Glocal News, 15 novembre: il giornalismo in stato d’emergenza

Il 15 di novembre – sì, c’è tempo, ma è giusto che ci si muova in anticipo – parteciperò al Festival Glocal News. Per la precisione, ad un incontro dal titolo Il giornalismo in stato di emergenza e di crisi per calamità e altro, insieme a Paolo Poggio (Rainews24), Stefano Cianciotta (Università di Teramo) e con il coordinamento di Roberta Galeotti (direttore de Il Capoluogo). Il tema dell’incontro? Eccolo:

Una calamità naturale, un attentato, un incidente industriale, un’emergenza sanitaria che crea paure nell’opinione pubblica. Come si deve comportare un giornale? Come deve raccontare l’accaduto? Nell’epoca dell’informazione digitale cambiano i tempi della comunicazione e cambiano gli strumenti. Occorrono giornalisti più attenti e preparati e più attenzione nel “maneggiare” le notizie. Un dibattito aperto e soluzioni diverse.

La tematica è perfetta, per quel che mi riguarda:dopo la lunga esperienza all’Aquila dopo il terremoto, dopo Yes We Camp e Comando e Controllo, dopo Protezione civile Spa, ho maturato le mie personali convinzioni sul giornalismo in stato d’emergenza e sullo stato d’emergenza del giornalismo (lo shock e tutte queste belle cose qui) e sarà un vero piacere parlarne in una cornice come quella di un festival che promette, a giudicare dal programma, un gran fermento e incontri di enorme interesse.

Fonti certe e autodifesa

La prossima volta che sentite o leggete qualcuno, al mercato, al bar, su Facebook, in chat, dove vi pare, che dice che agli stranieri/clandestini/negri/zingari/quel-che-è lo stato dà 800 euro al mese/30 euro al giorno/le ricariche telefoniche/le sigarette, alzatevi, intervenite nella discussione e chiedete pacatamente al vostro interlocutore: «scusa, dove lo hai letto? Mi puoi dimostrare che è vero? Hai qualche fonte certa? No, perché a me non risulta affatto che sia così». Fate in modo che chi ha certezze errate come questa si ponga almeno delle domande e che abbia dei dubbi su quel che dice e su chi gli racconta balle.

Non è solamente un gesto civico, è un gesto di autodifesa: chi pensa male distrugge anche il vostro presente e il vostro futuro.

Diritto all’oblio, Google e le pagine da dimenticare

Google e il diritto all’oblio: il tema che fa ridere, o sorridere, o piangere lacrime amare, a seconda del punto di vista da cui si guarda la questione.

Il punto è (possiamo dirlo senza mezzi termini?) che nessuno ci sta capendo niente. Il resoconto del comitato consultivo a Roma ci racconta di questa “roba” un po’ fumosa che il motore di ricerca sta cercando di applicare e che i presunti pensatori della nostra era (o forse di quella precedente?) tentano di commentare.

Riempirsi la bocca della questione in fior di convegni, temo, non aiuterà a risolvere la questione. Ma andiamo a monte.

Che cos’è il diritto all’oblio

Cerchiamo di dare una definizione di diritto all’oblio. Si tratta di una forma di garanzia della persona secondo la quale, se non vi sono motivi per i quali ci si possa appellare al diritto di cronaca, non si devono diffondere dettagli che possano generare pregiudizi su una persona. Generalmente, se ne parla per quanto riguarda i precedenti giudiziari.

Come ricorda wikipedia inglese, il diritto all’oblio (o a essere dimenticati) è un tema in discussione, al momento, in Europa, in Argentina e negli Stati Uniti e viene considerato, data l’invasività delle informazioni online, un diritto fondamentale dell’uomo.

Ma fino a che punto si può arrivare?

Diritto all’oblio vs. diritto di informazione

Su Blogo, riceviamo di tanto in tanto richieste di rimozione di dati di vecchi casi di cronaca locale – spesso cronaca nera –, ormai caduti nel dimenticatoio, da parte di persone che vogliono evitare che, cercando il loro nome su Google, si arrivi al pezzo in cui si parla del fatto. Perché evidentemente cercano di rifarsi una vita. Si appellano al diritto all’oblio, e generalmente vengono accontentati, con la sostituzione delle iniziali al posto di nome e cognome, per esempio.

Anche Google fa lo stesso: di tanto in tanto, annuncia, per esempio, che la tal pagina con il tal pezzo di cronaca è stata rimossa dai suoi risultati di ricerca (solo per l’Europa, perché c’è di mezzo la sentenza della Corte di giustizia Europea che ha sancito la sconfitta di Google nella causa contro Mario Costeja González).

Il problema è che si va ben oltre le questioni giudiziarie (sul cui tema, per i giornalisti, ci sarebbe banalmente il protocollo deontologico della Carta di Milano cui attenersi)

Un esempio pratico? Dalle SERP di Google è stata rimossa una pagina di TvBlog che parla del concorso di Miss Italia 2008. Probabilmente perché – come accade molto più spesso di quanto possiate pensare. Lo testimoniano comunicazioni e richieste che ricevo, di tanto in tanto in privato – una ex Miss o aspirante tale voleva che il suo nome non fosse più associato al concorso di bellezza.

È una situazione lesiva della reputazione della medesima? Sinceramente non credo. Ed è da questo esempio banale che risulta evidente che la linea di confine fra il diritto all’oblio e il diritto di informazione sia un’enorme area grigia.

Google fa ora di testa sua e, forse volutamente, esagera nell’interpretare alla lettera il diritto all’oblio. Il messaggio che manda all’editoria online è semplice: visto che sono stato condannato, cancello tutto. È giusto? È davvero un problema per la libertà d’informazione?

Secondo me sì. Oggi, cancellare un’informazione datata dai risultati di Google – e di altri motori di ricerca, ovviamente. Non c’è solo Google anche se è di gran lunga il più utilizzato – equivale, sostanzialmente, a farla sparire. È vero, l’informazone non viene rimossa dai server di chi l’ha pubblicata, ma una volta eliminata dagli indici, a quel punto risulta sostanzialmente inaccessibile sul web a meno di non conoscerne l’URL, o a meno che qualcuno non la linki da una pagina visitata (a quel punto che farebbe Google? Rimuoverebbe, su richiesta, anche la pagina contenente il link?).

D’altro canto, è evidente che sia necessaria una normativa in merito: i protocolli deontologici devono fare pesantemente i conti con il web. E anche la legge. Perché non si può lasciare alla discrezionalità del singolo il concetto di “diritto all’oblio” e i temi che possono farne parte.

Il bandolo della matassa è ben lungi dall’essere trovato.

Facciamo un esempio per assurdo. Mettiamo che io riceva un’offerta di lavoro nel pubblico in seguito ad una raccomandazione. Mettiamo che la cosa venga fuori, che la stampa pubblichi la notizia, che si generi per qualche motivo un piccolo scandalo. Mettiamo poi che il mio posto nel pubblico si mantenga e che io vada avanti imperterrito: un caso che non sarebbe né unico né raro, in Italia. Mettiamo, infine, che fra un anno io decida di chiedere a Google la rimozione delle notizie (vere) di un anno prima, perché lesive della mia reputazione. Cosa dovrebbe fare, a quel punto, il motore di ricerca? Avrei diritto all’oblio? Sì? No? E se sì, perché? E dopo quanto tempo?

Diritto all’oblio: possibili soluzioni

Le soluzioni possibili sono davvero complesse, perché si deve fare i conti con il fatto che Google e gli altri motori di ricerca sono globali e che non esistono legislazioni globali sovranazionali.

Sarà necessario, dunque, arrivare a un compromesso.

Bisognerà definire un protocollo chiaro per capire quali siano le informazioni effettivamente “da rimuovere”, dopo quanto tempo e in quali casi. Ridurre al minimo l’area grigia dell’indeterminatezza (quella più pericolosa per la libertà d’informazione)

[Il modulo di Google per la rimozione di contenuti online in base al diritto all’oblio]
Diritto all'oblio - Introduzione della Carta di Milano, protocollo deontologico per giornalisti
Diritto all’oblio – L’introduzione della Carta di Milano, protocollo deontologico per giornalisti

Giornali morti, verticalità viva e vegeta

Quel che scrive Pier Luca Santoro su Datamediahub non potrebbe trovarmi più d’accordo e si innesta perfettamente nel discorso che si faceva qui qualche giorno fa sulla verticalità:

«è l’idea di gior­nale come pac­chetto mono­li­tico ad essere defunta e con essa i modelli di busi­ness che l’hanno carat­te­riz­zato negli ultimi 100 anni».

Vero, verissimo, sacrosanto.

Come uscirne? Dire che sia semplice sarebbe una banalizzazione non rispondente al vero.

Ma di modi ce ne sono, per forza di cose.

Per quel che mi compete lavorativamente, guardo – mi sembra logico – alla parte editoriale e contenutistica: resto convinto del fatto che se il modello editoriale e contenutistico si poggia su solide basi (basi verticali, per capirci), allora esso possa diventare più facilmente “monetizzabile” (mi sembra invece difficile il contrario, ovvero prendere un modello di “monetizzazione” e imporlo a tavolino su qualsiasi realtà editoriale).
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