Coinvolgimento e conversazioni

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Non c’è mai stato, sul mio profilo Facebook, un “coinvolgimento” (engagement significa coinvolgimento) tale come quello che sta avendo, da ormai sei giorni, una banale osservazione sul paradossi della diffusione degli antivaccinatori sui social. Non l’ha avuto il lungo lavoro estivo sulla Grecia, non l’ha avuto quello su L’Aquila, non ce l’hanno i pezzi sul futuro del giornalismo né quelli sul calcio. La cosa è interessante da un punto di vista sociologico e antropologico. Ma anche parecchio un po’ preoccupante.

Vaccini+social = basta. Dico davvero, non se ne può più. Che si debba far "campagna pro". Che i "vaccinatori" debbano…

Posted by Alberto Puliafito on Sabato 24 ottobre 2015

Le considerazioni sul tema (anzi, sui temi che emergono) le farò in maniera più approfondita più avanti. Adesso mi interessava fissare qui questo appunto.

E ribadire che, evidentemente, per costruire una conversazione costruttiva, spazi “privati” come questo sito sono più utili di uno spazio sociale come Facebook.

Cosa viene prima? E cosa verrà dopo?

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Un pezzo di Luca De Biase dal titolo La partita della pubblicità è tecnologica anima la conversazione sul gruppo Facebook I giornali del futuro, il futuro dei giornali.

La chiosa di De Biase è abbastanza chiara:

L’editoria ha bisogno di ridiventare un business fondamentalmente tecnologico. Innovativamente tecnologico. Per guardare alle piattaforme non come chi dal passato guarda al futuro: ma come chi dal futuro guarda al presente.

Pier Luca Santoro, su DataMediaHub, amplia il discorso e ne fa una questione culturale. A mio avviso molto correttamente.

Qualche settimana fa, Andrea Iannuzzi, nei suoi Appunti dalla conferenza dell’Online News Association di Los Angeles 2015, parlava (punto 6) dell’evoluzione del giornalismo dal punto di vista del rapporto giornalista-lettore e di un giornalismo che forse potrà fare a meno degli editori. E anche qui ci sono tante cose sulle quali sono molto d’accordo.

Faccio alcune considerazioni in merito, già sparse qua e là su questo sito e sui social:
– non credo che il punto sia necessariamente il tech first, anzi;
– credo che, per gli editori che vogliano sopravvivere, si debba imparare meglio il mezzo web, smettere di nascondersi dietro ad anglicismi capiti male e raccontati peggio, innovare, fare ricerca, sperimentare nuovi modelli, mescolarli (come suggerito, fra l’altro, da Tiratura illimitata di Andrea Signorelli) far parlare fra di loro i reparti;
– quest’ultimo punto, per me, è fondamentale: redazione, marketing e prodotto, commerciali, reparti tecnici devono parlarsi. Condividere un linguaggio comune e la narrazione comune del prodotto giornalistico per costruire innovazione. La multidisciplinarità è un valore fondamentale, attualmente non praticato;
– non ci sono solo grandi editori e pubblico di massa (anzi, il pubblico di massa non esiste: esistono i pubblici). Ci sono anche giornalisti e lettori. Ecco, forse bisognerebbe ripartire anche da qui. Da modelli più piccoli, che il singolo o singoli gruppi di giornalisti possano portare avanti con successo e sostenibilità;
– la fiducia. La fiducia del lettore nel giornalismo è contenuta addirittura nella legge istitutiva dell’ordine. È da lì che bisogna ripartire: prima la fiducia. Ed è sulla fiducia che abbiamo costruito, per esempio, il manifesto di Slow News che ho usato in apertura di questo pezzo di appunti;
cosa verrà dopo? È questa la domanda cruciale, che si può provare ad affrontare, però, solo dopo che si sarà presa coscienza del presente. Cosa verrà dopo? Un’era in cui il giornalista non morirà. Ci tengo a parlare del giornalista: si parla troppo spesso del giornalismo come di un’entità astratta, o dei giornali come business e basta. Ma il business è fatto da persone. E le persone, qualunque cosa verrà dopo, vanno rimesse al centro della conversazione.

Google e le rendite da ricerca su dispositivi mobili

Google crescita search mobile

«The key highlight this quarter was the substantial growth of our mobile search revenue». Lo ha detto Ruth Porat presentando i risultati di Alphabet, la (nuova) compagnia “padre” di Google, relativamente al terzo trimestre 2015.

Che cosa significa questo, e perché dovrebbe interessare tutti – ma anche i giornalisti?

Significa che Google ha ancora come obiettivo principale quello di migliorare il motore di ricerca per offrire a chi naviga un’esperienza di ricerca soddisfacente (per crescere ancora e per far crescere ancora i ricavi derivanti dalle ricerche su dispositivi mobili).

Dovrebbe interessarci perché conferma che Google ha fra i propri interessi quel dovere di offrire a chi lo utilizza come motore di ricerca risultati pertinenti.

Dovrebbe interessarci come giornalisti perché significa che la SEO non è morta (non è nemmeno agonizzante, per capirci: è in ottima salute). E bisogna conoscerla.

Quantum News

Quantum News

Quantum News (o quanto informativo) – Dopo aver letto dei Particles (o particoli) teorizzati dal NYT [spoiler: non c’è niente di dirompente], non ho potuto far a meno di pensare a un altro termine che potrebbe funzionare non solo dal punto di vista dell’etichetta, ma anche dal punto di vista del concetto: le quantum news.

Mutuando la distinzione da fisica classica e fisica quantistica, le quantum news: elementi fondamentali che compongono la notizia, con una duplice natura (solida, caratterizzata dall’indivisibilità delle informazioni che contengono, e fluida, caratterizzata dalla condivisibilità di queste informazioni base).

Per ora si tratta solo di un appunto (e lo metto fra gli appunti, per non dimenticare). Ma ritornerò a breve sul tema, che proverò a sviscerare. Diciamo che se potessimo avere, come il NYTLab, un BlogoLab, be’, chiederei alla struttura di lavorare insieme al concetto e al suo sviluppo, teorico, fisico e tecnico.

Mentre ne scrivo, Marco Dal Pozzo mi segnala via Twitter un suo pezzo che ha a che fare con le particelle e che introduce anche, a partire dal Dublin Core Metadata Element Set, il concetto di set minimo di particoli.

Ecco, facciamo conto che se vogliamo definire un quanto informativo (o quantum news, usiamoli come sinonimi), esso è composto da un insieme indivisibile (necessario e sufficiente) di informazioni. Quali sono? Ma ovviamente, se si parla di giornalismo, le risposte alle 5W, cui andranno aggiunte altre informazioni indivisibili dalla notizia (fra cui l’autore della medesima) e cui si potranno associare metadati allo stesso modo indivisibili, che traducano le risposte alle 5W in
– attribuzione (sia della fonte sia dei soggetti della notizia)
– geolocalizzazione
– collocazione temporale
– un set di link accessori per la comprensione delle ragioni e del contesto,
– tag di categorizzazione della notizia

[Note: Per non sbagliare, visto che sul web, oggi, quanto si ha un’idea è bene prendersi uno spazio, ho registrato www.quantum-news.com, secondo la cara vecchia regola: libera il contenuto, sì, ma fatti il sito.] [L’immagine è un fotogramma della serie tv Quantum Leap]

(articolo e concetto sono come al solito da considerarsi in progressiva evoluzione)

Da leggere (dal passato):
A fundamental way newspaper sites need to change, Adrian Holovaty, 6 settembre 2006
9 Ways for Newspapers to Improve Their Websites, Todd Zeigler, 29 agosto 2006

Google, fondo per le digital news #gioim

Digital News Initiative Fund

Il fondo di Google per le digital news, cioè per il giornalismo digitale, è un’ottima notizia per chiunque abbia iniziative di giornalismo imprenditoriale.

Si chiama DNI Innovation Fund e fa parte della Digital News Initiative di Google. L’obiettivo è quello di finanziare nuove idee di giornalismo digitale, investendo 150 milioni di euro in tre anni nel settore.

La scadenza per partecipare al primo bando per concorrere all’assegnazione dei fondi è il 4 dicembre 2015.

Sì, ma cosa cercano? A Google, o meglio, nella Digital News Initiative, cercano progetti, esclusivamente digitali, innovativi (quindi, non provare a partecipare se vuoi proporre un progetto generico di copertura di notizie o traduzione di contenuti da altri linguaggi, feed e simili: non proporre cose che esistono già, senza una visione innovativa. Non ci sarebbe alcuna speranza), che abbiano a che fare con il mondo delle news.

A quanto ammontano i finanziamenti? I progetti possono essere di tre dimensioni:
Prototipes (prototipi): fino a 50mila euro di finanziamento (100% del costo totale). Possono essere presentati anche da singoli e devono essere a un bassissimo livello di realizzazione, praticamente nella fase di ideazione
Medium (progetti medi): fino a 300mila euro di finanziamento. In questo caso si accettano richieste per il 70% del costo totale del progetto.
Large (progetti di ampio respiro): da 300mila fino a un milione di euro di finanziamento. Anche in questo caso, il finanziamento copre il 70% del costo totale del progetto.
[Nota: i progetti “medium” e “large” non possono essere proposti da singoli]

Dove è operativo il fondo? Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera.

Chi può fare domanda? Editori, singoli operatori del settore, startup nel settore delle notizie, partnership fra professionisti e aziende del settore. Per altre domande, Google ha già previsto una sessione di Q&A martedì 3 novembre alle 12pm CET. Ci si registra qui. Si può collaborare (leggere Termini e condizioni per sicurezza) con altri professionisti o aziende per la presentazione di un progetto, naturalmente. Dovrebbe essere alla base del lavoro giornalistico e editoriale, e il DNI Fund prevede che si possa fare.

Le date da ricordare quali sono? Il fondo è stato lanciato ieri, 22 ottobre.
Come dicevo, la scadenza per il primo bando è il 4 dicembre. Questo significa che ci sono circa 6 settimane di tempo per partecipare al bando.
Il 18 e 19 gennaio 2016 il fondo si riunisce e si esprime, per cominciare, sui progetti più ampi.
A febbraio 2016 verranno annunciati i primi progetti finanziati.

Che forma deve avere il progetto? Online c’è ovviamente il modulo da compilare in ogni sua parte. Non si può salvarlo per continuare a compilare in seguito, ma da Google sono così gentili da mettere a disposizione una copia in pdf del modulo da compilare, che si può scaricare e utilizzare per prepararsi le varie parti da inserire una volta che si deciderà di partecipare.

Chi lo valuta? Ecco qua la risposta con la composizione di Consiglio e squadra dedicata ai progetti.

Come funziona la valutazione? La DNI assicura che tutti i progetti verranno valutati dal Consiglio e dal gruppo espressamente dedicato a questo tipo di progetti. I due gruppi di valutazione sono entrambi composti da persone interne a Google e esterni che si occupano dell’industria dei media in Europa, a vario titolo.

Quando sarà la prossima sessione? Nella primavera del 2016.

Particles, l’evoluzione degli articoli secondo il NYT

Particles - New York Times

Il futuro dei giornalisti è un tema importante e lo sappiamo bene.

Al New York Times lo sanno ancora meglio. E così si sono inventati questa meravigliosa teoria dei Particles come futuro dell’articolo. Al NYT hanno il NYTLab, per capirci. Che è il loro reparto di ricerca e sviluppo.

Cosa c’è di veramente nuovo nei Particles? Sicuramente l’impianto filosofico. L’articolo – dunque, non solo il giornale che perde il suo senso monolitico: addirittura il singolo articolo – come insieme di singoli elementi. Le particelle.

Particolati (se volessimo mantenere il gioco di parole angolofono potremmo coniare un neologosmo, particoli) al posto di articoli. Il singolo pezzo come composizione di varie informazioni: le particelle, o i quanti informativi, se vogliamo lanciarci anche nella fisica quantistica.

Alexis Lloyd scrive:

«Can you imagine if, every time something new happened in Syria, Wikipedia published a new Syria page, and in order to understand the bigger picture, you had to manually sift through hundreds of pages with overlapping information? The idea seems absurd in that context and yet, it is essentially what news publishers do every day».

È esattamente il concetto che propongo in Blogo quando parlo di aggiornamento della medesima pagina-articolo (si veda, a titolo esemplificativo il pezzo sulla riforma del Senato, che fra l’altro è ottimamente posizionato su Google).

Che senso ha scriverne un altro? Meglio aggiornare, limare, sistemare quello. Vale per tutte le storie “lunghe”, è quel che facciamo da tempo, su Blogo, con tutti i limiti del caso.

Il pezzo prosegue così:

«The Particles approach suggests that we need to identify the evergreen, reusable pieces of information at the time of creation, so that they can be reused in new contexts. It means that news organizations are not just creating the “first draft of history”, but are synthesizing the second draft at the same time, becoming a resource for knowledge and civic understanding in new and powerful ways».

Ecco. Leggerlo teorizzato è perfetto e fa tirare un sospiro di sollievo: bisogna identificare le parti delle singole informazioni che vanno bene “sempre” (nell’esempio della riforma del Senato, le “FAQ” su cosa cambia, salvo piccoli aggiustamenti) e capire come riutilizzarli in nuovi contesti. Si crea la prima bozza di una storia, ma al tempo stesso si lavora già sulla seconda.

E magari si può disporre di altre particelle, distribuite da altri giornalisti, da altri ediori.

In questo modo:
– si genera valore aggiunto
– si offre un servizio al lettore (alla comunità di lettori)
– si ottimizza il lavoro per i motori di ricerca
– si pensa all’esperienza utente e la si esalta

Non solo. Se si particellizza l’informazione in “quanti” che possono essere condivisi e riutilizzati, e se si ha l’accortezza di attaccare a questi “quanti informativi” le giuste etichette (fonte, autore, data, geolocalizzazione e via dicendo: i cosiddetti metadati, insomma) in modo che siano indissolubilmente legate all’informazione stessa, si esaltano anche la condivisione, la citazione corretta delle fonti, la liberazione del contenuto. E, sempre grazie a queste etichette, si supera anche il problema deontologico, perché ogni singolo pezzo di informazione si può far risalire facilmente alla fonte originaria. Non solo: si ottempera anche all’altro dovere deontologico del giornalista. Quello di aggiornare la notizia, se le condizioni sono cambiate (e di farlo autonomamente, senza aspettare “rettifiche”).

Nell'immagine, una delle slide del corso SEO per giornalisti c/o Primopiano.
Nell’immagine, una delle slide del corso SEO per giornalisti c/o Primopiano.

E si risponde anche al mai troppo lodato e vecchio comandamento di Jeff Jarvis: «Cover what you do best, link the rest» (solo, si sostituisce a “link the rest” le parole “embed particles”).

Questo significa, a mio modo di vedere, tre cose.
Primo: il giornalismo e i giornalisti sono molto lontani dall’essere morti. Se sapranno tornare a offrire servizi al loro pubblico – quello dei Particles è un modo – avranno vita lunga;
Secondo: il giornalismo richiede aggiornamento continuo, ricerca e sviluppo, supporto di un ottimo reparto tecnico che sia in grado di supportare e implementare le idee;
Terzo: non dimentichiamoci il lettore la fiducia. Come scrive Marco Dal Pozzo, sottolineando la necessità di rifondare un modello sociale prima ancora che di business. Come scriviamo nel manifesto di Slow News: senza la fiducia di chi legge, chi scrive non è nulla.

Alla fine, non c’è nulla di nuovo nella visione del NYT: c’è solo la capacità di analisi della situazione, di sintesi e di proposta di uno strumento che, applicando al meglio tutto quel che già sappiamo del giornalismo, sfrutta le opportunità offerte dal cambiamento in corso.

Tiratura illimitata, di Andrea Signorelli

Dal Crowdfunding al Native Ads, come il giornalismo di qualità può sopravvivere, anche online

Tiratura illimitata, di Andrea Signorelli Tiratura illimitata – Dal Crowdfunding al Native Ads, come il giornalismo di qualità può sopravvivere, anche online. Questi titolo e sottotitolo del libro di Andrea Signorelli appena uscito per Mimesis.

Non l’ho ancora letto, ma rimedierò al volo, anche se almeno una parte del libro non la leggerò affatto: è quella con l’intervista al sottoscritto, in cui, come al solito, c’è la mia esperienza a Blogo, la testata online che dirigo, e alcune delle mie idee che racconto a proposito di SEO, social, imprenditorialità e altri argomenti che gli avventori occasionali di queste pagine digitali probabilmente immaginano.

Il libro si può già comprare su Amazon
(nota di trasparenza: se compri il libro cliccando sul mio link, Amazon mi dà una percentuale, secondo il suo programma di affiliazione. A te non cambia nulla, io ci sostengo il sito).

Ebbene, parleremo del tema principale del libro, ovvero la sostenibilità e il futuro del giornalismo online, a Bookcity, il 25 ottobre 2015, domenica, ore 18.30, con Andrea – che, fra le altre cose, è anche uno dei giornalisi di Blogo –, con Giacomo Giossi e con Jacopo Tondelli. Sul tema segnalo anche I giornali del futuro, il futuro dei giornali, di Pier Luca Santoro. E chissà che presto non arrivi qualche sorpresa anche dal sottoscritto.

Poi, qui, seguirà qualche considerazione più ampia. Sul libro e sull’incontro.

Ci vediamo domenica?

(in aggiornamento)

Libera il contenuto e fatti il sito

Libera il contenuto e fatti il sito

Non tutto quello che ha scritto Jeff Jarvis sull’Observer mi trova d’accordo. Ma molte cose, quasi tutte, le trovo semplicemente imprescindibili.

Jarvis è uno dei pochi (non autoeletti) guru che mi consento di ritenere tale, è bene precisarlo. Ma è altrettanto bene precisare che, in quest’era fluida, in cui il cambiamento non si limita a essere in atto ma viene anche raccontato mentre accade con una velocità senza pari – e spesso travisato, raccontato male, o a volte anticipato –, è diventato saggio non affidarsi ad alcuna auctoritas. Leggere attentamente e lentamente. Farsi un’idea.

Ora, venendo all’osso del discorso, Jarvis dice:
1) basta homepage, il fulcro è il singolo contenuto
2) usare tutti(*) i social media possibili per far arrivaare i propri contenuti ai lettori
3) il sito è solo un archivio

I punti 1) e 2) li trovo sacrosanti, da anni (del resto, da anni seguo Jarvis). Le homepage sono un retaggio dell’idea monolitica di giornale, fanno scena ma devono richiedere uno sforzo minimo: non ha alcun senso trattare le homepage come la prima pagina di un giornale cartaceo. I social media sono un canale distributivo importante, che va curato per creare identità ma anche per raggiungere lettori (se poi gli istant articles si apriranno anche a singoli publisher, anche quella sarà una strada da seguire: mentre scrivo, sto aspettanto l’esito della mia domanda a Facebook. Il modulo si compila qui). Anche se nella realtà italiana la radicale resistenza al cambiamento imposta e perpertata con una miopia imbarazzante possono essere difficili da praticare. Ma bisogna provare

Il punto 3) invece meriterebbe più riflessione. Forse può valere per un old media, sì, che voglia provare a fare qualcosa di innovativo. Ma per il singolo o i singoli giornalisti – o più in generale persone che intendono avviare un percorso lavorativo che abbia a che fare con la comunicazione sul web – anche il sito continua ad avere la sua importanza, a mio modo di vedere. Non per la homepage, ma perché il sito, per un percorso più piccolo, è un punto di ritrovo per una nicchia di lettori fedeli e per un pubblico mirato.

Quindi, se mi fosse chiesto di consigliare qualcuno in merito (è capitato, ultimamente, complici alcuni corsi), direi: libera il contenuto e fatti il sito.

(*) per carità: tutti quelli funzionali ai propri contenuti!

Fuffa, manuale d’autodifesa. Capitolo 2: la fuffa non conosce autoironia

Fuffa

Se il campanello d’allarme del capitolo 1 non è scattato, si è superato un primo importante passo. Ma è anche possibile che al primo incontro, il fuffarolo di professione sappia mascherarsi bene, mantenga un basso profilo e sfugga alle vostre antenne: di solito, chi vende fuffa è addestrato e sa come fare a restare a galla.

Per individuarne le caratteristiche, bisogna essere addestrati a propria volta. Vedremo dunque una serie di caratteristiche che fanno parte integrante dell’identikit caratteriale del fuffarolo.

Il fuffarolo e la fuffarola non conoscono l’autoironia.

Se fai una battuta che li riguarda, non la capiscono, tentano di giustificarsi, pensano che tu dica sul serio e dunque vanno sulla difensiva, riportano il discorso su un piano di terribile serietà, assumono un’espressione contrita e grave come se tu avessi voglia di scherzare mentre le cose stanno diversamente ed è tutto molto più serio

Perché? È semplice: ricordati che chi ti propone fuffa mente. Lo fa sia consapevolmente sia inconsapevolmente: per difendersi deve mentire talmente tante volte che gli viene naturale. A volte non lo fa nemmeno apposta, e non è che sia una persona necessariamente cattiva. È la sua natura.

Allo steso modo, è molto difficile che qualcuno che ha a che fare con la muffa per natura sappia usare la nobile arte dell’autoironia. È un’arte fondamentale, che – per dirla in maniera popolana – ti consente di comunicare al tuo interlocutore che tu non ti senta stocazzo.

Ma anche qui: mettiti nei panni della fuffarola o del fuffarolo di turno: se non fai finta di essere stocazzo, corri il rischio che prima o poi qualcuno ti scopra nel tuo gioco a nascondino. E allora, ecco che prendersi sul serio diventa necessario.

Il fuffarolo pensa: se mi prendo sul serio io, mi prenderanno sul serio tutti. E si comporta di conseguenza. Così, fuffa fa spesso rima con arroganza, spocchia, atteggiamenti bossy e via dicendo: ne parleremo. Non è raro, comunque, che un fuffarolo che è riuscito a raggiungere una posizione di potere – anche relativo – si comporti con i propri sottoposti in modi che somigliano molto da vicino al mobbing. Il che, come puoi immaginare, non è piacevole.

Ci sono solo due casi in cui chi vende fuffa ride in maniera autentica in contesto lavorativo:
– quando fa una battuta qualcuno che il fuffarolo percepisce come “il capo”;
– quando, nervosamente, ti ride in faccia per sminuirti perché gli hai mosso un’obiezione sensata e non sa come risponderti, perché la risposta smaschererebbe il suo gioco.

Se riconosci uno o più di questi atteggiamenti, molto probabilmente nella fase 1, quella delle premesse, il tuo campanello d’allarme avrebbe dovuto suonare. Allora, forse, è meglio tornare a riesaminarle per vedere se per caso non si riconosca qualcosa che ti era sfuggito.

Nota importante: come forse avrai riscontrato anche tu nella tua esperienza di vita, esistono persone totalmente prive di autoironia e totalmente prive di senso dell’umorismo. Non è detto che siano fuffaroli: la fuffa richiede il verificarsi di molte condizioni contemporaneamente. E parte da un dato di fatto: fuffarole e fuffaroli di tutto il mondo, generalmente, o sono poco competenti o stanno prendendo in giro il cliente di turno perché tanto va così (ci sono molti clienti che amano farsi prendere in giro e sentirsi dire sempre quello che vogliono). Nel secondo caso, potrebbero anche nascondere qualche competenza specifica, ma si sono appiattiti a quel che passa il convento. Biasimarli? Sì. Ti trascinano nella spirale. Nel primo caso, sono fuffaroli puri.