Dieci libri alla Biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

23 maggio 2016 – Come l’anno scorso, anche quest’anno ho ordinato i libri che doneremo alla biblioteca di Borgone per ricordare Luciano Cattero, mio nonno. Fra due giorni ricorre il secondo anniversario della sua morte e portiamo avanti quella che diventerà una tradizione di famiglia.

Mio nonno, vorrei scriverlo chiaro e tondo, era un partigiano. E oggi che questa parola viene ridicolmente strumentalizzata per gettarla in un agone politico che non ha nulla a che vedere con la dignità di chi ha difeso valori per i quali oggi, al massimo, la maggior parte delle persone spende qualche minuto di indignazione virtuale su Facebook, bisogna ribadirla e fare in modo che si riappropri del suo significato.

I libri che doneremo alla biblioteca sono di vario genere. Ce ne sono tre di persone che ho il piacere di conoscere e che stimo molto. Si tratta di(*)

Propaganda pop, di Davide Mazzocco (prenotato su Amazon, uscirà fra qualche giorno)
Tiratura illimitata, di Andrea Daniele Signorelli
Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista, di Mauro Biani (con testi e infografiche a cura di Carlo Guibitosa e Antonella Carnicelli

Il primo è un testo prezioso di un autore poliedrico e autentico. «Siamo nel 2016 e la propaganda non è mai stata così in salute», scrive Davide a pagina 11. Va letto, tutto d’un fiato. Il secondo è un testo molto importante per chi, come me, si interroga e analizza le possibilità per il futuro dei giornali e dei giornalisti. Contiene anche una breve intervista al sottoscritto. Il terzo è un libro di cui ho sostenuto il crowdfunding. Da leggere e da sostenere, perché Altrinformazione scommette «sulla possibilità di fare editoria senza padroni, padrini, partiti, prestiti bancari e pubblicità».

Ci sono poi alcuni testi che ho scelto perché sono partigiani e “laterali”. Sono politici e aprono la mente. Essere partigiani significa anche questo. Significa non essere indifferenti e cercare una profondità di pensiero e di azione che vada oltre la superficiale partecipazione virtuale che oggi alcuni interpretano come attivismo, che scardini le finte verità prive di sostanza e i fallimenti della democrazia.

Oltre il potere e la burocrazia. L’immaginazione contro la violenza, l’ignoranza e la stupidità, di David Graeber, che mi sembra uno dei pensatori contemporanei più lucidi e interessanti.
Non avrete il mio odio, di Antoine Leiris, prima di tutto un uomo che perde la moglie in un attentato terroristico.
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, di Julia Cagé. Una possibilità per il giornalismo d’inchiesta, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino. Omonimo di mio nonno. Testo imprescindibile per capire perché parlare dell’emergenza come strumento di governo non è una teoria complottista. E per capire la politica contemporanea.
Non per il potere, di Alexander Langer, che sto leggendo proprio in questi giorni.
I Buoni, di Luca Rastello. Scomparso anche lui, è un doloroso affresco contro i buoni, che ha subito – come tutte le voci vere – duri e immeritati attacchi.

Infine, alcuni libri per bambini, scelti anche perché nel poco tempo che nonno Luciano ha avuto per conoscere la sua pronipote Gaia l’ha amata, lo so, come ha amato me. E lei, ogni tanto, guarda la sua foto (che è quella lì appesa nel mio piccolo angolo-studio, accanto a un disegno di mia figlia)

Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni. Perché a Gaia piace e perché era nella lista dei 49 libri da censurare (chissà perché) secondo il sindaco di Venezia. Qui, come avrai capito, non c’è spazio per la censura
Che rabbia!, di Mireille D’Allancé. Perché ai bambini – come agli adulti – deve essere riconosciuto il diritto a provare emozioni. Tutte, anche quelle negative. Non viviamo in un mondo di like e cuoricini dipinto da un marketing che vuole solo vendere di più e meglio senza produrre valore.
Chi me l’ha fatta in testa?, di Werner Holzwarth, perché è geniale riuscire a fare una storia per bimbi sulla cacca.

Dieci libri alla biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero

Un anno fa era il giorno più lungo e brutto della mia vita. Il 24 maggio 2014, dopo aver lavorato fino a tardi, facevo la notte accanto a mio nonno. Poi partivo il 25 maggio, senza aver chiuso occhio, salutandolo, chiedendomi se mi avesse riconosciuto – oggi credo di sì, lo spero tanto – e se l’avrei rivisto. Andavo a votare alle Europee, ricordandomi di quella volta che avevamo discusso perché mi ero astenuto dall’andare al seggio e lui non l’aveva presa bene. Poi partivo per andare in macchina a Corbetta. Dovevo andare a Roma, primo viaggio lungo con moglie-figlia-cane. Arrivato a casa, scoprivo al telefono che non l’avrei più rivisto. E poi partivo per un viaggio Corbetta-Roma che ho vissuto come se mi trovassi dentro una bolla di sapone. Non ricordo quasi nulla del viaggio.

Ci erano voluti pochi mesi di cancro aggressivo – e non scoperto, ma chissà se sarebbe servito – per portarsi via quei 92 anni di vita densi e pieni di storie da raccontare, di amore per le storie e la scienza, la matematica, i lavori manuali, la famiglia. 92 anni che per me sono e saranno sempre un esempio da seguire.

nonno luciano Il 6 gennaio 2011 scrivevo di lui su Facebook:

La mia fonte di ispirazione. La mia memoria storica. Partigiano. Uomo dalle scelte morali imprescindibili. Il motivo per cui sono tutto quello che sono. Il motivo per cui resisto. Per cui scrivo come scrivo. Il motivo per cui cucino come cucino. 89 anni. Chapeau.

È ancora tutto vero, anche se cucino molto poco, quasi mai, purtroppo. Sono tutte cose che un cancro non può cancellare e che si cancelleranno, per me, soltanto quando anch’io non ci sarò più.

Da tempo ho ridotto al minimo indispensabile i riferimenti troppo autobiografici al mio scrivere e a quello che pubblico. Questo è un riferimento per me indispensabile.

Per ricordare mio nonno abbiamo deciso, mia madre e io, di donare ogni anno, il 25 maggio, 10 libri alla Biblioteca Comunale di Borgone Susa, se ne avremo la possibilità economica come quest’anno.

Quest’anno ne ho scelti 6 e 4 li ho presi da una lista di “desideri” della biblioteca. Le mie scelte cercano di essere coerenti con quello che mio nonno mi ha insegnato, con la sua storia, con la sua attività politica. I libri erano una delle sue più grandi passioni.

Le mie scelte:
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia
Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999)
Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, a cura di S. Faure, A. Liparotto, G. Papi
Italo Calvino, L’entrata in guerra

I titoli presi dalla lista della biblioteca:
Mauro Corona, I misteri della montagna
Benjamin Wood, Il caso Bellwether
Michael Chricton, Zero Assoluto
Alberto Angela, I tre giorni di Pompei

Nelle due immagini, mio nonno ai fornelli mentre prepara la sua lasagna e la prima pagina dei dieci libri, con una dicitura molto semplice: Libro donato in memoria di Luciano Cattero.

(*) Nota di trasparenza: su questo blog utilizzo, occasionalmente, il programma di affiliazione Amazon. Cliccando sui link, atterri sul “negozio virtuale” di Amazon. Se compri, a te non cambia nulla. A me arriva una piccola percentuale sulla transazione. È un modo per sostenere le spese del dominio e per alimentare la produzione su questo sito, che è parte del mio lavoro.

DPTS – Disturbo post traumatico da stress

Verso il seguito di Comando e controllo
Verso il seguito di Comando e controllo

DPTS – Disturbo post traumatico da stress – Questa sera a Roma è stato proiettato Comando e Controllo. Comando e Controllo è un film documentario prodotto da Fulvio Nebbia per iK Produzioni, diretto da me e montato da Vincenzo Cicanese.

È, probabilmente, uno dei miei lavori a cui sono più affezionato.

Il film racconta la gestione post-emergenziale del terremoto aquilano del 2009. In particolare, si concentra sul modello da shock economy e capitalismo dei disastri che è stato applicato sul territorio dell’Aquila.

La tesi proposta nel documentario è molto semplice: in nome dell’emergenza  – di qualunque genere – viene esercitato un potere assoluto.

Nel finale del documentario, Paola Agnello Modica, fa una serie di domande che chiariscono molto bene perché la storia del terremoto aquilano sia paradigmatica di questo modello.

Il modello dell’eccezione, che rappresenta una stortura nel normale vivere democratico.

Abbiamo visto, in nome dell’emergenza, arrivare in Italia il Governo Monti, accolto dal Sole 24 Ore con il titolo a sei colonne FATE PRESTO, che citava – esplicitamente – il famoso titolo del Mattino di Napoli dopo il terremoto dell’80.

Il titolo con cui abbiamo deciso di aprire la prima pagina del Sole 24 Ore di oggi l’ho rubato a Roberto Ciuni e a un quotidiano glorioso, il Mattino di Napoli. “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla” titolava così, a caratteri cubitali, tre giorni dopo il terremoto del 23 novembre dell’80 che sconvolse l’Irpinia, migliaia di morti e una terra straziata. Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia: un «terremoto» finanziario globale scuote le fondamenta del Paese, ne mina pesantemente la tenuta economica e civile; la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%.

Era l’emergenza dello spread.

Da allora, l’Italia non ha più avuto governi che fossero espressione reale del voto degli italiani. Abbiamo visto cosa significhi l’emergenza dell’Unione Europe applicata alla Grecia. Abbiamo visto chiaramente cosa significi il commissariamento. Lo abbiamo visto a L’Aquila. Lo abbiamo visto in Italia. Lo abbiamo visto in Grecia. Il modello si è molto evoluto e individuarne i percorsi e i protagonisti è necessario per comprenderne le potenzialità e le caratteristiche deteriori .

Partecipazione e informazione sono anticorpi contro questo modello.

Ma bisogna tornare a raccontare questa storia. Perché, mentre il modello agisce indisturbato – o quasi – il solipsismo che deriva dalla società dei social non fa che disgregare e confina in un mondo in cui il dissenso e il conflitto si diluiscono e si disinnescano a colpi di like e di cuoricini:

E così, ecco che è il momento di annunciare che Comando e controllo avrà un seguito. Un seguito il cui titolo (provvisorio, ma per me già molto convincente) sarà DPTS – Disturbo Post Traumatico da Stress.

Selfiesh – Vivere e morire a tempo di selfie

Quando ho visto Selfiesh per la prima volta sono rimasto folgorato. Ed è il motivo per cui ti consiglio vivamente di vederlo.

Lo scrivo così, in maniera limpida e chiara, perché è un progetto che come minimo non ti può rimanere indifferente. O lo ami o lo odi. O ti disgusta e ti disturba o ti piace, o forse ti piace proprio perché ti disgusta e ti disturba.

Selfiesh, se posso permettermi l’azzardo, è un perfetto affresco postmoderno che ti mostra come sei quando il tuo ego prende il sopravvento e diventa social. Quando i tuoi rapporti umani si dissolvono. Quando la rappresentazione si sostituisce alla realtà.

È un romanzo sciame sull’uomo digitale. Non è una webserie, anche se della webserie potrebbe sembrare aver la forma.

Selfiesh se lo sono inventati Emiliano e Luca e si merita tanta visibilità. Non solo quella che gli può dare una piattaforma selfiesh come Facebook.

Guardati il primo episodio. Vale il tempo della tua attenzione.

selfiesh

[Trasparenza: se trovi il mio nome sul sito di Selfiesh – peraltro con l’immeritata dicitura “Selfiesh media manager” –, è solo perché ho dato una mano in partenza sulla comunicazione del progetto medesimo e ho partecipato a qualche sessione di confronto e di scambio di idee, a titolo gratuito. Ma il grosso lo stanno facendo Emiliano e Luca. E ho dato questa mano a titolo gratuito, così come scrivo questo post, perché Selfiesh mi piace esattamente quanto mi disturba. Se ti piace e disturba anche te, sappi che è solo l’inizio].

Elogio della verticalità (o del tematico)

Ecco perché un insieme di supplementi tematici è meglio di un’home page generalista.

[Questo pezzo è stato scritto originariamente il 2 agosto 2014. Lo ripropongo oggi, 10 maggio 2016, nel giorno in cui Mondadori acquisisce definitivamente Banzai per 45 milioni di euro + 7 milioni di spazi pubblicitari. Nel giorno in cui la nota di Mondadori spiega fra l’altro che l’operazione «consentirà una profilazione dell’audience in target specifici, permettendo maggiori opportunità di monetizzazione». Nell’estate del 2014 questo pezzo suscitò qualche commento di approvazione (per esempio dal mai troppo apprezzato Robin Good, da tempo sostenitore delle nicchie verticali) e qualche ilarità. Oggi, probabilmente, grazie alla valutazione (spropositata? Al momento importa poco) delle verticalità di Banzai, l’elogio della verticalità (o del tematico) non susciterà più alcuna ilarità]

 

Verticale è bello. Lo dico, più o meno, da quando sono diventato direttore di Blogo.it, raccogliendo l’eredità di uno dei fondatori del progetto Blogo (Francesco Magnocavallo). Era il mese di giugno del 2012, e non ho cambiato idea. Dopo essermi orientato nell’universo Blogo (fino a quel momento mi ero occupato – un po’ fortunatamente, un po’ per bravura della redazione e mia – con successo di TvBlog.it) e averne capito per bene le potenzialità, ne sono stato certo. E lo sono anche adesso. E così, questo è uno dei miei contributi a proposito della grande questione della sostenibilità dell’editoria online. Che prescinde da altri tipi di considerazioni e si concentra sulla tipologia dei “prodotti editoriali”.

Cosa si intende per “verticalità”, nell’informazione e nella produzione di contenuti online?

Ammetto che il termine è di quelli veramente orrendi. Tant’è che ne ho cercato, fin dal titolo, un sinonimo plausibile.

Verticale significa, nel linguaggio del (social) media marketing, tematico. Allora uno dice: perché non dici “tematico”? Semplice: perché ho paura che se dico tematico, poi qualcuno fraintende e pensa che io sia “vecchio”. Il fatto è che tematico, in italiano, è il contrario di generalista.

E il mio è proprio un elogio del tematico.

Ma siccome si rischia che a chi fa marketing, a chi si ritiene “moderno” o “contemporaneo” non piaccia il termine, facciamo che questo è un elogio del verticale, cioè facciamo finta, lasciando perdere le mie idiosincrasie linguistiche, che verticale sia sinonimo di tematico e che, soprattutto, sia il contrario di generalista.

Ci siamo? Bene.

Allora questo è per tutti un elogio della verticalità (e per gli amanti dell’italiano e del bel parlare un elogio del tematico).

Penso sinceramente che il modello della diversificazione del prodotto su base verticale (o tematica: giuro, è l’ultima volta che faccio la distinzione) sia un modello a medio-lungo termine sostenibile. Il concetto di medio-lungo termine è fondamentale, perchè nell’editoria online (così come in quella offline) bisogna sempre considerare che la crescita non può essere di breve periodo (e se lo è, bisogna diffidarne nella stragrande maggioranza dei casi).

Ecco perché verticale è bello da tutti i punti di vista (quello dell’editore, quello del lettore, quello degli inserzionisti, quello degli autori e dei giornalisti):

– la verticalità ti consente di approfondire al massimo un argomento, con un livello di attenzione che non potresti garantire su una testata generalista;
– la verticalità ti consente di individuare in maniera chiara il tuo pubblico (amanti della tv, mamme e papà, amanti del calcio, amanti della moda, amici degli animali, appassionati di motori, amanti degli sport, della tecnologia, della cucina etc.) e dunque di avere target di interessi specifici;
– la verticalità ti consente di far sapere ai tuoi lettori che in quel tal sito parlerai di quell’argomento specifico;
– la verticalità ti consente di competere molto bene nelle “SERP” di Google;
– la verticalità ti consente di occuparti di qualunque argomento senza dovertene vergognare (per esempio, se hai deciso che non vuoi rinunciare agli argomenti di intrattenimento più leggero e futile, perché comunque esistono fette di pubblico interessate a quel tipo di argomenti, se hai Gossipblog, insomma, puoi tranquillamente parlare di gossip. Della patata di Laura Pausini, per capirci; se hai Happyblog, puoi tranquillamente parlare di video virali, cose stupide, cose che su un generalista sarebbero da colonna infame – si veda, per dire, la colonnina di destra di Repubblica.it) e senza perdere di credibilità (su Polisblog non troverai il twerking di Miley Cyrus, puoi starne certo);
– la verticalità ti consente di avere più “brand” di riferimento, sebbene racchiusi sotto un’unica testata;
– la verticalità ti consente di raggiungere tutte le nicchie. La cui somma, ovviamente, è maggiore della somma delle singole parti;
– la verticalità può essere selettivamente utilizzata per una vetrina generalista;
– la verticalità è perfetta per le tecniche “live”;
– la verticalità è un ottimo vettore di traffico, soprattutto in un mondo in cui il traffico va al contrario di quanto piacerebbe ai feticisti della teoria (procede, cioè, dal pezzo alla homepage, eventualmente, e non viceversa, e bisogna farsene una ragione);
– la verticalità ti consente di fare un lavoro che a medio-lungo termine costruisce lettori-community;
– la verticalità è “condivisibile”. Nel senso che è ottima per i social network e per i fan (anche qui, che si possono targettizzare in maniera notevole);
– la verticalità, se la sfrutti bene, può essere una via per rinunciare al traffico mordi-e-fuggi e per costruire lunghi tempi di permanenza. Ma può anche acchiappare il traffico mordi-e-fuggi e poi acquisire, con il tempo, lettori diretti, che non provengono solo dal SEO o dai social network ma che si appassionano a quel che trovano;
– la verticalità, se fai lavorare e coordini bene persone pagate, appassionate e competenti che amano il proprio lavoro (e magari se riesci anche a farle lavorare in un clima piacevole), è anche garanzia di “qualità” (sì, mi rendo conto che il concetto sia uno di quelli talmente labili da essere declinabile in qualunque modo, ma credo che sappiate cosa intendo, se siete arrivati fin qui);
– la verticalità, se sfruttata bene, è l’equivalente di avere un’enorme, accogliente edicola con una vastità di scelta che copre tutto lo scibile e che aspetta solo di essere scoperta, sponsorizzata, spulciata in tutti i suoi contenuti.

E’ tutto, anche se ci sarebbe da dire ancora molto. Nulla di generalista può permettersi i lussi che si concede la verticalità.

C’è chi dice che la verticalità non sia facilmente “monetizzabile” (altro termine orrendo). Io penso che un modello di successo dal punto di vista dei contenuti lo sia sempre. Basta lavorarci.

[Da leggere, sull’editoria online, mica solo sulla verticalità:

* Il giornale on line è morto o forse non è mai esistito (3 luglio 2014)
* Cosa si impara lavorando in un giornale digitale di Marco Alfieri (26 giugno 2014)
* Linkiesta, 1 milione e 100mila euro entro un mese per evitare la liquidazione di Gabriele Principato (28 giugno 2014)
* Giornalismo imprenditoriale. Dove ci porta il “modello” Forbes? di Lelio Simi (15 luglio 2012)
* Digital first, globale, locale: la (ennesima) lezione di giornalismo del Guardian di Andrea Iannuzzi (24 luglio 2014)
* Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica di Pier Luca Santoro (19 luglio 2012)
* Lucia Adams, making digital journalism sustainable, presentazione di Lucia Adams (29 luglio 2012)
* The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place di Marc Andreesen (25 febbraio 2014)
* News, editoria: una nascente industria sostenibile di Luca De Biase (27 febbraio 2014)
* Lucia Annunziata, Huffington Post Italia: “I blog non sono un prodotto giornalistico” di Alessandro Pignatelli (24 settembre 2012)
* What now for news? di Jeff Jarvis (10 febbraio 2014)
* First Look Media Video from January 2014, video pubblicato su First Look, progetto editoriale di Pierre Omidyar (27 gennaio 2014)]

Elogio della verticalità