Io non clicco

Io non clicco - Un titolo

Non so voi, ma io non clicco più.

Non ci credo più, non ci casco più, ho perso la voglia di regalare i miei click e il mio tempo da lettore a chiunque pensi di poterli ottenere così.

In fondo non è molto diverso da quando mi auguravo che si facesse seguire il click baiting a un’azione sistematica di defollow, probabilmente.

Ma nell’esempio qui sopra stiamo parlando del più importante sito fra tutte le testate giornalistiche italiane online (Repubblica.it) che inserisce quell’immagine in una delle colonne della home page per invitare al click su un sito del gruppo (l’Huffington Post Italia), il quale ci apre a piena pagina, con quel titolo. È evidente che si sia passato il segno.

Se apro il New York Times o il Guardian non trovo niente del genere (ho appena verificato, ovviamente).

E allora, bisogna dirlo: io non clicco più, non guardo più i video. Anche perchè nella maggior parte dei casi non sono i video che mi aspetto di vedere: nel caso specifico, per dire, vi risparmio lo sforzo, non c’è nemmeno il video ma soltanto la sua descrizione.

Il che, ne converrete, è un triplo salto carpiato nel magico mondo del click baiting.

Schermata 2015-03-28 alle 17.04.21

Fa il paio con questo titolo di qualche giorno fa. Il video di cui si parla mostrava semplicemente la jeep dello sparatore parcheggiata, dopo i fatti.

Ci sono cascato più volte. Ora non regalo più il mio ruolo da lettore che consente a terzi di fare qualche centesimo di euro in più (perché poi è di questo che stiamo parlando: noccioline, che sommate tutte assieme fanno una massa appetibile di noccioline) e voglio rivendicare il mio diritto di scegliere.

Sarà soltanto una posizione senza speranza da addetto ai lavori? Può anche darsi. Ma va dichiarata, perché da qualche parte bisogna pur cominciare.

Questo non significa che non si possano dare certe notizie, non mi si fraintenda. Ma c’è modo e modo.

Il modo qui sopra è quello che mi fa dire: io non clicco.

Aggiornamento delle ore 23.31 – in questo momento, in Italia, la notizia è pubblicata su

Sole24Ore
Huffington Post
Corriere della Sera
Repubblica
Il fatto quotidiano
Ansa
Il Messaggero
Il Mattino
e via dicendo.

Tutti parlano di un video che nessuno ha visto, tutti si basano solo ed esclusiamente sul pezzo di Paris Match, che avrebbe ottenuto questo video insieme ai tedeschi della Bild in maniera non meglio precisata.

Intanto, però, la CNN ha pubblicato le dichiarazioni del Luogotenente Jean-Mar Menichini: il video non esisterebbe.

Sul sito della CNN si legge che il portavoce della gendarmeria francese, responsabile della comunicazione nel caso Germanwings, ha detto che sono stati raccolti tutti i telefoni rinvenuti, e che verranno inviati al Criminal Research Institute di Rosny sous Bois, vicino Parigi, per essere analizzati. Alla domanda se sia possibile che sia stata trafugata una memory card per passarla ai media, Menichini ha risposto categoricamente: «no».

Quale che sia la versione reale dei fatti, è chiaro che la stampa italiana ha, a maggior ragione, un grosso problema. Nessuno dei pezzi, al momento, riporta la versione della CNN.

Aggiornamento delle ore 1.12 – Come spesso accade in questi frangenti, ora la questione viene definita “un giallo”. Ecco due Tweet successivi tratti dal profilo ufficiale del Corriere.it per capirci.

Il primo dà per certa l’esistenza del video (e lascia intendere di poterlo vedere).

Il secondo dice che “è giallo” (ma lascia sempre intendere che in qualche modo questo video si possa già vedere).

Aggiornamento 1-4-2015, ore 8.30 – Ho fatto un veloce giro di ricognizione sulle homepage dei siti di informazione italiani, non ho trovato granché (il Corriere riporta sommariamente che le autorità francesi smentiscono), quindi sono tornato sulla CNN. Che cita Julian Reichelt: lo hanno contattato e il direttore di Bild si dice certo che il video sia autentico. A Erin Burnett: Outfront, ha dichiarato di aver visto il video e ha aggiunto le sue considerazioni in merito (circa le autorità che stanno facendo le verifiche e le indagini).

Ci tengo a precisare una cosa: in questo spazio non mi interessa capire se il video esista o meno. Mi interessa analizzare il giornalismo alle prese con una questione come questa. Perché secondo me c’è, evidentemente, un problema. E bisogna capirlo, prima di risolverlo. Per questo motivo, per tutti gli sviluppi in merito vi rimando al pezzo principale sull’argomento che abbiamo pubblicato su Blogo.

Qui, invece, continuo il ragionamento sul valore del click e sul ruolo del giornalista e sul suo rapporto con il lettore. Un rapporto che, oltre al mio lavoro su Blogo, quotidiano e faticoso come quello di tutta la redazione, dato il carattere generalista della testata (sebbene divisa, fortunatamente, in verticalità tematiche) e ai miei spazi sociali, provo a creare, con alcuni colleghi, in un progetto di giornalismo “slow” che si chiama Slow News.

Perché ne parlo qui? Per due motivi. Primo: un po’ di pubblicità.
Secondo: il tema di Slow News è estremamente pertinente. Perché la promessa che facciamo ai nostri lettori è l’opposto di “Io non clicco”. Promettiamo di proporre loro contenuti sui quali avranno voglia di cliccare.

Messa così, sembra che si tratti “solo” di fiducia. Invece, dico io, si tratta “soprattutto” di fiducia. È la fiducia, da costruire nel tempo e con la serietà, il vero valore aggiunto che caratterizza il rapporto fra un giornalista, una testata (o un progetto) e i suoi lettori.

Youporn è morto (o non si sente tanto bene?)

Youporn è morto. Cosa, direte voi? Ma veramente si può affermare una cosa simile?

Certo che no, dirò io. Però, pensateci bene a quante volte avrete sentito dire quell’è morto, preceduto da un soggetto a caso pescato fra elementi della comunicazione, dell’arte, dell’informazione, a seconda degli umori del momento.

Il teatro è morto (Gli Ateniesi, per dire, pensano che sia morto il teatro italiano). La radio è morta (ops, solo che poi è risorta e c’è già chi spiega le ragioni per cui non è morta e il rapporto Censis-Ucsis sulla comunicazione dimostra che è viva e vegeta). La tv è morta (lo pensano sia Beppe Grillo sia Internazionale. Ma poi indovinate un po’ cosa viene fuori a scavar bene? Eh già. Viene fuori che visto che vi guardate True Detective o Breaking Bad, la tv sta benissimo). Il giornalismo è morto, e pure i giornali (in verità, se ci si pensasse bene, si capirebbe che è morta un’idea di giornale, non il giornale in sé. Vale un po’ per tutto), e pure il congiuntivo (ma fin dal 1984. Eppure, dice la Treccani, li azzecca pure Homer Simpson). La SEO è morta (no, non sono d’accordo, e come me molti altri), magari persino Facebook e le newsletter sono morte (qualcuno non è affatto d’accordo. E mica solo in Italia, anzi). La mail è morta e sepolta, figurarsi (salvo poi scoprirsi fondamentale in qualsiasi ricerca di mercato, anche nelle più recenti).

Potrei continuare fino a creare un numero di casi ancor più consistente (ciascuno con il suo bravo controesempio), ma penso che il concetto sia chiaro.

Naturalmente, tutte queste attestazioni di morte certa sono fallaci.

Generalmente a decretar la morte di questo o quello è qualcuno che si prende la briga di fare una provocazione, oppure di sostenere una tesi spesso contraria all’evidenza, o chissà cos’altro.

È vero che i millennials, per esempio, fruiscono della televisione in maniera asincrona e non conoscono quasi il senso di “palinsesto”, perché sono abituati sempre di più a farselo da loro. Ma questo non significa che la televisione sia morta. Si è evoluta.

Questo è vero nella maggior parte dei casi.

Youporn è morto? Sì, come il porno

Di una cosa sola, nessuno decreta mai la morte. Del porno. E ci mancherebbe altro, anche se a onor del vero qualcuno ci aveva provato, a dire che fosse morto. Ucciso dall’HD (o forse è il contrario?) o da internet (caspita, ci casca persino il Guardian) o dall’amore o da chissà cos’altro. Lo sapete quanti soldi fa girare l’industria del porno? 97 miliardi di dollari. Il dato è stabile, non più in crescita. Immagino che gli addetti ai lavori se ne faranno una ragione.

E allora, se il porno non è morto figuriamoci se può essere morto uno di quei siti che il porno avrebbe dovuto ucciderlo. Ecco perché volevo essere il primo a dirlo: Youporn è morto.

Naturalmente non è vero. Però è al 164° nel ranking di Alexa, mentre Pornhub è al 77°.

[Da leggere:
Porn can save the news industry, and not in the way that you think, di Josh Kleyman sul The Daily Beast
Pornomarketing, comportamento del consumatore e pulsioni di acquisto, di Pier Luca Santoro su Marketing Agora
Big Red Son (pdf), di David Foster Wallace, da Consider the Lobster & Other Essays
How big is porn, Dan Ackman, Forbes.com, storico pezzo del 2001
Fenomenologia di Youporn, di Stefano Sgambati, Miraggi edizioni
Things Are Looking Up in America’s Porn Industry, di Chris Morris, NBC News]
Youporn è morto davvero?
Il logo di Youporn. È lecito chiedersi se il sito sia morto? La risposta, ovviamente, è no!

Noads e tragedy: la lezione del NYT

Non è tutto monetizzabile: a volte ci si deve fermare volontariamente. Ecco la lezione del New York Times.

La “scoperta” è di Parker Higgins, che, verificando il codice html della pagina in cui il quotidiano si occupava online della tragedia del Germanwings, ha scovato una linea di codice con scritto

<meta property=”ad_sensitivity” content=”noads” />

Questo significa che, su determinati temi, il NYT non mette la pubblicità (“noads” significa questo) e comunque ha una “classe” di contenuti che prevede una “sensibilità” (ad_sensitivity) nella pubblicità che viene erogata sulla pagina web.

Durante la “diretta”, la lunga cronaca, il codice è rimasto tutto il tempo su “noads”. Il che significa che in pagina non c’era pubblicità e che non venivano mostrati video pubblicitari prima dei video incorporati nell’articolo. La stessa decisione è stata presa dalla CNN.

Adesso quella medesima riga è settata su “tragedy”. Il che significa che ora ci sono annunci pubblicitari prima dei video, ma evidentemente presi da un bacino di annunci che non possano urtare la sensibilità degli utenti.

Pare che sia una pratica in uso fin dal 2003 al NYT. E che anche il Guardian ne abbia una simile.

Una scelta editoriale e aziendale coraggiosa e sensata, una lezione da seguire.

[grazie a Valentina per la segnalazione]

Tragedy

Giornalismo online: Monocle e Delayed Gratification

Lo slow journalism e il gusto per il bello. Lontani dalle ossessioni del 24/7, delle breaking, del “volume” contrapposto al “valore”.

In due pezzi (uno su Gli Stati Generali, l’altro su Che Fare), Andrea Signorelli ha fatto un bel quadro di gran parte delle possibilità offerte dall’editoria online. Modelli che l’Italia sembra voler sistematicamente ignorare, con spocchia oppure con provincialismo, o ancora con una visione estremamente limitata e sul breve periodo, senza il coraggio di provare a guardare oltre. O con tutte queste cose insieme.

Ci sono almeno un altro paio di esempi che andrebbero raccontati e aggiunti alla bella panoramica offerta da Andrea. C’è Monocle, per esempio.

Monocle è nato nel 2007, fondato da Tyler Brûlé ed è l’esatta incarnazione di quel che scrive proprio Signorelli in questo passo:

da quale strada passa la salvezza economica dei reportage, delle inchieste e dei siti che su questo puntano. Il crowdfunding o i mecenati? Le versioni premium per pochi o le donazioni? Il merchandising o l’organizzazione di eventi? La risposta, pur senza possedere nessuna sfera di cristallo, potrebbe essere: un mix di tutto questo.

Monocle ha un sito (il cui modello è un misto: alcuni pezzi si possono leggere liberamente, altri sono soggetti a pagamento o sono leggibili se si è abbonati), due riviste cartacee (Monocle, che esce in 10 numeri all’anno, e The Forecast Monocle, un numero l’anno) per abbonati o in vendita in edicola, una ricca produzione video, un palinsesto radiofonico 24 ore su 24. Pubblica una serie di guide turistiche, organizza eventi, ha locali e negozi (anche online), fa merchandising, non disdegna il cosiddetto native advertising e ha ovviamente inserzionisti pubblicitari. Definito da Harry Forestell (giornalista di CBC News) come un «meeting between Foreign Policy and Vanity Fair», come scrive Wikipedia, si occupa di lifestyle (nell’editoria classica si direbbe che è declinato al maschile), viaggi, affari, politica e geopolitica. Ed è proprio bello da vedere e da leggere, fra le altre cose.

Slow Journalism

Poi c’è questo, che si chiama Delayed Gratification ed è un esempio di cosa si può fare con lo slow journalism. Mi ci sono imbattuto nel corso di una serie di ricerche per questo piccolo progetto che si chiama Slow News.

Delayed Gratification ha una filosofia diametralmente opposta a quella del giornalismo online nostrano (ma anche a quello di Buzzfeed e simili, per dire). Cerca di costruire solo ed esclusivamente valore, non gli interessa costruire volume (si legga, in merito Media che si masturbano, di Pier Luca Santoro e Francesca Clementoni). Non nel senso di “massificazione” ad ogni costo, per capirci.

Come funziona? C’è un sito, dove si presenta il progetto e un blog, con contenuti free e con una serie bellissima di infografiche. Poi c’è la rivista. Un trimestrale da 120 pagine, in vendita numero per numero oppure con abbonamento.

La filosofia alla base del progetto è spiegata qui: meglio dire le cose giuste che dirle per prime («Invece di cercare disperatamente di battere Twitter», si legge sul sito, «ritorniamo ai valori che vogliamo per il giornalismo: contesto, analisi e opinioni di esperti»); investimento nel giornalismo sul campo; racconto delle storie quando sono finite, senza seguire per forza di cose l’agenda delle breaking news che, troppo spesso, lasciano le storie incompiute; grazie al fatto che non c’è uno spazio infinito da riempire, si sfugge dalla trappola delle speculazioni, delle congetture, di tutto ciò che generalmente fa parte delle all news, per capirci. Lo Slow Journalism, dicono i signori di questo bel progetto che esiste dal 2010, è l’antidoto alla deriva del giornalismo che spesso si trasforma nel copia-incolla di comunicati stampa, nell’advertorial (o se preferite: marchette. Molto spesso ci si riduce a questo), nel cosiddetto churnalism. Perché lo Slow Journalism è: «copertura delle notizie intelligente, curata, non partigiana, pensata per ispirare e informare».

Entrambi i modelli sono vivi e vegeti, e in crescita. E dunque sostenibili.

Ci vuole un po’ di intraprendenza per uscire dalle trappole dell’online, dalla schiavitù nei confronti di Facebook e di Google (che vanno utilizzati sfruttando le opportunità che offrono all’editoria e al giornalismo online, ma non devono dettare l’agenda. In altre parole, se si vuole fare i “generalisti”, bisogna saper essere social e saper fare SEO per ottenere volume “di qualità”, senza ridursi a dipendere dall’uno o dall’altro o da entrambi, ma costruendo il valore di cui sopra); per fuggire dal click baiting; per offrire buoni contenuti ai propri lettori, che poi vorranno tornare. E faranno traffico. E saranno importanti per gli inserzionisti. E saranno anche disposti a pagare (magari poco, ma in tanti) per sostenere un’editoria che amano. Ci vuole intraprendenza e una propria visione chiara del futuro e di cosa si vuole essere per uscire dalla trappola che porta a pensare che il giornalismo sia morto e che valgano solo tette e gattini.

Modelli di giornalismo

Il dito medio, Wikipedia e schioccare le dita “senza fonte”

Dito medio wikipedia

Sto scrivendo un pezzo dal titolo Il medio dei media, che si ispira alla faccenduola del dito medio di Varoufakis. Una faccenda, per inciso, che i media nostrani e non hanno fatto davvero molta fatica a spiegare, e che io ho provato a riassumere qui, con ampia sezione “FAQ”.

Nel farlo, ho aperto un ampio numero di fonti online che si occupano del gesto del dito medio e mi sono ovviamente imbattuto in wikipedia inglese.

Ed ecco il capolavoro. Alla voce Middle finger si legge, nell’ultima riga:

«The middle finger is often used for finger snapping together with the thumb»

che significa

«Il dito medio viene spesso usato per “schioccare le dita” insieme al pollice».

L’affermazione, di per sé autoevidente (appena l’ho letta ho istintivamente schioccato le dita per vedere se fosse vero, e lo so che lo state facendo anche voi), è accompagnata da una dicitura che il lettore-un-po’-più-che-medio di Wikipedia dovrebbe conoscere bene (e che conoscono senz’altro bene tutti coloro che hanno provato a contribuire, scontrandosi spesso con certe prtiche dell’enciclopedia collaborativa che possiamo quantomeno definire bizzarre):

«[citation needed]»

che nella Wikipedia italica diventa, in generale(*),

«[senza fonte]»

La fonte, ammesso che valga qualcosa, è la realtà fenomenica. È l’esperienza. Si fa così, e basta.
Il medio e il pollice si usano per schioccare le dita, anche senza fonte. Capita. Facciamocene una ragione.

(*) nel caso specifico, la versione italiana della medesima voce non riporta la possibilità di utilizzare il dito medio con il pollice per schioccare le dita e, conseguentemente, si risparmia quel ridicolo [senza fonte] che mutuerebbe dalla versione anglofona.

Facebook Like: un update importante

Facebook Like update

Facebook sta per rimuovere i like inattivi alle pagine “fan”.

La notizia è arrivata due giorni fa, come un update importante per rendere più significativi questi benedetti like.

Cosa bisogna aspettarsi?

Secondo Facebook, un

«piccolo decremento dei like»

come diretta conseguenza di questo aggiornamento.

Sarà davvero piccolo? Sarà davvero insignificante?

Chissà. Io penso che si debba quantomeno tenere gli occhi aperti e dare una controllatina al numero dei fan delle fanpage. Per dire, vedo che anche Pier Luca Santoro la pensa come me.

Perché quando Instagram si è deciso a cancellare i “falsi” profili, è successo di tutto (socialmente parlando, si intende). Parliamo di milioni di account.

Certo, nella nota ufficiale Facebook parla solamente di account volontariamente disattivati o cancellati, o di account di persone trapassate. Ma quanti sono? Chi può dirlo? E chi può avere realmente controllo sulle campagne di acquisizione al punto da sapere quanto siano “veri” gli account Facebook che hanno cliccato quel famigerato tastino del “like”.

Non solo: se a questo “update” aggiungiamo la nuova stretta di Facebook sulla reach organica, il quadro che riguarda il popolarissimo social network diventa ancor più “preoccupante” per chi pensa di poterlo usare facilmente come volano di traffico facile – perlopiù mordi e fuggi – per i propri domini.

C’è poi un altro tema, per il momento non affrontato. Quello di chi, pur mantenendo il like a una determinata pagina, ha cliccato su un tasto molto temuto: hide all posts (nascondi tutti i post). Anche quello è a tutti gli effetti un like che si mantiene alla pagina ma che non è più reale (ed è, converrete, totalmente privo di valore per chi voglia gestire effettivamente un qualsiasi tipo di modello di business (sia esso editoriale o meno) che utilizzi la leva del social network di Zuckerberg.

Parliamoci chiaro: se servirà a far chiarezza sui veri numeri, questa purga di utenti farlocchi non può che far bene a tutti, perché magari si comincerà a dare al like il valore che ha, non solo per far massa ma anche per creare una comunità che sia realmente interessata a quello che si ha da offrire sul web, all’originalità del marchio o della testata, a un’interazione che non può limitarsi a sfruttare i social network come acchiappaclick.

Ancora una volta, un cambiamento che Facebook fa nei propri interessi potrebbe far male a molti ma far bene ad un sistema. Almeno in teoria, visto che di solito quello stesso sistema trova sempre scorciatoie per aggirare le limitazioni, con un’ottica di breve o brevissimo periodo. Eppure basterebbe così poco per anticipare queste mosse (di Facebook come di Google): basterebbe dedicarsi davvero al proprio marchio e ai propri utenti, per creare qualità(*).

Comunque, non resta che sedersi e osservare come cambieranno i numeri fra il 12 e il 13 di marzo (o giù di lì).

(*) qualità, per esempio nell’editoria online = rispondere alle aspettative dei propri utenti, creare un’interazione proficua, rispondere alle domande dei lettori con contenuti che siano esattamente quello che i lettori cercano da noi. Il che significa conoscerli e non considerarli semplicemente numeri.

Potendo scegliere

Jobs Act

Ogni notizia, ogni fatto, è anche una keyword. Ci sono keyword facili da individuare. Altre meno facili, che richiedono intuito e immedesimazione nelle ricerche dell’utente. Poi, individuata una keyword, il lavoro non è finito. Bisogna fare in modo che si posizioni bene su Google e che la relativa landing page sia ottima per l’utente che sceglie di cliccare.
Ecco.

Ora, date:
– la keyword jobs act
– la SERP relativa

potendo scegliere, in quale posizione vi piacerebbe essere con il solo lavoro editoriale?