Cosa (e come) avete letto qui nel 2015?

Border collie

Nel 2015 ho lavorato a questo sito in maniera sporadica e senza un piano ben preciso, anche perché il grosso della mia attività sul web si concentra, per forza di cose, su Blogo e, in maniera decisamente più ristretta, su Slow News, che pure ha la sua bella crescita lenta e che ora ha un suo spin-off realizzato insieme a Datamediahub che si chiama Wolf.

Mi sembra interessante dare ai lettori di questo sito una panoramica sulle “cose” più lette, mostrando numeri veri (tutte le immagini si ingrandiscono cliccando).

Il pezzo che di gran lunga viene più cliccato è quello dedicato a Lucky, il border collie di famiglia: 14.434 accessi, 6’53” di tempo medio di permanenza. «Ma come. Parli di seo, social, giornalismo e il contenuto più letto riguarda un cane?» Che delusione, potrebbe pensare qualcuno. Invece no: quel post per me è estremamente importante perché, oltre a essere il diario di bordo della mia esperienza con Lucky è anche un piccolo esperimento editoriale, seo e di nicchia, e sta raccogliendo una piccola comunità di proprietari di border collie che possono condividere le loro esperienze, scambiarsi domande, consigli e suggerimenti.

Alberto Puliafito contenuti

Poi c’è la home page. Non ci sorprenderà, vista la natura del sito.

Quindi, un pezzo che è andato bene sui social, dal titolo Io non clicco. Contro il clickbait. 2.750 accessi, tempo medio sulla pagina 3’15”.

Stessa sorte per un altro pezzo sul giornalismo online, che non è morto ma tenta di suicidarsi. Con vignetta omaggio di Mauro Biani. 1.948 accessi, 4’49” di permanenza media sulla pagina.

Alberto Puliafito dati

Poi c’è la pagina “Chi sono” (abbastanza comprensibile la ragione).

Quindi, in ordine decrescente, seguono:

Giornalismo e No expo
Ritorno all’università
Giornalismo Seo
Facebook e il traffico verso siti terzi
Noads e tragedy: la lezione del Nyt
Tuttipossonosbagliare, crowdfunding

albertopuliafito.it

Il grosso del traffico arriva da Google e da Facebook. Poi ci sono i direct/none (mannaggia ad Analytics) e, ovviamente, i referral fantasma.

Da Google, ovviamente, moltissimi atterrano sul post del border collie.

traffico organico

Da Facebook, invece, dipende molto dal giro che prendono i miei post.

traffico dati facebook

Considerato il fatto che si tratta di un sito personale che è nato senza un piano preciso, come “archivio” di appunti che non voglio più regalare a Facebook, sono piuttosto soddisfatto di come siano andate le cose, e anche di quelle 100 visite al giorno che mi accompagnano: si tratta di nicchie di persone, interessate ad argomenti specifici: un traffico maggiore non servirebbe a nulla di concreto. Grazie a questo sito ho stretto relazioni, fatto progetti, consolidato un’attività di formazione. I corsi che faccio a Primopiano nascono da questo post, che si era diffuso molto sui social. Invece, quelli per il Centrostudi nascono da un’altro tipo di interazione social: la conoscenza personale, attraverso reti di persone. In particolare, dalla relazione con Davide Mazzocco – autore di Giornalismo digitale – che conosceva il mio socio Fulvio, con cui nel 2007 ho fondato iK Produzioni e che lavora anche per Blogo, essendo un ottimo giornalista, di comprovata esperienza. Abbiamo parlato di corsi con Davide, Davide li ha proposti al suo editore, che, nella persona di Massimiliano Lanzi, ha accolto la cosa con entusiasmo facendo anche formazione, ed è finita che facciamo formazione – il mondo è piccolo – insieme a Pier Luca Santoro. Poi è andata a finire che faccio anch’io un libro con il Centro di documentazione giornalistica, sul Digital content management.

dati alberto puliafito

Del resto, il mio lavoro per Blogo, quasi undici anni fa, era iniziato grazie a un blogger che leggeva il mio blog personale (oggi offline) e che mi ha presentato ai fondatori di Blogo. I blog di quell’epoca erano solo un’altra rete sociale (cioè, un social network).

La carta non morirà (ma i dati non sono dati)

«Did you really expect to be reading on paper 10 years after Amazon’s Kindle launched?»James Chmbers, «The book fights back», The Forecast, 2016
I vecchi media non moriranno: al limite troveranno le loro nicchie di riferimento. Dovresti diffidare, dunque, di chi si lancia in profezie astruse (vedi la morte del giornalismo, per esempio) e chi decreta ostentando sicumera che determinati strumenti non siano più utili (vedi le newsletter).

Il fatto è che non morirà nemmeno la carta, con buona pace di tutti quelli che pensavano il contrario.

Sul The Forecast di Monocle per il 2016 c’è un bel pezzo intitolato The Books Fight Back. Inizia così:

«Siamo sulla stessa pagina? Davvero ti aspettavi che avresti letto su carta 10 anni dopo il lancio del Kindle di Amazon?»

Basta l’incipit, non è vero? Tutto prende le mosse da questo pezzo del New York Times, The Plot Twist, in cui si commentava un dato: il calo delle vendite degli ebook in U.S.A. e la rinascita delle librerie indipendenti. Chiaro che ci sia interesse sia da parte del NYT (il signor Bezos, di Amazon, si è comprato il Washington Post, ricordate?) sia da parte di Monocle (il cui piccolo ma redditizio regno si fonda anche sulla carta, fatta benissimo, senza dimenticare tutto il resto, fatto benissimo).
Su Fortune, per esempio, la vedono molto diversamente. Ben Thompson pure.

Ma allora come stanno le cose veramente?

Semplice (si fa per dire): come al solito i dati si possono interpretare, secondo la propria idea o convenienza. In questo caso, cosa sta succedendo veramente? Proviamo a mettere insieme i pezzi?

Partendo da un rapporto di Author earnings, possiamo dire che:
– in effetti, i grandi editori (1200, l’80% dei quali è rappresentato dai Big Five: Hachette Book Group, HarperCollins, Macmillan Publishers, Penguin Random House, Simon and Schuster) registrano un calo delle vendite degli ebook
– questo calo è, però, compensato dall’aumento delle vendite di piccoli editori o di indipendenti (cosa sulla quale il pur bel pezzo del Nyt e quello di Monocle sorvolano)
– anche la domanda di kindle è in calo così come quella della maggior parte dei tablet
– i millennials trovano ancora la carta più utile per concentrarsi rispetto alla lettura digitale. Non ditelo a Bezos, ma l’hanno scritto persino sul Washington Post

Allora? Allora io la vedo così:
– gli ebook non hanno ucciso la carta e non la uccideranno
– il calo di vendite di Kindle e apparati simili è fisiologico (crediamo ancora alla crescita infinita? No, vero?)
– se è vero che da un lato si va verso una concentrazione di potere e ricchezza, è anche vero che ci sono enormi opportunità offerte a progetti piccoli
– la carta non morirà affatto a breve, anzi: siccome per certi versi può rappresentare uno “stacco” dagli strumenti elettronici, siccome la libreria indipendente offre quel valore che un acquisto elettronico non può offrire, chi saprà approfittare di questo valore e fare bene si costruirà la propria nicchia di riferimento (che può essere anche molto ampia)

Naturalmente, anche la mia visione è alterata dal fatto che io sono convinto che i piccoli progetti possano trovare più facilmente la loro sostenibilità e che saranno l’unica vera alternatva alla concentrazione.

[Analisi come questa le troverai su Wolf. Abbonati]

La carta non morirà

Cosa ci faresti con 10 milioni di euro?

10 milioni di euro

Ma tu cosa ci faresti con 10 milioni di euro? Seriamente.

No, perché poi sembra che siamo tutti grandi imprenditori e abbiamo tutti la bacchetta magica, e invece non ce l’abbiamo. Solo che quando poi leggiamo che Gazzetta Tv forse chiude (più si che no) e che è costata 10 milioni di euro, un moto di rabbia ci viene, è inevitabile.

Allora: io non lo so, così su due piedi, cosa ci farei. Ma ho qualche idea su come imposterei una strategia video online, per dire, sulle tempistiche entro le quali mi aspetterei di ottenere risultati, sul fatto che vorrei fare dei test e delle prove e degli investimenti commisurati alle aspettative. Sul fatto che non penso che investirei mai 10 milioni di euro in un progetto di una tv sul web e sul fatto che non sono per nulla sicuro che quel mantra del “futuro” che sarà “video” sia per forza di cose corretto. Il video serve se quel che fai ha a che fare con il video o può essere declinato utilizzando il video come strumento di comunicazione. Ma non è mica detto che la cosa sia azzeccata per qualsiasi progetto.

10 milioni di euro, francamente, non so nemmeno immaginarli. Non so neppure se li vorrei, per un mio progetto: avrei paura di farmi prendere la mano, di investire a caso, di usarli per qualcosa di mastodontico e di buttarli e poi di chiuderlo dopo 10 mesi. Solo che se toccasse a me, fallirei, così su due piedi, senza dubbio. Se tocca a un grande player, invece che succede?

Con Gazzetta Tv è successo più o meno questo: investo tantissimo, non funziona, vado verso la chiusura. Come scrive Alessandro Oliva su Linkiesta:

«L’esperimento, evidentemente, non ha funzionato: a fronte della spesa, ne sono stati raccolti circa la metà in pubblicità, per uno share che si è abbbassato fino allo 0,18%».

Siccome, poi, questi esperimenti fatalmente hanno a che fare con le persone, i giornalisti scioperano. Che altro possono fare?

Poi, magari un grande player, oggi, non può che fare scelte che puntino tutto sul volume e sul tutto e subito. Ma allora, se fosse davvero così, non faremo che assistere a progetti che imploderanno, naufragando sommersi dalla mole di investimenti spropositati. Se fosse davvero così, questo vorrebbe dire che in questa crisi – con il giornalismo che non morirà mai – i grandi player si dimostrano incapaci di progettualità a medio termine, sostenibile. Siccome non può essere così, allora bisognerebbe solo ammettere che è il vecchio modello – quello che tutela le rendite di posizione – a non essere più sostenibile. Siccome, poi, i grandi player non sembrano aver la cosa a cuore, è il momento dei progetti personali e dei piani “B”. Potrebbe bastare molto meno di 10 milioni di euro e magari, là fuori, ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare idee e proposte con fattori di rischio un po’ più contenuti.

Non è che non si possa sbagliare. Ma bisognerebbe provare a essere sostenibili anche nell’errore.

Che ne dici? Poi, tu cosa ci faresti con 10 milioni di euro?

[Leggi anche: Italia oggi, Claudio Plazzotta]

Newsletter a pagamento, una scommessa

Newsletter a pagamento – Come saprete, da queste parti e con vari colleghi, sono state lanciate, nell’ultimo anno, due newsletter a pagamento. Una si chiama Slow News, va avanti da undici mesi, veleggia con solida lentezza verso i 200 abbonati, è una newsletter di curatela editoriale, è un lavoro residuale ma fatto – secondo me e secondo chi lo fa – bene.

Slow News. è rivolta a una nicchia generalista. Il connubio potra farvi storcere il naso, ma è la definizione più appropriata. Generalista perché si occupa di temi vari. Ma di nicchia perché è rivolta a un pubblico ristretto, quello che vuole sfuggire dal sovraccarico di informazione per godersi un mondo più rarefatto, di approfondimento, lentezza, letture senza distrazioni, video, immagini da fruire senza tonnellate di notifiche a distrarre dal contenuto. Slow News. mette insieme l’idea di Conor Friedersdorf, thebestofjournalism.blogspot.it/ (newsletter a pagamento, offre tre link a numero di grande giornalismo, esce due volte a settimana), con il linguaggio di altre newsletter anche più famose, come Next Draft, di David Pell. Sì, guardiamo all’estero, è ovvio. Ma lo facciamo in italiano. In generale, non siamo esterofili: guardiamo a tutto quel che ci sembra fatto bene, e a quel che sembra piacere a lettrici e lettori cui ci rivolgiamo. La pagina per l’abbonamento è qui.

Poi è arrivata Wolf. Wolf, invece, è una newsletter di nicchia B2B. Wolf è un progetto congiunto Slow News-Datamediahub. Unisce le competenze (che si sovrappongono e si rafforzano) in termini editoriali e di digital media content di Slow News e quelle in termini di (web) marketing, dati, analisi di Datamediahub. Wolf l’abbiamo lanciata con una campagna di abbonamento su una piattaforma di crowdfunding che si chiama Produzioni dal basso. Si rivolge a giornalisti, comunicatori di professione, social strategist, social media manager, uffici stampa, Seo, digital content manager (aggiungete voi quello che preferite in inglese o in Italiano: parliamo, è chiaro, di chi lavora con contenuti, prevalentemente nel mondo digitale). La sfida è ambiziosa. Ci ispiriamo al modello di Ben Thompson e del suo Stratechery. L’offerta editoriale prevederà analisi e articoli di alto livello e di approfondimento, selezione delle notizie e degli strumenti più importanti per il mestiere. Ma non ci fermiamo, non ci accontentiamo di questo: offriamo anche pacchetti dedicati ad aziende o gruppi di professionisti, che prevedono anche abbonamenti di gruppo e eventi di formazione personalizzati (anche per singoli) La pagina per abbonarsi e per scegliere come farlo è qui.

Dopo Wolf. ci saranno altre sorprese e iniziative, con il puntino rosso da seguire.

Penso e pensiamo che il modello delle newsletter a pagamento possa essere funzionale al lavoro giornalistico e editoriale: non vogliamo rivolgerci al pubblico di massa (anche perché lo sappiamo bene, che non esiste un solo pubblico), ma vogliamo rivolgerci al pubblico che è veramente interessato a noi.

Questa è la scommessa. La porteremo avanti per tutto il 2016 e pensiamo che la porteremo avanti anche oltre.

Google cambia algoritmo su mobile: Prima pagina

Masterchef diretta: la Serp su desktop con il box notizie

Google algoritmo 18 dicembre 2015 – Grandi manovre a Mountain View (così come in casa Facebook: i due giganti non stanno fermi). Per rendersene conto basta confrontare una qualsiasi chiave di ricerca su desktop e su mobile che siano equiparabili a news.

Su desktop, per keyword recenti e “calde”, si trova il consueto box “Nelle notizie”. Su mobile invece c’è prima pagina, che si scrolla orizzontalmente con vari box.

Per mostrare la differenza, ho cercato masterchef diretta (ieri c’era la prima puntata, la seguivamo in diretta su TvBlog, ovviamente, e se una diretta non è ben piazzata, i lettori diminuiscono. Quindi, monitoriamo sempre: ecco perché ci accorgiamo di quel che combina Google). In alto il risultato da desktop (“>ingrandibile).

Qui sotto, quello da mobile.

google algoritmo mobile

Si tratta, probabilmente, delle prove generali di Google AMP. Ieri, 17 dicembre i risultati di ricerca su desktop e quelli da mobile, fra l’altro, erano completamente disallineati e non coincidenti (con grandi tuffi al cuore per tutti i fanatici del real time di Google Analytics: fra l’altro, tutte le volte che Google mette mano alla componente news, il box relativo fatica ad aggiornarsi e mantiene al suo interno risultati più vecchi del normale). Adesso sembra che la cosa si stia risistemando, ma su dispositivi mobili è evidente che si inviti in qualche modo l’utente a scrollare l’offerta, che invece su desktop continua a limitarsi ai consueti tre link da news.

Solo una modifica di visualizzazione? Io non credo. Credo anzi che faccia parte della strategia di Google e che sia una strada intrapresa che non verrà abbandonata, questa del cambiare radicalmente le pagine dei risultati su dispositivi mobili. Dopodiché, in un futuro nemmeno troppo lontano, smetteremo di considerare desktop e mobile come contrapposti facendone una mera questione di strumenti, di device.

Mobile significa “in mobilità”, e varrà per qualsiasi tipo di dispositivo.

Google algoritmo: storia dei cambiamenti

La storia dei cambiamenti principali dell’algoritmo di Google è registrata in maniera puntuale su Moz, risorsa da mettere fra i preferiti per chiunque si interessi di Seo e affini.

Nota: questo è un esempio di contenuto che troverai su Wolf, se deciderai di abbonarti. Durante la campagna abbonamenti, le tariffe sono fortemente scontate.

Direttori per un giorno, giornalisti e lettori per sempre

Jovanotti La Stampa

    Oggi su Datamediahub è uscito un pezzo a sei mani (firmato da Pierluigi Vitale, Pier Luca Santoro e dal sottoscritto). Il pezzo è molto completo e propone numeri e analisi estremamente interessanti. La mia parte – che pure si integra perfettamente con il resto grazie al lavoro di collage operato da Pier Luca – è molto più “opinabile”, diciamo così, perché è dal punto di vista di un direttore di testata. Qui di seguito, come “bonus”, alcune integrazioni al mio intervento.

Si è fatto un gran parlare di questa giornata dello strano matrimonio fra Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti e La Stampa. Temo, a dire il vero, che il gran parlare lo si sia fatto più che altro fra addetti ai lavori e fan di Jovanotti. Si tratta, comunque, di una di quelle operazioni (di marketing) di cui devi dire bene per forza. E anche se non è un’iniziativa particolarmente originale (Morandi è stato direttore per un giorno del Resto del Carlino, Alessandro Borghese e Enrico Brignano sono stati direttori per un giorno di Leggo, Luca Carboni di Radio Capital, Danilo Gallinacci di Sky Sport 24. Mi fermo qui, non sono andato a memoria: ho cercato su Google), sembra costruita perché se ne debba parlare bene a tutti i costi. È come una prima serata di Fiorello: se lo critichi, rosichi o sei un vecchio trombone. Mi ha ricordato quel concerto (proprio di Jovanotti) mandato in onda su Rai1 (in differita. Anzi, era proprio come se fosse il dvd del tour) e raccontato come grande sperimentazione in tv. Andò maluccio. E quanto alle sperimentazioni, be’, nel 1987 Rai1 mandò in diretta il concerto di Madonna da Torino. Fece 14 milioni di telespettatori.

Comunque, dicevamo: Jovanotti direttore de La Stampa per un giorno è un’operazione di marketing, senza dubbio. Ma a chi giova? Sulla bacheca Facebook di Jovanotti è tutto un “complimenti” e “la compro” e “un ottimo modo per avvicinare i giovani alla lettura di un giornale”. Poi c’è spazio anche per la retorica dei rosiconi di cui sopra. C’è anche questo commento qui, cui nessuno dello staff che si occupa dei profili social del cantante – né, tantomeno, il cantante stesso – ha pensato di rispondere. Morandi non docet. Ma questo è un altro paio di maniche, non andiamo fuori tema.

Domenica, essendomi mosso tardi, non ho trovato La Stampa nelle due edicole che frequento abitualmente. Casualità? Probabilmente no: il cartaceo avrà senz’altro venduto copie in più, per un giorno. Ma i dati mostrano che, online, non c’è stato particolare movimento intorno al sito, che pure ospita, in forma gratuita, tutti i contenuti dello speciale realizzato con il cantante. ( http://www.lastampa.it/spettacoli/speciali/jovanotti-2015/articoli ) e che si possono ancora leggere e analizzare, per comprenderne il valore aggiunto in termini editoriali.

Se è vero che ci salveranno i ventenni di oggi, come scrive Mario Calabresi, allora, forse, bisognerebbe parlare a loro. Di loro. Con loro. Oppure, invece di dare a operazioni di marketing altro significato, basterebbe ammettere che sono quel che sono. Davvero pensiamo che Jovanotti direttore per un giorno avvicini “i giovani” al giornale? “I giovani”, in Italia, seguono Jovanotti?

La generazione Bataclan non esiste. Ma di sicuro, se esistesse, non seguirebbe per forza di cose un cantante che è sulla soglia dei cinquanta e che era seguito dai ventenni di una generazione fa. Quanto ai pezzi, prendo un esempio per tutti: Eggers intervistato da Jovanotti. io sono appassionato di letteratura nordamericana e Dave Eggers non mi dispiace affatto (anche se da bravo “howling fantod”, l’ho sempre ritenuto un wannabe David Foster Wallace, mi perdonino tutti quelli che di letteratura nordamericana ne capiscono sul serio). Ma leggere Jovanotti che lo intervista non mi interessa, sinceramente. Lo preferirei in un dialogo letterario con un giovane scrittore italiano, come Giorgio Fontana (classe 1981), per esempio.

Chiariamoci: non è che il mio giudizio sia per forza alla ricerca del deteriore. Anzi. Ben vengano iniziative di ogni genere, per dare scossoni a questo mondo del giornalismo online e offline in crisi come l’editoria tutta. Ben venga anche questa. Ma il direttore per un giorno non è certo sinonimo di programmazione a lungo termine, è un evento che si sviluppa, si consuma e si esaurisce in 24 ore (tranne che per chi, poi, cerca di analizzare la cosa anche a costo di prendersi del “vecchio trombone”). Esattamente come quel concerto (sempre di Jovanotti) su Rai1, che non ha affatto rivoluzionato e ringiovanito la programmazione generale della rete ammiraglia del servizio pubblico televisivo.

Così, se si vuole parlare ai ventenni, se si vogliono inseguire i “millennials”, bisognerebbe fare un passo indietro e ascoltarli, capire cosa leggono, cosa ascoltano, cosa guardano. Magari assumerne qualcuno. Farlo crescere. Garantire il ricambio generazionale.

I direttori per un giorno passano. I lettori, finché esisteranno, cercheranno giornalisti che scrivano per loro. E li cercheranno per sempre.

Che cos’è l’engagement?

Engagement significa coinvolgimento
Engagement. Il dato di una condivisione positiva su Il Gazzettino di Treviso

Engagement è una delle buzzword social del momento (lo è da almeno un paio d’anni, a dire il vero). Ma cosa significa? Cos’è veramente?

Basterebbe tradurla in italiano per scoprire che non si tratta di qualcosa di incredibile e non convenzionale. Engagement significa “coinvolgimento”.

E così, ecco che scopriamo che, chi si occupa di social, dovrebbe creare coinvolgimento con i lettori-utenti. Non è esattamente una novità, giusto? Chiunque si occupi di contenuti, offline, online, in televisione, in radio, al cinema, sui cartelloni pubblicitari, nei banner, negli spot, dovrebbe creare coinvolgimento. Cioè engagement.

E allora, come ha fatto a diventare una parola di moda?

Semplice:
– è inglese (quindi, non tradotta, nasconde chissà quali arti magiche)
– pronunciandola o scrivendola ci si riempie la bocca di una professionalità non codificata e non misurabile
– tutti la usano
– pochi sanno misurarlo
– con i numeri e con le misurazioni, alla fin fine, si può mentire facilmente (e piegare analisi di ogni genere alle proprie esigenze e finalità). Per esempio, si può far credere che “tanti like” sia un’ottima metrica
– … (aggiungere a piacere)

Engagement virtuoso

Engagement si può fare in molti modi. Anche virtuosi.

Qualche giorno fa, per esempio, mi sono imbattuto in questa condivisione del Gazzettino di Treviso (che rappresenta un’eccezione rispetto alla pagina Facebook generale de Il Gazzettino. Quest’ultima, come quasi tutte le testate online italiche, fa ampio uso di tecniche click-bait).

Cosa succede sul Gazzettino di Treviso, invece? Succede che una condivisione supera il milione di visualizzazioni. Ecco il post con cui la cosa è stata annunciata.

UN MILIONE DI GRAZIE PER UNA NOTIZIA DI SPERANZALa notizia delle panettiere di Motta che ha messo il pane a…

Posted by Il Gazzettino di Treviso on Sabato 5 dicembre 2015

Dov’è il fatto virtuoso?

Be’, è molto semplice: una notizia positiva, scritta in italiano corretto, con una foto semplice, che non fa alcun tipo di richiamo ad altre cose che si dovranno sapere, che non incita all’hate speech (e infatti, i commenti sotto la condivisione originale sono una specie di toccasana, rispetto a ciò che ci abitua la media del commentatore-da-social) ha avuto un engagement misurabile e percepito notevolissimo.

Questa ragazza si chiama Giulia Giro e ha un panificio a Motta di Livenza insieme alla mamma Cristina Sandre. La mamma…

Posted by Il Gazzettino di Treviso on Mercoledì 2 dicembre 2015

È vero: la condivisione non rimandava a link esterni.

Engagement la pagina Facebook del Gazzettino di TrevisoSappiamo bene (lo sappiamo tutti, vero?) che l’algoritmo di Facebook premia questo tipo di condivisioni. Perché Facebook non ama spedire traffico a caso verso siti terzi. E in effetti, non dovrebbe essere utilizzato come discarica di link (la citazione è di Pier Luca Santoro), ma come strumento, uno dei tanti, per creare un’utenza fidelizzata, che voglia ritornare sulle nostre pagine spontaneamente senza aspettare algoritmi di sorta, che interagisca e interagisca in maniera positiva. Ma il dato del superamento del milione di visualizzazioni è ancora più eclatante se si pensa che la pagina Facebook del Gazzettino di Treviso ha poco più di 30mila fan.

Ecco: quella del Gazzettino di Treviso è una dimostrazione di cosa significhi engagement. È vero, non ha un ritorno sul breve periodo. Ma una strategia di creazione del coinvolgimento a lungo termine non può che avere ricaschi positivi. Prima si capisce, meglio è per tutti.

Intervista a un quality rater di Google

Intervista a un Quality Rater di Google

«L’obiettivo era quello di sempre per Google. Dare la miglior risposta possibile agli utenti»M.V., rater di Google nel 2006

Qualche giorno fa commentavo l’aggiornamento della guida per i Quality Rater di Google.

Dopo aver condiviso il mio pezzo su Facebook, si è fatto avanti uno dei miei contatti che ha offerto la propria disponibilità a parlare del suo lavoro. È stato un rater di Google nel 2006, per un anno. È vero che da allora di acqua sotto i ponti ne è passata. Ma la sua testimonianza mi sembra comunque molto interessante.

Così, Ecco qui il racconto della sua esperienza, sotto forma di intervista. Si imparano cose, si trova conferma ad altre. Prima di tutto al concetto della convenienza propria di Google, intesa come convenienza dell’utente.

Come si diventa rater di Google?

«Se non ricordo male trovai una posizione aperta sul sito di Google e mi iscrissi inviando il CV. Non mi contattò Google direttamente ma un’agenzia di lavoro internazionale (Kelly Services) che faceva da tramite per l’azienda. Pochi giorni dopo mi inviarono un po’ di PDF da studiare per fare un test di prova. Questo successe a dicembre 2005, a gennaio iniziò il rapporto di lavoro».

Che tipo di lavoro è quello del rater? È ben pagato? Quanto lavoravi e con che inquadramento?

«Era un lavoro part-time, 20 ore la settimana, completamente autogestite. Contratto di lavoro per un anno. Per un part time la paga era buona, circa 900 euro il mese, con giorni di permesso, ferie, tredicesima, TFR. Alla fine della settimana inviavo la scheda oraria all’agenzia, concordando prima naturalmente eventuali giorni di ferie».

Per quanto tempo si può essere rater?

«Io ho fatto quei dodici mesi. Sinceramente non lo so se avrei potuto farlo più a lungo. Di certo la mia “condotta” non fu esemplare credo agli occhi di Google, perché ero molto irregolare negli orari e soprattutto gli ultimi quattro mesi li passai a Mumbai con una qualità della connessione oggettivamente scarsa ai tempi che non ha di certo influito positivamente sulla mia produttività».

A chi si risponde? Come funziona il lavoro, in cosa consiste, com’è organizzato? C’è una scala gerarchica?

«Dal punto di vista amministrativo mi interfacciavo solo con l’agenzia di lavoro, mentre dal punto di vista operativo c’era qualche supervisore che ogni tanto si palesava. Soprattutto quando c’erano delle “dispute” tra rater oppure quando magari ti facevano i complimenti perché eri l’unico ad aver trovato un sito che faceva spam».

«Il lavoro era diviso in due parti. La prima consisteva nel ricevere delle coppie query-pagina. Noi dovevamo dare un rating a quelle pagine in base alle query fornite. Se tutti i rater avevano dato rating simile, la coppia non la vedevi più. Altrimenti “tornava indietro” per fare in modo che fosse risolta e ognuno portasse le motivazioni della sua scelta. L’altra parte del lavoro (se ben ricordo) era invece di valutare in parallelo due pagine di due siti diversi e dire quale dei due era più attinente alla query».

Quali sono gli obiettivi del lavoro del rater?

«L’obiettivo era quello di sempre per Google. Dare la miglior risposta possibile agli utenti. E per farlo un algoritmo non è sufficiente, evidentemente. Almeno non lo era nel 2006. Tra i requisiti che chiedevano c’era quello di essere a conoscenza dell’attualità dei paesi seguiti (se non ricordo male mi occupavo di Italiano e Inglese per Italia, US e globale), perché le stesse query cambiavano valore in funzione di ciò che succedeva nel mondo.

Obiettivo parallelo: segnalare i siti che non rispettavano le regole anti-spam che ci avevano dato».

Quando sei stato rater quali erano le linee guida da seguire?

«Come detto prima, da una parte l’attinenza della pagina rispetto alla query. E dall’altra il controllo anti-spam».

È corretto affermare che Google mette al centro la sua ‘convenienza propria’ che, limitatamente ai risultati organici che offre, è in parte coincidente con la convenienza dell’utente?

«Non so se ho capito bene la domanda. Certamente Google ha interesse a soddisfare al meglio i suoi utenti, altrimenti rischia di perdere la sua posizione di leadership e, in sostanza, di perdere utenti da dare ai suoi inserzionisti».

Avevi un’idea di quanto ‘pesasse’ il tuo lavoro per Google?

«All’epoca non ero estraneo alle tecniche di SEO, avevo ancora freschi gli studi di marketing classico ed ero attento ai nuovi modelli di business che stavano emergendo. Sì, ero consapevole del mio lavoro. Infatti non mi stupiva che fosse fatto in parallelo, sulle stesse coppie query-pagina, almeno da altri 4-5, talvolta anche 10 rater differenti».

Quando eri rater avevi un’idea degli altri fattori di posizionamento?

«Il nostro lavoro non toccava tutti i fattori di posizionamento. Perché non valutavamo siti, ma pagine. E non valutavamo niente in senso assoluto, ma solo relativamente ad una query specifica. Quindi certi criteri di conoscenza comune (come la massiccia presenza di errori 404, link rotti…ecc) non ci riguardavano».

La domanda che si fanno in molti: perché nonostante l’algoritmo, i proclami e l’intervento umano si trovano ancora ben piazzate pagine che offrono pessime esperienze utente o che scrivono testi pieni di keyword ma privi di senso? I rater non dovrebbero servire anche a impedire questo?

Evidentemente la “falce” è sempre troppo piccola per le decine di miliardi di pagine che ci sono 🙂

Aggiornamento: domande aggiunte in seguito a conversazione su Facebook

Basta un documento per insegnare ad un ragazzo se un sito è valido o meno?

«Sì, se è fatto bene come lo erano i pdf di google :)» [A giudicare dalla recente guida per quality rater sono ancora fatti bene, ndr]

È un lavoro paragonabile ai surfer di yahoo degli anni ’90/2000?

Come affrontano il problema di errati rating?
«In linea di principio per esserci un rating errato almeno 4-5 persone distinte dovevano aver sbagliato e sbagliato nello stesso modo! Difficile, no? Cosa succedeva a quel rating dopo che il sistema accettava la valutazione… non lo so. Sicuramente la seconda parte del lavoro, cioè il paragone tra due pagine nel modo di rispondere alla stessa query, era una delle possibilità».