. Ora lo chiama semplicemente Pixel. Nell’ambiente del marketing digitale si è diffusa la dicitura Pixel di tracciamento. Per avere una panoramica chiara di tutto quel che si può fare con il Pixel di Facebook il consiglio, secondo il sacrosanto principio del Read The Fucking Manual, è quello di leggere attentamente la Guida ufficiale di Facebook sul tema.

Che cos’è esattamente il Pixel di Facebook? È una parte di codice che ti viene fornita da Facebook quando decidi di creare un Pixel e che puoi posizionare sul tuo sito per ottenere informazioni a proposito delle persone che leggono le tue pagine. Se unisci le informazioni che ottieni dagli Insights sul Pubblico di Facebook alle informazioni che ottieni da Google AnalyticsSearch Console (e eventualmente altri strumenti come SEOZoom o simili), puoi avere una profilazione molto dettagliata circa i bisogni istantanei o consapevoli e i bisogni latenti di chi ti legge. Puoi sapere che parole chiave hanno cercato su Google le persone che atterrano sul tuo sito e, grazie al Pixel di Facebook, puoi avere informazioni precise circa i loro profili e gusti (sempre che, ovviamente, abbiano un account di Facebook attivo in quel momento. Cosa che capita sempre più spesso).

Ma il Pixel di tracciamento serve anche per misurare le conversioni; per ottimizzare la pubblicazione di un’inserzione pubblicitaria su Facebook cercando di raggiungere persone che possono compiere un’azione che desideri con maggiore probabilità; per creare un pubblico-sosia (o pubblico simile, o lookalike), di persone che hanno gusti simili a quelle che visitano il tuo sito; per creare un pubblico composto dalle sole persone che visitano il tuo sito Web e su di esse eseguire un retargeting. 

Come si crea il pixel di tracciamento di Facebook

Il pixel di tracciamento di Facebook si crea così:

  • per prima cosa, accedi alla tab Pixel di Facebook. La trovi all’interno di Gestione inserzioni, nella sezione Business di Facebook.
  • Clicca su Crea un pixel. Se ne hai già creato uno per il tuo account pubblicitario, non vedrai la funzione di creazione.
  • Dai un nome al pixel (si può cambiare in seguito)
  • Accetta le condizioni (dopo averle lette!)

Quali requisiti devo avere per creare un pixel di tracciamento di Facebook?

Devo avere un account pubblicitario. Ricordati che ogni account pubblicitario si può associare a un solo ID di pixel di tracciamento.

Posso usare il pixel di tracciamento per più domini?

Sì!

Plugin WordPress per il pixel di tracciamento

Il plugin per WordPress da utilizzare per il Pixel di tracciamento è Pixelyoursite PRO. È a pagamento ed è la cosa più semplice che si possa utilizzare per installare il Pixel.

Facebook Pixel Helper: l’estensione per Chrome

Come fai a sapere se un sito ha installato il Pixel di tracciamento di Facebook o se il tuo funziona correttamente? È molto semplice (ed è un’operazione che ti consente anche di monitorare eventuali concorrenti o di capire chi sta usando funzioni evolute di Facebook).

Dove appare su Google Chrome il Pixel di tracciamento di FacebookFacebook Pixel Helper è un’estensione per il browser Google Chrome che serve a individuare se un sito sta utilizzando o meno il pixel di tracciamento di Facebook. Come appare l'icona di Pixel Helper se il sito ha il pixel di tracciamento di Facebook installatoCome appare l'icona di Pixel Helper se Pixel Helper non è installato su Facebook

Se il sito su cui stai navigando utilizza il Pixel di Facebook, allora l’icona appare “accesa”, colorata di blu e con un quadratino verde che ti indica quanti Pixel sono attivi.

Se clicchi sull’icona quando si accende, puoi ottenere una serie di informazioni. Per esempio, il sito di Tuttosport.com utilizza il Pixel di Facebook.

Le informazioni sul Pixel di Tracciamento di Facebook

Come si usa il Pixel di Facebook?

Spiegare in maniera semplice come usare il Pixel di Facebook non è un’operazione agevole, perché è uno strumento davvero potente. La persona che mi ha “formato” e mi ha aperto la mente (letteralmente) rispetto alle potenzialità del Pixel e delle operazioni che si possono fare usandolo correttamente è Enrico Marchetto: per la prima volta, dopo aver fatto un’ora di formazione mirata con lui, ho capito che non era solo fuffa ma che c’era qualcosa di importante da imparare e da studiare e mi sono reso conto anche di tutte le occasioni che avevo perso fino a quel momento. Così mi sono letto la guida di Facebook, ho installato il pixel sui miei siti e ho cominciato a capire come fare a trarne benefici.

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone pratiche

Il 9 aprile 2017 a Perugia, all’IJF 2017, insieme a Barbara Sgarzi e in un evento ONA Italia, parlo di Tutti i segreti del social media journalism.

Vedremo come usare le piattaforme e le strategie social per misurare, relazionarsi e finanziare iniziative giornalistiche (e non).

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone praticheGiornalismo social e metriche

Giornalismo Social: quella delle piattaforme che offrono servizi di social network è una realtà in continua mutazione. Ma non si deve commettere l’errore di rincorrere questa mutazione senza prima aver definito le buone pratiche, le linee guida.

Il 24 giugno 2016 c’è un nuovo corso sul tema, che tengo presso Primopiano e che replicheremo il 19 luglio.

Si parla di:

– cosa sono veramente i social
– come si possono usare per il giornalismo
– quali si possono usare per il giornalismo
– come si devono usare
– come si fanno piani editoriali per i social
– come si gestiscono i social
– come si misurano i social: metriche vere, metriche che sono una “bolla”, metriche da perseguire
– algoritmi: cosa sono, come si cavalcano senza farsi cavalcare
– come ci si promuove attraverso i social (che sono, vale la pena di ricordarlo, una piattaforma di promozione. E un “luogo” virtuale essenzialmente di intrattenimento)
– come si monetizza

E altre cose a tema.

Giornalismo Social all’#IJF16

Giornalismo Social all'IJF16

Sui social il giornalismo informa o comunica se stesso? Le aziende comunicano o fanno informazione? Giornalisti e comunicatori utilizzano gli stessi strumenti e le stesse tecniche sulle stesse piattaforme, quali i confini, quali i rischi?

Quando mi è stato chiesto di moderare questo incontro all’International Journalism Festival 2016, vista la tematica, non potevo tirarmi indietro (anche perché, parlando di giornalismo social, completa, idealmente, un trittico di tematiche che ritengo fondamentali per il giornalismo oggi: la necessità di rallentare, i motori di ricerca e, appunto, l’impatto sulla professione della diffusione massiva di servizi per reti sociali virtuali).

L’incontro vede presenti: Daniele Chieffi (ENI, sponsor del Festival), Paola Bacchiddu, Marco Esposito, Luca Alagna e Carola Frediani.

Sarà interessante capire da ciascuno, secondo le specifiche competenze, i punti di vista sull’uso dei social da parte di giornali, giornalisti e aziende, su quel confine tra comunicazione e informazione che sembra diventare sempre meno evidente (e in mezzo c’è il giornalismo).

Di certo l’ora dell’incontro non sarà sufficiente per sviscerare molto, anche perché le derive del tema sono infinite. Su Twitter, qualche giorno prima dell’appuntamento, abbiamo dissertato a proposito di brand journalism, termine al quale sono un po’ allergico.

La questione è semplice: il giornalismo ha come principale referente il lettore. Un brand non potrà mai fare giornalismo “contro” se stesso perché deve comunque rispondere alle esigenze del brand.

Come uscirne? Basta smettere di chiamarlo branded journalism.

I protagonisti dell’incontro sono garanzia di considerazioni interessanti.

Proprio sul brand journalism, Luca Alagna ha posizioni diametralmente opposte alle mie, almeno per quanto riguarda l’uso del termine. Siamo invece d’accordo sul fatto che sia digital marketing o content marketing.

Schermata 2016-04-08 alle 16.42.45 Di Carola Frediani segnalo il bel pezzo 5 lezioni sul giornalismo che ho imparato dai social media.

Nel celeberrimo #EnivsReport, il team di comunicazione dell’ENI con Daniele Chieffi fece giornalismo?

O comunicò? Di certo riuscì a fare una cosa inedita e a spostare l’attenzione dal merito della puntata di Report all’inedito “scontro” (e infatti il giorno dopo le analisi del fenomeno si sprecavano, mentre il merito dell’inchiesta restava ai margini).

Di Paola Bacchiddu qualcuno ricorderà che, durante la campagna elettorale di L’Altra Europa con Tsipras, esasperata per la mancanza di visibilità della lista, dimenticata dai media mainstream, fece una condivisione su Facebook che fruttò parecchie polemiche e molta visibilità, sia alla lista sia alla giornalista.

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.Votate L’altra Europa con Tsipras.

Posted by Paola Bacchiddu on Friday, May 2, 2014

Marco Esposito è il direttore di Giornalettismo, con un passato che lo ha visto anche in Blogo per un anno e due mesi.

Io, fortunatamente, faccio il moderatore (o, se preferite, il guastatore). Quindi, per un’ora almeno, sono quello che fa le domande. Il che, dal mio punto di vista, è molto meglio, per una volta.

Giornalismo Social ai corsi di Primopiano

Giornalismo social

Il tema del giornalismo social è entrato a far parte anche del mio pacchetto di corsi presso Primopiano. Cerco di affrontarlo come di consueto senza tanti giri di parole, in maniera diretta e con spirito critico, senza essere sdraiato su una posizione dominante e cercando di scardinare pregiudizi e fuffa.

Giornalismo Social a Bologna

Giornalismo social

Giornalismo Social – 18 marzo 2016. ABologna inauguro una nuova parte del mio lavoro di formazione che si inserisce nel progetto più ampio sul giornalismo imprenditoriale e nel digital content management. Il corso sul giornalismo social va a completare, in qualche modo, un percorso che parla anche di giornalismo seo e di giornalismo e metriche.

Social, come SEO, è una delle buzzword più frequenti nel mondo del giornalismo digitale (e non solo). Una di quelle buzzword che cerchiamo di disinnescare con il progetto di analisi Wolf.

Analizzare il tema è fondamentale per capire un pezzo di futuro del giornalismo (ma anche un pezzo di presente). Per scappare dalle soluzioni di moda che non fanno altro che alimentare la spirale di crisi e per capire cosa fare, per le proprie iniziative personali ma anche per mettere le proprie competenze a disposizione di progetti editoriali più ampi.

Giornalismo social: strumenti di verifica

Una delle cose più importanti da capire quando si parla di servizi online per reti sociali è che i social possono essere utilizzati come fonti giornalistiche.

Ovviamente, come tutte le fonti, anche queste vanno verificate.

Andrea Coccia, per Slow News, ha tradotto un pezzo dal titolo Six easy ways to tell if that viral story is a hoax (cioè, sei modi per scoprire se una storia virale sia o meno una bufala). Ha tradotto in italiano anche il Verification Handbook (presto disponibile sul sito ufficiale).

Fra gli strumenti di verifica che si possono usare:

Google Images
Jeffrey’s Exif Viewer
FotoForensics
Wolfram Alpha
Online Maps
La redazione partecipata di GrassWire

Oltre la SEO

Oltre la SEO è il titolo di un Workshop che tengo all’International Journalism Festival il 5 aprile 2017.

Intendiamoci: oltre la SEO non significa in alcun modo che la SEO sia morta. Anzi: è una disciplina viva e vegeta.

Nel 2016, sempre a Perugia, ho parlato di come utilizzare al meglio i motori di ricerca per il giornalismo.

Questa volta la sfida è andare oltre quelle pratiche. Andare oltre significa, in particolare, capire che:

  • la SEO è, prima di tutto, uno strumento relazionale. Quindi serve per mettere il lettore al centro di un progetto giornalistico
  • la SEO serve per ottimizzare il flusso giornalistico
  • la SEO serve per capire che le metriche che usiamo abitualmente sono sbagliate
  • la SEO serve per ottimizzare addirittura l’organizzazione del lavoro giornalistico
  • la SEO ci permette di capire e di conoscere il nostro pubblico e di servirlo al meglio (e ci permette anche di fare analisi. Come spiegavo in un pezzo per Wolf, ci consente, per esempio, di capire meglio il pezzo di Luca Sofri in cui il direttore del Post spiega lo stato di salute del suo giornale online parlando della sua crescita)
  • la SEO serve per produrre meno e produrre meglio
  • la SEO integrata con tutti gli strumenti del content marketing serve per rendere i nostri contenuti giornalistici (o meno) contenuti con i super poteri