Abbiamo un problema

Schermata 2015-08-25 alle 21.48.06 Siamo tutti concordi nel dire che ci sono problemi nel giornalismo nostrano.

Sarà lo storytelling, sarà tutto il resto. Saranno le parole inglesi capite male e usate a sproposito. Sarà tutto quel che volete.

Ma anche questa roba qui, questo modo di trattare la politica da parte del giornalismo italiano, è un problema. Un grosso problema, che per vent’anni e più non abbiamo avuto il coraggio di vedere perché il tifo accecava.

Il problema va affrontato, con coraggio e a testa alta e chiamando le cose con il loro nome. Il test “Scopri quanto Matteo Renzi c’è in te” su una testata come l’Espresso non è un modo per alleggerire.

È tremendo.

Trova le differenze

Nonostante il feticismo per l’oggetto cartaceo e quel luddismo che mi assale quando penso ai sostituti del libro, nonostante i miei pregiudizi, nonostante farlo mi dolga come se mi amputassi un arto da solo, devo ammettere che non mi sembra esistere alcuna differenza apprezzabile fra l’esperienza di lettura su carta e l’esperienza di lettura su carta elettronica. Non sono meno attento quando leggo su carta elettronica; non mi ricordo “di meno” quel che ho appena letto; non ho alcun disagio apparente, anche se non posso sfogliare; la funzione di annotazione mi sembra particolarmente utile. Ora vado ad accarezzare uno a uno tutti i miei libri veri. Ma andava detto.

Il fottuto tutto-quanto

Luca Sofri ha scritto sul suo blog un pezzo dal titolo “Il fottuto storytelling“. In questo pezzo, il direttore de Il Post dice (riassumo, con stralci, nessuno me ne voglia, si può sempre seguire il link per leggere il pezzo integralmente) che:

«Le ragioni per cui la scrittura giornalistica italiana è diventata – nella sua parte maggiore e più vistosa – così povera, banale, conformista e così poco “giornalistica” sono, pare a me, fondamentalmente due. Una è una necessità sempre più pressante e trasparente di chi scrive di manifestare se stesso attraverso la scrittura […]. Poi c’è un’altra deriva […]: è il fottuto storytelling […] il fottuto storytelling è traboccato là dove ha ribaltato un’essenza stessa che era completamente opposta: quella della ricostruzione più fedele possibile della realtà e del mondo così come sono. Il giornalismo. Il campo della scrittura in cui la storia, nella sua grande sostanza, c’è già. […] come se l’antica pratica del giornalismo narrativo e dei reportage non avesse una ragione per essere applicata con sapienza solo rispetto a determinate occasioni e tipi di storie».

Mi permetto qualche considerazione in merito.

Storytelling è un anglicismo. La maggior parte degli anglicismi vengono utilizzati a sproposito nella lingua italiana. Non servono. E chi li utilizza a sproposito andrebbe psicanalizzato perché generalmente li utilizza perché fa più fico, nella migliore delle ipotesi. Oppure perché ha capito male il significato. Oppure per mascherare la propria impreparazione. O per tutte queste cose assieme. In questo senso, storytelling è solo uno degli anglicismi che sta fottendo il giornalismo italiano (e molto altro).

Storytelling è una parola di moda (o lo è stata). Se volessi dirlo con un anglicismo, direi che è una buzzword. Lo è come lo sono (o lo sono state) viral, data journalism, fil rouge, influencer, hacking, conversation marketing, millennials, buzzword (sì, anche buzzword è una buzzword), membership, premium, social,freemium, native advertising […] (aggiungere a piacere). Come tale, è solo una delle tante parole di moda che stanno fottendo il giornalismo italiano. Si noti, fra l’altro, che la maggior parte delle parole di moda sono anche anglicismi (o comunque forestierismi). Le due cose sono strettamente legate. Spesso, se le parole di moda si traducono, esse si svelano nel loro significato e svelano anche il tradimento che contengono nel loro uso a sproposito;
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Università italiana e giornalismo

Se si cerca su Google “bocconi qualità“, il primo risultato offerto dal motore di ricerca è un pezzo di uno dei blog de Il Fatto Quotidiano del 2012. Il pezzo si intitola “Università, la finta eccellenza della Bocconi” e linka parecchie ricerche, classifiche e compagnia cantante, tutte da leggere. Il pezzo inizia così: «Uno dei problemi che caratterizzano il dibattito pubblico sull’università e la ricerca è l’uso intenzionale di dati ed informazioni che deformano la realtà». Non ditelo a Stefano Feltri.

Giornalismo del futuro: servizi e alto valore aggiunto

Come si salva il giornalismo? Forse non ha bisogno di essere salvato: è vivo e vegeto e rimarrà tale finché ci sarà un pubblico con storie da raccontare. La domanda, probabilmente, è differente. Qualcuno potrebbe chiedersi: come si salvano i giornali? Nel loro concetto monolitico, e con il loro modello di business attuale, la risposta è: non si salvano. Bisogna cambiare.

Altri potrebbero chiedersi: come si salvano i giornalisti? Qui la questione diventa più interessante. “Si salvano” va inteso qui in forma attiva, non in forma passiva. D’altra parte, non si può sperare che una forma passiva si tramuti in azione.

In altre parole, come si salva la professione? Aspetto con molto interesse il lavoro di Pier Luca Santoro, che sta scrivendo I giornali del futuro, il futuro dei giornali, e nel frattempo metto qui in fila alcune riflessioni derivanti dalla pratica personale. Non c’è nulla di particolarmente originale, probabilmente, né ricette magiche: cerco di mettere in fila un po’ di buon senso e di lanciare qualche spunto per il futuro.

Appiattimento: la ricerca disperata di “volume” dei click ha appiattito drasticamente la varietà d’offerta del giornalismo online: le homepage dei giornali online finiscono per assomigliarsi tutte.
Ossessione social: la convinzione che il social debba essere utilizzato solamente come veicolo di traffico e non anche per personalizzare la propria testata, caratterizzandone la presenza su uno o più social network in maniera inequivocabile ha trasformato quella del social media manager in una “missione” sempre volta al volume, abbattendo la qualità del lavoro e facendo sì che si sottovalutassero la professionalità e l’esperienza giornalistica necessarie per gestire le pagine social di quotidiani o grandi testate.
Tempo e click: per scegliere di cliccare e per scegliere di dedicare il mio tempo a una lettura ho bisogno di avere fiducia nella fonte. Questo meccanismo, a lungo termine, è destinato a riguardare tutto il pubblico di lettori, che prima o poi ricomincerà a scegliere. Perché dovrei sprecare 3, 10 minuti, o magari anche 30 secondi che non mi torneranno più indietro? Che saranno perduti per sempre? Il clickbaiting è una pratica destinata a un lento ma inevitabile declino.
Modelli: tanto traffico, tanti inserzionisti. Modello vecchio, ma a lungo andare (nemmeno troppo lungo) destinato al declino per molte ragioni (e, no, non è solo colpa di AdBlock).
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Castelli di sabbia

È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo?L'idiota, Fëdor Dostoevskij

Un anno fa, mia figlia si sedette in un castello di sabbia abbandonato: rideva, guardando le torrette e i muri intorno a lei. Poco dopo arrivò un altro bimbo e distrusse a calci il castello di sabbia. Mi sembrò una rappresentazione, tremendamente realistica, di quel che succede con certi edifici che sarebbero più che sufficienti per dare dimora ai senzatetto. In Italia, l’invenduto è pari a 540mila abitazioni [Il Sole 24 Ore, 2014]. Più difficile scoprire quanti siano i senzatetto: chissà come mai. Forse è un dato scomodo? Tant’è, a Milano sono oltre 2600 [Lavoce.info. Il dato è del 2013 e nelle tabelle si nota come il numero sia in crescita notevole]. A Roma sono oltre 3200 [West-info.eu]. In tutta Europa, per avere un’idea del fenomeno sono stati stimati in circa 3 milioni (ma era il 2004. La stima era del progetto Unhabitat, e il numero è sicuramente in crescita).

È vero, era solo un castello di sabbia. Ma a volte ritornano.

Oggi è capitato questo. Avevamo costruito un castello di sabbia. Cinque torrette, un fossato intorno, un ponte, una specie di laghetto. Poi siamo tornati in casa. Mia figlia ha dormito, io ho lavorato. Quando si è svegliata, le ho chiesto, con mia moglie: «Chissà se ritroviamo il castello di sabbia». Nostra figlia ha risposto: «Boh». E io le ho detto: «Be’, se non lo troviamo, lo rifacciamo, va bene?»

Siamo scesi in spiaggia e il castello che avevamo lasciato era cresciuto ed era stato abbellito. Un altro muro, una montagna, delle palme, una pianta, alcune casette, campi coltivati.

Un anno dopo l’episodio dell’occupazione-distruzione, non ho potuto fare a meno di pensare anche questa volta alla potenza metaforica di questo evento, di per sé insignificante: sappiamo bene che le cose accadono non in virtù di un disegno o per indicarci una via o per avere un significato. Accadono, e basta. E i significati li attribuiamo noi. E le coincidenze non esistono.

Però oggi è successo questo, in definitiva: è successo che abbiamo lasciato qualcosa di fatto da noi, lo abbiamo trovato migliorato.

Certo, nel nuovo castello di sabbia c’erano cose che io non avrei messo, ma c’erano tutte quelle che avevamo lasciato.

È così che dovrebbe funzionare la collaborazione sociale che immagino.

Una collaborazione non distruttiva, non competitiva: ciascuno mette in comune qualcosa di proprio per contribuire a fare qualcosa di bello, di diverso, di altro. Insieme. E poi lo lascia lì, a disposizione degli altri. E quando ne ha bisogno torna a usarlo e, quando può, a dare il proprio contributo.

Dovrebbe essere un principio alla base della collaborazione fra chi non si è seduto dalla parte dei vincitori. Peccato che noi vinti ci siamo cascati, facili vittime della trappola che si nasconde nel denaro, nel dare a tutto un valore economico. Il marketing politico ci ha convinti che il nemico è fra di noi. La narrazione di massa ha svuotato le parole dei loro significati, ha piallato la nostra immaginazione: non potremo mai avere un castello, figurarsi se possiamo metterci a costruirne uno insieme agli altri. Figurarsi se possiamo fidarci.

Sì, d’accordo. Anche questa volta era solo un castello di sabbia.

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[Nella foto, il castello di sabbia dopo l’intervento degli sconosciuti che lo hanno fatto crescere e migliorato. È una storia vera]

Il giornalismo sotto i piedi

Esce il pezzo di Scanzi sul Fatto Quotidiano (sì, sempre quel giornale lì che aveva come linea editoriale la Costituzione italiana, avete presente?), con tanto di gallery fotografica di piedi. Perché, dice Scanzi, «L’Italia è vittima di un’invasione. No, non degli immigrati: delle scarpe aperte senza tacco. Un’autentica sciagura estetica».

Poi parte il dibattito. Sul serio.

Un pezzo su un blog del Fatto (vuoi non cavalcare la cosa?)

Gea Scancarello che, su Lettera 43, gli dà – a Scanzi – del maschilista snobista.

Giuseppe Cruciani che dà ragione a Scanzi su Twitter.

Libero che riprende il pezzo di Scanzi.

Paola Bacchiddu che pubblica su Facebook foto dei suoi piedi in infradito dicendo che le donne sopportano orrori da parte degli uomini. In silenzio.

Ciao Andrea Scanzi.Sapessi quanti orrori maschili dobbiamo sopportare noi, eppure stiamo zitte.(Grazie a Francesca Romana Gallerani Pozzo).

Posted by Paola Bacchiddu on Wednesday, August 12, 2015

Infine, su Cosmopolitan Maria Elena Barnabi cita (quasi) tutti qui sopra – o almeno le loro tesi – e spiega perché gli uomini sono feticisti dei piedi. Quest’ultimo è, fra gli interventi sopraccitati, il pezzo migliore. Anche se, mi permetto di far notare, considerare le chiavi di ricerca su Google per “piedi” e “tette” per dimostrare che il feticcio del piede è in aumento fra gli uomini non è proprio scientifico (che so, si potrebbe cercare “piedi” su Google anche per ragioni non sessuali, per dire. Potrebbero essere donne a cercarlo, e via dicendo).

Odio l’estate. Ma le altre stagioni non va meglio.

Dove ci vediamo a ottobre?

Diamo un’aggiornata agli incontri.

Sabato 3 ottobre 2015, Prato, Digit 2015
Periscope, narrare gli eventi in diretta tv, con Alberto Puliafito e Guido Scorza
Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere con Enzo Iacopino, Luigi Cobisi, Pino Rea, Alberto Puliafito, Marco Giovanelli, Raffaele Lorusso

Venerdì 9 ottobre 2015, dalle 9 alle 18 c/o Tempio di Adriano – Piazza di Pietra, RomaCome si progettano, cosa ci si mette, come si gestiscono e come si promuovono. Oltre al sottoscritto, docenti: Massimiliano Lanzi, Davide Mazzocco, Pier Luca Santoro. Il corso è a pagamento, 100 reuro + IVA. Dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di Centrostudi Giornalismo e comunicazioneLink Sigef]

Martedì 13 ottobre 2015, dalle 9 alle 18 c/o Primopiano, via Rabolini 13, Milano – Giornalisti-imprenditori e nuovi modelli di business. Corso valido per la formazione continua dei giornalisti. Il corso è a pagamento, 90 euro + IVA, e dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di PrimopianoLink Sigef, occorre iscriversi su entrambe le piattaforme]

Venerdì 16 ottobre 2015 (e dunque non più sabato 17)>, dalle 9 alle 18 c/o Primopiano, via Rabolini 13, Milano – Teorie e tecniche SEO, corso valido per la formazione continua dei giornalisti. Il corso è gratuito, ma è al completo. Dà diritto a 8 crediti [Link sul sito di Primopiano – Link Sigef]

Domenica 25 ottobre 2015, ore 18.30, Bookcity, Milano, spazio Ansaldo Quale futuro per il giornalismo online?. Con Andrea Daniele Signorelli, Jacopo Tondelli, Giacomo Giossi, Alberto Puliafito