Il 21 aprile di Google e Facebook

21 aprile 2015, una data che in molti si erano segnati da tempo sul web.
Google aveva annunciato da tempo la modifica dell’algoritmo per premiare i siti “mobile friendly”, ovvero ottimizzati anche per la connesione in mobilità.
Ci si è messo anche Facebook che – opportunamente, dal suo punto di vista – ha pensato bene di riequilibrare, lo stesso giorno, il rapporto, nel flusso delle notizie di ciascun utente, fra aggiornamenti provenienti da profili privati e aggiornamenti provenienti da pagine. Il che avrà senz’altro fatto drizzare le antenne a chi di pagine si occupa soprattutto per veicolare traffico sui propri siti. A pensar male, verrebbe da chiedersi se la mossa non sia stata pensata per intercettare le preoccupazioni per il cambio algoritmico di Google e per incentivare ancora di più il pagamento per promuovere i propri contenuti sul social network.

Le due modifiche, i cui impatti come al solito si potranno valutare nel tempo, andavano perlomeno annotate. Ciò detto, vale sempre il solito discorso: Facebook e Google apporteranno sempre “modifiche” secondo le loro logiche di aziende private. Inutile provare a inseguirli. Bisogna anticipare. Come? Da queste parti lo si ripete anche troppo spesso: prendendosi cura dei propri utenti, tenendoseli stretti.

Come al solito.

[Da leggere:
​1 Day After Mobilegeddon: How Far Did the Sky Fall?, di Peter J. Meyers su Moz.com
How Google’s Evolution is Forcing Marketers to Invest in Loyal Audiences – Whiteboard Friday, di Rand Fishkin su Moz.com (nota importante a scanso di equivoci dovuti a letture frettolose: quest’ultimo pezzo non significa che la SEO sia morta, ma allarga il discorso)]

Millennials, una buzzword

Millennials è una buzzword.
Del resto, anche buzzword è una buzzword.

Se vogliamo dirlo in altre parole, millennial (in italiano il plorale perde la “s”) è una parola di moda. Lo dimostrano anche i panel ad essi dedicati all’International Journalism Festival (Media-making millennials: #werunthis, Mobile e millennial: chat apps, emoji, nuovi format video, Giovani, laureati e disoccupati: come la disoccupazione giovanile in Europa sta cambiando i Millennial, La caccia ai Millennial: cosa sta funzionando?) e le numerose ricerche che escono in merito.

Perché la generazione millennials (diversamente da quanto si potrebbe pensare, identificata con i nati fra il 1982 e i primi anni del 2000) è così di moda, soprattutto fra giornalisti e addetti ai lavori dell’editoria online? Perché sono il “nuovo pubblico” cui rivolgersi, quello da acchiappare.

E, sì, anche solo scriverne così, capirete bene, è già un passo sulla via dello sconforto e fa capire perché sia solo una buzzword.

Orientarsi ad acchiappare i millennials è di nuovo l’errore di massificazione che stigmatizzava, proprio qui all’International Journalism Festival, Jeff Jarvis – fra grandi applausi – in una partecipata e riuscitissima conferenza, ed è nuovamente una dichiarazione di guerra alla nicchia. Oltre a essere la dimostrazione che la lezione della specializzazione e del fare meglio degli altri almeno una cosa, del dedicarsi all’ascolto delle comunità cui ci si riferisce per offrire loro un prodotto che è prima di tutto un servizio, non verrà capita.

I millennials sono una macrocategoria. L’unico modo per non trattare questa macrocategoria come l’ennesima parola di moda che sentirete ripetere alla nausea nelle prossime riunioni aziendali da qualche espertone di marketing è studiare attentamente le relazioni corpose che ne illustrano il comportamento sul web, con le app, con gli smartphone e che spiegano – certo, in maniera generalista – come si approcciano al mondo delle notizie e della comunicazione.

Si scoprirà, per esempio, che usano le mail (e quindi è una buona idea fare newsletter. Ecco perché abbiamo fatto Slow News). Si scoprirà che, sì, usano i social network ma come? Scrollando il feed. Poi per approfondire usano altri metodi (motori di ricerca, fonti di cui si fidano). Si scopriranno un sacco di cose che, tutto sommato, si potrebbero già sapere o intuire, se solo ci si guardasse un po’ intorno con la medesima curiosità del lettore/utente, millennials o meno.

Si scoprirà anche che un sacco di altre buzzword sono già diventate stereotipi. O forse addirittura balle. O forse lo sono sempre stati. O comunque, sono state gonfiate a dismisura senza capirle veramente, e facendo perdere loro il significato che hanno realmente, come tutti i termini che diventano di moda e che poi si svuotano di senso.

Catturare il pubblico dei millennial non significa niente.

[Da leggere (lungo, approfondito, interessante): How Millennials Get News: Inside the habits of America’s first digital generation]
L'andamento della ri
L’andamento della ricerca della keyword su Google Trends

Il giornalismo non è morto. Ma cerca di suicidarsi online

click-impiccata

Il giornalismo non è morto. Non morirà finché ci saranno notizie e storie da raccontare. Non morirà finché ci saranno persone che vorranno raccontarle e persone che vorranno leggerle, ascoltarle, vederle. Non credo si possa prescindere da questo punto di partenza.

Sia chiaro: personalmente, credo che anche la carta non sia affatto morta ma che si dovrà sempre più specializzare. Niente di nuovo: lo scriveva Philip Phelan addirittura nel 2008. E credo fortemente che la specializzazione sia un punto di forza anche online (viva la verticalità e le nicchie, per capirci).

Da qui a dire che la situazione del giornalismo online italiano sia rosea, però, ce ne corre.

In una spasmodica rincorsa all’ultimo click, le testate sul web tentano disperatamente di attirare i lettori e gli utenti con strategie di breve o brevissimo periodo, senza più cercare di fidelizzarli. È una gara ad accaparrarsi quanto più possibile, subito. Spesso con pratiche – in particolar modo sui social network – che mettono a repentaglio l’immagine stessa di una testata.

Oggi, Gabriele Capasso ha scritto questo sul suo profilo Facebook, prendendo le mosse da una condivisione “social” decisamente “ardita” da parte del Fatto Quotidiano.

giornalismo online FQ

Il 23 settembre 2009 uscì il primo numero del Fatto Quotidiano, nell’editoriale del direttore Padellaro si leggeva: «Ci chiedono: quale sarà la vostra linea politica? Rispondiamo: la Costituzione della Repubblica».
Il 13 aprile 2015 si legge che Calico Bombshell, la 22enne di 190 kg con una dieta tutta pizza e Coca-Cola e che ama spogliarsi in webcam ha una specialità: «strofinare la pancia sull’obiettivo».

L’editoriale di Antonio Padellaro cui fa riferimento Capasso è ancora online.

Se pensate che sui social valga tutto, allora probabilmente la vedete come il social media manager del Messaggero. Che, a un utente che si lamentava per l’ennesima condivisione acchiappa-click, rispondeva così:

«Questo non è Il Messaggero. Questa è la pagina Facebook del Messaggero. […] Se vuole solo news selezionate compri il giornale invece di informarsi su Facebook che non è un giornale ma un social network»

Quanti problemi da analizzare, in una sola frase, dal punto di vista del sottoscritto. E forse anche dal vostro, se siete arrivati da queste parti a leggere. L’identità di un marchio, di una testata, dovrebbe essere tale ovunque. Quindi anche su Facebook, per esempio. E poi, chi l’ha detto che sul giornale da comprare le notizie sono selezionate? Con tutte quelle pagine che si devono riempire, avrei comunque qualche dubbio.

Certo, c’è questo fatto che online ci sono le metriche che ti fanno misurare il numero di lettori di un pezzo: è un fatto del tutto inedito per i giornalisti abituati a confrontarsi solamente con le vendite della loro testata e non con i lettori del proprio pezzo. Ma le metriche sono tante (c’è anche il tempo di permanenza, per esempio. C’è la frequenza di rimbalzo. C’è la fidelizzazione degli utenti) e non ci sorprenderà scoprire che un pezzo sul famigerato video intimo di Belen ha fatto più click di un’analisi geo-politica sull’Isis. Ma cosa ce ne facciamo di tutti quei click, una volta che li abbiamo ottenuti?

Non solo: se gli utenti cominciano a lamentarsi è perché, evidentemente, non ne possono più della massificazione e dell’uniformazione, chiamiamola pure della buzzfeedizzazione della maggior parte delle testate italiane online. Buzzfeed c’è, esiste, è una realtà, ha una sua linea ben precisa e riconoscibile. Ma è Buzzfeed, appunto. A che serve che Repubblica e Corriere, per dire, ripropongano i 39 motivi per non venire in Italia proposti da Buzzfeed? Sul Guardian, sul New York Times, non le trovate le listine (con numeri rigorosamente non tondi perché così è più accattivante il titolo), c’è poco da fare. Ed è proprio questo il momento in cui differenziarsi e investire sul medio e lungo periodo. Prima che il lettore si stanchi definitivamente.

Perché l’altra faccia della medaglia di questa corsa alla massa è un progressivo deterioramento della professione giornalistica:

– notizie date appena possibile, senza verifica alcuna;
– il confine fra il vero e il falso diventa il verosimile. Se una storia è verosimile, ormai, vale la pubblicazione. Poi al massimo si ritratta oppure la si fa cadere nel dimenticatoio (per dire: che fine ha fatto il video visto da Paris Match e Bild?);
– notizie deformate dal titolo (che poi influenza tutto il resto)
– titoli che deformano qualsiasi tipo di “studio” per trasformarlo in qualcosa di “incredibile”, “sconvolgente”, “commovente”:
– eccesso di straordinarietà (e dunque normalizzazione della medesima. Se tutto è straordinario, non lo è più nulla);
– danni progressivi e permanenti al pubblico, che progressivamente perde l’abitudine all’approfondimento, in un circolo vizioso.

Questa ricerca spasmodica di click a ogni costo finirà per far male al giornalismo tutto. Anzi, lo sta già facendo da tempo: fa male ai professionisti, fa male agli editori, fa male al pubblico. Vista la premessa, devo per forza ribadire che il giornalismo troverà il modo di rinnovarsi e di reinventarsi, perché il pubblico c’è e le storie da raccontare anche. E gli strumenti offerti dal web, dalle app, dai social network, se usati bene, diventano una ricchezza per il giornalismo stesso.

Per il momento, però, i protagonisti del giornalismo online in Italia stanno facendo di tutto per impiccarsi all’ultimo click.

[La vignetta è un gentile omaggio di Mauro Biani] [Da leggere anche:

News on paper needs a rethink, Philip Phelan, The Australian, 22 maggio 2008
Il giornalismo è morto: dai contenuti per far traffico, a quelli completamente falsi, Davide Tagliaerbe Pozzi, il Tagliaerbe, 8 luglio 2014
Spacchettare o morire, Pier Luca Santoro, DataMediaHub, 19 marzo 2015
Print isn’t dead – and we hope to prove it, Erik Jensen, The Guardian, 21 novembre 2013
Il medio dei media, Alberto Puliafito, TvBlog (Blogo.it), 2 aprile 2015
Obama is wrong. Traditional journalism isn’t dead, di Danny Hayes, Washington Post, 4 agosto 2013
Mondi paralleli, di Luca Sofri, 12 aprile 2015, Wittgenstein.it
Il giornalismo delle cazzate, di Massimo Mantellini, 2 marzo 2015, Manteblog.it
Post industrial journalism: Adapting to the Present, di Chris Anderson, Emily Bell, Clay Shirky, 3 dicembre 2014, Tow Center For Digital Journalism
Periscope ucciderà il giornalismo?, di Giuliana Grimaldi, 30 marzo 2015, ReMedia]

Shockjournalism, c’era una volta

Tanto tempo fa, mentre, insieme ad altri media-attivisti, mi occupavo del terremoto a L’Aquila, registrai il dominio Shockjournalism e coniai il termine, ispirato da conversazioni al 3e32, con Janos e molti altri. Si parlava, fra l’altro, di The Shock Doctrine. E allora venne fuori shockjournalism.

Che, badate bene, non voleva essere sinonimo di sensazionalismo. Anzi. Ecco la definizione che proponemmo:

shock journalism [ʃɒk dʒɜːnəlɪzm]

1. situazione in cui si trova l’informazione in seguito ad un evento traumatico (catastrofi naturali, sociali, economiche, guerre). La comunicazione è frammentata o addirittura interrotta. Emergono pseudo-giornalismi embedded o scandalistici.

2. metodo di analizzare e documentare il seguito di un evento traumatico (es. la gestione dell’emergenza). Si (ri)costruiscono reti informative dal basso e indipendenti. La comunicazione è condivisa. Si analizzano i meccanismi e gli ostacoli di trasmissione e circolazione delle informazioni e le tecniche per il controllo delle stesse.

Uno dei prodotti di questo shockjournalism è Comando e controllo, un documentario con il quale si analizzavano l’uso e l’abuso della decretazione dello stato d’emergenza, partendo dal caso specifico del terremoto aquilano e della sua gestione per arrivare alle sue più estreme conseguenze.

Il progetto di shockjournalism è fermo, il che non significa che sia “morto” come concetto. Anzi: mi rendo conto che ogni volta che scrivo in maniera approfondita di qualcosa, cerco di farlo come “reazione” all’emergenza, con gli anticorpi che quell’esperienza mi ha fatto conquistare. E dunque, ecco come quell’esperienza ha influenzato il mio lavoro su Blogo e nel giornalismo in generale: moratorie dello shock, attenzione alle fonti, lotta a certi titoli, condizionali e pacatezza anche nella fretta, rispetto delle norme giornalistiche ma anche di quelle del buon senso, offerta di risposte alle domande del lettore attraverso tutti i canali possibili e immaginabili, il lettore, l’utente in generale come motore primo del lavoro giornalistico, tutte le volte che è possibile (si spera sempre di più), l’esigenza di recuperare qualità (da cui Slow News, che è un po’ un’evoluzione lenta di shockjournalism).

C’era una volta shockjournalism, e c’è ancora.

Nell’immagine, il pezzo che Giampaolo Colletti pubblicò su Nòva24 nel 2009 parlando della mia esperienza a L’Aquila, insieme a quelle di altri filmmaker. Qui il pezzo integrale in pdf.

Shockjournalism

Ricongiungimento professionale giornalisti pubblicisti – Odg

Per dare seguito al mio percorso professionale, ho deciso di intraprendere il percorso che mi consentirà di effettuare il cosiddetto ricongiungimento professionale. E cioè di vedere riconosciuto il mio lavoro come giornalista e di poter dunque sostenere l’esame per essere considerato un giornalista professionista anche dal punto di vista formale.

In questo spazio, una sorta di diario della mia esperienza in tal senso.

Giornalista Pubblicista

Sono giornalista pubblicista dal 2001 e sono dunque al mio quattordicesimo anno nell’albo. Mi sono iscritto all’Ordine dopo anni di collaborazione con Zai.net. Ricordo ancora con piacere l’unico stage fatto, a La Stampa, per la precisione a TorinoSette, con Gabriele Ferraris. Quindici giorni in cui ho imparato le basi della quotidianità di una redazione.
Sono approdato a Blogo nel 2005 e ho fondato TvBlog. Blogo è diventato testata giornalistica nel 2006.
Nel 2012, a giugno, sono diventato direttore responsabile della testata. Nel frattempo ho collaborato, a vario, titolo, con Il Fatto Quotidiano (sia come blogger sia come giornalista), con Maxim (storia non bellissima), ho scritto due libri d’inchiesta, Protezione Civile Spa (frutto di una di quelle inchieste in cui ti “consumi le suole delle scarpe”. A L’Aquila ci sono stato quasi un anno, per capirci. Una splendida follia per realizzare anche un documentario interamente autoprodotto dalla casa di produzione che divido con il socio Fulvio Nebbia, Comando e Controllo) e Croce Rossa. Il lato oscuro della virtù.

Ora, la procedura di ricongiungimento professionale, chiaramente normata, mi “consente” di far valere questa lunga esperienza e, in qualche modo, di “riscattarla” e di vederla riconosciuta alla stregua di un praticantato, accedendo alla procedura di ricongiungimento. Che, per me, inizia cambiando iscrizione dall’Ordine regionale Piemonte all’Ordine regionale Lombardia (necessaria, visto che ho cambiato residenza nel frattempo e visto che la mia attività prevalente si svolge in Lombardia).

Trasferimento da un ordine regionale a un altro

La procedura di trasferimento da un ordine regionale a un altro non è gratuita. Bisogna compilare un modulo con marca da bollo da 16 euro e pagare la Tassa di concessione governativa da 168 euro (con un versamento su conto corrente postale all’Agenzia delle Entrate).

Più una tassa di trasferimento da 13 euro che si paga all’Ordine cui ci si trasferisce, all’atto della consegna dei documenti richiesti. Come per tutto ciò che riguarda l’Odg, il consiglio è quello di leggere bene tutta la documentazione che serve e anche di chiamare telefonicamente per avere conferme.

All’Odg Lombardia richiedono, per il trasferimento, la ricevuta in originale del versamento di 168 euro, la domanda di trasferimento debitamente compilata (con la marca incollata), fotocopie del tesserino dell’ordine, del codice fiscale e della carta d’identità.

Come detto, questa procedura riguarda solo il mio caso specifico, visto il cambio di residenza. Una volta fatto ciò, ho avviato la pratica per il ricongiungimento.

Perché voglio dare l’esame da professionista?

Per una serie di motivi. Primo: è una sorta di conclusione di un percorso. Secondo: è una necessità professionale, per evitare la spocchia di chi pensa che essere pubblicista sia meno (ebbene sì) e ti tratta, anche sulla soglia dei 40 anni, anche da direttore responsabile (per carità, di una testata online) come un ragazzino. Accade anche questo.
Terzo: perché la procedura che è stata normata è valida solamente fino al 31 dicembre 2016 e dunque mi sembra importante utilizzare questa finestra temporale, visto che non si sa bene cosa accadrà dopo.

Verosimilmente, visto che non esercito in via esclusiva, poi rimarrò iscritto all’albo dei pubblicisti. Ma intanto avrò segnato un’altra tacca

È un discorso molto vecchio stile, me ne rendo conto. Ma siamo in Italia.

Ricongiungimento professionale giornalisti: il sito

Il sito con tutte le informazioni per il ricongiungimento è questo.

È fatto piuttosto bene, è molto chiaro. Una volta che ci si iscrive, la piattaforma è praticamente identica a quella dei corsi di formazione deontologici offerti dall’Ordine.

Una raccomandazione, però. Per iscriversi e iniziare il corso e i relativi test, occorre comprare dei libri (per un costo di 250 euro). Su uno dei libri c’è il PIN univoco che deve essere utilizzato per il corso. Ecco, non fate la spesa prima di aver raccolto tutta la documentazione, verificato i requisiti, preso appuntamento all’Ordine.

Ricongiungimento professionale: requisiti

Il mio consiglio è, per cominciare, di verificare bene di avere tutti i requisiti. Che possiamo riassumere così (ma per sicurezza guardateveli sul sito ufficiale):

– essere iscritti da almeno cinque anni all’elenco pubblicisti dell’Ordine nazionale dei giornalisti;
– aver esercitato in maniera sistematica e prevalente attività giornalistica retribuita, per almeno 36 mesi negli ultimi cinque anni (di cui almeno 18 mesi negli ultimi tre anni);
– poter dimostrare con documentazione fiscale i rapporti professionali giornalistici esistenti nel periodo di riferimento;
– svolgere attività giornalistica;
– avere una regolare posizione contributiva (si legga: iscrizione all’INPGI);
– poter dimostrare un reddito professionale equiparabile almeno alla metà del minimo tabellare lordo previsto per un praticante con meno di 12 mesi di servizio (c.a. 12mila euro l’anno lordi);
– consegnare al proprio Ordine regionale, entro il 31 dicembre 2016, la documentazione richiesta

Ricongiungimento professionale: i costi

Mettete pure in conto:

150 euro per l’Ordine regionale (il versamento va effettuato solo all’atto della consegna ufficiale all’Ordine di tutta la documentazione richiesta)
250 euro per i libri
400 euro per l’iscrizione all’esame
– viaggi e soggiorni a Roma, almeno due volte, visto che l’esame consiste in uno scritto e un’orale

Fra il corso online e l’iscrizione all’esame, è previsto (cito testualmente dal sito ufficiale) un corso di «8 ore di aula con un programma definito e certificato dall’Ordine regionale». Non ho ancora modo di sapere se sia gratuito (spero di sì, ma temo di no).

Il ricongiungimento: l’appuntamento con il consigliere istruttore

La prima cosa che si deve fare è prendere appuntamento con il consigliere istruttore. Il che significa che bisogna telefonare all’ordine, specificare che si vuole avviare la pratica per il ricongiungimento professionale e fissare l’appuntamento.
Il giorno dell’appuntamento, portate con voi tutta la documentazione (ripeto: non fate versamenti, fino ad allora, né comprate i libri).

Potrebbero proporvi, in sede di appuntamento, un’altra procedura: il riconoscimento del praticantato retroattivo.
Personalmente, ho preferito scegliere la procedura di ricongiungimento perché chiaramente spiegata dall’Ordine, e chiaramente rivolta al mio caso. Non solo: l’iter è chiaro, trasparente e normato.

Ricongiungimento professionale: il materiale da consegnare

All’appuntamento, ho portato all’Odg Lombardia (come richiesto):

– domanda di ricongiungimento debitamete compilata, con marca da bollo da 16 euro
– autocertificazione del titolo di studio
– CUD e fatture che dimostrano i requisiti fiscali e temporali di esercizio della professione (vedi sopra. Un’avvertenza importante: per gli ultimi mesi ancora non inclusi nell’ultimo CUD ricevuto, è necessario produrre una ricevuta dei pagamenti, non sono sufficienti, ad esempio, fatture emesse. Quindi, nel mio caso, ho consegnato poi via mail un estratto conto, nel quale, ovviamente, ho ricoperto con “pecette” tutte le altre operazioni evidenziate)
– certificazione previdenziale (appositamente scaricata e stampata dal sito dell’INPGI)
– una relazione che parla della mia attività giornalistica
– 30 articoli dell’ultimo triennio (perché nel mio caso si tratta di una sola testata giornalistica. Nella documentazione richiesta, si chiedono 30 articoli a testata, qualora i requisiti si dovessero raggiungere mettendo insieme più collaborazioni)

Mi è stato chiesto di ritornare, perché la relazione deve essere firmata da altri giornalisti che collaborano alla testata (nel mio caso, essendo direttore responsabile, l’avevo firmata io stesso, come autocertificazione, ma non è stata ritenuta una procedura congrua) e perché la relazione medesima è stata ritenuta troppo scarna.

L’ho così ripreparata molto più dettagliata e ben impaginata (in sei cartelle), raccontando il mio lavoro, le tipologie di articoli che scrivo, il coordinamento che faccio, le attività SEO, il fatto che ho anche tenuto corsi di formazione che hanno consentito ai partecipanti di maturare crediti per la formazione continua e via dicendo. E l’ho fatta firmare a due dei giornalisti che collaborano con Blogo, una professionista e un pubblicista.

Ho compilato una cartelletta che mi hanno consegnato all’ordine, ho autocertificato anche residenza e cittadinanza e consegnato anche codice fiscale e documento d’identità per le fotocopie (da portare con sé, dunque, anche se non c’è nell’elenco).

Tutta la documentazione, a quel punto, è stata accettata e ho potuto effettuare il versamento di 150 euro.

A questo punto bisogna solo aspettare la conferma da parte dell’Ordine. Quindi si potrà procedere a seguire il corso online e le 8 ore frontali. Realisticamente, penso che finirò il corso online e quello dal vivo in tempo per iscrivermi alla sessione d’esami di ottobre.

Da pubblicisti a professionisti: i libri

Il materiale didattico su cui studiare per effettuare il ricongiungimento si può acquistare da Centro di Documentazione Giornalistica. Il cofanetto si intitola Professionista dell’informazione e comprende tre libri.
Professionista dell’informazione – Corso oline per il ricongiungimento (è il testo che contiene anche il PIN di cui sopra). Gli autori sono Ennio Bartolotta, Pino Bruno, Riccardo Ferrazza, Adriano Izzo, Carlo Guglielmo Izzo, Aldo Loiodice, Giovanni Mantovani, Roberto Martinelli, Filippo Nanni, Stefano Natoli, Giorgio Parnasi, Michele Partipilo, Vincenzo Perone, Fabio Ranucci, Ruben Razzante, Renzo Santelli e Giancarlo Tartaglia.
La deontologia del giornalista; a cura di Michele Partipilo, autori: Franco Abruzzo, Claudio Alò, Mario Bernardini, Dario De Liberato, Francesco De Vito, Elio Donno, Franco Elisei, Roberto Natale, Michele Partipilo, Ruben Razzante, Pierluigi Roesler Franz, Antonio Viali, Marco Volpati
La deontologia del giornalista – Aggiornamento 2014

Ricongiungimento professionale Odg Pubblicisti

C’è chi aggrega e chi no

Traffico testate giornalistiche online

Italia Oggi ha pubblicato un pezzo interessante a proposito dei dati di utenti (secondo le rilevazioni Audiweb) delle varie testate che offrono informazione online, facendo un’importante divisione, che mette in evidenza i numeri provenienti dalla sola testata e quelli provenienti da altri siti, aggregati.

Nella tabella, i dati Audiweb dei primi 10 siti di news a febbraio 2015. I “Tal” sono i siti che hanno “ceduto” il loro traffico alla testata in verde.

Come si può vedere, nei primi 10 posti Blogo.it e Fanpage sono le due testate che “non aggregano”.

Prendersi cura dei propri lettori

Nella sua vita, mio nonno ha fatto pagamenti dilazionati per una cosa sola: i libri. Finita la quinta elementare, non aveva potuto studiare perché in famiglia funzionava così: o tutti o nessuno. A lavorare. Non c’erano mica soldi, in famiglia. L’unica “ricchezza” era di quelle solide, di quelle che oggi cercano di farti credere che non contano più di quelle che le varie bolle immobiliari hanno distrutto e disincentivato: la casa di famiglia, tirata su come si faceva un tempo. Intanto, in Italia c’era il fascismo e poi ci fu la guerra e lui partì per la Russia. Tornò dalla durissima ritirata, dopo aver giurato che non avrebbe mai più guidato in vita sua. Ha mantenuto la promessa per sessantanove anni e ha continuato a comprare libri e a leggerli. E, da autodidatta, a dare ripetizioni di matematica, geometria e analisi matematica a studenti di licei e università.

In uno dei suoi libri – tutti conservati come reliquie – «Il lungo viaggio attraverso il Fascismo» di Ruggero Zangrandi, Feltrinelli, 427-9/UE, Terza edizione, Universale Economica del settembre 1963, 800 lireo, oggi ho trovato questo interno di copertina.

«Caro lettore,
ama la lettura dei grandi scrittori di ieri e di oggi?
preferisce un saggio agile e vivo?
ha bisogno per i Suoi studi o per il Suo lavoro
di una grande enciclopedia
o di altri testi di consultazione?
Quali che siano i Suoi interessi
– la letteratura italiana o le letterature straniere,
la storia, la politica, le scienze,
la filosofia o l’attualità – 
se Lei vorrà sfogliare il catalogo alla fine di questo volume
vedrà che l’Universale Economica
Le offre la possibilità di formarsi con poca spesa
una ricca e moderna biblioteca
per le Sue ore di svago e per la Sua cultura».

C’è forse un esempio più calzante di cosa significhi prendersi cura del proprio lettore? Rapportarsi e rivolgersi a lui?

Oggi, sul web, quel lettore potrebbe addirittura rispondere. E se dovesse farlo, be’, ci vorrebbe qualcuno pronto a leggere la sua risposta, pronto a instaurare un dialogo, con attenzione e con piacere. Sapendo che quella risposta ha un valore immenso. Nel 1963 il lettore non poteva rispondere, ma c’era qualcuno che pensava a lui lo stesso.

È una lezione da introiettare, come tutte le lezioni che affondano le proprie radici nella solidità della memoria, nella passione, nella cura.

Prendersi cura dei propri lettori