SEO multilingue

SEO sito multilingue

SEO Multilingue – Questo è un post che va considerato in costante aggiornamento visto che, per interesse personale e aggiornamento professionale, ho deciso di mettermi a studiare la SEO multilingue.

Il primo step per farlo è stato naturalmente un giro sulle pagine di supporto di Google, per farmi un’idea.

Poi ho navigato fra forum e guide – manco a dirlo, ce n’è una molto ben fatta da Marco Quadrella sul sito di Giorgio Tave.

Quindi, ho cercato di farmi un’idea di quel che potesse fare al caso mio. Esclusa, per il momento e per valutare alcune teorie che ho formulato sulla base delle mie letture, l’ipotesi di mettere in piedi un altro sito in lingua, ho deciso di acquistare un plugin per WordPress, nella sua forma base, dopo essermi fatto un lungo, lunghissimo giro fra forum e guide di ogni genere.

Il plugin in questione è WMPL. Lo testerò nei prossimi 30 giorni e deciderò se tenerlo o se restituirlo – gli sviluppatori del plugin hanno deciso di attuare questa formula soddisfatti o rimborsati – e naturalmente scriverò qui le ragioni della mia scelta.

Nel frattempo, inizio questa specie di diario a proposito di questa mia esperienza.

I giornali del futuro. E i giornalisti?

i giornali del futuro Ho appena finito di leggere I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali: Chi vincerà la sfida dell’informazione tra carta e web, di Pier Luca Santoro, edito da Inform-ant (nota di trasparenza: se compri il libro cliccando sul mio link, Amazon mi dà una percentuale, secondo il suo programma di affiliazione. A te non cambia nulla, io ci sostengo il sito).

Senza mezzi termini, è un libro che dovrebbe leggere chiunque si occupi di editoria online.

Cosa bisogna aspettarsi dalla lettura?

Tanto per cominciare, è un libro, come scrive il suo autore,

«sui modelli di busi­ness, su come andare oltre l’attuale bino­mio vendite-pubblicità, per l’ex indu­stria dell’informazione».

Ci sono molte cose che chi legge abitualmente – come il sottoscritto – DataMediaHub ritroverà familiari ma che comunque è utile trovare racchiuse in un libro: la membership, la necessità di creare valore aggiunto, di uscire dall’equivoco del volume-anziché-valore, la stima al ribasso degli utenti delle news al netto delle sovrapposizioni in Italia, i modelli esteri cui guardate, la necessità di trovare non la soluzione, ma una soluzione, ciascuno secondo le proprie caratteristiche e peculiarità.

Emerge – anche questo non sorprenderà – una consapevolezza diffusa dell’arretratezza del mercato digitale italiano (non so se il lettore medio sia evoluto quanto i corrispettivi angolofoni come dice Alceo Rapagna nell’intervista contenuta nel libro. Me lo auguro) anche fra gli addetti ai lavori. Una consapevolezza cui, però, evidentemente, non corrispondo quei numerosi tentativi di miglioramento e innovazione e speriemntazione che ci si potrebbe aspettare.

In definitiva, da un lato leggendo il libro di Pier Luca ci si trova di fronte a una lucida fotografia del contesto attuale dell’editoria (non solo italiana). E ci si trova, se si è protagonisti attivi di quel contesto, ai livelli più vari, ad avere numerose idee. Almeno, a me è successo così. Idee, suggestioni che mi piacerebbe un giorno poter sperimentare. Ma chi ti consente di sperimentare, oggi, in Italia? Chi ti consente, veramente, come spiega Simona Pan­seri (Google), di mettere l’utente al centro e di «sperimentare, mettendo in conto che i fallimenti sono una parte necessaria e inevitabile del processo» e di fallire presto, «ossia fare in modo di scoprire il più rapidamente possibile se un esperimento è un fallimento»?  

Il fatto è che proprio da questo punto di vista il quadro è piuttosto desolante, se è vero, come credo sia, che paradossalmente l’industria dei media giornalistici sia quella che ha saputo adattarsi meno al cambiamento che la rete ha offerto.

«I giornali hanno avuto 20 anni per capire internet, ma pare che nella stragrande maggioranza dei casi siano ancora ben lontani dal comprenderlo»

scrive Pier Luca. Come si fa a dargli torto? Siamo circondati, ogni giorno, da evidenze che dimostrano quanto sia tristemente vera questa affermazione. Soprattutto nel nostro Paese.

Qui, però, non può che venir fuori la parte propositiva. Almeno, io non so farne a meno, perché sono convinto che questa possa essere veramente un’età dell’oro per le news (cito Federica Cherubini nell’intervista che ha rilasciato a Santoro, ma non solo: lo diceva a suo tempo già Dave Carr). E che in questo i giornalisti possano ritagliarsi un ruolo importante. Il libro, parlando di modelli di business, si concentra prevalentemente e ovviamente sul ruolo dell’editore e sulla sua capacità di trovare altre vie per valorizzare in ogni senso il prodotto giornalistico. E i giornalisti, dove sono in tutto questo? (A metà fra il faceto e il serio, dico che sarei senz’altro disposto a scriverne da questo punto di vista, qualora l’editore di Pier Luca fosse interessato).

Credo fermamente che i giornalisti possano e debbano ritagliarsi un ruolo, in questa fase.

Per esempio, si può cercare di collaborare maggiormente con gli editori, nell’interesse comune: le due parti dovrebbero smettere di vedersi come attori che occupano due parti diverse della barricata e lavorare in sinergia. E la sinergia dovrebbe riguardare tutte le parti dell’azienda editoriale. Ma in quante realtà avviene quel meccanismo virtuoso che, nella parte a lui dedicata del libro, descrive David Magliano (Managing Director for Membership del Guardian), quando parla di «ponte tra marketing e redazione, ma senza che esistano contaminazioni nocive tra i due»?

I giornalisti potrebbero anche, in maniera proattiva, contribuire a superare le limitazioni ingessate offerte da scritti, tomi, dibattiti sterli che vengono costantemente resi obsoleti dalla realtà dei fatti; applicare le buone pratiche del giornalismo all’innovazione, esaltare le sue regole di scrittura e persino quelle deontologiche per trarne il meglio e offrire un servizio alle comunità di lettori, per dare nuova linfa, insieme agli editori, a questo mestiere che non è affatto destinato a morire.

Magari i giornalisti potrebbero anche tentare nuove vie personali, reinventarsi, tentare esperienze di giornalismo imprenditoriale. Che non significa affatto svilire la professione o svenderla o peggio ancora relegarla al ruolo di marchettificio, sia chiaro. Significa solamente partecipare, in maniera attiva, alla creazione di nuovi modelli che possano fare del bene al mestiere, ai suoi professionisti, ai lettori.

Ecco, con queste righe rispondo all’invito finale di Pier Luca: sì, gli stimoli di riflessione e di azione sono arrivati. E queste poche righe sono qui per partecipare alla conversazione.

Riconoscimenti, @Blogoit ai #MIA15

Tvblog: primo posto ai MIA15, Miglior sito televisivo italiano
Cineblog: terzo posto fra i siti cinematografici
Travelblog: terzo posto fra i siti di viaggi

Il primo, Tvblog, è come se fosse un figlio naturale, per il sottoscritto. Fin da quel 17 marzo 2005 quando scrissi il primo pezzo col nickname Malaparte. È ancora online, l’id è 1, l’URL è di un’era geologica fa: http://www.tvblog.it/post/1/striscia-la-maria. Gli altri due sono parte della splendida famiglia Blogo, di cui ho la fortuna di essere direttore da giugno del 2012.

Oggi si gioisce un po’ per i riconoscimenti. E nel frattempo, come tutte le domeniche, come tutti i giorni, si lavora.

Complimenti a tutta la redazione di Blogo.

Referral spam: floating-share-buttons.com e altri

Ghost referral spam - Referral fantasma Dalla fine del 2014 in poi, moltissimi siti hanno registrato un incremento di visite provenienti da strani referral.

Sono ghost referral o referral spam (diciamo, il passo prima di quel che scrivevo qualche giorno fa, a proposito della simulazione di visite organiche attraverso improbabili chiavi di ricerca tipo ghost spam is free from the politics, we dancing like a paralytics).

Perché succede? Su Moz, Jared Gardner scrive che i titolari dei domini in questione lo fanno per attirare traffico sui propri siti, indistintamente. Si vede il referral, si va a visitare il sito.

Quali sono i problemi? Tanto per cominciare, gonfiano le statistiche. E la sicurezza? Il carico sul server? La “negative SEO”? Be’, la cosa buffa è che tutte queste cose potrebbero non essere un problema. Perché a quanto pare, questi bot non visitano realmente il sito ma si limitano a generare finte visite in Google Analytics. Il che è un problema serio per Analytics, il cui prodotto è evidentemente sotto attacco.

E i problemi per il mio sito? Visto che questi referral, in realtà, non esistono e non hanno link ai nostri siti, non dovrebbero rappresentare un problema.

Posso fare qualcosa? Ci sono svariate guide che suggeriscono di modificare il file .htaccess o, se si utilizza WordPress, di implementare plugin tipo WP-BAN. Il punto è che se questi referral effettivamente non visitano realmente il nostro sito ma compromettono solamente il funzionamento di Analytics, questa “soluzione” non risolve niente.

Poi c’è la soluzione del filtro su GA, che riporta in maniera dettagliatissima Mike Sullivan.

Chiaramente, il tema va approfondito e tenuto d’occhio.

Per il momento, oltre allo spam, l’attacco sembrerebbe essere rivolto più verso Google Analytics e le sue statistiche che verso i siti “colpiti”.

Nell’immagine, alcuni dei referral fantasma registrati dal mio profilo GA.

Facebook e il flusso

Se apri il tuo feed di Facebook cosa vedi? Vedi un flusso ininterrotto di condivisioni dei tuoi contatti (che ci si ostina ancora a chiamare amici. Un flusso mediato dall’algoritmo del popolare social network, che decide cosa sia meglio vedere per te.

Most recent Il modo per ordinare in senso cronologico le condivisioni che puoi vedere c’è ancora, ma è sempre più nascosto. Adesso si fa così. Diventerà sempre più difficile o nascosto farlo. In ogni caso, alla prossima login troverai di nuovo l’impotazione che sceglie Facebook per te, finché probabilmente diventerà impossibile scegliere di vedere tutte le condivisioni in ordine cronologico.

Ora, magari hai il tuo feed impostato in ordine cronologico. Facebook ti istiga a tornare al “top stories” che a lui piace di più.

Schermata 2015-09-09 alle 11.55.00

Tu resisti. E ti trovi di fronte a un flusso – a meno che tu non sia uno di quelli che fa pulizia regolarmente fino ad arrivare a una selezione personale di contatti che condividono, per la maggior parte del tempo, cose di cui ti interessa veramente – di emozione-serietà-gattini-incredibile-bufale-messaggi a sfondo sessuale-sfoghi-indignazioni-sgfoghi-emozione-gattini-gattini-cani-marò-video divertenti-sesso-sesso-meme-viralità-pezzi da leggere assulutamente e si ricomincia da capo.

Qual è l’unico luogo, oltre a Facebook, dove si susseguono così velocemente, senza soluzione di continuità e senza alcun nesso logico, bit di informazione riguardanti argomenti così diversi? Facile. La mente. Il pensiero.

Il flusso di Facebook è postmoderno nell’accezione di David Foster Wallace. Il flusso di Facebook di tutti gli utenti senza filtri, se riesci a immaginarlo, è l’approssimazione più accurata possibile di cui disponiamo in questo momento (e lo sarà sempre di più) di come sarebbe il pensiero di una massa di persone. Più aumentano gli utenti, più aumentano le condivisioni per utente, più il limite che tende ad infinito di questa rappresentazione si avvicinerà, senza mai raggiungerlo, ovviamente, alla realtà. Come una specie di mappa che tende, all’infinito, ad avvicinarsi a un rapporto 1:1 col territorio.

Questa ridondanza fra web e mondo fuori dal web, ad un certo punto, potrebbe diventare semplicemente insopportabile o comunque inutile. Probabilmente accadrà prima di quanto ce lo si aspetti, anche se durerà ancora parecchio tempo.

Se immagini il flusso di Facebook in questo modo, sarà facile capire che qualsiasi condivisione su Facebook, anche se replicata istantaneamente da migliaia, milioni di persone, e magari commentata, non può avere alcun ricasco sul pensiero collettivo. Probabilmente può avere un’utilità puntuale – ma la medesima, in assenza di dati, mi sembra sempre meno evidente, non fosse altro per il fatto che Facebook progressivamente chiude i rubinetti della generazione di traffico al proprio esterno e vuole trarre progressivamente più profitto dalla necessità del singolo di avere visibilità.

Effetto Procopio

Avete presente quel riflesso condizionato che ti porta, una volta che hai letto qualcosa (adesso accade prevalentemente sui social network, un tempo accadeva sui blog), a commentare e scrivere la tua? Quella cosa che ti fa perdere tempo? Che ti fa dire cose che volevi, forse, conservare per la tua intimità, o comunque che fa sì che poi devi precisare perché ti senti travisato, e si va avanti verso un loop infinito finché tu non dici basta perché poi scopri che c’è sempre qualcuno che ha più energie da spendere di te, in una conversazione del genere?

Bene. Primo: pensate a quanto tempo si perde, a quante energie, a quanto questo tipo di cose sia catalizzatore di forze e afflati che andrebbero diretti altrove – ovunque, a dire il vero – con maggior successo o utilità o soddisfazione.

Secondo: quel riflesso lì ha un nome. Si chiama effetto Procopio.

Ghost spam is free from the politics: keyword spam su Analytics

«Ghost spam is free from the politics, we dancing like a paralytics»: se trovate questa frase piuttosto curiosa fra le “keyword” registrate dal vostro account Google Analytics come parola chiave fra dimensioni secondarie del traffico organic, quindi proveniente da motori di ricerca, non siete impazziti e non avete alcuna pagina sul vostro sito che contenga questa curiosa frase.

Ma allora cos’è quel «Ghost spam» eccetera? Semplicemente, state ricevendo traffico da un referral spam che, in qualche modo, agisce in maniera tale da simulare una ricerca su un motore di ricerca e successivo click verso il vostro sito. Cioè, fa credere ad Analytics che qualcuno sia arrivato sul vostro sito cercando «Ghost spam» eccetera.

Insomma, è traffico spam.

«Ghost spam is free from the politics, we dancing like a paralytics» è stata registrata, come keyword, per la prima volta il 27 agosto 2015, quindi è relativamente recente.

Ecco un altro paio di keyword che sono state utilizzate e di cui si trovano testimonianze nei siti, perlopiù anglofoni, che si occupano della questione: vitaly rules google e google officially -recommends ilovevitaly.com search shell.

Keyword spam Google

Io ne ho due su tre. Niente male.

Di solito, però, quando si parla di referral spam, la simulazione di traffico organico è più rara. Più di frequente, dalla fine del 2014 in poi, si registra traffico proveniente da referral “sospetti” (cosa che merita un capitolo a parte. Qui limitiamoci a dire che sono referral che non vanno mai visitati, beninteso).

Secondo alcuni, questo tipo di traffico diretto ai nostri siti potrebbe essere una delle tante tecniche di negative SEO. Secondo Botcrawl.com, invece, questo tipo di spam non creerebbe, problemi al posizionamento dei nostri siti. Che di fatto non vengono visitati realmente, peraltro (almeno quando si parla di finte visite organiche. In altri casi, la visita viene invece effettuata). Ma di sicuro le keyword spam “gonfiano” i numeri su Google Analytics. Il che può essere un problema, anche se lo scopo di generare questo tipo di traffico non è ancora del tutto chiaro.

Come posso bloccare la keyword spam in Analytics?

Vale per «Ghost spam is free from the politics» ma anche per qualsiasi altra doveste individuare: si utilizza un filtro Analytics (dal momento della sua creazione in poi, però, non potrete più verificarne il comportamento, almeno per la “vista” per cui l’avrete creato, ovviamente. Quindi sarebbe meglio mantenere sempre una “vista” di Analytics senza alcun filtro).

Per creare il filtro, dal pannello di Amministrazione si seleziona Tutti i filtri, se ne aggiunge uno nuovo, così.

Rimuovere keyword spam analytics

Si sceglie un nome facile da identificare e da ricordare (ad esempio “Filtro spam keywords”), poi Filtro personalizzato –> Escludi –> Termine della campagna –> “Ghost spam is free from the politics”

Quindi si salva.

Come posso bloccare in generale questo tipo di spam?

Al momento in nessun altro modo, a quanto pare.

Giornalismo, video, foto, omicidi e morte

Giornalismo foto video morti

La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica.André Bazin

Quali sono i limiti del giornalismo a proposito di video e foto che abbiano a che fare con la morte? Non mi riferisco, naturalmente, a quello che si trova sulle carte deontologiche, ma alla quotidianità, alla sensibilità personale, alle scelte che sono rimesse alla discrezionalità del singolo. Alla realtà che spesso supera la fantasia (e anche le carte deontologiche).

Ho letto molto, in questi giorni, a proposito della pubblicazione o meno del video dell’assassino della Virginia. In particolare, è interessante la conversazione fra Valigia Blu e Repubblica (nota: ci sono molti link, tutti da seguire, nella risposta di Valigia Blu): è positivo che si ingeneri un dibattito su queste tematiche, per quanto di nicchia.

Su Blogo, la testata online che dirigo, abbiamo deciso di non pubblicare il video, dopo una consultazione in redazione (durata pochissimo, a dire il vero). Eravamo tutti d’accordo. Ne ho scritto qui.

Se ne parla anche su un gruppo su Facebook di giornalisti (relativamente a questo pezzo di Antonio Rossano su Culture Digitali).

La notizia – Secondo molti, la notizia non era l’omicidio in sé, né la sua premeditazione, né la pianificazione, ma il fatto che l’omicidio sia stato filmato e poi pubblicato dall’assassino sui social network. È possibile che sia così, da un certo punto di vista: questo significa ammettere che se l’omicidio fosse avvenuto con modalità “tradizionali”, non sarebbe una notizia da taglio alto. È il caro vecchio esempio dell'”uomo morde cane”. Infatti, Razzi, nella sua risposta a Valigia Blu, scrive: «Il video (ripeto: non pubblicato integralmente) è la notizia (dovesse ricapitare, probabilmente non sarà più una notizia e quindi non lo pubblicheremo)».

Comprensibile punto di vista. Ma il fatto che la notizia sia ritenuta l’esistenza delle immagini, e non l’omicidio in sé, fa parte di un processo di spettacolarizzazione del giornalismo.

La sensibilizzazione – Per altri, invece, pubblicare questo tipo di video sensibilizza. e assuefazione che progressivamente fa perdere di valore e significato alle notizie. Duecento migranti morti in mare oggi non sono meno gravi di duecento morti tre anni fa. Eppure il tritacarne del mercato [il termine non è scelto a caso] giornalistico fa sì che ci si abitui facilmente a questo tipo di cose. Non mi sembra di vivere, dopo anni di società dello spettacolo applicata al giornalismo, in un mondo più sensibile all’altro.

No censura – C’è anche chi dice che pubblicare queste immagini sia necessario e giusto perché l’informazione deve essere libera. Ma il punto in gioco non è questo. Qui si parla di scelte, non di censura. Quel video si poteva reperire in ogni caso: era a disposizione di chiunque volesse vederlo per soddisfare la propria curiosità – qualunque fosse la sua origine.

Scelta imprenditoriale – Anche se da Repubblica negano che si sia pubblicato quel video per motivi legati ai click (o ad altre metriche, come ad esempio il tempo di permanenza), può essere una scelta quella di monetizzare anche su temi simili.
Ad un certo punto, nessuna delle grandi testate italiane aveva più il filmato pubblicitario davanti al video, per esempio. Meno male. Ma pubblicare questo video può far parte di una strategia a lungo termine per incrementare il proprio pubblico.

Sinceramente non credo che sia così: ci sono fatti che basta raccontare e poi linkare alle fonti originarie, se si fa la scelta di non incorporare determinati materiali nei propri articoli. Quanto alla pubblicità: al NYT per esempio hanno una tag per gli annunci pubblicitari che li rende invisibili in caso di tragedie (la scelta, ovviamente, è umana).

Le medesime considerazioni valgono anche per la foto di Aylan, il bimbo di 3 anni morto annegato mentre cercava di raggiungere Kos con un gruppo di migranti. La sua foto si trova ovunque (in merito, ecco l’editoriale di Calabresi che su La Stampa ha deciso di pubblicare la foto). Qui la differenza fondamentale è che il fatto non è “privato” (come un omicidio, anche se mandato in onda in diretta) ma è un evento che fa parte di un fenomeno più ampio. In questo caso, però, mi sembra valgano le medesime considerazioni di cui sopra.

«Nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza», scrive Calabresi, annoverandosi fra la schiera di coloro che pensano, forse sperano di poter davvero sensibilizzare. Forse, in fondo, spero che abbia ragione lui. Ma non credo che sia così.

La conversazione prosegue anche sul gruppo Facebook Media, comunicazione e giornalimo.