Se la SEO è morta, l’Organic Reach di Facebook non sta tanto bene

Se la SEO è morta, anche l’Organic Reach di Facebook non si sente tanto bene. Il segreto è diversificare l’offerta e puntare su tutte le sorgenti.

Organic Reach Facebook

Per qualcuno la SEO è morta(*). Per me no, e non morirà mai ma semplicemente si evolverà.

Per altri, è morta anche l’organic reach di Facebook (ovvero: il numero di utenti a cui vengono mostrati i contenuti condivisi su Facebook attraverso una distribuzione gratuita). Per me bisognerebbe semplicemente smettere di parlare per slogan.

Comunque, nei giorni scorsi sembra che, come già accadde a febbraio del 2014, Facebook abbia nuovamente chiuso i rubinetti della distribuzione organica dei contenuti. Vuol dire che la “reach” è scesa. Non è una sorpresa: alcuni analisti avevano previsto addirittura una riduzione a zero della distribuzione organica (parliamo, naturalmente, soprattutto del destino pagine “fan” che utilizzano Facebook per veicolare traffico su pagine web specifiche).

Questo significa che bisognerà pagare di più. E, probabilmente, sempre di più.

Che cosa significa questo? Una serie di cose.

La prima è che non si può e non si potrà fare a meno della SEO.
La seconda è che su Facebook ci vorrà una strategia di valore e sempre più orientata all’utente e ai suoi interessi. Sì, perché anche se l’engagement delle foto “emotive” ha funzionato per un po’, ora, complice anche la grande attenzione di Facebook per i video, nonché la lotta al click baiting, che sembrava essersi inqualche modo assestata, la musica parrebbe essere cambiata. E se si deve per forza pagare, allora tanto vale farlo anche con un progetto di medio periodo, finché Facebook lo consentirà e sapendo che, comunque, vorrà sempre di più. E allora, se più paghi più pagherai, tanto vale farlo con un progetto.

Parliamoci chiaro: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se vogliamo applicare questi discorsi all’editoria, che Google e Facebook non ne siano i badanti è cosa che ho già sviscerato.

E allora cosa si dovrebbe fare? Semplice (almeno a dirsi. Poi per mettere in pratica la ricetta, ci vuole una sinergia difficile da realizzare).

Bisogna puntare sulle proprie eccellenze e diversificare.

Tutto ciò che è fonte di traffico oggi va curato, soprattutto se è fonte di traffico pregiato. Quindi, la SEO, le campagne mirate su Facebook, ma anche il miglioramento l’esperienza utente, il redesign dei siti (si veda il caso di Focus.it), le newsletter (che per molti non sarebbero una killer application. Per me invece vale la pena addirittura di tirarne su una da zero, figurarsi se si avessero già decine, centinaia, magari migliaia di iscritti a una newsletter) con l’attenzione, fra le altre cose, per la correlazione editoriale, la valorizzazione e l’ascolto delle esigenze di tutte le componenti di un’azienda editoriale.

Non ha alcun senso, dunque, vedere come contrapposti la SEO e il lavoro sui social: essi sono parte integrante del medesimo lavoro. Senza contare che Google ha, come detto più volte, un “dovere” in più rispetto a Facebook – dovere al quale a volte viene meno, ma parliamo per massimi sistemi –, che è quello di offrire a chi utilizza il motore di ricerca risultati organici pertinenti, buoni, ottimi, eccellenti.

Al centro di un business editoriale “sano”, che pensi alla propria crescita ponendo per la medesima basi solide, ci dovrebbe essere sempre e solo un soggetto: l’utente.

Se credete che sia una definizione utopica, vorrei che provassimo a vederla così: pensare il proprio lavoro editoriale online mettendo l’utente al centro significa proprio tener conto di tutte le cose di cui ho scritto fin qui.

Per semplificare: se fai editoria online hai bisogno di essere letto, seguito, riconosciuto, cercato, amato, condiviso. L’obiettivo potrebbe essere, in un mondo migliore, svincolarsi dal SEO, dal social, da qualsiasi forma di “dipendenza”. Fattibile? Chissà. Forse no. Ma nel provarci come obiettivo astratto, non ci si può privare di nulla.

Quindi, mettere il lettore al centro e valorizzare le proprie sorgenti di traffico (tutte, nessuna esclusa) significa nient’altro che porre al centro l’interesse dell’azienda.

(*) Sì, d’accordo, mi converto all’uso del femminile, avete vinto.

Ripensare un layout: il caso di Focus.it #inthecloud

Ieri, 19 febbraio 2015, a questo evento qui, hanno presentato, fra le altre cose, il “nuovo” Focus.it.

“Nuovo” tra virgolette, perché è stato rilasciato a luglio del 2014.

La parte più interessante della presentazione (inizia a circa 1h33′)?

Semplice. Il notare come nella riprogettazione del design si siano tenute in conto le esigenze tecniche, editoriali, redazionali, di marketing, di traffico, di concessionaria. E persino quelle del lettore.

Un pannello “backend” che semplifica la vita dei redattori e che consente al marketing di operare sulle singole pagine in maniera semplice sulla pubblicità, un sistema di correlazione semantico che però offre la possibilità ai redattori di agire manualmente, un sistema di creazione di speciali editoriali automatizzato con possibilità di intervento umano: insomma, tutto ciò che è automatizzabile viene reso tale, ma con supervisione di esseri viventi. Perfettamente logico.

Il risultato è che, dopo il cambio di layout, il traffico sul Focus.it è cresciuto.

«Ci giocavamo la testa, su questo»

è stato detto durante la presentazione.

Il traffico di Focus.it

Il risultato del loro lavoro è la dimostrazione del fatto che esistono sinergie vincenti che valorizzano tutte le componenti imprescindibili di un prodotto editoriale.

La crescita, in questo modo, diventa un obiettivo raggiungibile attraverso una strategia congiunta, che tiene conto anche di tutte le potenziali fonti di traffico di un sito (dirette, organiche, social) e della navigazione all’interno dei suoi contenuti, senza snaturarne l’identità.

Bravi, al Gruppo 36.

Border Collie | Carattere

Il carattere del border collie: definirlo sembra facile, a partire dall’intelligenza. Cane reattivo, energico, tenace e all’erta. Ma ogni animale ha le sue caratteristiche.

Border collie: carattere – È senz’altro una delle caratteristiche principali da valutare in un cane. Ma bisognerebbe sapere, prima di tutto, che parlare di carattere in generale, per una razza, è un errore. Ci sono alcune inclinazioni, è chiaro. Ma ogni cane, ogni border collie, ha le sue caratteristiche e il suo modo di essere, che gli derivano, ovviamente, dalla genetica, dall’ambiente in cui è cresciuto, e dalle esperienze fatte.

In generale, scoprirete, cercando su Google, grazie alla tabellina che il motore di ricerca mostra per “far prima” (il Google knowledge graph, che si potrebbe evolvere nel Google knowledge vault, nota per gli amanti del SEO. Che sapranno anche che così facendo Google trattiene un po’ di traffico per sé, anziché distribuirlo in giro), che, per temperamento, un border collie si può definire all’erta, tenace, intelligente, energico e reattivo.

Ora, capirete bene che queste caratteristiche – qualunque cosa significhino – sono talmente generiche che non possono valere in assoluto.

Nel nostro caso, per esempio, non sono affatto esaustive, anche se sono tutte vere. Lucky è molto intelligente, come la stragrande maggioranza dei border collie. È energico, sprizza vitalità e voglia di fare da tutti i pori, e se non gli si dà qualcosa da fare si ingegna senz’altro per far qualche danno. È tenace, quasi cocciuto, e deve riconoscere la tua autorità prima di smettere di fare di testa sua. È molto reattivo a qualsiasi stimolo. È sempre all’erta, ai limiti della territorialità.

Ma basta, tutto questo, per definirne il carattere? Assolutamente no.

Di Lucky, il nostro border collie, sappiamo ben poco, relativamente ai suoi primi mesi di vita. Ci è stato portato dopo che è stato trovato in strada – ci hanno detto insieme al padre e al fratello.

Quel che conosciamo per esperienza diretta sono il suo carattere, il suo temperamento, la sua personalità.

È molto importante fissare questo punto di partenza, che può sembrare scontato ma che va chiarito. Non sperate, dunque, di trovare qui descrizioni generiche, perché sarebbe estremamente scorretto darne.

Quel che posso dirvi di Lucky è che è un cane molto complesso. È estremamente intelligente, dicevamo: e apprende velocemente nuovi esercizi e si ingegna quando comprende da solo certi meccanismi (in questi giorni, mentre scrivo, ha quasi raggiunto la padronanza dell’apertura della porta di casa, senza che nessuno gli abbia insegnato l’esercizio specifico). È giocherellone e ama le coccole, ma è talmente esuberante che è difficile fargliene senza essere travolti. È dominante, ma non è aggressivo con gli altri cani. Ha paura di molte cose – può essere una questione genetica ma anche una reazione dovuta al fatto che verosimilmente ha fatto pochissima esperienza del mondo, prima di arrivare da noi – e per questo motivo potrebbe sembrare aggressivo.

Il lavoro di addestramento che stiamo facendo con lui è volto proprio a fargli acquisire sicurezza: notiamo progressivamente miglioramenti nel suo carattere, paure sempre meno evidenti, più docilità e tanta, tanta voglia di fare, di imparare ancora.

Negli esercizi, spesso è volenteroso e ansioso di accontentare noi o l’educatrice. Ma si deconcentra facilmente, si stressa se non capisce bene l’esercizio (lo si capisce dagli sbadigli) o se ci sono altri stimoli che vorrebbe andare a soddisfare (lo si capisce dagli uggiolii).

Questa è una caratteristica che va progressivamente migliorando. Fino a qualche mese fa sarebbe stato impossibile fargli fare anche un banale seduto-terra in un luogo che non fosse il nostro appartamento. Ora lo fa in giardino, in strada, nel prato: sta, insomma, generalizzando il comportamento. E lo sta facendo sempre di più.

Abbaia ancora molto – temiamo sempre un po’ per i vicini e per le loro reazioni – e su questo stiamo facendo quel poco che c’è da fare. Abbaia sia per paura sia per territorialità. Sta però imparando a non scatenarsi in casa (l’unico metodo che funziona è: rinforzo positivo, ovvero premio quando non abbaia in situazioni che lo innervosiscono, accompagnato a un sano “NO!” se inizia a scalmanarsi).

Border collie: carattere e affinità con i bambini

Ho notato che molti atterrano su queste pagine cercando specificamente informazioni sull’interazione e l’affinità fra i border collie e i bambini.

Che dire? Noi abbiamo una figlia piccola. Lucky aveva sei mesi quando è arrivato da noi; nostra figlia aveva un anno. Per lei, un cane in casa è stato uno stimolo alla crescita, senza dubbio. Siamo stati molto accorti nell’avvicinarli (ovviamente è sempre più facile farlo quando il cane è piccolo) e siamo sempre attenti anche adesso, dopo otto mesi di convivenza.

Insieme sono una specie di associazione domestica per delinquere: lei ruba il cibo per lui, lui vuole sempre giocare con lei e le ruba i giochi. La delicatezza con cui Lucky afferra il cibo dalle manine di lei fa senza dubbio tenerezza.

Lei comincia a dargli i primi comandi (“seduto”, “terra”, “basta”) e lo premia a suo modo, con qualsiasi tipo di cibo le capiti a tiro (ragion per cui bisogna vigilare non solo sul cane ma anche sulla figlia, onde evitare che gli faccia mangiare qualcosa di dannoso).

Dopo un primo periodo in cui Lucky, da bravo border collie, tendeva a “pecorizzare” la piccola, e grazie a un lungo lavoro in tal senso, il cucciolone ha imparato le gerarchie in famiglia e riesce anche a giocare con lei in maniera più delicata.

Un paio di volte le ha ringhiato. Siamo intervenuti immediatamente e con fermezza, cosa importantissima da fare per evitare che il comportamento possa degenerare.

Insomma: la nostra esperienza di convivenza fra Lucky e la nostra bimba è, per il momento soddisfacente. Eccezion fatta per i famigerati cinque-minuti-da-Attila che, generalmente, i due vivono contemporaneamente. In quei casi bisogna armarsi di tutta la pazienza di cui siamo dotati per portare a casa il risultato: il ripristino della tranquillità.

Certo è che bisogna sempre stare molto attenti: il border potrebbe, per gioco, mortere il vostro bambino (potrebbe capitare con qualsiasi cane). Ora, se è vero che il morso di un border non è particolarmente violento, preferisco non correre il rischio e supervisionare personalmente ai momenti di gioco fra Lucky e mia figlia. Bisogna solo organizzarsi e sapere a cosa si va incontro.

Il carattere del Border collie