Il giornalismo è schiavo del modello di business che detta l’agenda

modello-di-business-detta-lagendaNel mondo del giornalismo l’ultima moda è la post-verità. Come dire: dopo aver passato anni a usare etichette di ogni genere ed esserci accorti a più riprese che sono sbagliate come tutti i modelli rigidi di interpretazione del mondo, come reagiamo all’ecosistema che ci sta sfuggendo di mano? Con un’altra etichetta. Sbagliata.

Di chi è la colpa se ci sono le fake news? Di Facebook?

No. La colpa è del modello di business dell’editoria che insegue quello dei social. La ricerca ossessiva di click – se preferite, di volume anziché di valore. Di lettori dimenticati. Di quel valore aggiunto come servizio offerto che non viene considerato – porta con sé una serie di conseguenze deteriori.

  • la velocità, oggi diventata del tutto inutile per fare buon giornalismo (e in alcuni casi addirittura dannosa). Il “buco”, oggi, è dire il falso.
  • gli articoli verosimili e non verificati
  • le “colonnine di destra”
  • il disinteresse per le persone
  • il disinteresse per il giornalismo stesso
  • la tossicità delle news
  • la svalutazione dei marchi giornalistici
  • la perdita di identità editoriale (prova a distinguere le condivisioni su Facebook da parte di testate diverse)
  • l’uso indiscriminato dei social a peggiorare la qualità dell’ecosistema
  • la partecipazione al sovraccarico informativo

    Tutto questo non esisterebbe se l’unica metrica di interesse non fosse quella del click.Finché non ci sarà il coraggio di cercare strade alternative è inutile puntare il dito contro i social mentre passiamo il tempo a guardarci l’ombelico convinti che raccontare quest’azione quasi onanista sia soddisfacente anche per chi ci legge.

    Il problema è il modello di business sbagliato. Alternative ce ne sono.

Le notifiche sono tossiche

Il mondo di Facebook. Un rettangolo rosso. Il 16. La barra nellheader del mio profilo Facebook si presenta così, quando inizio questo post.
Da anotifiche-tossichenni, ormai, siamo abituati alle notifiche. Quel +1, quel numerello rosso, quel pallino, quel suono, quella preview. Sono lì a chiamarci da desktop o da smartphone e a dirci: ehi, guarda, c’è qualcuno che ti ha scritto, ti ha nominato, ti ha taggato, ha commentato, ha messo un like, ti ha ritwittato, quel che vi pare.

È irresistibile, quel dopamina-social-networknumerello lì. Ed è anche sempre più complesso stare appresso a ciò che seguiamo, a ciò che abbiamo scritto, alle tracce che abbiamo lasciato sui nostri social.

Tutte le volte che quell’indicatore rosso (o arancio o blu o nero, come vi pare) si fa vivo, è una novità. E il nostro cervello rilascia dopammina. Che è quel che fa quando beviamo acqua, o mangiamo o facciamo sesso o ascoltiamo musica che ci piace o assumiamo sostanze stupefacenti. In altre parole, la dopammina, che è associata a stimoli naturali o artificiali, è alla base del meccanismo che ci fa stare sempre di più dentro al walled garden di un social network come Facebook. È un meccanismo di continua gratificazione del nostro cervello e del nostro ego.

Difficile dire se Zuckerberg & co. fossero consapevoli di questa cosa o a loro volta vittime di un continuo percorso autoconfermativo e di piacere che si prova nell’aver a che fare sempre, costantemente, con qualcosa di nuovo. Fatto sta che il meccanismo insito nelle notifiche, considerato anche il proliferare delle piattaforme, dei social, dei contenuti, è l’esatto contrario dell’ottimizzazione.

Non so voi, ma io a volte funziono così. Entro su Facebook, magari perché devo verificare qualcosa sul gruppo di conversazione di Wolf. Ci sono notifiche. Le apro. Le controllo. Se qualcuno ha risposto rispondo. Nel frattempo magari arrivano altre notifiche. Guardo l’ora. Sono passati quindici minuti e non mi ricordo nemmeno perché ero entrato su Facebook.

Questo meccanismo è evidentemente tossico. Non mi fa bene, fa sì che il mio cervello passi continuamente da un compito all’altro e non è utile ad alcunché. Non mi rilassa, non mi svaga veramente. Mi stanca.

Ecco perché ho cominciato a pensare che l’eccesso di notifiche sia tossico. Ecco perché provo a rinunciare ad aprirle per una settimana a partire da oggi.notifica-dopammina Vedremo se ne sarò capace e se avrò saputo ottimizzare, così, anche il tempo che passo sui social. Mentre scrivevo questo semplice post, quel numerello è passato da 16 a 19. Vedremo come sarà mercoledì prossimo e come andrà questa piccola sfida (sono possibili aggiornamenti di questo post).

Ottimizzazione delle conversazioni (e delle parole)

ottimizzazione-delle-parole-nella-comunicazione-privataOttimizzare le conversazioni (e le parole) è qualcosa che solo apparentemente non ha niente a che vedere con i motori di ricerca, ma che dovrebbe far parte di un processo culturale(*) che è sotto molti aspetti affine alla SEO.

La sovrabbondanza dei mezzi per raggiungere gli altri e la loro sostanziale – o perlomeno percepita – gratuità ha aumentato le informazioni scambiate anche a livello personale. In altre parole, siamo di fronte a un sovraccarico informativo anche per quanto riguarda lo scambio privato.

Fino a qualche anno fa, lo scambio che vedi qui sopra sarebbe stato impossibile su un telefono: avrei pagato i singoli messaggi e mi sarei ben guardato dallo scriverlo. La rivoluzione copernicana di questo tipo di conversazioni passa attraverso i primi strumenti tipo mirc, ICQ, C6, MSN, Skype. Poi si evolve sugli smartphone. E quindi si integra nell’esperienza in mobilità o da desktop.

iMessage, per primo, con il suo client per iOs che ti permette di usarlo anche con il computer, ha trasformato definitivamente lo scambio di sms in una chat.

Whatsapp è diventato un fenomeno di massa. Al punto che fioriscono i gruppi di ogni genere (per esempio, quelli dei genitori di una classe, quelli di un gruppo di lavoro e via dicendo). Gruppi che, di solito, travisano completamente la funzione di un sistema di messaggistica istantanea. Che non può in alcun modo diventare, a meno che non sia uno strumento evoluto e pensato per quello, un mezzo di lavoro.

Pian piano anche Telegram si popola di iscritti. E anche se non rischia di diventare popolare come Whatsapp, l’uso che ne viene fatto è simile.

Per tacer di Messenger, la applicazione di messaggistica di Facebook.

E delle mail, ovviamente. E dell’uso di tutti questi strumenti da parte di aziende che comunicano al loro interno in maniera ipertrofica, disfunzionale e (questo si pensa raramente) troppo costosa.

Nessuno di questi strumenti – usati come li usa la massa – può essere uno strumento di lavoro funzionale. E se anche riesci a usarli in maniera alternativa, va a finire che poi ti trovi immerso nel vortice delle notifiche di chi, invece, li usa come chat.

Il lavoro di ottimizzazione delle parole, quel parlare meno per parlare meglio che auspica Mafe De Baggis, dovrebbe passare anche attraverso una drastica riduzione dell’informazione che ci scambiamo personalmente. Non è un invito all’asocialità. Anzi. Il fatto è che il sovraccarico informativo anche nella conversazione è una naturale conseguenza delle tecnologie a disposizione – e, ripeto, della loro gratuità percepita.

Questo fa sì che non selezioniamo più le informazioni (tanto, che ci costa scriverle e inviarle?), non misuriamo più le parole, ci inondiamo di messaggi sui sistemi più vari e non facciamo che affaticare ulteriormente il nostro lavoro – soprattutto se siamo lavoratori dell’informazione – e forse anche le nostre vite private.

Per uscirne bisogna fare delle scelte, anche drastiche. Personalmente, per esempio, ho disinstallato Whatsapp e Messenger dal mio smartphone e sto cercando di accordarmi con le persone con cui ho rapporti lavorativi per ricondurre lo scambio di lavoro a dimensioni e sistemi più consoni.

(*) Sulla SEO come questione culturale ho scritto un pezzo per il Manifesto nell’ambito dello speciale curato da Datamediahub.

Il digital divide è nel cervello

Secondo la definizione più diffusa, ben riassunta dalla Treccani, il digital divide o divario digitale sarebbe la sperequazione esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, totalmente o parzialmente. È un neologismo (se si può definire ancora tale un concetto che risale agli anni ’90).

La Treccani riporta anche la storia del digital divide, che nasce, come concetto e come terminologia, con la presidenza di Bill Clinton negli USA (1993-2001).

Le ragioni del divario digitale sono molteplici. In Italia si ha la sensazione che si pensi che la questione si risolva digitalizzando tutto e garantendo l’accesso alla banda larga.

Ma il pre-requisito per abbattere il divario digitale non è tecnologico o di infrastruttura. Il pre-requisito è culturale. E di alfabetizzazione alle tecnologie.

Da qualche tempo a questa parte mi piace utilizzare la metafora della lavatrice o dell’automobile per spiegare come utilizziamo le tecnologie di solito. Più o meno, una lavatrice la sappiamo far partire tutti: è un elettrodomestico, ha le istruzioni, si mette il detersivo, si sceglie il programma, si carica, si preme un pulsante. Pochi sanno come funzionino la pompa di scarico o la resistenza della lavatrice. Ma almeno una lavatrice sta ferma.
Le automobili, invece, si muovono. E a discapito di tutti coloro che le utilizzano per andare da un punto A ad un punto B, non sono elettrodomestici. Possono anche uccidere (difficile, invece, trovare una vittima causata da una centrifuga sbagliata). E pochissimi sanno fare una frenata d’emergenza.

Bene. Per quel che vedo fra corsi e consulenze, utilizziamo la tecnologia dell’internet, Google, Facebook, i presunti servizi gratuiti delle OTT – alimentando i loro walled garden – come una lavatrice o un’automobile.

Il pre-requisito per abbattere il digital divide è la cultura. L’alfabetizzazione. La spiegazione delle tecnologie. Spiegazione che – non me ne vogliate, è la mia anima giornalistica che parla – non può essere demandata alle medesime OTT (il corso digitale di Google, quello di Facebook e via dicendo). A meno che non siamo quel genere di persone che si vuole far spiegare un prodotto solo dal produttore, disposti a credergli in maniera fideistica.

La transizione ai digitali nei giornali italiani è il classico esempio che dimostra come si facciano le cose male, a caso, senza aver capito veramente, senza voler nemmeno provare a capire. Giornali traslati su internet a caso. Architettura dell’informazione ignorata. Contesti mai creati. Valore del link distrutto a colpi di link building esterno o interno. Competenze mai messe insieme ma tenute separate come compartimenti stagni. Strategie di monetizzazione da cavallette (arbitraggio spinto) senza alcuna generazione di valore aggiunto. E non è che le aziende private siano da meno. Siti senza alcuna cura per l’esperienza utente, serate con decine di presunti influencer che twittano fra di loro con hashtag improbabili e di nessun interesse per il pubblico dei consumatori, preconcetti (provate a chiedere alle web agency se hanno letto almeno la guida SEO di Google o la guida per i quality rater o entrambe. Letto e capito, ovviamente. Provate a chiedere ai consulenti come e quando si sono sporcati le mani con progetti loro).

Il fatto, poi, che l’editoria cosiddetta mainstream si rifiuti categoricamente di sperimentare in maniera seria nuovi modelli di business – no, scusate, il paywall del Corriere non è una sperimentazione. Il paywall di The Information è una sperimentazione –, e che si continui a considerare il mondo diviso in due, come se analogico e digitale non fossero parti del medesimo reale e come se valessero buone pratiche diverse dimostra che il digital divide, per prima cosa, ce l’abbiamo nel cervello.

Fideisti tecnoentusiasti positive thinker o luddisti tecnopessimisti rifiutano un approccio laico al digitale e accolgono le istanze di “cambiamento” dei grandi oligopolisti della Silicon Valley come se la fantascienza fosse a portata di mano. E come se si dovesse temerla per forza, o per forza idolatrarla. Sono tifosi. Anzi, sono religiosi. La fantascienza a portata di mano è sempre la stessa narrazione da marketing che deve gonfiare la bolla senza farla esplodere – come scrive, in maniera brillante, Sam Lessin su The Information. Si era dimenticato, Lessin, che già nel 1988 la Apple aveva diffuso un video (se volete, è quello che apre questo post) che si intitolava Apple Knowledge Navigator. Ricordate che, secondo i guru di Cupertino quello avrebbe dovuto essere il futuro da lì a 25 anni. Cioè nel 2013. Siamo nel 2016: pensate a Siri.

E poi a Marte, alla realtà virtuale, alle macchine che guidano da sole, alle esaltazioni dei magnifici visionari. E poi rallentate.

La next big thing è già fra noi: va capita, studiata, resa davvero open (non nel senso che intende Facebook: Mark Zuckerberg sta costruendo una gabbia dorata a beneficio suo e dei suoi colleghi e investitori, non per il bene dell’umanità). Bisogna scappare dalle narrazioni e tornare nel mondo reale (come dovrebbero fare politica e giornalismo, per capirci).

Il digital divide ce l’abbiamo nel cervello.

Il digital divide è una questione culturale

DCM – Dal giornalismo al Digital content management (NOTE)

Digital Content Management - Note

Questa pagina contiene tutte le note del mio libro DCM – Dal giornalismo al Digital content management.

Per comodità, le note sono raccolte in questa pagina online in modo che siano cliccabili e che si possano aggiornare.

Questa pagina viene compilata progressivamente e aggiornata, nei limiti del possibile. Le note di questi capitoli sono già state revisionate e rimandano tutte a link corretti:

Note del Capitolo 1: Scenario
Note del Capitolo 2: Contenuti (e contenitori)
Note del Capitolo 3:

Le note relative agli altri capitoli, invece, sono ancora in fase di lavorazione in questa versione online.

NOTE

DCM – CAPITOLO 1 – Lo scenario

(1) Che cos’è internet? http://www.internetsociety.org/internet/what-internet
(2) In “Post Industrial Journalism – Adapting to the present“, illuminante lavoro di Chris Anderson, Emily Bell e Clay Shirky si parla della necessita, persino per grandi testate, di sopravvivere mentre si opera per fronteggiare il cambiamento
(3) Per questo motivo su www.albertopuliafito.it e su http://wolf.slow-news.com si troveranno continui aggiornamenti sugli argomenti di questo testo
(4) Il giornalismo non è morto, ma sta cercando di suicidarsi online
(5) Lo schema a funzioni di Roman Jackobson
(6) Il gruppo di conversazione su DCM – Dal giornalismo al Digital content management
(7) Giuseppe Granieri, L’evoluzione del giornalismo (2007)
(8) Le concentrazioni in alto previste, un pezzo su Lettera 43 quando StamPubblica non era ancora realtà
(9) La democrazia ha bisogno del giornalismo? Forse non proprio, Kelly Toughill su The Star
(10) Il fallimento di Gazzetta Tv
(11) Yahoo chiude il portale video
(12) David Carr purtroppo non è più fra noi. Resta, però, online, l’archivio di tutti i suoi pezzi e, in particolare, di quelli di analisi dei media, “The Media Equation”
(13) La vera crisi del giornalismo, di George Packer, Ner Yorker, 9 dicembre 2014
(14) Sul tema innovazione merita una lettura accurata il rapporto “Innovation” realizzato giànel 2014 da una squadra del New York Times.  Purtroppo, ancora una volta, bisogna segnalare contributi esteri e non nostrani.
(15) Human Highway – Diffusione quotidiani
(16) Wired di carta
(17) La fotografia della professione giornalistica in Italia nel Rapporto LSDI presentato a Roma – La ricerca da scaricare
(18) I peggiori lavori del 2015
(19) La perdita di credibilità del giornalismo italiano, intervista a Marica Spalletta, autrice del libro “Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità
(20) Guardian News & Media to cut costs by 20%
(21) Occhio al giornalismo dei lettori perché racconta troppe balle, ovvero il citizen journalism secondo Sergio Luciano
(22) STOP THE PRESSES! The Independent is Dead. Long Live the Independent, di Jeff Jarvis, 14 febbraio 2016
(23) Iran’s blogfather: Facebook, Instagram and Twitter are killing the web
(24) Il testo integrale si trova qui: Ma che fanno 100.000 giornalisti in Italia?
(25) The Internet as Medium of the Mass Media
(26) I nuovi media. Tecnologie e discorsi sociali, di Francesca Pasquali
(27) Ibid.

DCM – CAPITOLO 2 – Contenuti (e contenitori)

(28) Smart – inchiesta, di Frédéric Martel, edizione italiana
(29) Accuracy of Medical Information on the Internet (Scientific American)
(30) Questo è un link ad archive.org che ha “salvato” il celebre scritto di Bill Gates dal titolo “Content is king”. Il pezzo non si trova sui server Microsoft
(31) 40 definizioni di “contenuti”
(32) Una “timeline” della storia dei contenuti digitali dal 1997 al 2010:
(33) Espiazione di Luis Suarez, da Ultimo Uomo
(34) Nati con la rete, di John Palfrey, Urs Gasser, p. 267
(35) Cosa succede su Internet in un secondo
(36) Definizione di Commodity su Treccani
(37) Il paywall del The Times secondo Clay Shirky
(38) Notizie, una commodity? – Di Pietro Macrì su EJO.
(39) Prima nota del Corriere della sera sugli abbonati digitali
(40) Luciano Fontana, come cambia il lavoro del giornalista (Video)
(41) Come cambia il lavoro del giornalista, la lezione di Fontana su LSDI.
(42) Undicesima edizione dell’Isola dei famosi al via: il pezzo su Corriere.it
(43) Citazioni tratte da Geeks bearing gifts: Imaging New Futures for News di Jeff Jarvis
(44) La sospensione dello shock, il giorno in cui, nel 2014, su Blogo, proposi e applicai una moratoria dell’aggettivazione iperbolica e dei termini tipo “shock” e affini.
(45) Why I stopped reading/hearing/watching the news. And why you should too.
(46) Avoid News – Towards a Healthy News Diet di Rolf Dobelli
(47) Un sunto del lavoro di Dobelli.Si rimanda comunque alla lettura integrale del testo
(48) Radiomonitor, i dati del 2015
(49) Previsioni sul futuro dei media di Business Insider (2015)
(50) Medium’s Evan Williams To Publishers: Your Website Is Toast, ovvero il fondatore di Medium che cerca di convincerci a non farci un nostro sito.
(51) La famosa installazione in 5 minuti di WordPress
(52) La guida a WordPress di html.it, indicata a titolo esemplificativo
(53) Si rimanda ai due capitoli omonimi di “Giornalismo online” di Davide Mazzocco, dove le differenze fra post semplice e post evoluto sono descritte con dovizia di particolari e di esempi.
(54) Informazioni sulle sitemap, dalla guida della Search Console di Google
(55) Mapping Kidnapping in Nigeria, un grave errore metodologico su Five Thirty Eight di Nate Silver e la correzione del pezzo con tante scuse
(56) What We Got Wrong In Our 2015 U.K. General Election Model, altro errore di Five Thirty Eight.
(57) I video più visti su Youtube nel 2015 (su Downloadblog)
(58) Una disamina delle tre strategie di racconto della “crisi dei rifugiati” su Snapchat e Periscope
(59) Il video era raggiungibile a questa URL: https://www.facebook.com/100007611243538/videos/1690073837922975/?pnref=story
Ora la protagonista di questa storia, Lavish Reynolds, lo ha reso indisponibile. Non linkerò, dunque, altre risorse che lo hanno incorporato.
(60) Internet Trends di Mary Meeker
(61) Facebook paga celebrità e testate per i video live (dal Wall Street Journal)
(62) Le video views sono una puttanata, Alberto Puliafito su Wolf
(63) Un panel al Festival Internazionale del Giornalismo, nel 2013, con Cinzia Bancone (Tv Talk), Celia Guimares (Rai News) e il sottoscritto si occupava proprio di questo, l’ossessione per il live (in un certo senso, anche la necessità di esserci, da un punto di vista giornalistico, e di essere sempre “sul pezzo”)
(64) Un esempio di come ci si può scusare quando si sbaglia, su Blogo
(65) Elogio dell’errata corrige, di Chiara Severgnini
(66) Contro il terrorismo emozionale del giornalismo italiano, Alberto Puliafito su Blogo
(67) Il Verification Handbook
(68) Slow News è un progetto editoriale indipendente che offre contenuti a pagamento
(69) Il medio dei media, la storia del dito medio di Yanis Varoufakis e del gruppo di comici satirici tedeschi che ha creato un capolavoro di falsificazione. Alberto Puliafito su TvBlog
(70) 6 strumenti per riconoscere le bufale online, Andrea Coccia su Slow News
(71) Ice Bucket Challenge: un successo virale
(72) Remember the Ice Bucket Challenge? Here’s What Happened to the Money, sul Time.
(73) The viral publishing game is over and we all lost, Gabriel Stein su Medium
(74) Serious reportage thrives on the Internet, defying dire predictions
(75) I migliori longform del 2015 secondo Longform.org
(76) What Isis Really Wants, longform su The Atlantic, uno dei pezzi più letti sul web nel 2015
(77) Do all roads lead to Jerusalem? The journey of a Palestinian woman, di Mel Frykberg
(78) In conversation: Quentin Tarantino
(79) The Crossing Story, il sito con tutto il materiale giornalistico recuperato grazie ad Archive.org
(80) http://www.theawl.com/slug/the-content-wars – Questa URL, che si poteva consultare al momento della consegna delle bozze del mio libro, oggi non è più disponibile! Per poter leggere questi contenuti, ora occorre utilizzare archive.org
(81) Luca Sofri individua nella storytelling il problema del giornalismo italiano
(82) Anche secondo Federico Ferrazza la storytelling fa danni al giornalismo (su Wired)
(83) NSA Files: decoded, il lavoro del Guardian sui file di Snowden
(84) Why the Islamic State leaves tech companies torn between free speech and security, Scott Higham e Ellen Nakashima sul Washington Post
(85) The Washington Post tests new ‘Knowledge Map’ feature
(86) AIDS in the Heartland, Jacqui Banaszynski, 1987, Premio Pulitzer
(87) Il fottuto tutto quanto, di Alberto Puliafito. Una risposta a Luca Sofri, rimasta senza risposta.
(88) Un po’ come un’automobile, a seconda di quel che si vuole e di quel che
si vuole che faccia, di come sia accessoriata (anche in questo caso, il pezzo si può recuperare soltanto su Archive.org).
(89) Strumenti per il giornalismo in mobilità (o mobile journalism). Ancora una volta, il link originale non si trova più e bisogna ricorrere ad Archive.org
(90) The App Store is dead. Here’s what’s next
(91) Le App moriranno entro 10 anni? (Da Quora, 2014)
(92) Guida al podcasting di Towncenter.org
(93) Audio racconto della realtà
(94) Why You Need to Stop Using the Term ‘Brand Journalism’, di Sam Petulla. Davvero, aggiungo: brand e journalism non possono stare insieme nella stessa frase. Sono due cose diverse. Chiamali branded content, chiamalo content marketing, chiamalo come vuoi. Ma non brand journalism, per favore.
(95) Maestros Academy, un bell’esempio di branded content
(96) Cocainenomics, il long form del Wall Street Journal sui cartelli della cocaina in Colombia, sponsorizzato da Netflix in occasione del lancio della prima stagione di Narcos.
(97) Siamo pronti per il giornalismo del futuro?, esempio di branded content del sottoscritto su Linkiesta
(98) Particles, una creatura teorica del NYTLab.
(99) Quantum News, un tentativo di applicare alle notizie il modello quantistico in “risposta” o “integrazione” ai Particles del NYT. Pura teoria, senza alcuna applicazione pratica, al momento
(100) Julia Cagé
(101) Online, una serie di pdf da una lezione di Cagé
(102) Cfr. “L’impresa editoriale con finalità sociali esiste!“, di Marco Dal Pozzo
(103) L’economia delle soluzioni parziali, uno dei pilastri della filosofia di Slow News e del modello di business di Wolf per il giornalismo del futuro.
(104) Il tema è dibattuto, anche fra gli stessi adblocker. Di fatto, l’utente che naviga con un software simile installato crea un danno all’editore. Ci sono siti che hanno iniziato a invitare cortesemente i propri utenti a disattivare questi sistemi, in alcuni casi (Forbes, per esempio) addirittura impedendo l’accesso ai propri contenuti con un adblock attivo. C’è poi un vero e proprio mercato parallelo in ballo, visto che i produttori di software che blocca gli annunci pubblicitari, dietro al principio, più che condivisibile, di regalare agli utenti un web più “vivibile”, nascondono ovviamente anche interessi economici. E “vendono” la possibilità di essere inseriti nelle white list degli annunci tollerati, che quindi non vengono bloccati. Poi, chiaro, per ogni software del genere ce ne sarà un altro più restrittivo.
Approfondire il dibattito sul tema va ben oltre gli intenti di questo testo.
In ogni caso è bene che il lettore ne sia a conoscenza, visto che l’esistenza stessa e l’uso di questi strumenti sono una cartina di tornasole della mancanza di interesse da parte del lettore per i contenuti pubblicitari e del fatto che si debbano per forza trovare altri modelli di sostenibilità per il mestiere giornalistico, più evoluti. Studi recenti hanno dimostrato – non può sorprenderci – che gli utilizzatori di strumenti di adblocking sono propensi a disattivarli e a visualizzare la pubblicità su un sito se sono soddisfatti dai contenuti che trovano, se viene loro chiesto in maniera corretta, se la pubblicità che trovano è contestuale e in qualche modo affine ai loro interessi.
(105) Il caso Spotlight e l’Italia: abbasso la nostalgia e il moralismo,la differenza vera è nel metodo, di Mario Tedeschini Lalli
(106) Il termine convenienza propria, che formalizza una teoria ben precisa, si deve al contributo di Mirko Nicolino, giornalista che collabora con Blogo nell’area sport.

DCM – Capitolo 3: Pubblici

(107) 2016: l’anno dei lettori, per alcuni a parole, per altri con i fatti
(108) Il leak dal Corriere della Sera pubblicato su Datamediahub
(109)
Molinari si insedia a La Stampa e parla dei lettori
(110) Anna Masera diventa Public Editor a La Stampa
(111) Patto sui diritti e i doveri del lettore – La Repubblica – 1990
(112) Gli ombudsmen e i giornali italiani, Federica Cherubini e Mario Tedeschini Lalli su EJO
(113) I risultati del sondaggio “Migliora la Stampa”
(114) I lettori chiedono più trasparenza, Anna Masera su La Stampa, 14 giugno 2016
(115) Why ‘be transparent’ has replaced ‘act independently’ as a guiding journalism principle, di Tom Rosenstiel, 16 srttembre 2013, Poynter
(116) How BuzzFeed Thinks About Data, And Some Charts, Too, di Dao Nguyen su Buzzfeed, 18 febbraio 2016
(117) Edelman Trust Barometer 2016
(118) ISO 9241-210:2010
(119) ISO 13407 is dead. Long live ISO 9241-210!
(120) L’algoritmo è il lettore, su Wolf.

Capitolo 4: SEO

(121) I cambi di algoritmo di Google e Facebook
(122) How Millennials Get News: Inside the habits of America’s first digital generation (API)
(123) I “risultati di ricerca organici” sono quelli che appaiono nelle pagine di
un motore di ricerca, dopo che si è effettuata una ricerca, in virtù della loro rilevanza. Non hanno dunque un posizionamento privilegiato in funzione di un pagamento, non sono annunci pubblicitari
(124) Search engine optimisation (SEO) sul sito della BBC
(125) Esempi di tecniche SEO black hat: riempire di parole chiavi un sito
(anche in maniera non visibile all’utente, per esempio scrivendo in bianco su fondo bianco), scrivere ripetendo ossessivamente le parole chiave in maniera “bruta” (stuffing), utilizzare circuiti di link che servono a linkare da più fonti i propri siti per aumentarne il ranking, creare pagine esclusivamente per i motori di ricerca (cloacking) e via dicendo. Ci sono tecniche “black hat” anche molto più evolute di queste. In linea teorica, sono tutte deprecate da Google e dovrebbero portare a penalizzazioni anche pesanti (con scomparsa dei siti dai risultati di ricerca), ma Google è una macchina e funziona con un algoritmo. Si può ingannare. In ogni caso, non sono pratiche compatibili con un lavoro contenutistico di qualità.

Crusoe, per capire l’economia

Fra poche ore finirà il crowdfunding per Crusoe.

La nuova nata in casa Slow News, in collaborazione con The Walking Debt, propone l’approccio di giornalismo lento e approfondito dedicato a una verticalità la cui comprensione è fondamentale per capire il mondo contemporaneo.

Crusoe, infatti, parla di economia.

Fra le ricompense ci sono offerte per tutti i gusti.

Provaci. La logica è quella di Slow News e di Wolf: contenuti di qualità, a grande valore aggiuntocrusoe, letture “lente”, per un pubblico attento e interessato, una comunità di riferimento attiva e capace di creare conversazioni di valore.