Slow news, giornalismo etico e live a #digit14

Il 19 settembre, dalle 12.50 alle 13.50 terrò un workshop a Digit, dal titolo Giornalismo etico: live e slow news.

Oh, sì, lo so. Qualcuno, leggendo giornalismo etico, storcerà il naso, perché penserà che si parli della solita cosa priva di contatto con la realtà e priva di possibilità di “monetizzazione”, e magari sbufferà anche: «Ancora giornalismo etico?»
Ebbene sì, ancora. Anzi, oggi più che mai

Lo scopo dell’oretta di workshop – fortemente legato alla realtà, potete fidarvi, visto che è da dieci anni una delle mie realtà lavorativa – è duplice.

Mi piacerebbe sviluppare, nei limiti del possibile, questi temi:
– giornalismo online, il “live” (Live: sta succedendo adesso era il titolo della conferenza cui partecipai insieme a Cinzia Bancone e Celia Guimaraes, all’International Journalism Festival 2013. Il fatto che fosse un titolo di un’intera conferenza non spaventi: supereremo l’argomento in fretta)
– giornalismo online, il “click baiting” (e altre tecniche acchiappa click, nel bene e nel male, con un occhio al SEO e alle nuove competenze da sviluppare nel giornalismo online)
– giornalismo online, il rapporto con i lettori (ravvivarlo, tenersi i propri lettori oltre a cercarne altri, capire come si rapportano i lettori a quel che scriviamo, le metriche da tenere d’occhio: visite, pagine viste, tempo di permanenza, bounce rate)
– giornalismo online, il giornalismo di flusso la deriva “junk news” (tutto quel che è successo e che non doveva succedere)
– giornalismo online e le slow news (contrapposte alle junk news)

Poi vorrei lasciare quel poco di spazio che resterà all’oretta di workshop per un confronto con chi parteciperà.

Chi mi legge qui (o su Facebook, dove purtroppo ho perso molto tempo quasi irrecuperabile nel flusso, a scrivere cose che invece avrei dovuto strutturare meglio) più o meno sa dove vorrò andare a parare.

Questo spazio, su questo post, è già da considerarsi aperto per eventuali proposte o domande che possano indirizzare il discorso, e potrà rimanere tale se vorremo parlarne anche dopo: spazio a qualsiasi tipo di osservazione.

Questa è la pagina del sito ufficiale per iscrivervi al seminario (ci sono ancora posti) e non solo: di seminari, oltre alle due giornate “plenarie”, ce ne sono ben quaranta, con un programma parecchio interessante. Da seguire.

Slow news a Digit

Slow news a Digit, ma non solo

Ecco il flusso dell’hashtag #digit14 su Twitter


Google Authorship addio (o quel che è)

C’era una volta la Google Autorship, e tutti erano lì a far la corsa ad aggiungere tutti i meta-dati possibili e immaginabili per far vedere in SERP di Google foto con le facce e nomi degli autori dei pezzi.

Serviva? Aumentava il CTR?

Google, ci credereste, giura di no. E non era il solo.

I fatti erano due:
1) le SERP erano davvero brutte e disomogenee
2) dal punto di vista del cosiddetto “personal branding” servivano, perché si vedevano le facce e i nomi degli autori. Essere in SERP per chiavi di ricerca importanti e avere la propria faccia lì, insieme al nome dell’autore (e al numero di cerchie di Google+ in cui si era presenti? Mah, questo dato non ha mai avuto molto significato, anche se a Google sarebbe piaciuto che fosse sinonimo di autorevolezza) era sicuramente utile per gli autori medesimi e probabilmente anche i brand, che avevano così la possibilità di aumentare la visibilità dei propri autori e, conseguentemente, fidelizzare gli utenti abituati a cercare determinati argomenti su Google (certo: vale anche il contrario. Magari un autore era “poco cliccato” a prescindere, chissà).

Ma adesso bruttezza e utilità non sono più in discussione. Google ha deciso di chiudere l’esperimento: la Google autorship sparisce dalle SERP. L’annuncio del 28 agosto non è una novità, a dire il vero, e non coglie affatto alla sprovvista. Perché?

Google Authorship: via le foto dalle SERP


Il 25 giugno 2014 John Muller annuncia (questo sì a sorpresa) che Google avrebbe rimosso tutte le foto della Google autorship dalle SERP. La cosa sorprende decisamente, perché Big G aveva puntato tutto su questa rivoluzione delle SERP che associavano a ogni pezzo una faccia e che servivano anche per connettere le SERP a Google+. Detto, fatto. In 3 giorni il processo si compie. E ovviamente non è finita.

Leggi tutto “Google Authorship addio (o quel che è)”

HTTPS e SEO per Google

Il protocollo HTTPS, su cui Google punta da un po’, viene annunciato come fattore di ranking per le SERP. Cosa c’è da sapere?

L’HTTPS come segnale di ranking per Google non è più una notizia – nel senso che nel mondo SEO è già nota, macinata e rimuginata, dopo l’annuncio di Mountain View dello scorso 6 agosto – ma vale comunque la pena di spenderci alcune osservazioni.

Perché raramente Google è stato così esplicito a proposito di uno dei suoi segnali di posizionamento. E anche se sarà soltanto, per usare una formula molto cara a tutti coloro che parlano di Google e del SEO,

soltanto uno degli oltre 200 segnali che possono incidere sulla modalità di scansione, indicizzazione e posizionamento del tuo sito

le indicazioni del motore di ricerca non lasciano spazio a dubbi.

HTTPS as a ranking signal.

La “novità” invero fa parte di una campagna a lungo termine di Google, che era iniziata a giugno (HTTPS Everywhere). Ecco tutto quel che c’è di sapere e un commento in merito.

HTTPS: che cos’è

Non sarà certo la sede per fare una lezione di “protocolli di comunicazione” (ovvero sistemi di regole per le comunicazioni fra computer), ma è bene fare chiarezza su un punto. L’HTTPS, Hypertext Transfer Protocol Secure, è un protocollo “sicuro” di comunicazione su una rete di computer. Sicuro, come vedete, è messo fra virgolette, ed è questo il punto da chiarire. Perché “sicuro” non significa affatto “inviolabile”. Anzi, anche l’HTTPS, come l’HTTP, è un protocollo che si può violare. Ma è sicuramente più sicuro del suo predecessore.

HTTPS: perché Google lo considera importante?

Perché è ritenuto più sicuro. Secondo molti, questa è anche una risposta al cosiddetto Datagate.
Poi perché aiuterà il motore di ricerca a fare una selezione naturale molto pesante fra chi saprà adattarsi e chi no.
Poi, chissà, anche perché può diventare un affare.
Leggi tutto “HTTPS e SEO per Google”

Facebook e Google non sono i badanti dell’editoria online

Facebook e Google non dovrebbero essere i badanti dell’editoria online.
Eppure sembra proprio essere così.

Ogni volta che Google fa una modifica al suo algoritmo di ricerca e dice che punta sulla “qualità”, è pieno di gente che si riempie la bocca della parola “qualità” (e normalmente sono persone che non sono in grado di giudicare, per esempio, la qualità editoriale di un articolo, perché fanno un mestiere diverso da quello giornalistico). Di solito, poi, sono le stesse persone che ti dicono che il SEO è morto. Salvo ricredersi la prima volta che si accorgono quanto sia importante il traffico organico. Ma va be’.

Facebook dice basta al click baiting e ci sono le corse dell’ultim’ora ad adeguarsi (anche se non se ne sono ancora accorti proprio tutti-tutti, ecco).

Facebook e Google badanti

Eppure, basterebbe un piccolo ragionamento per capire che, come dice il saggio, non ha senso chiuder la stalla quando sono scappati i buoi. Cominciamo da una semplice domanda.

Perché Google e Facebook cambiano algoritmo?

Google e Facebook non fanno queste modifiche perché amano particolarmente tutto ciò che è di qualità. Se no, semplicemente, ridurrebbero a zero la visibilità di pezzi con tre righe o di tutto ciò che è “incredibile”, “impossibile”, “pazzesco”.

Non lo fanno, semplicemente perché hanno bisogno che esista tutto questo. E hanno bisogno di fare traffico, e anche di tenerne quanto più possibile al proprio interno, ma allo stesso tempo di offrire un servizio agli utenti. Quale servizio offre Google? La ricerca. Se sono un utente di Google, voglio che i risultati delle ricerche (le SERP) siano quel che cerco. Perché ciò accada, Google deve provare a darmi il risultato migliore sul web. Dico “provare” perché chiunque abbia a che fare quotidianamente con la questione sa benissimo come molti siti siano in cima a Google con contenuti scadenti. Perché il posizionamento dipende da molti fattori. Ma se Google non raffinasse il proprio algoritmo e non tentasse di migliorarsi, gli utenti cercherebbero lentamente altre vie.

Facebook offre il servizio della socializzazione e della condivisione di argomenti di discussione. Se gli utenti cominciano ad assuefarsi e ad annoiarsi e a non essere soddisfatti di quel che viene mostrato loro nel News Feed, cercherebbero altre vie. Non solo: se il mood degli utenti dovesse diventare fortemente negativo (di solito, quando si condivide qualcosa di “incredibile” e l’utente clicca e poi non trova quel che cercava, c’è una percentuale di utenti che torna indietro e ti ricopre di insulti. E sempre di solito, torna indietro molto rapidamente, e riduce così il tempo di permanenza sui tuoi siti), Facebook non ne beneficerebbe affatto, perché ha bisogno che i suoi iscritti siano felici di stare online. Che non insultino troppo i “publisher”. E che i “publisher” continuino a pagare per promuovere i propri contenuti.

In questo senso, anche se su molte keyword Google consente, incoraggia l’acquisto (che pure è ben visibile in SERP) di posizioni su parole chiave, è come se – almeno fino a ieri, dopo l’annuncio di Facebook – il motore di ricerca abbia più “doveri” nei confronti dei propri utenti (ma non dimentichiamoci la Filter Bubble eh).

Insomma, a lungo termine, se a Facebook e Google convenisse, si metterebbero addirittura a fare fact checking. Per poi penalizzare quelli che scrivono o condividono bufale. Non è detto che in futuro non lo facciano (o non annuncino di farlo).

E noi che lavoriamo nell’editoria online non vogliamo, vero, che siano Google e Facebook a fare i fact checkers? Sarebbe uno scenario poco piacevole, giusto? Se siamo d’accordo fin qui, andiamo oltre.

E allora, cosa fare?

La risposta alla domanda, dal mio punto di vista di produttore e coordinatore della produzione di contenuti, è molto semplice: è evidente che Google e Facebook hanno dovuto, devono e dovranno privilegiare un certo tipo di contenuti, per soddisfare le domande degli utenti.

Allora sarà il caso di iniziare a lavorare per tempo su quei contenuti. Di abituare i nostri “follower” e gli algoritmi di Facebook, Google e compagnia bella a trovare contenuti “di qualità”. Cosa vuol dire “di qualità”? In una lezione che ho tenuto per il master WME ho provato a spiegarlo diffusamente e in maniera approfondita. Senza entrare troppo nel dettaglio, per me “di qualità” vuol dire “che risponde perfettamente alla domanda dell’utente” [edit: il senso è da intendersi diversamente dal pericolosissimo “diamo al pubblico ciò che vuole”, troppo simile a bufale, tette e culi, tifo e indignazione da tastiera, che mi fa notare giustamente Carlo Gubitosa. Il senso è: se si vuole “traffico di qualità” e “utenti di qualità” – non litigiosi, che arricchiscono la conversazione, che passano del tempo sui siti e che, magari, sono anche disposti a “spendere” o che comunque possono interessare inserzionisti che hanno una visione un po’ più illuminata della media dell’advertising e del “consumatore” – bisogna rispondere nella maniera più ampia e approfondita possibile alle ricerche su Google e su Facebook degli utenti “di qualità”. Cosa che si può fare sia con l’informazione pesante sia con quella leggera. Facciamo un esempio pratico: se un utente cerca “notizie Gaza” su Google, verosimilmente vorrà essere informato seriamente sul tema. E, per dire, trova in prima pagina su Google Polisblog. Con un pezzo molto lungo, approfondito, diaristico, che infatti ha un altissimo tempo medio di permanenza. Se un utente cerca su Google “Pechino Express“, vorrà sapere tutto sul reality show e troverà l’apposita categoria di TvBlog, contenitore di tutte le notizie sul tema].

Sarà il caso di distinguersi dagli altri per accuratezza e precisione e tempestività. In questo modo, le modifiche agli algoritmi si anticipano, e si può resistere meglio al vento del cambiamento, che a volte può diventar bufera.

Anche perché la reazione classica in questi casi è, generalmente, la risposta immediata ed emergenziale. Che non sempre è la migliore. Insomma, io non ci credo che un editore voglia davvero pubblicare contenuti di scarsa qualità o attrarre con l’inganno utenti che poi non si “convertiranno” mai, né economicamente parlando né parlando in termini di lettori ricorrenti o abituali.

Perché, dunque, aspettare che Facebook e Google diventino le nostre badanti? Non giova a nessuno.

Facebook contro il click baiting

Facebook contro il click-baiting. Il social network modifica l’algoritmo del News Feed

Facebook dichiara guerra al click baiting.

Il social network ha annunciato oggi, 25 agosto 2014, con un post sul blog Newsroom, dal titolo News Feed FYI: Click-baiting, che opererà due cambiamenti importanti nell’algoritmo del News Feed, ovvero il flusso delle condivisioni che gli utenti vedono quando entrano su Facebook.

Prima modifica: si disincentivano i titoli click-baiting
Seconda modifica: si incentiva l’uso del link nel formato “anteprima”

Il secondo punto sostanzialmente conferma quanto proposto tempo fa da Facebook. In pratica, dicono, è meglio utilizzare il formato nativo di Facebook per l’anteprima anziché mettere il link, per esempio, su una foto o un aggiornamento di stato. Niente di nuovo. Ciò significa che se volete condividere un pezzo scritto altrove, non dovete fare altro che copia incollare il link e lasciare che il sistema generi la sua anteprima, e poi levare il link e pubblicare. No ai link che accompagnano foto come didascalia, per dire.

Ma quella che potrebbe essere una vera rivoluzione è la prima modifica: basta ai titoli acchiappaclick che non contengono l’informazione e che impediscono all’utente di sapere su cosa si sta cliccando veramente.

Click Baiting: che cos’è?

Il click-baiting è una strategia di pubblicazione su Facebook: si pubblica un link con poco “accattivante” che incoraggia le persone a cliccare per vedere di più, senza dare informazioni precise agli utenti. Facebook ha deciso di disincentivare questa pratica, che fa salire nei Feed degli utenti questi post, che però sono spesso di poco valore qualitativo.

Facebook contro il click baiting: perché?

Facebook si scaglia contro il click-baiting per tre motivi. Due riguardano Facebook stesso:
– per trattenere le persone sulle proprie pagine, ovviamente, piuttosto che farle uscire fuori.
– perché così facendo i “publisher” dovranno (come ad ogni giro di vite) pagare un po’ di più per promuovere i propri contenuti.
Uno riguarda gli utenti:
– per evitare che troppi titoli tutti uguali del tipo “Clicca qui!”, “Incredibile” e simili suscitino reazioni negative negli utenti e che questi ultimi vedano progressivamente soffocate le condivisioni che invece sono portati a ritenere più interessanti. E dunque, magari, non sia mai, si disaffezionino al social network. È vero che quei post sono molto cliccati. Ma, scrivono sul blog di Facebook,

«Quando abbiamo chiesto agli utenti in un sondaggio che tipo di contenuti preferissero vedere nei loro feed di notizie, l’80% delle volte hanno indicato titoli che li hanno aiutati a decidere se volessero o meno leggere l’intero articolo, prima di cliccare».

Insomma, sembra che gli utenti abbiano già espresso la loro preferenza, anche se non è detto che abbiano già attuato il click-baiting = defollow. Intanto possiamo dire che Facebook, oggi, ha stabilito l’equivalenza click-baiting = black hat

Quali parametri usa Facebook contro il click-baiting?

Come farà Facebook a stabilire cos’è click-baiting o cosa no? Cos’è qualità e cosa no? Cos’è apprezzato? Semplice, almeno nelle intenzioni.

– il tempo di permanenza (e la bounce rate): quanto tempo passano le persone a leggere l’articolo su cui hanno cliccato? Se leggono per parecchio tempo, allora vuol dire che hanno cliccato su qualcosa che ritengono valido. Se tornano subito indietro su Faceboo, allora non hanno trovato quello che volevano. L’update di Facebook terrà in considerazione il tempo di permanenza fuori da Facebook dopo il click e penalizzerà quei post che hanno generato un immediato ritorno al News Feed.

– click vs. like o share: la modifica terrà conto del rapporto fra i click e la quantità di commenti o condivisioni generati da un post.

«Se molte persone cliccano, ma poche cliccano su “Like” o commentano la storia, probabilmente non hanno ritenuto valido il contenuto»

Poco tempo fa scrivevo che prima o poi sarebbero stati necessari nuovi parametri per valutare il valore di un contenuto testuale sul web, e fra questi inserivo, naturalmente, il tempo di permanenza. In attesa che lo capiscano anche editori e inserzionisti, ci pensa Facebook.

Come avverrà la penalizzazione?

Ovviamente, i post di una pagina verranno mostrati nei feed di chi ha cliccato su “like” con una frequenza minore, se si utilizzano le tecniche di click-baiting.

Facebook contro il click-baiting: chi sarà penalizzato?

Sul blog del social network assicurano che i penalizzati saranno

«Pochi “publisher” che frequentemente postano link con tecniche click-baiting».

Pochi? Staremo a vedere.

Facebook contro il click-baiting

Ice Bucket Challenge: 100 milioni di dollari

Ecco perché l’Ice Bucket Challenge è un successo

29 agosto 2014

25 agosto 2014: due aggiornamenti. Il comunicato del 24 agosto 2014 parla di 70,2 milioni di dollari e di 1,3 milioni di nuovi donatori. Quello di oggi di 79,7 milioni di dollari e di 1,7 milioni di nuovi donatori.

Nel frattempo, qualche dato arriva anche dalle associazioni italiane. L’AISLA parla di 290.000 euro superati (raccolta aggiornata a Paypal, il dato bancario, invece, risale a venerdì). Cifra “piccola”, ma è chiaro che se il grosso della campagna puntava all’associazione americana è lì che si sono concentrate le donazioni.

E comunque, è una cifra che l’associazione non avrebbe mai raccolto, senza l’iniziativa (nell’homepage del sito si leggeva chiaramente che erano tutti in ferie dal 14 al 24 agosto, proprio mentre la sfida si viralizzava).

Ice Bucket Challenge 23 agosto

23 agosto 2014, ore 19.00: nuovo aggiornamento. La crescita delle donazioni prosegue (una progressione che rispetto agli ultimi due giorni è tornata ad essere lineare, ma è comunque impressionante).

I milioni di dollari raccolti sono diventati 62,5, a fronte di 1,2 milioni di nuovi donatori.

Nel grafico manuale fatto su fogli cartacei ormai siamo fuori dall’intervallo che avevo incautamente scelto per l’asse delle y pensando che il fenomeno sarebbe andato scemando.

Ice Bucket Challenge 22 agosto 2014

22 agosto 2014, ore 18.00: il grafichino (la medesima idea è venuta a Wired, ne ho gioia) funziona per spiegare quanto funzioni l’Ice Bucket Challenge.

Ecco perché oggi c’è la seconda puntata, che mostra come il fenomeno sia ancora ben lungi dall’aver raggiunto il plateau: il nuovo comunicato dell’ALS Association dice che la raccolta fondi è arrivata a 53,3 milioni di dollari. 12 in più di ieri. 22 in più dell’altro ieri.

Pensate: la progressione non è ancora lineare.

Ice Bucket Challenge: perché è un successo

Posto che l’Ice Bucket Challenge, in Italia, molti vip non l’hanno capita bene, posto che Matteo Renzi con il suo hashtag #Renzinomina cavalca il tormentone benefico per ragioni di marketing personale ben oltre il consentito, posto che le donazioni sono un modo assistenziale di pensare e con esse gli stati delegano al privato quel che dovrebbero fare loro, poste tutte queste cose, insomma, ecco un grafico che spiega perché l’Ice Bucket Challenge è un successo strepitoso e perché polemizzare sul caso specifico è privo di senso.

Ice Bucket Chalenge ecco perché è un successo

Il grafico, “for dummies”, illustra i giorni di agosto di cui sono disponibili i dati sull’asse delle x, quella orizzontale e sull’asse delle y, quello verticale, ci sono i milioni di dollari di donazione raccolti dalla ALS Association. La progressione aumenta con un andamento quasi esponenziale con la diffusione del tormentone.

Ice Bucket Challenge, la più grande campagna virale di sempre. Che funziona

Ice Bucket Challenge: la più grande campagna virale di sempre. I video delle docce ghiacciate e la lotta alla SLA.

Aggiornamento, 23.30: si stima che siano 600mila 2 milioni e 400 mila (il dato è del 18 agosto) le persone in tutto il mondo che hanno fatto e postato sul solo Facebook un video in cui fanno una doccia ghiacciata, aderendo alla campagna Ice Bucket Challenge.

Da oggi in avanti, chiunque userà il termine virale – quante volte l’avete sentito usare a sproposito? Ecco, appunto – dovrà fare i contri con l’ Ice Bucket Challenge, la più grande campagna virale di sempre.

Le tonnellate di video di persone che si fanno o si fanno fare docce ghiacciate, l’hashtag di accompagnamento, sono solo la parte visibile della questione.

Quella meno invisibile, che comunque è l’obiettivo ultimo – sperando che non sfugga ai vip nostrani che si trovano improvvisamente catapultati nella catena di sfide –, è la raccolta fondi per la lotta alla Sla.

Potete verificare voi stessi la portata della cosa.

Sul sito dell’ALSA, sezione stampa, potete constatare la progressione dell’incremento delle donazioni e fare un confronto con l’anno precedente, quando non c’era stata alcuna campagna del genere.

Dal 29 luglio al 13 agosto 2013, lo scorso anno, dunque, l’Alsa aveva raccolto 1.268.4204 dollari. Nel medesimo periodo, 29 luglio-13 agosto 2014, si era arrivati a 5,7 milioni di dollari $

Da allora, in altri 7 giorni e per il momento, sono stati raccolti 31 milioni di dollari. In attesa di aggiornamento.

Cosa deve succedere ancora? Be’, forse una donazione da parte del Papa (oppure, in alternativa, un suo video con annessa doccia ghiacciata): è stato nominato da Shakira.

Il video in apertura (da cui è tratta l’immagine che accompagna il post) è quello con cui i Foo Fighters hanno partecipato alla campagna.

[Da leggere:
Che cos’è l’Ice Bucket Challenge
Che cos’è la SLA
Emozioni virali
Le 10 cagate sul social media marketing del 2014

Le docce catalogate su Blogo

Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate delle star della musica internazionale
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate dei cantanti italiani
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate delle star del cinema
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate dei calciatori
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate delle modelle
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate dei motociclisti
Ice Bucket Challenge – Le docce ghiacciate dei piloti di F1
Ice Bucket Challenge – La doccia ghiacciata di Fiorello
Ice Bucket Challenge – La doccia ghiacciata dei tennisti
Ice Bucket Challenge – La doccia ghiacciata delle celebrità Queer]

Ice Bucket Challenge - Campagna virale contro la sla

La Seo non è morta

SEO: non è morto. Le tecniche di posizionamento su Google continuano a servire anche a chi fa contenuti di qualità

Ogni tanto, periodicamente, succede che qualcuno dica che la SEO è morta. Di solito accolgo questa frase con un sorriso. Il medesimo, accondiscendente sorriso con cui si accoglie chi ti dice che è morto il teatro o che è morta la radio o bla bla bla.

La SEO è morta, generalmente, per chi deve riempirsi la bocca e per chi non sa di cosa sta parlando.

Certo, quando poi uno legge su Mashable che la SEO sarebbe morta, allora si comincia a tremare un po’. Non perché la cosa possa essere vera, ma perché vuol dire che proprio tutti hanno bisogno di riempirsi la bocca.

D’altro canto, fin dall’attacco del pezzo si capisce che qualcosa non va:

«What are you hoping for when you search for something on Google?
Are you looking for a site that deployed every SEO tip and trick to game their way to the top of the list? Or a site that has relevant, reliable, authoritative content?»

Le domande non possono che essere retoriche. È assolutamente ovvio che se cerco qualcosa su Google spero di trovare, una volta che scelgo a chi dare il mio click, una landing page che soddisfi le mie esigenze e le mie richieste e quello che sto cercando.

Ma allo stesso modo, le domande sono malposte.

Vediamole in un altro modo:

«Se chi si occupa di SEO riesce a portare in buona posizione su Google una pagina web che ti dà tutte le informazioni che cercavi in mani era approfondita e articolata, sarai soddisfatto di aver trovato quel sito?»

E’ ovvio che la risposta sia: «Certo che sì».

Ecco, questo è (solo) uno dei motivi per cui la SEO non è morta. Anzi, sta benissimo. Ed è uno strumento fondamentale per “promuovere” i contenuti di qualità, uno strumento che morirà soltanto quando moriranno i motori di ricerca.

Certo, se si considerano SEO i trucchi (magari black hat), allora è un altro paio di maniche. Ma i trucchi non servono a chi utilizza la SEO per attirare lettori di qualità.

I trucchi servono a chi fa junk news e non ha niente da dire. Così come la SEO morta.

La morte del SEO su Google Trends

Seo morto Google Trends

Davvero buffo il post di Rand Fishkin su Moz. Dal quale si evince la medesima esasperazione che troverete da queste parti, tutte le volte che si affronta il tema.

Fishkin mostra un’immagine tratta da Google Trends, che illustra un “evidente calo di interesse per il SEO”.

Naturalmente

[L’immagine d’apertura è tratta dalla Guida di Google] [Da leggere anche:
Integra SEO, Social e PR, o sarai morto , 9 luglio 2013
Cos’è davvero il SEO in Italia, 25 luglio 2013
Il Seo è morto. Lunga vita all’ottimizzazione social, 9 agosto 2013
SEO morto? Ma non dite assurdità!, 22 agosto 2013
Are We Coming to the End of SEO, 15 luglio 2014
Youporn è morto (o non si sente tanto bene?), 30 marzo 2015]

SEO - Non è morto

Filter Bubble: una postilla

Filter bubble: altre osservazioni sparse.

Quel che ho scritto sulla filter bubble sociale necessita di una postilla divisa in punti.

Primo: quanto più è grossa la tua filter bubble (ad esempio, se leggi tante fonti diverse di aree politiche diverse), tanto più desideri ardentemente ridurla
Secondo: quanto più hai gli strumenti per uscire dalla tua filter bubble, tanto più impari ad apprezzarla
Terzo: se sai cos’è una filter bubble, vorrai uscirne e rientrarci a piacimento e scoprirai come farlo
Quarto: la filter bubble esiste da quando sei nato, anche prima che ci fossero google e i social network (la tua famiglia, il giornale che comprava tuo nonno, la squadra di calcio che tifava tuo padre, la musica che ascoltava tua madre e via dicendo)
Quinto: gli strumenti per uscire dalla filter bubble esistono, e fanno parte della filter bubble di chi vuole uscirne
Sesto: anche a me non piacciono i monopòli, ma il lavoro del SEO consiste anche nello sfruttare il monopolio di Google a proprio vantaggio, con buona pace delle filter bubble

Filter Bubble 2

Filter Bubble “sociale”: come riconoscerla e viverci felici e curiosi

Filter Bubble “sociale”: come riconoscerla e viverci felici e curiosi

Tutti temono la Filter Bubble sul web (e dunque anche sui social network). Io ho imparato ad amarla.

Certo, quando Eli Parisier teorizzò la Filter Bubble, anch’io ero lì ad applaudire [Eli Parisier, poi, ha tirato su Upworthy. Che gli vuoi dire? Tanto di cappello per il successo. Ma quello è davvero un prodotto editoriale di cui andar fieri? Soprattutto dopo che hai fatto una conferenza al Ted e scritto un libro che ha appassionato internauti d’ogni età – e ispirato anche qualche filone complottista, ovviamente?]

Carriera di Parisier a parte, ancora oggi penso che la personalizzazione dei risultati di un motore di ricerca monopolista come Google non sia necessariamente cosa buona e giusta e che sia, anzi, piuttosto pericoloso da un punto di vista di controllo dell’informazione. Soprattutto perché se hai l’illusione di trovarti di fronte alle possibilità di chiunque altro di accedere a qualsiasi tipo di informazione accessibile sul web, ti sbagli. Ma Google non te lo dice a monte, lo puoi scoprire – forse – dopo.

Per quanto riguarda i feed dei social network, però, ormai la vedo molto diversamente.

Sì, certo, siamo d’accordo: strutture come il feed di Facebook, con il suo algoritmo di visualizzazione dei contenuti, tendono a darti “quel che vuoi”, ad essere autoconfermative, a farti navigare in un social-universo fatto di persone che più o meno la pensano come te. Il tutto sulla base dei “like” che lasci, delle informazioni sul tuo conto che regali a Facebook(*). Delle interazioni che hai con gli altri.

Il tutto – va ammesso – è estremamente limitante e ti rende impermeabile a stimoli esterni, con l’illusione, invece, che tu sia del tutto permeabile e che in teoria qualsiasi tipo di informazione o osservazione ti possa raggiungere. Non solo. Fa parte anche di un sistema di “sorveglianza” panottica, molto ben sviscerata da Bauman.

Solo che non si critica il meccanismo nel senso di Bauman, quando si parla di Filter Bubble. Ora, siamo davvero proprio sicuri che sia desiderabile, ricevere stimoli altri quando non li si cerca? Mat Honan ha fatto un esperimento: per due giorni ha messo “like” a qualsiasi cosa Facebook gli mostrasse nel feed. I risultati potete leggerli da voi, il pezzo è interessante e l’esperimento pure. Le conclusioni non sono incoraggianti per i sostenitori del “voglio leggere tutto”

Il fatto è che Facebook è un’estensione elettronica e sul web delle nostre vite. E nelle nostre vite facciamo selezione all’ingresso, decidiamo con chi vogliamo avere a che fare. In altre parole, mettiamo dei filtri. E – nonostante la promessa quasi illimitata di Facebook – esiste un numero limitato e finito di persone con le quali, cognitivamente, l’essere umano è in grado di interagire e mantenere relazioni sociali stabili (cfr. Numero di Dunbar). La vita reale si porta appresso, per sua natura, una filter bubble

Personalmente, sono sicuro di una cosa: non voglio avere a che fare con chi sostiene il complotto delle scie chimiche; ho utilizzato le drammatiche vicende di Gaza per eliminare dal mio feed di Facebook persone che – secondo il mio metro di giudizio – non utilizzano il buon senso (indipendentemente dalla parte sostenuta) e che si limitano a comunicare e ragionare per slogan semplicistici: non voglio avere a che fare nemmeno con loro; non voglio avere a che fare con persone che sostengono i marò e sfottono le due volontarie rapite in Siria; non voglio avere a che fare con gente che maltratta gli animali, che picchia i bambini, che brucia i libri e via dicendo. Dopo anni di utilizzo di Facebook, so quasi sempre da quali persone mi arriveranno segnalazioni di notizie che mi interessano, che vorrò approfondire; di libri; di brani musicali. Potrei continuare, ma penso che il senso sia chiaro. E’ esattamente come nella vita “là fuori”, insomma.

Sto benissimo nella mia filter bubble sociale. E’ vero: Facebook la condiziona a modo suo. Google anche. Ma il punto di partenza imprescindibile è che lo so. E ho affinato, nel tempo, gli strumenti per andarmi a cercare sul web, se lo voglio – questa è la condizione necessaria – persone che la pensino diversamente da me su una qualsivoglia questione. O se voglio farmi un’idea di quali siano le parti in causa in un’altra, e di quali siano le loro posizioni. Risalire alle fonti è spesso più facile di quanto si pensi. Quando voglio uscire dalla bolla, attivo forme di navigazione anonima o vado a cercarmi proprio quelle fonti dirette, oppure inserisco all’interno delle mie preferenze una fonte nuova. Proprio in questo sta la componente chiave del ragionamento: la bolla filtrante funziona quando l’utente è in modalità passiva. Non può funzionare se è in modalità attiva.

A volte mi perdo qualcosa? Certo. Qualche stimolo, qualche interazione (comunque di quelle che non riuscirei a mantenere stabili). Di certo non perderò interazioni sociali che mi interessano davvero: a questo serve Facebook, non certo ad informarmi. La mia è una convinzione illusoria? Sinceramente non credo. So di che dimensioni è la mia bolla filtrante, la conosco, la riconosco e ci vivo felice. E non lascio in nessun modo che limiti la mia curiosità: so cosa mi interessa veramente, per fortuna. Senza bisogno dei suggerimenti di un algoritmo.

(*) Questo sì che è più preoccupante della bolla.

Filter Bubble

[Da leggere anche:
Don’t Bubble Us
The Filter Bubble
Sesto potere – La sorveglianza nella modernità liquida
Has Google Popped the Filter Bubble?
Upworthy’s Founder Talked At SXSW… And You’ll Never Guess What He Said
How to Burst the “Filter Bubble” that Protects Us from Opposing Views
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