Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

Dieci libri alla Biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

23 maggio 2016 – Come l’anno scorso, anche quest’anno ho ordinato i libri che doneremo alla biblioteca di Borgone per ricordare Luciano Cattero, mio nonno. Fra due giorni ricorre il secondo anniversario della sua morte e portiamo avanti quella che diventerà una tradizione di famiglia.

Mio nonno, vorrei scriverlo chiaro e tondo, era un partigiano. E oggi che questa parola viene ridicolmente strumentalizzata per gettarla in un agone politico che non ha nulla a che vedere con la dignità di chi ha difeso valori per i quali oggi, al massimo, la maggior parte delle persone spende qualche minuto di indignazione virtuale su Facebook, bisogna ribadirla e fare in modo che si riappropri del suo significato.

I libri che doneremo alla biblioteca sono di vario genere. Ce ne sono tre di persone che ho il piacere di conoscere e che stimo molto. Si tratta di(*)

Propaganda pop, di Davide Mazzocco (prenotato su Amazon, uscirà fra qualche giorno)
Tiratura illimitata, di Andrea Daniele Signorelli
Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista, di Mauro Biani (con testi e infografiche a cura di Carlo Guibitosa e Antonella Carnicelli

Il primo è un testo prezioso di un autore poliedrico e autentico. «Siamo nel 2016 e la propaganda non è mai stata così in salute», scrive Davide a pagina 11. Va letto, tutto d’un fiato. Il secondo è un testo molto importante per chi, come me, si interroga e analizza le possibilità per il futuro dei giornali e dei giornalisti. Contiene anche una breve intervista al sottoscritto. Il terzo è un libro di cui ho sostenuto il crowdfunding. Da leggere e da sostenere, perché Altrinformazione scommette «sulla possibilità di fare editoria senza padroni, padrini, partiti, prestiti bancari e pubblicità».

Ci sono poi alcuni testi che ho scelto perché sono partigiani e “laterali”. Sono politici e aprono la mente. Essere partigiani significa anche questo. Significa non essere indifferenti e cercare una profondità di pensiero e di azione che vada oltre la superficiale partecipazione virtuale che oggi alcuni interpretano come attivismo, che scardini le finte verità prive di sostanza e i fallimenti della democrazia.

Oltre il potere e la burocrazia. L’immaginazione contro la violenza, l’ignoranza e la stupidità, di David Graeber, che mi sembra uno dei pensatori contemporanei più lucidi e interessanti.
Non avrete il mio odio, di Antoine Leiris, prima di tutto un uomo che perde la moglie in un attentato terroristico.
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, di Julia Cagé. Una possibilità per il giornalismo d’inchiesta, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino. Omonimo di mio nonno. Testo imprescindibile per capire perché parlare dell’emergenza come strumento di governo non è una teoria complottista. E per capire la politica contemporanea.
Non per il potere, di Alexander Langer, che sto leggendo proprio in questi giorni.
I Buoni, di Luca Rastello. Scomparso anche lui, è un doloroso affresco contro i buoni, che ha subito – come tutte le voci vere – duri e immeritati attacchi.

Infine, alcuni libri per bambini, scelti anche perché nel poco tempo che nonno Luciano ha avuto per conoscere la sua pronipote Gaia l’ha amata, lo so, come ha amato me. E lei, ogni tanto, guarda la sua foto (che è quella lì appesa nel mio piccolo angolo-studio, accanto a un disegno di mia figlia)

Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni. Perché a Gaia piace e perché era nella lista dei 49 libri da censurare (chissà perché) secondo il sindaco di Venezia. Qui, come avrai capito, non c’è spazio per la censura
Che rabbia!, di Mireille D’Allancé. Perché ai bambini – come agli adulti – deve essere riconosciuto il diritto a provare emozioni. Tutte, anche quelle negative. Non viviamo in un mondo di like e cuoricini dipinto da un marketing che vuole solo vendere di più e meglio senza produrre valore.
Chi me l’ha fatta in testa?, di Werner Holzwarth, perché è geniale riuscire a fare una storia per bimbi sulla cacca.

Dieci libri alla biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero

Un anno fa era il giorno più lungo e brutto della mia vita. Il 24 maggio 2014, dopo aver lavorato fino a tardi, facevo la notte accanto a mio nonno. Poi partivo il 25 maggio, senza aver chiuso occhio, salutandolo, chiedendomi se mi avesse riconosciuto – oggi credo di sì, lo spero tanto – e se l’avrei rivisto. Andavo a votare alle Europee, ricordandomi di quella volta che avevamo discusso perché mi ero astenuto dall’andare al seggio e lui non l’aveva presa bene. Poi partivo per andare in macchina a Corbetta. Dovevo andare a Roma, primo viaggio lungo con moglie-figlia-cane. Arrivato a casa, scoprivo al telefono che non l’avrei più rivisto. E poi partivo per un viaggio Corbetta-Roma che ho vissuto come se mi trovassi dentro una bolla di sapone. Non ricordo quasi nulla del viaggio.

Ci erano voluti pochi mesi di cancro aggressivo – e non scoperto, ma chissà se sarebbe servito – per portarsi via quei 92 anni di vita densi e pieni di storie da raccontare, di amore per le storie e la scienza, la matematica, i lavori manuali, la famiglia. 92 anni che per me sono e saranno sempre un esempio da seguire.

nonno luciano Il 6 gennaio 2011 scrivevo di lui su Facebook:

La mia fonte di ispirazione. La mia memoria storica. Partigiano. Uomo dalle scelte morali imprescindibili. Il motivo per cui sono tutto quello che sono. Il motivo per cui resisto. Per cui scrivo come scrivo. Il motivo per cui cucino come cucino. 89 anni. Chapeau.

È ancora tutto vero, anche se cucino molto poco, quasi mai, purtroppo. Sono tutte cose che un cancro non può cancellare e che si cancelleranno, per me, soltanto quando anch’io non ci sarò più.

Da tempo ho ridotto al minimo indispensabile i riferimenti troppo autobiografici al mio scrivere e a quello che pubblico. Questo è un riferimento per me indispensabile.

Per ricordare mio nonno abbiamo deciso, mia madre e io, di donare ogni anno, il 25 maggio, 10 libri alla Biblioteca Comunale di Borgone Susa, se ne avremo la possibilità economica come quest’anno.

Quest’anno ne ho scelti 6 e 4 li ho presi da una lista di “desideri” della biblioteca. Le mie scelte cercano di essere coerenti con quello che mio nonno mi ha insegnato, con la sua storia, con la sua attività politica. I libri erano una delle sue più grandi passioni.

Le mie scelte:
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia
Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999)
Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, a cura di S. Faure, A. Liparotto, G. Papi
Italo Calvino, L’entrata in guerra

I titoli presi dalla lista della biblioteca:
Mauro Corona, I misteri della montagna
Benjamin Wood, Il caso Bellwether
Michael Chricton, Zero Assoluto
Alberto Angela, I tre giorni di Pompei

Nelle due immagini, mio nonno ai fornelli mentre prepara la sua lasagna e la prima pagina dei dieci libri, con una dicitura molto semplice: Libro donato in memoria di Luciano Cattero.

(*) Nota di trasparenza: su questo blog utilizzo, occasionalmente, il programma di affiliazione Amazon. Cliccando sui link, atterri sul “negozio virtuale” di Amazon. Se compri, a te non cambia nulla. A me arriva una piccola percentuale sulla transazione. È un modo per sostenere le spese del dominio e per alimentare la produzione su questo sito, che è parte del mio lavoro.

Verso il seguito di Comando e controllo

DPTS – Disturbo post traumatico da stress

Verso il seguito di Comando e controllo
Verso il seguito di Comando e controllo

DPTS – Disturbo post traumatico da stress – Questa sera a Roma è stato proiettato Comando e Controllo. Comando e Controllo è un film documentario prodotto da Fulvio Nebbia per iK Produzioni, diretto da me e montato da Vincenzo Cicanese.

È, probabilmente, uno dei miei lavori a cui sono più affezionato.

Il film racconta la gestione post-emergenziale del terremoto aquilano del 2009. In particolare, si concentra sul modello da shock economy e capitalismo dei disastri che è stato applicato sul territorio dell’Aquila.

La tesi proposta nel documentario è molto semplice: in nome dell’emergenza  – di qualunque genere – viene esercitato un potere assoluto.

Nel finale del documentario, Paola Agnello Modica, fa una serie di domande che chiariscono molto bene perché la storia del terremoto aquilano sia paradigmatica di questo modello.

Il modello dell’eccezione, che rappresenta una stortura nel normale vivere democratico.

Abbiamo visto, in nome dell’emergenza, arrivare in Italia il Governo Monti, accolto dal Sole 24 Ore con il titolo a sei colonne FATE PRESTO, che citava – esplicitamente – il famoso titolo del Mattino di Napoli dopo il terremoto dell’80.

Il titolo con cui abbiamo deciso di aprire la prima pagina del Sole 24 Ore di oggi l’ho rubato a Roberto Ciuni e a un quotidiano glorioso, il Mattino di Napoli. “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla” titolava così, a caratteri cubitali, tre giorni dopo il terremoto del 23 novembre dell’80 che sconvolse l’Irpinia, migliaia di morti e una terra straziata. Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia: un «terremoto» finanziario globale scuote le fondamenta del Paese, ne mina pesantemente la tenuta economica e civile; la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%.

Era l’emergenza dello spread.

Da allora, l’Italia non ha più avuto governi che fossero espressione reale del voto degli italiani. Abbiamo visto cosa significhi l’emergenza dell’Unione Europe applicata alla Grecia. Abbiamo visto chiaramente cosa significi il commissariamento. Lo abbiamo visto a L’Aquila. Lo abbiamo visto in Italia. Lo abbiamo visto in Grecia. Il modello si è molto evoluto e individuarne i percorsi e i protagonisti è necessario per comprenderne le potenzialità e le caratteristiche deteriori .

Partecipazione e informazione sono anticorpi contro questo modello.

Ma bisogna tornare a raccontare questa storia. Perché, mentre il modello agisce indisturbato – o quasi – il solipsismo che deriva dalla società dei social non fa che disgregare e confina in un mondo in cui il dissenso e il conflitto si diluiscono e si disinnescano a colpi di like e di cuoricini:

E così, ecco che è il momento di annunciare che Comando e controllo avrà un seguito. Un seguito il cui titolo (provvisorio, ma per me già molto convincente) sarà DPTS – Disturbo Post Traumatico da Stress.

Il border collie Lucky

Border collie, un cane di carattere

Il Border collie è un cane che ho sempre desiderato avere. Sono convinto, essendo cresciuto con animali, che avere un animale sia un’esperienza indimenticabile per tutta la famiglia, purché si sia consapevoli di tutta una serie di cose che non si possono trascurare. Mia moglie ed io ci siamo decisi ad avere un cane quando si sono manifestate alcune condizioni che, per puro caso, ci hanno consentito di avere uno spazio aperto dove tenerlo, farlo correre e giocare.

Scartata immediatamente l’idea di comprarlo, ci siamo rivolti a un’associazione, la Border Collie Rescue Italia per l’adozione di un border collie. Sapevo che è un cane impegnativo (mia moglie ne era meno consapevole), per aver conosciuto il border in azione all’allevamento Dei Fieschi, ma non avevo realmente idea di cosa avrei dovuto aspettarmi. Avevo avuto, fino a quel momento, tre cani, sempre tenuti nella casa di famiglia di mio nonno, in Val di Susa: due pastori tedeschi, Barone e Milady, e poi una femmina di lupo italiano, Lady. Tutti e tre adottati, tutti e tre con storie diverse: il primo, da una cucciolata di un cane di parenti. La seconda nata da una coppia di cani da guardia, la terza presa in un canile di Torino. Tre esperienze splendide e diverse fra loro, che ho vissuto meno da “padrone” perché il vero capobranco era mio nonno: era lui l’autorità riconosciuta da tutti e tre gli animali, e non si poteva dar loro torto. Perché il cane ha bisogno di un capobranco, non solo di coccole e di un ambiente piacevole in cui crescere, vivere, invecchiare.

Insomma, volevamo un border collie. Ne eravamo convinti.

E ad un certo punto è arrivato lui, Lucky. Cucciolo di border nato a novembre del 2013, trovato in strada, ci hanno detto, con padre e fratello. Lucky è arrivato a maggio: si è affezionato subito a mia moglie (ero fuori per qualche giorno, quando è arrivato a casa) e sembrava molto tranquillo nei suoi primissimi giorni con noi. Troppo tranquillo, per essere un cucciolo. Ma era solamente spaesato: lo avremmo imparato presto.

E siccome, giorno per giorno, stiamo imparando un sacco di cose su di lui e sui border, ho pensato di aprire questo spazio a una tematica “altra”, che non ha molto a che vedere con il resto dei miei interessi e di aggiornarlo periodicamente. Magari potrà servire anche ad altri, chissà: mi piacerebbe raccogliere qui, oltre alla nostra esperienza, commenti di altri proprietari di border collie e avere un confronto costruttivo sul tema.

Lucky, il nostro border, è nato a novembre 2013 ed è con noi da maggio 2014.

Un border collie è impegnativo e dà soddisfazioni

Ecco Lucky al bar, un po' perplesso
Ecco Lucky al bar, un po’ perplesso

Lo scrivo a scanso di equivoci. Non per scoraggiare chiunque voglia prendere con sé un cane di questa splendida razza, ma perché è la verità: un border collie è impegnativo.

Allargando il concetto, bisognerebbe dire che qualsiasi animale è impegnativo, certo. Perché se si fa questa scelta di vita è importante farla facendo vivere bene l’animale e facendo vivere bene la famiglia di cui questi entra a far parte. Se no, qualcosa non funziona.

Ecco, il punto è che con un border collie il lavoro che c’è da fare si amplia notevolmente.

Certo, poi si viene ampiamente ripagati dalle soddisfazioni, ma è bene essere preparati. Se le persone non sono preparate, è più probabile che, dopo un’adozione, riportino l’animale dove l’hanno preso o peggio. Inutile non essere sinceri e chiari per chissà quale paura.

Noi abbiamo deciso che Lucky rimarrà con noi anche se è un cane “difficile”, non solo perché border, ma anche perché le sue esperienze da cucciolo, probabilmente, lo hanno segnato parecchio. Cresceremo con lui, imparando.

È quello che ci siamo detti, ed è quello che sta succedendo, in effetti.

Border collie in appartamento

Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all'aperto
Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all’aperto

E’ una buona idea, tenere un border collie in appartamento? La risposta – mia, personalissima – è: non molto. Nel senso che questi cani hanno una spiccata predisposizione per il “lavoro”, nascono pastori, non cani da salotto. Una delle condizioni che si è verificata è che la mia famiglia ha, da poco tempo, un piccolissimo giardinetto a disposizione dove far sfogare il nostro cane: ecco perché abbiamo deciso di compilare il modulo per cercare un border in adozione. Ed ecco perché abbiamo accolto Lucky con piacere – anche se in un momento di grande cambiamento per noi. Ci aspettavamo che i tempi ci avrebbero portato ad avere il nostro border a settembre, è arrivato a maggio.

Ecco cosa ho imparato della sua vita in casa. Se non volete che il vostro border si prenda il diritto di entrare in certe stanze, non fatelo entrare da subito. Se lo abituerete a stare in una o più stanze del vostro appartamento, poi diventerà molto difficile impedirgli di entrare senza che lui viva la cosa come una punizione. Lucky è “padrone” di sala e cucina, a casa nostra. Non più del divano (dopo che ne ha distrutto una parte, si veda il capitolo sulla mordacità del border). E va bene così: se mia moglie pensava che l’avremmo ad un certo punto tenuto fuori, ha dovuto ricredersi. Altrove (ad esempio, a casa di mia madre) sta volentieri fuori perché è stato abituato a non entrare in casa. Semplice? No. Ci vuole tenacia e costanza e idee chiare fin dal principio.

Ovviamente, questo non significa che sia facile gestire il border in appartamento: bisogna essere pronti a portarlo fuori, a fargli fare attività, a farlo giocare. In questo, avere un giardino è una “salvezza”. Perché, inutile nascondersi dietro a un dito, avere un cucciolo di border collie è come avere un bambino. E siccome i santi non esistono, si può anche perdere la pazienza e avere bisogno di un po’ di decompressione dal cane. È una cosa di cui sono fortemente convinto: inutile fingere di essere supereroi e di non provare nessun moto di disperazione se ti distrugge una scarpa a cui tenevi – magari l’unico paio che usi per fare un po’ di tutto in libertà – o se si mangia la tua cena o se la fa sul pavimento o se rosicchia lo stipite di una porta del padrone di casa. È normale sentirsi frustrati, soprattutto quando non si riesce a farsi ascoltare dal piccolo appena giunto.

Ed è altrettanto normale che lui non si voglia far sottomettere, perché il border è un cane indipendente, che prende decisioni in maniera autonoma, che deve trovare il suo posto nella gerarchia familiare.

Non solo: Lucky ci ha chiaramente fatto capire che ha bisogno di uscire a sfogarsi. Attenzione, non solo nel piccolo giardino di casa. Ha bisogno di passeggiare e fare esperienze – e questo può essere complicato in alcuni casi, visto che fin da quando è con noi ha paura delle biciclette, delle macchine e delle persone – e ha bisogno di correre e di sfogarsi. Ragion per cui è nostra cura portarlo fuori in un prato, dove può fare quel che vuole.

Border collie: uscite all’aperto

Lucky corre nel prato
Lucky corre nel prato

È chiaro che se si è in città è tutto molto più complicato – non so se consiglierei mai un cane, figurarsi un border collie, a un cittadino. Ma è una questione di punti di vista naturalmente, e di organizzazione –, ma vivendo in campagna è proprio una buona idea lasciare il nostro border a godersi l’aperta campagna.

Nel prato, Lucky ha cominciato ad essere a suo agio, vincendo le sue paure.

Come si capisce se il cane è a proprio agio? Semplice: si rotola. Fa i suoi bisogni, annusa, si scarica, si rilassa, corre e si diverte. Non è difficile da capire, a pensarci bene.

Come fare se non si ha pieno controllo del border collie? È il nostro caso: non possiamo ancora lasciarlo libero, anche se in aperta campagna, perché non sempre risponde al comando “vieni”. Questo significa che bisogna premunirsi. Un suggerimento che ci è stato dato da entrambi gli educatori cui ci siamo rivolti è stato quello di utilizzare una corda (anche detta lunghina) come guinzaglio. Ne abbiamo presa una da 20 metri, ad un capo abbiamo legato e messo in sicurezza un moschettone e abbiamo affrontato l’impresa. Con successo: con un po’ di dimestichezza e di attenzione si riesce a evitare che il cane si impigli e si arrotoli nella medesima, e al tempo stesso si riesce a farlo sfogare pur non avendo pieno controllo su di lui.

Il carattere del border collie

Lucky, border collie in posizione di gioco
Lucky, border collie in posizione di gioco

Che carattere ha un border collie? Una delle prime cose che ho imparato con Lucky è che ogni cane ha un carattere a sé. Quindi, quel che scrivo qui non ha alcuna pretesa di essere valido in genere, ma è semplicemente frutto della nostra esperienza personale.
Lucky è un cane molto intelligente. Ha imparato prestissimo i comandi “seduto” e “terra”, si fa capire, ha imparato a non sporcare in casa velocemente (e se proprio non riesce a tenerla, sa dove farla).
È impertinente quando non ottiene quel che vuole, iperattivo: ha voglia di giocare, ha bisogno di correre e di saltare. Ti sfida e ti porta rancore – non è un’iperbole: chiunque abbia un border collie si accorgerà di questa spiccata tendenza del tenero cucciolo a “fartela pagare” se gli fai qualcosa che non gli piace. Non stiamo parlando di maltrattarlo, eh. Stiamo parlando, che so, di impedirgli di farti a pezzi le tende della cucina.
Ha bisogno di “fare cose”. È un cane che ha da fare.

Sa essere molto affettuoso. A volte troppo affettuoso.

Ha un istinto da pastore fortissimo e tende a raggruppare le sue “pecore” (in un primo periodo della sua vita in famiglia, vedeva mia moglie e mia figlia come “pecore” da riunire e tentava di ricondurle all’ordine se per caso si separavano).

Quando vuole giocare, se non capito, fa di tutto per attirare l’attenzione. Dopo poco è facile capire quando vuole giocare, anche se non si ha dimestichezza con i cani: la posizione è quella classica, che si vede parzialmente nella foto: zampe anteriori in avanti, muso a terra, sguardo verso l’alto, posteriore e coda verso l’alto.

I border collie mordono da cuccioli?

Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere
Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere

Il tuo border collie morde? Morde tutto? Rosicchia? Ebbene sì, anche il mio. I border collie possono essere mordaci. Mordono gli oggetti. E possono anche “distruggere” un’intera stanza, se li lasciate da soli. Mordono i divani, i cuscini, le sedie. Cercano di afferrare quel che possono. Mordono gli stipiti delle porte se vogliono entrare da qualche parte. Bisogna che ci facciate pace da subito. È possibile che lo facciano anche per attirare la vostra attenzione o per frustrazione e noia.

Noi abbiamo risolto questa tendenza a mordicchiare in maniera abbastanza definitiva, sostituendo l’attenzione del cucciolo e reindirizzandola verso oggetti che può mordere. Tipo una bella treccia o qualcosa del genere. Dopo i primi tempi e un cuscino di divano distrutto, Lucky gestisce tranquillamente il proprio “istinto” e dorme in casa senza più attentare al mobilio.
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Selfiesh – Vivere e morire a tempo di selfie

Quando ho visto Selfiesh per la prima volta sono rimasto folgorato. Ed è il motivo per cui ti consiglio vivamente di vederlo.

Lo scrivo così, in maniera limpida e chiara, perché è un progetto che come minimo non ti può rimanere indifferente. O lo ami o lo odi. O ti disgusta e ti disturba o ti piace, o forse ti piace proprio perché ti disgusta e ti disturba.

Selfiesh, se posso permettermi l’azzardo, è un perfetto affresco postmoderno che ti mostra come sei quando il tuo ego prende il sopravvento e diventa social. Quando i tuoi rapporti umani si dissolvono. Quando la rappresentazione si sostituisce alla realtà.

È un romanzo sciame sull’uomo digitale. Non è una webserie, anche se della webserie potrebbe sembrare aver la forma.

Selfiesh se lo sono inventati Emiliano e Luca e si merita tanta visibilità. Non solo quella che gli può dare una piattaforma selfiesh come Facebook.

Guardati il primo episodio. Vale il tempo della tua attenzione.

selfiesh

[Trasparenza: se trovi il mio nome sul sito di Selfiesh – peraltro con l’immeritata dicitura “Selfiesh media manager” –, è solo perché ho dato una mano in partenza sulla comunicazione del progetto medesimo e ho partecipato a qualche sessione di confronto e di scambio di idee, a titolo gratuito. Ma il grosso lo stanno facendo Emiliano e Luca. E ho dato questa mano a titolo gratuito, così come scrivo questo post, perché Selfiesh mi piace esattamente quanto mi disturba. Se ti piace e disturba anche te, sappi che è solo l’inizio].

DCM – Dal giornalismo al digital content management

Digital Content Management

Prima dell’uscita del libro, due corsi che parlano di Digital content management. Uno a Roma, il 13 maggio. L’altro a Milano il 20 maggio.

Cerchiamo di rispondere a una serie di domande, a partire dallo scenario sui contenuti digitali, per poi vedere:
– come concretizzare un’idea
– come realizzare un progetto editoriale sul web
– come gestirlo
– come promuoverlo
– come finanziarlo (la dolente nota)
– come misurarlo
– come migliorarlo

DCM – Dal giornalismo al digital content management

DCM giornalismo digital content management

Digital content management e giornalismo saranno gli argomenti al centro del libro che sto scrivendo per il Centro di documentazione giornalistica.

C’è anche un gruppo su Facebook dedicato a chiunque voglia partecipare alla conversazione.

Il libro parlerà di temi che tratto abitualmente qui, che riguardano anche Wolf., che mettono insieme undici anni di esperienza in Blogo (la testata giornalistica digitale che dirigo dal 2012 e per la quale ho fondato TvBlog nel 2005), quella con iK Produzioni nell’audiovisivo e un altro po’ di cose di cui mi sono occupato.

L’obiettivo, come al solito, è quello di offrire tanta concretezza parlando di contenuti digitali, provare a fare in modo che digital content management non sia solamente una buzzword in inglese ma che sia piena di significati, di strumenti per addetti ai lavori, per chi vorrebbe diventarlo, per chi si incuriosisce al futuro dei contenuti online – dovrebbe riguardarci tutti, a cominciare dalla necessità di comprendere come si muovono due colossi come Google e Facebook, che sono diventati parte integrante delle vite di molti di noi.

Digital content management, cos’è

Individuare una definizione di digital content management (o, se preferisci l’italiano, di gestione dei contenuti digitali) è uno degli scopi di questa parte del mio lavoro.

Saper gestire i contenuti digitali richiede una serie di competenze anche tecniche o di capacità di interfacciarsi con figure professionali che non si occupano semplicemente di creazione del testo: è una possibile evoluzione del lavoro giornalistico in una modalità interdisciplinare che potrebbe tradursi in una collaborazione virtuosa e sfociare nella realizzazione di progett personali o collettivi che escano dalla logica delle “grandi compagnie” e che possano individuare nuove strade, anche di nicchia, per rendere sostenibile la professione di chi lavora con i contenuti, salvaguardandone la professionalità e i doveri deontologici.

Saper gestire i contenuti digitali vuol dire saper avere a che fare con i social e con i motori di ricerca, con i software e – ultimi ma più importanti – con gli utenti che fruiscono dei contenuti. Significa aver dimestichezza con l’algoritmo di Google e quello di Facebook, capire la Seo, capire i modelli di business e via dicendo.

Bisogna studiare, quotidianamente, e aggiornarsi.

Scriverne vuol dire condividere conoscenza e imparare.

Andrò così a raggiungere tre testi che hanno scritto tre colleghi, molto validi, e che saranno senz’altro all’interno della bibliografia del mio lavoro:
Giornalismo online di Davide Mazzocco
Tiratura illimitata di Andrea Signorelli
I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali

Elogio della verticalità

Elogio della verticalità (o del tematico)

[Questo pezzo è stato scritto originariamente il 2 agosto 2014. Lo ripropongo oggi, 10 maggio 2016, nel giorno in cui Mondadori acquisisce definitivamente Banzai per 45 milioni di euro + 7 milioni di spazi pubblicitari. Nel giorno in cui la nota di Mondadori spiega fra l’altro che l’operazione «consentirà una profilazione dell’audience in target specifici, permettendo maggiori opportunità di monetizzazione». Nell’estate del 2014 questo pezzo suscitò qualche commento di approvazione (per esempio dal mai troppo apprezzato Robin Good, da tempo sostenitore delle nicchie verticali) e qualche ilarità. Oggi, probabilmente, grazie alla valutazione (spropositata? Al momento importa poco) delle verticalità di Banzai, l’elogio della verticalità (o del tematico) non susciterà più alcuna ilarità]

 

Verticale è bello. Lo dico, più o meno, da quando sono diventato direttore di Blogo.it, raccogliendo l’eredità di uno dei fondatori del progetto Blogo (Francesco Magnocavallo). Era il mese di giugno del 2012, e non ho cambiato idea. Dopo essermi orientato nell’universo Blogo (fino a quel momento mi ero occupato – un po’ fortunatamente, un po’ per bravura della redazione e mia – con successo di TvBlog.it) e averne capito per bene le potenzialità, ne sono stato certo. E lo sono anche adesso. E così, questo è uno dei miei contributi a proposito della grande questione della sostenibilità dell’editoria online. Che prescinde da altri tipi di considerazioni e si concentra sulla tipologia dei “prodotti editoriali”.

Cosa si intende per “verticalità”, nell’informazione e nella produzione di contenuti online?

Ammetto che il termine è di quelli veramente orrendi. Tant’è che ne ho cercato, fin dal titolo, un sinonimo plausibile.

Verticale significa, nel linguaggio del (social) media marketing, tematico. Allora uno dice: perché non dici “tematico”? Semplice: perché ho paura che se dico tematico, poi qualcuno fraintende e pensa che io sia “vecchio”. Il fatto è che tematico, in italiano, è il contrario di generalista.

E il mio è proprio un elogio del tematico.

Ma siccome si rischia che a chi fa marketing, a chi si ritiene “moderno” o “contemporaneo” non piaccia il termine, facciamo che questo è un elogio del verticale, cioè facciamo finta, lasciando perdere le mie idiosincrasie linguistiche, che verticale sia sinonimo di tematico e che, soprattutto, sia il contrario di generalista.

Ci siamo? Bene.

Allora questo è per tutti un elogio della verticalità (e per gli amanti dell’italiano e del bel parlare un elogio del tematico).

Penso sinceramente che il modello della diversificazione del prodotto su base verticale (o tematica: giuro, è l’ultima volta che faccio la distinzione) sia un modello a medio-lungo termine sostenibile. Il concetto di medio-lungo termine è fondamentale, perchè nell’editoria online (così come in quella offline) bisogna sempre considerare che la crescita non può essere di breve periodo (e se lo è, bisogna diffidarne nella stragrande maggioranza dei casi).

Ecco perché verticale è bello da tutti i punti di vista (quello dell’editore, quello del lettore, quello degli inserzionisti, quello degli autori e dei giornalisti):

– la verticalità ti consente di approfondire al massimo un argomento, con un livello di attenzione che non potresti garantire su una testata generalista;
– la verticalità ti consente di individuare in maniera chiara il tuo pubblico (amanti della tv, mamme e papà, amanti del calcio, amanti della moda, amici degli animali, appassionati di motori, amanti degli sport, della tecnologia, della cucina etc.) e dunque di avere target di interessi specifici;
– la verticalità ti consente di far sapere ai tuoi lettori che in quel tal sito parlerai di quell’argomento specifico;
– la verticalità ti consente di competere molto bene nelle “SERP” di Google;
– la verticalità ti consente di occuparti di qualunque argomento senza dovertene vergognare (per esempio, se hai deciso che non vuoi rinunciare agli argomenti di intrattenimento più leggero e futile, perché comunque esistono fette di pubblico interessate a quel tipo di argomenti, se hai Gossipblog, insomma, puoi tranquillamente parlare di gossip. Della patata di Laura Pausini, per capirci; se hai Happyblog, puoi tranquillamente parlare di video virali, cose stupide, cose che su un generalista sarebbero da colonna infame – si veda, per dire, la colonnina di destra di Repubblica.it) e senza perdere di credibilità (su Polisblog non troverai il twerking di Miley Cyrus, puoi starne certo);
– la verticalità ti consente di avere più “brand” di riferimento, sebbene racchiusi sotto un’unica testata;
– la verticalità ti consente di raggiungere tutte le nicchie. La cui somma, ovviamente, è maggiore della somma delle singole parti;
– la verticalità può essere selettivamente utilizzata per una vetrina generalista;
– la verticalità è perfetta per le tecniche “live”;
– la verticalità è un ottimo vettore di traffico, soprattutto in un mondo in cui il traffico va al contrario di quanto piacerebbe ai feticisti della teoria (procede, cioè, dal pezzo alla homepage, eventualmente, e non viceversa, e bisogna farsene una ragione);
– la verticalità ti consente di fare un lavoro che a medio-lungo termine costruisce lettori-community;
– la verticalità è “condivisibile”. Nel senso che è ottima per i social network e per i fan (anche qui, che si possono targettizzare in maniera notevole);
– la verticalità, se la sfrutti bene, può essere una via per rinunciare al traffico mordi-e-fuggi e per costruire lunghi tempi di permanenza. Ma può anche acchiappare il traffico mordi-e-fuggi e poi acquisire, con il tempo, lettori diretti, che non provengono solo dal SEO o dai social network ma che si appassionano a quel che trovano;
– la verticalità, se fai lavorare e coordini bene persone pagate, appassionate e competenti che amano il proprio lavoro (e magari se riesci anche a farle lavorare in un clima piacevole), è anche garanzia di “qualità” (sì, mi rendo conto che il concetto sia uno di quelli talmente labili da essere declinabile in qualunque modo, ma credo che sappiate cosa intendo, se siete arrivati fin qui);
– la verticalità, se sfruttata bene, è l’equivalente di avere un’enorme, accogliente edicola con una vastità di scelta che copre tutto lo scibile e che aspetta solo di essere scoperta, sponsorizzata, spulciata in tutti i suoi contenuti.

E’ tutto, anche se ci sarebbe da dire ancora molto. Nulla di generalista può permettersi i lussi che si concede la verticalità.

C’è chi dice che la verticalità non sia facilmente “monetizzabile” (altro termine orrendo). Io penso che un modello di successo dal punto di vista dei contenuti lo sia sempre. Basta lavorarci.

[Da leggere, sull’editoria online, mica solo sulla verticalità:

* Il giornale on line è morto o forse non è mai esistito (3 luglio 2014)
* Cosa si impara lavorando in un giornale digitale di Marco Alfieri (26 giugno 2014)
* Linkiesta, 1 milione e 100mila euro entro un mese per evitare la liquidazione di Gabriele Principato (28 giugno 2014)
* Giornalismo imprenditoriale. Dove ci porta il “modello” Forbes? di Lelio Simi (15 luglio 2012)
* Digital first, globale, locale: la (ennesima) lezione di giornalismo del Guardian di Andrea Iannuzzi (24 luglio 2014)
* Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica di Pier Luca Santoro (19 luglio 2012)
* Lucia Adams, making digital journalism sustainable, presentazione di Lucia Adams (29 luglio 2012)
* The Future of the News Business: A Monumental Twitter Stream All in One Place di Marc Andreesen (25 febbraio 2014)
* News, editoria: una nascente industria sostenibile di Luca De Biase (27 febbraio 2014)
* Lucia Annunziata, Huffington Post Italia: “I blog non sono un prodotto giornalistico” di Alessandro Pignatelli (24 settembre 2012)
* What now for news? di Jeff Jarvis (10 febbraio 2014)
* First Look Media Video from January 2014, video pubblicato su First Look, progetto editoriale di Pierre Omidyar (27 gennaio 2014)]

Elogio della verticalità

Algoritmo Facebook News Feed - Novità del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook | Aggiornamenti e funzionamento

Tutti gli aggiornamenti dell’algoritmo di Facebook in ordine cronologico:

– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 22 aprile 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook dell’1 febbraio 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 4 dicembre 2015


Algoritmo Facebook: aggiornamento del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook News Feed - Novità del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook – 22 aprile 2016 – Ieri Facebook ha annunciato nuovi cambiamenti all’algoritmo che regola il News Feed. Come al solito, sul sito del servizio di social network si legge che il cambiamento è pensato per migliorare il News Feed e che la maggior parte delle pagine non subirà alcun effetto da questo cambiamento.

Di cosa si tratta e di cosa si parla?

Feed Quality Program: è il programma con il quale Facebook ha chiesto a migliaia di persone nel mondo di “votare” la propria esperienza. «Abbiamo scoperto», spiegano dalla redazione del social, «che la maggior parte delle azioni compiute dalle persone su Facebook – mettere il “mi piace”, cliccare, commentare, condividere un post – non ci dicono realmente cosa sia più significativo per loro».

Storie che piacciono anche senza like – Articoli su argomenti seri o brutte notizie da un amico: sono pezzi sui quali le persone non mettono il like o magari non lasciano un commento.

Il tempo di permanenza come fattore di ranking – Facebook, per questo motivo, speiega di tenere in considerazione il tempo passato a leggere un post nel News Feed oppure il tempo speso a leggere un contenuto sul quale si è cliccato. Se si clicca e poi si ritorna velocemente sul News Feed, vuol dire che non si è trovato nulla di interessante, che il contenuto non era quello che ci si aspettava dal titolo della condivisione (avete presente quella cosa lì che si chiama clickbait? Ecco). «Il tempo che le persone scelgono di spendere a leggere o a guardare contenuti sui quali hanno cliccato dal News Feed è un importante segnale che quella storia era interessante per loro». Predittivamente, l’algoritmo tenterà di mostrare nei nostri News Feed condivisioni sulle quali potenzialmente potremmo passare più tempo. Questo non significa che i contenuti lunghi saranno per forza premiati: saranno premiati quelli che favoriranno maggior tempo di permanenza.

Diversificazione – «Abbiamo imparato che alle persone piace leggere articoli da più fonti» e che potrebbe essere ripetitivo, se troppi articoli dalla stessa fonte tornano nel loro News Feed». Ecco una brutta notizia per gli editori.


Algoritmo Facebook | Il News Feed cambia ancora

Algoritmo Facebook per il Newsfeed - Aggiornamento dell'1 febbraio 2016

Algoritmo Facebook – 1 febbraio 2016: Facebook cambia ancora il News Feed. Per migliorarlo, come dichiara sempre. «L’obiettivo del News Feed», si legge nella spiegazione dell’azienda, «è di mostrarti le storie che contano di più per te». Poi: «Le azioni che compiono le persone (like, click, commenti, share) su un post sono storicamente alcuni dei fattori che vengono considerati per determinare cosa mostrare in cima al News Feed. Ma questi fattori non ci dicono sempre tutto a proposito di cosa è davvero interessante per te».

Così, da Facebook hanno chiesto di votare le proprie esperienze ogni giorno (a migliaia di utenti). Dopo questo esperimento, ora dicono di essere in grado di valutare meglio cosa importa davvero alle persone. Come al solito, comanda l’engagement (che, non dimentichiamolo, significa coinvolgimento).

La filter bubble di Facebook si evolve, ma è ovvio che questo avrà un grosso impatto sulle pagine che usano il social come se fosse una piattaforma di distribuzione (cfr. Pier Luca Santoro su Wolf, in abbonamento). Tuttavia, da Facebook promettono che aiuteranno i partner a capire quali sono le strategie migliori per non assistere a cali di traffico.

Facebook sempre più badante dell’editoria?

Algoritmo Facebook svelato? Commenti all’intervista a Tom Alison

Algoritmo Facebook: Magia?

Algoritmo Facebook, 4 gennaio 2016 – Oggi su La Stampa è stato pubblicato un articolo dal titolo molto impegnativo: Come funziona l’algoritmo che ci fa vedere il mondo: il newsfeed di Facebook svelato .
L’ho divorato, con grande interesse e ci ho rimuginato parecchio su.

In definitiva sono parecchio deluso. L’intervisa a Tom Alison, che dirige il team di sviluppo del News Feed di Facebook prometteva bene ma in realtà svela poco o niente. Ok, d’accordo, esiste un algorimo che regola l’apparizione dei post dei nostri amici-su-Facebook nel News Feed. E questo algoritmo tiene conto di vari fattori. Per esempio:

«Se spendi un sacco di tempo sui contenuti di un certo amico è probabile che le sue storie finiscano spesso nel tuo newsfeed, e lo stesso funziona per le pagine»

Ma quesa è storia vecchia. Che il tempo di permanenzaa sia diventato uno dei fattori valutati dall’algoritmo di Facebook si sa almeno da giugno 2015.

Nell’intervista di Pagliaro, Alison spiega che vengono dati “pesi” e “punteggi” ai vari post, precisa che il news feed di ciascun utente è diverso, ma non scende mai nel dettaglio di questi pesi e punteggi: sappiamo, fin dai tempi dell’Edgerank che like e condivisioni e commenti contano (in generale, conta l’engagement). Anche qui, dunque, nulla di nuovo.

Si parla della personalizzazione attiva: sappiamo bene di cosa si tratti e ne parlavamo proprio su questo post qualche giorno fa, in occasione di un annuncio di Facebook.

In generale, l’intervista non fa che confermare l’intento dichiarato di Facebook: soddisfare l’utente. Ma non ci si addentra nello scopo primario, che sembra essere quello di mantenere l’utente al proprio interno. E si parla, di nuovo, del tasto non mi piace, che invece sono le reactions (almeno, non risulta che le cose stiano diversamente).

Si evoca la famigerata filter bubble per poi farla scoppiare (citando però uno studio dello stesso Facebook come fonte), così:

«Nei fatti le persone non sono in una bolla su Facebook», dice Alison «Se sei interessato alla politica vogliamo che tu possa seguire un giornale o un partito. Non vogliamo mostrarti cosa non ti interessa. Ma capita spesso che nei commenti, per esempio, un amico mostri il suo punto di vista: dipende davvero molto dalla tua rete di amici».

In realtà, nei fatti, l’esperienza fenomenica ci insegna che, sì, siamo all’interno di una bolla, su Facebook, proprio in virtù dell’algoritmo che ci mostra alcuni contenuti e non altri. Dipende dalle nostre interazioni e quindi è un fenomeno che possiamo influenzare? Sì, sicuramente (almeno in parte). Ma resta una bolla. È proprio fatto così il social, è pensato così.

E la portata delle pagine che utilizzano Facebook per dragare traffico sui propri siti diminuisce, perché anche questo è parte del modello di business di Facebook. Altro tema, purtroppo, non toccato dall’intervista. Si parla, invece, almeno una volta, di «magia». Ma non c’è alcuna magia. C’è un’azienda che ha una sua visione non solo dei social, ma anche del mondo.

Insomma, il pezzo è divulgativo e molto “basico”. Un peccato per chi, invece, come me,

sperava che un’intervista a un pezzo grosso di Facebook, che lavora direttamente sul News Feed, potesse addentrarsi in approfondimenti ulteriori.

Algoritmo Facebook: News Feed multipli, le nicchie social

Algoritmo facebook: nicchie verticali new feed multipli

Algoritmo Facebook, 30 dicembre 2015 – Nuove manovre in casa Zuckerberg: Facebook testa News Feed multipli su connessioni da mobile.

Cosa significa questo? Due cose. Primo: Facebook continua a cercare di ottimizzare l’esperienza utente.
Secondo: per ottimizzare l’esperienza utente, anche in casa del social più generalista del mondo si punta sulle nicchie, sulle verticalità, sul tematico.

La cosa ci sorprende? Non dovrebbe.

Mi fa un po’ sorridere pensare che non molto tempo fa scrivevo, più come suggestione che credendoci sul serio, che avrei amato molto la possibilità di taggare per argomenti le mie condivisioni su Facebook. Questa novità, in test, va proprio in quella direzione lì.

Style, Travel e Headlines sono, per ora, i canali verticali aperti in “beta” (quindi non per tutti).

Algoritmo Facebook: parola agli utenti e contro le bufale

Algoritmo Facebook: parola agli utenti

Algoritmo Facebook – Il 4 dicembre 2015, sulla newsroom di Facebook, è uscito questo pezzo, che di fatto annuncia un nuovo cambiamento nell’algoritmo che mostra le condivisioni sul feed degli utenti.

La direzione scelta dal social è sempre la stessa. Ovvero: dopo aver imparato a misurare i segnali derivanti da like, click, commenti o sharing (quanto tempo è passato, dall’EdgeRank, eh?), adesso Facebook dice di voler essere sicuro che «ti stiamo mostrando i contenuti più rilevanti». A te, utente. Insomma, anche per Facebook, come per Google, l’utente è al centro dei propri pensieri. In maniera subordinata alla convenienza propria di Facebook, chiaramente. Che è quella di tenere il traffico quanto più possibile al proprio interno.

Così, Facebook spiega che sta chiedendo «a migliaia di persone ogni giorno di votare la loro esperienza e di dirci come possiamo migliorare quel che vedono quando accedono a Facebook».

Il tutto avviene anche attraverso sondaggi, in cui agli utenti vengono mostrate due storie e viene chiesto di rispondere scegliendone una, quella che vorrebbero vedere nel loro feed.

«Se la storia scelta è una di quelle che abbiamo mostrato in posizioni in alto nel News Feed, allora è un segno che le cose stanno andando bene. Se no, questo evidenzia che c’è spazio per un miglioramento».

La nuova modifica all’algoritmo prosegue anche nella lotta contro le bufale da parte di Facebook. Storie che diventano virali perché sono “incredibili”, ma poi si rivelano false, ovviamente non fanno il bene del social e a lungo termine non piacciono ai suoi utenti. Così, ecco che ancora una volta convenienza propria dell’utente e convenienza propria di Facebook si mescolano per “migliorare”.

Come al solito, da questo tipo di annunci si possono trarre indicazioni preziose per capire come sfruttare al meglio la leva di Facebook (discorso analogo a Google e alla SEO) e non farsi trattare, invece, da social e motori di ricerca come se fossero i nostri badanti.

Algoritmo Facebook: cronologia dei cambiamenti

Algoritmo Facebook – Se per l’algoritmo di Google e tutti i suoi cambiamenti più importanti c’è l’imperdibile risorsa Google Algorithm Change History di Moz, i punti di riferimento per il popolarissimo social e per registrare la storia e comprendere i significati dei cambiamenti di algoritmo di Facebook sono più rarefatti.

La mia risorsa preferita, fino a oggi, era la timeline di Edgar: all’8 dicembre era online, il 30 dicembre restituisce un 404 (grazie a Simone Del Bianco per la segnalazione). Quindi ripiego su quella di infinitdatum.

Ma mi sembra utile tenere traccia anche qui dei vari cambiamenti del social (a maggior ragione visto che una delle mie risorse ha cancellato la propria timeline.

Algoritmo Twitter: i migliori Tweet

I migliori Tweet - Algoritmo Twitter

20 aprile 2016 – Oggi ho scopreto che l’algoritmo di Twitter è impostato in modo da riproporre, dopo un po’ (non so dire quanto, al momento), l’ordine algoritmico anziché quello cronologico che pure avevo esplicitamente scelto.

Sono entrato nelle impostazioni e ho trovato spuntata la casella «Mostrami i migliori Tweet per primi».

Allora ho tolto la spunta.

Algoritmo twitter migliori Tweet

Poi ho cliccato su Salva e, sorpresa!

Algoritmo Twitter salva password

Già. Per confermare la mia scelta devo reinserire la password.

Come previsto, Twitter – esattamente come accade con l’algoritmo di Facebook – sta rendendo difficili le cose a chi l’algoritmo non lo vuole.

Sul tema, ho scritto per Wolf Chi ha paura dell’algoritmo?, perché le critiche alle OTT (Over The Top) e ai loro algoritmi, a mio modo di vedere, non c’entrano il punto.

Ciò detto, l’ossessione algoritmica è deleteria per le reti sociali e per i servizi che ne offrono. Lo si vedrà sul lungo periodo.

Algoritmo Twitter, non perderti mai un Tweet importante

Algoritmo Twitter - Non perderti mai un Tweet importante

19 marzo 2016 – Ieri mattina il mio Twitter mi ha accolto definitivamente con il suo nuovo algoritmo e con la schermata che vedi qui sopra. «Non perderti mai un Tweet importante», dice la scritta.

E prosegue: «Ora i migliori Tweet delle persone che segui appariranno in cima alla tua cronologia quando apri Twitter».

Bontà sua, c’è anche la possibilità di cliccare su Cambia le mie configurazioni per tornare al flusso cronologico (in altre parole, l’algoritmo è un’opzione – non incentivata e progressivamente nascosta).

Come tornare ai Tweet in ordine cronologico

Twitter - Impostazioni per tornare all'ordine cronologico

Se non clicchi subito su “cambia le mie configurazioni”, ovvero se non ne approfitti immediatamente per disattivare la funzionalità che Twitter sta cercando di far passare (sulla scia di Facebook e seguito da Instagram), all’ingresso successivo te lo ritrovi già lì, l’algoritmo, in funzione a mostrarti quelli che, secondo lui, sono i Tweet più importanti per te.

Ora, supponendo che tu voglia ritornare alla visualizzazione cronologica dei Tweet, sappi che, sì, come annunciato, è un’opzione che si può selezionare (ma che, sono pronto a scommettere, verrà scoraggiata nel tempo).

Tant’è, adesso si può. Per farlo devi entrare nelle impostazioni.

Poi devi togliere e togliere la spunta a “Mostrami i migliori Tweet per primi”.

Migliori Tweet

Una volta tolta la spunta clicchi su “Salva modifiche” e il gioco è fatto: il feed di Twitter torna ad essere quel che era.

Come “impara” da te l’algoritmo di Twitter?

Quando ti ricolleghi a Twitter, l’algoritmo ti mostra i Tweet “più importanti per te” se non hai esercitato l’opzione. Se no, se hai scelto di vedere comunque i Tweet in ordine cronologico, ti mostra comunque i Tweet scelti algoritmicamente “mentre non c’eri”, e poi comincia a partire con quelli cronologici da quando ti ricolleghi. Cioè, in altre parole, quello che “ti sei perso” non lo rivedrai comunque in ordine cronologico. Fatta questa precisazione, il primo Tweet che Twitter ti mostra presenta a fianco una X. Se ci clicchi, puoi rimuoverlo.

Tweet rimosso - Come addestrare l'algoritmo di Twitter

Se clicchi su “Mostra meno Tweet come questo” (qualunque cosa voglia dire “come questo”) allora Twitter ti dice che “Vedrai meno Tweet come questo”.

Vedrai meno Tweet come questo - Algoritmo Twitter che impara

Algoritmo di Twitter: un’opzione?

Twitter algoritmo

Arriva l’algoritmo di Twitter? Pare proprio di sì.

Per il momento sarebbe solo un’opzione.
DSico per il momento, perché chiunque abbia un po’ di esperienza sull’evoluzione del News Feed di Facebook sa molto bene cosa significhi un’opzione, in questi casi.

Facebook in ordine cronologico

Anche vedere gli aggiornamenti su Facebook in ordine cronologico è un’opzione, per capirci.

Ma è un’opzione che Facebook ha reso sempre più difficile e progressivamente nascosto: ora è relegata sulla barra di sinistra e che ad ogni nuova sessione il social ti ripropone il suo feed algoritmico. Sarei molto curioso di sapere quanti utenti si ostinano ancora a selezionarla. Perché accade? Da Facebook dicono che è per migliorare la tua esperienza utente. In realtà in questo modo Facebook monetizza meglio (perché contestualmente l’algoritmo riduce anche la portata delle pagine che hanno scopi commerciali, fosse anche solo come vettori di traffico verso siti terzi), inutile girarci troppo intorno.

Insomma: se l’algoritmo di Twitter sarà un’opzione, diventerà un’opzione da scegliere volontariamente ogni volta. E quindi non sarà un’opzione. Inutile fare altre speculazioni.

Piuttosto, bisogna chiedersi cosa faranno gli utenti. Perché Twitter è un post virtuale che può anche essere utile così com’è (in merito c’è un’interessante discussione in corso nel gruppo di Wolf, che nasce da una nota di Pier Luca Santoro). Ma cambiarlo potrebbe renderlo meno utile. Se poi diventa uguale a Facebook, a che serve?

Twitter, caratteri e traffico verso siti terzi

Twitter caratteri algoritmoTwitter verso il superamento dei 140 caratteri. È la seconda vola che se ne parla, e questa volta ci sarebbe addirittura un limite esplicitato: 10.000 caratteri.

A parte che sarà da vedere quest’ultimo punto (se son 10mila, potrebbero essere anche 20 o 30 o 40mila, no?) e come verrà implementata questa modifica, ancora una volta su Slate, Will Oremus centra perfettamente il cuore della questione.

Twitter sta tentando di trattenere al proprio interno il traffico, ospitando contenuti più lunghi di quanto prevedesse il format originale.

In realtà, dice il CEO Jack Dorsey, è già possibile scrivere testi lunghi su Twitter. Come? Per esempio con un Tweet-screenshot, come il suo.

Allora, il punto qual è?

Il punto è che da un lato Twitter ha bisogno di crescere (e secondo Rand Fishkin troverà il modo). Dall’altro ha bisogno di smettere di mandare fuori da sé il traffico e di cominciare a comportarsi come Facebook.

Trattenere gli utenti sulle proprie pagine, far crescere il tempo di permanenza, rispondere agli Instant Articles di Facebook. Ma
Twitter non deve guadagnar terreno solo nei confronti di Facebook, ma anche respingere altre realtà come Snapchat. Quindi, la mossa – se sarà confermata – è più che sensata. Quasi doverosa, per una “grande piattaforma” oggi.

Sul Corriere, Severgnini si “preoccupa” della possibile perdita di identità di Twitter. Ma mi pare un falso problema.

Già che ci siamo: assisteremo anche a una selezione algoritmica nel feed dei Tweet più selettiva di quella che vediamo con il mentre non c’eri?

E i produttori di contenuti si rassegneranno anche a questo? O cominceranno a coltivarsi i propri utenti in altri modi, sfruttando i volani di motori di ricerca e social al meglio ma occupandosi anche di migliorare le esperienze utente sui propri siti?

Una brutta giornata per il giornalismo e la politica

La sospensione dello shock

Il 17 aprile 2016 è stata una brutta giornata per il giornalismo e per la politica. L’ennesima brutta giornata di una sequenza infinita, in una spirale autodistruttiva che sembra non avere fine.

È una brutta giornata per il bullismo ideologico del #ciaone e di quelli che perculano un referendum. E anche per Scalfari che dice che il referendum riguarda solo quelli che abitano nelle regioni che hanno uno sbocco sul mare (e manco tutte).

È una brutta giornata perché un pezzo – nella migliore delle ipotesi – acchiappaclick è stato chiamato “giornalismo 2.0”.

L’età dell’oro per il giornalismo

Età dell'oro del giornalismo

13 aprile 2016, a Palermo – che non ho mai visto e continuo a non vedere, se non per pochi minuti e di passaggio – e poi a Trapani porto un po’ degli argomenti che racconto di solito in altre zone d’Italia, molto più a nord.

Lo faccio per l’Ordine dei Giornalisti, regione Sicilia e in qualche modo mi avvicino a una parte delle mie radici.

Sono previsti 28 gradi, c’è uno scirocco niente male ma un clima invidiabile. Ed è proprio il giorno giusto per parlare dell’età dell’oro per il giornalismo.

Nonostante tutto, sono convinto che Carr avesse ragione: è un momento di opportunità straordinarie per il giornalismo, nonostante la crisi. Se esistono progetti come quello di Rob Orchard e dei suoi colleghi, Delayed Gratification, se esistono professori di scuole di comunicazione e giornalismo come Peter Laufer, questo significa che c’è spazio per fare tanto e fare bene.

Giornalismo, SEO, web, video, tv