Il giornalismo è schiavo del modello di business che detta l’agenda

modello-di-business-detta-lagendaNel mondo del giornalismo l’ultima moda è la post-verità. Come dire: dopo aver passato anni a usare etichette di ogni genere ed esserci accorti a più riprese che sono sbagliate come tutti i modelli rigidi di interpretazione del mondo, come reagiamo all’ecosistema che ci sta sfuggendo di mano? Con un’altra etichetta. Sbagliata.

Di chi è la colpa se ci sono le fake news? Di Facebook?

No. La colpa è del modello di business dell’editoria che insegue quello dei social. La ricerca ossessiva di click – se preferite, di volume anziché di valore. Di lettori dimenticati. Di quel valore aggiunto come servizio offerto che non viene considerato – porta con sé una serie di conseguenze deteriori.

  • la velocità, oggi diventata del tutto inutile per fare buon giornalismo (e in alcuni casi addirittura dannosa). Il “buco”, oggi, è dire il falso.
  • gli articoli verosimili e non verificati
  • le “colonnine di destra”
  • il disinteresse per le persone
  • il disinteresse per il giornalismo stesso
  • la tossicità delle news
  • la svalutazione dei marchi giornalistici
  • la perdita di identità editoriale (prova a distinguere le condivisioni su Facebook da parte di testate diverse)
  • l’uso indiscriminato dei social a peggiorare la qualità dell’ecosistema
  • la partecipazione al sovraccarico informativo

    Tutto questo non esisterebbe se l’unica metrica di interesse non fosse quella del click.Finché non ci sarà il coraggio di cercare strade alternative è inutile puntare il dito contro i social mentre passiamo il tempo a guardarci l’ombelico convinti che raccontare quest’azione quasi onanista sia soddisfacente anche per chi ci legge.

    Il problema è il modello di business sbagliato. Alternative ce ne sono.

Le notifiche sono tossiche

Il mondo di Facebook. Un rettangolo rosso. Il 16. La barra nellheader del mio profilo Facebook si presenta così, quando inizio questo post.
Da anotifiche-tossichenni, ormai, siamo abituati alle notifiche. Quel +1, quel numerello rosso, quel pallino, quel suono, quella preview. Sono lì a chiamarci da desktop o da smartphone e a dirci: ehi, guarda, c’è qualcuno che ti ha scritto, ti ha nominato, ti ha taggato, ha commentato, ha messo un like, ti ha ritwittato, quel che vi pare.

È irresistibile, quel dopamina-social-networknumerello lì. Ed è anche sempre più complesso stare appresso a ciò che seguiamo, a ciò che abbiamo scritto, alle tracce che abbiamo lasciato sui nostri social.

Tutte le volte che quell’indicatore rosso (o arancio o blu o nero, come vi pare) si fa vivo, è una novità. E il nostro cervello rilascia dopammina. Che è quel che fa quando beviamo acqua, o mangiamo o facciamo sesso o ascoltiamo musica che ci piace o assumiamo sostanze stupefacenti. In altre parole, la dopammina, che è associata a stimoli naturali o artificiali, è alla base del meccanismo che ci fa stare sempre di più dentro al walled garden di un social network come Facebook. È un meccanismo di continua gratificazione del nostro cervello e del nostro ego.

Difficile dire se Zuckerberg & co. fossero consapevoli di questa cosa o a loro volta vittime di un continuo percorso autoconfermativo e di piacere che si prova nell’aver a che fare sempre, costantemente, con qualcosa di nuovo. Fatto sta che il meccanismo insito nelle notifiche, considerato anche il proliferare delle piattaforme, dei social, dei contenuti, è l’esatto contrario dell’ottimizzazione.

Non so voi, ma io a volte funziono così. Entro su Facebook, magari perché devo verificare qualcosa sul gruppo di conversazione di Wolf. Ci sono notifiche. Le apro. Le controllo. Se qualcuno ha risposto rispondo. Nel frattempo magari arrivano altre notifiche. Guardo l’ora. Sono passati quindici minuti e non mi ricordo nemmeno perché ero entrato su Facebook.

Questo meccanismo è evidentemente tossico. Non mi fa bene, fa sì che il mio cervello passi continuamente da un compito all’altro e non è utile ad alcunché. Non mi rilassa, non mi svaga veramente. Mi stanca.

Ecco perché ho cominciato a pensare che l’eccesso di notifiche sia tossico. Ecco perché provo a rinunciare ad aprirle per una settimana a partire da oggi.notifica-dopammina Vedremo se ne sarò capace e se avrò saputo ottimizzare, così, anche il tempo che passo sui social. Mentre scrivevo questo semplice post, quel numerello è passato da 16 a 19. Vedremo come sarà mercoledì prossimo e come andrà questa piccola sfida (sono possibili aggiornamenti di questo post).

Ottimizzazione delle conversazioni (e delle parole)

ottimizzazione-delle-parole-nella-comunicazione-privataOttimizzare le conversazioni (e le parole) è qualcosa che solo apparentemente non ha niente a che vedere con i motori di ricerca, ma che dovrebbe far parte di un processo culturale(*) che è sotto molti aspetti affine alla SEO.

La sovrabbondanza dei mezzi per raggiungere gli altri e la loro sostanziale – o perlomeno percepita – gratuità ha aumentato le informazioni scambiate anche a livello personale. In altre parole, siamo di fronte a un sovraccarico informativo anche per quanto riguarda lo scambio privato.

Fino a qualche anno fa, lo scambio che vedi qui sopra sarebbe stato impossibile su un telefono: avrei pagato i singoli messaggi e mi sarei ben guardato dallo scriverlo. La rivoluzione copernicana di questo tipo di conversazioni passa attraverso i primi strumenti tipo mirc, ICQ, C6, MSN, Skype. Poi si evolve sugli smartphone. E quindi si integra nell’esperienza in mobilità o da desktop.

iMessage, per primo, con il suo client per iOs che ti permette di usarlo anche con il computer, ha trasformato definitivamente lo scambio di sms in una chat.

Whatsapp è diventato un fenomeno di massa. Al punto che fioriscono i gruppi di ogni genere (per esempio, quelli dei genitori di una classe, quelli di un gruppo di lavoro e via dicendo). Gruppi che, di solito, travisano completamente la funzione di un sistema di messaggistica istantanea. Che non può in alcun modo diventare, a meno che non sia uno strumento evoluto e pensato per quello, un mezzo di lavoro.

Pian piano anche Telegram si popola di iscritti. E anche se non rischia di diventare popolare come Whatsapp, l’uso che ne viene fatto è simile.

Per tacer di Messenger, la applicazione di messaggistica di Facebook.

E delle mail, ovviamente. E dell’uso di tutti questi strumenti da parte di aziende che comunicano al loro interno in maniera ipertrofica, disfunzionale e (questo si pensa raramente) troppo costosa.

Nessuno di questi strumenti – usati come li usa la massa – può essere uno strumento di lavoro funzionale. E se anche riesci a usarli in maniera alternativa, va a finire che poi ti trovi immerso nel vortice delle notifiche di chi, invece, li usa come chat.

Il lavoro di ottimizzazione delle parole, quel parlare meno per parlare meglio che auspica Mafe De Baggis, dovrebbe passare anche attraverso una drastica riduzione dell’informazione che ci scambiamo personalmente. Non è un invito all’asocialità. Anzi. Il fatto è che il sovraccarico informativo anche nella conversazione è una naturale conseguenza delle tecnologie a disposizione – e, ripeto, della loro gratuità percepita.

Questo fa sì che non selezioniamo più le informazioni (tanto, che ci costa scriverle e inviarle?), non misuriamo più le parole, ci inondiamo di messaggi sui sistemi più vari e non facciamo che affaticare ulteriormente il nostro lavoro – soprattutto se siamo lavoratori dell’informazione – e forse anche le nostre vite private.

Per uscirne bisogna fare delle scelte, anche drastiche. Personalmente, per esempio, ho disinstallato Whatsapp e Messenger dal mio smartphone e sto cercando di accordarmi con le persone con cui ho rapporti lavorativi per ricondurre lo scambio di lavoro a dimensioni e sistemi più consoni.

(*) Sulla SEO come questione culturale ho scritto un pezzo per il Manifesto nell’ambito dello speciale curato da Datamediahub.

Il digital divide è nel cervello

Secondo la definizione più diffusa, ben riassunta dalla Treccani, il digital divide o divario digitale sarebbe la sperequazione esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, totalmente o parzialmente. È un neologismo (se si può definire ancora tale un concetto che risale agli anni ’90).

La Treccani riporta anche la storia del digital divide, che nasce, come concetto e come terminologia, con la presidenza di Bill Clinton negli USA (1993-2001).

Le ragioni del divario digitale sono molteplici. In Italia si ha la sensazione che si pensi che la questione si risolva digitalizzando tutto e garantendo l’accesso alla banda larga.

Ma il pre-requisito per abbattere il divario digitale non è tecnologico o di infrastruttura. Il pre-requisito è culturale. E di alfabetizzazione alle tecnologie.

Da qualche tempo a questa parte mi piace utilizzare la metafora della lavatrice o dell’automobile per spiegare come utilizziamo le tecnologie di solito. Più o meno, una lavatrice la sappiamo far partire tutti: è un elettrodomestico, ha le istruzioni, si mette il detersivo, si sceglie il programma, si carica, si preme un pulsante. Pochi sanno come funzionino la pompa di scarico o la resistenza della lavatrice. Ma almeno una lavatrice sta ferma.
Le automobili, invece, si muovono. E a discapito di tutti coloro che le utilizzano per andare da un punto A ad un punto B, non sono elettrodomestici. Possono anche uccidere (difficile, invece, trovare una vittima causata da una centrifuga sbagliata). E pochissimi sanno fare una frenata d’emergenza.

Bene. Per quel che vedo fra corsi e consulenze, utilizziamo la tecnologia dell’internet, Google, Facebook, i presunti servizi gratuiti delle OTT – alimentando i loro walled garden – come una lavatrice o un’automobile.

Il pre-requisito per abbattere il digital divide è la cultura. L’alfabetizzazione. La spiegazione delle tecnologie. Spiegazione che – non me ne vogliate, è la mia anima giornalistica che parla – non può essere demandata alle medesime OTT (il corso digitale di Google, quello di Facebook e via dicendo). A meno che non siamo quel genere di persone che si vuole far spiegare un prodotto solo dal produttore, disposti a credergli in maniera fideistica.

La transizione ai digitali nei giornali italiani è il classico esempio che dimostra come si facciano le cose male, a caso, senza aver capito veramente, senza voler nemmeno provare a capire. Giornali traslati su internet a caso. Architettura dell’informazione ignorata. Contesti mai creati. Valore del link distrutto a colpi di link building esterno o interno. Competenze mai messe insieme ma tenute separate come compartimenti stagni. Strategie di monetizzazione da cavallette (arbitraggio spinto) senza alcuna generazione di valore aggiunto. E non è che le aziende private siano da meno. Siti senza alcuna cura per l’esperienza utente, serate con decine di presunti influencer che twittano fra di loro con hashtag improbabili e di nessun interesse per il pubblico dei consumatori, preconcetti (provate a chiedere alle web agency se hanno letto almeno la guida SEO di Google o la guida per i quality rater o entrambe. Letto e capito, ovviamente. Provate a chiedere ai consulenti come e quando si sono sporcati le mani con progetti loro).

Il fatto, poi, che l’editoria cosiddetta mainstream si rifiuti categoricamente di sperimentare in maniera seria nuovi modelli di business – no, scusate, il paywall del Corriere non è una sperimentazione. Il paywall di The Information è una sperimentazione –, e che si continui a considerare il mondo diviso in due, come se analogico e digitale non fossero parti del medesimo reale e come se valessero buone pratiche diverse dimostra che il digital divide, per prima cosa, ce l’abbiamo nel cervello.

Fideisti tecnoentusiasti positive thinker o luddisti tecnopessimisti rifiutano un approccio laico al digitale e accolgono le istanze di “cambiamento” dei grandi oligopolisti della Silicon Valley come se la fantascienza fosse a portata di mano. E come se si dovesse temerla per forza, o per forza idolatrarla. Sono tifosi. Anzi, sono religiosi. La fantascienza a portata di mano è sempre la stessa narrazione da marketing che deve gonfiare la bolla senza farla esplodere – come scrive, in maniera brillante, Sam Lessin su The Information. Si era dimenticato, Lessin, che già nel 1988 la Apple aveva diffuso un video (se volete, è quello che apre questo post) che si intitolava Apple Knowledge Navigator. Ricordate che, secondo i guru di Cupertino quello avrebbe dovuto essere il futuro da lì a 25 anni. Cioè nel 2013. Siamo nel 2016: pensate a Siri.

E poi a Marte, alla realtà virtuale, alle macchine che guidano da sole, alle esaltazioni dei magnifici visionari. E poi rallentate.

La next big thing è già fra noi: va capita, studiata, resa davvero open (non nel senso che intende Facebook: Mark Zuckerberg sta costruendo una gabbia dorata a beneficio suo e dei suoi colleghi e investitori, non per il bene dell’umanità). Bisogna scappare dalle narrazioni e tornare nel mondo reale (come dovrebbero fare politica e giornalismo, per capirci).

Il digital divide ce l’abbiamo nel cervello.

Il digital divide è una questione culturale

Piano editoriale: cos’è, come si fa, a cosa serve

Piano editoriale

Piano editoriale – Indice

Introduzione
Una definizione di piano editoriale: che cos’è?
Esempi di piani editoriali
Piano editoriale giornalistico
Piano editoriale e news
Piano editoriale ed evergreen
Piano editoriale SEO
Piano editoriale social
Piano editoriale per Facebook
Il piano editoriale per un e-commerce
Come si fa un piano editoriale?
Note su questo pezzo

Introduzione

Per motivi quasi oscuri, piano editoriale è una di quelle diciture che piace molto, a tutti i livelli e in tanti mestieri diversi (ricordo un surreale colloquio da freelance a partita iva con un responsabile di risorse umane che vaneggiava di piani editoriali di cui mi chiedeva conto). È anche un tema perfettamente coerente con la maggior parte degli argomenti che tratto qui: dalla SEO ai social, passando attraverso il giornalismo (senza dimenticare il giornalismo imprenditoriale, naturalmente).

Piano editoriale - La SERP di Google
La SERP che si ottiene cercando in navigazione anonima “piano editoriale” su Google.

Cercando su Google piano editoriale si può avere una dimostrazione pratica di quello che intendo: la SERP, cioè la pagina dei risultati che offre il motore di ricerca per rispondere alla query offre siti che non hanno nulla a che vedere con l’ambito originale in cui si sviluppa un piano editoriale. Quell’ambito sarebbe, tautologicamente, l’editoria.

Invece, alla ricerca, ecco che spuntano, in prima pagina su Google, siti che offrono liste di trucchi per fare un buon piano editoriale, piani editoriali per il content marketing, piani editoriali per le attività di comunicazione, per il social media marketing, suggerimenti per la pianificazione, gli immancabili tool (che poi sono strumenti), la creazione di piani editoriali “in soli 6 passi” (o 3, 7, 9, 11, mai 10, ché da quando è arrivato Buzzfeed il 10 è passato di moda), l’implementazione di un piano editoriale attraverso i Facebook Audience Insights e compagnia cantante.

Bisogna addentrarsi nei meandri pagine successive di Google per trovare qualcosa che non sia, di fatto, legato al web marketing. Il primo risultato in tal senso è della sezione cultura de Il Post, dove si spiega il piano editoriale dal punto di vista di una casa editrice. Nulla di male, intendiamoci. Ma è bene provare a mettere insieme alcuni concetti base, rifuggendo, come al solito, dalla fuffa, e recuperando il senso di quel che si fa quando si fa un piano editoriale.

Cos’è un piano editoriale?

Il primo passo per capire di cosa stiamo parlando è, ovviamente, offrire una definizione di piano editoriale. Nella definizione del Post, il piano editoriale

documento fondamentale di ogni casa editrice: quello dove si costruisce e ufficializza ogni anno la programmazione contenutistica ed economica di un editore. Attraverso il piano editoriale si stabiliscono, cioè, i libri che usciranno nell’anno successivo e, insieme, si fa una previsione quanto più accurata possibile su quanto venderanno.

È questo l’unico e solo ambito in cui il termine trovava il suo pieno compimento: come si può vedere – e sono nozioni fondamentali da tenere a mente – il piano editoriale ha una componente che riguarda il contenuto e una componente che riguarda la parte economica. In altre parole un piano editoriale può essere, per esempio, di una collana o di un’opera.

Quando si parla di piano editoriale oggi si amplia questo concetto, lo si preleva dall’ecosistema delle case editrici e lo si generalizza. Possiamo dunque inventarci questa definizione:

Il piano editoriale è un documento – esplicitato o meno – di pianificazione di contenuti nell’ambito di una qualsiasi attività di produzione di contenuti.

Quindi, i blog hanno un piano editoriale. I siti, le testate giornalistiche, persino la gestione di un profilo social su una qualsiasi piattaforma di interazione sociale richiede(rebbe) un piano editoriale. Questo significa che la presenza sul digitale di qualcuno che decida di produrre contenuti richiede un piano editoriale. Una strategia, insomma. Ecco, un piano editoriale è una strategia. Se puoi questa strategia comincia a prendere atto del fatto che non ha alcun senso separare digitale da analogico, virtuale da reale, ecco che facciamo ancora meglio: integriamo e pensiamo a un piano editoriale dei nostri contenuti che faccia i conti con il fatto che il mondo è uno, univoco e, al tempo stesso, questa univocità è declinata, frammentata, relativizzata, divisa in un numero imprecisato di nicchie, pubblici, interessi.

Esempi di piani editoriali

Il web è pieno di siti che offrono esempi di piani editoriali. La cosa che mi sembra più sensata, però, per semplificare la questione, è mostrare alcuni veri esempi di piani editoriali “classici” (il che rende molto chiaro tutto il resto).

Un esempio di piano editoriale
Treccani: il piano editoriale delle lezioni di storia nella sezione “scuola”

Ecco il piano editoriale della sezione scuola-lezioni di storia sul sito della Treccani. Come si vede, è una tabella (per questo i piani editoriali sono il gioco preferito dei feticisti dei fogli excel) che riporta la disciplina (Storia, appunto), il titolo delle varie lezioni, gli argomenti corrispondenti, gli anni scolastici di riferimento, gli autori. Potrebbe contenere altre colonne. Per esempio, il tipo di contenuto (video, foto, testuale). La piattaforma di pubblicazione. Gli obiettivi. Il tono di voce. Il pubblico di riferimento. E via dicendo.

Il piano editoriale del mio sito personale (quello dove stai leggendo) sul tema dei border collie (ne possiedo uno) è un solo post, che di tanto in tanto arricchisco, e che si intitola Border collie: un cane di carattere. Racconta la storia della convivenza della mia famiglia con il simpatico (e problematico) border collie Lucky. Non ho avuto bisogno di scrivere il resto: sapevo già a chi volevo rivolgermi, con che tono di voce e con che obiettivi.

Il piano editoriale dei fumetti Marvel pubblicati da Panini è semplicemente il piano delle uscite. Il piano dell’opera.

Tutto qui? Sì. Tutto qui. Ma, naturalmente, è anche molto, molto di più, proprio in virtù della definizione generale e generalista che abbiamo visto.

Il piano editoriale giornalistico (di una testata online)

Nel mio lavoro come direttore di Blogo.it ho dovuto confrontarmi – e mi confronto quotidianamente – con l’enorme mole di produzione di contenuti dovuta alla natura stessa della testata giornalistica, che ha un unico marchio al di sotto del quale si sviluppano numerose verticalità (fu l’idea vincente dei fondatori di Blogo, che ancora oggi ha tutte le carte in regola per superare la crisi dell’editoria e per affrontare sfide e sperimentare nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro), di cui ho avuto modo di tessere l’elogio.

La natura di Blogo, che serve un pubblico generalista diviso in nicchie, richiede la capacità di sviluppare un piano editoriale flessibile, che sia fatto soprattutto di linee guida a maglie larghe e che, naturalmente, preveda anche una linea editoriale, che deve restare entro alcuni paletti ma adattarsi anche alle situazioni più varie che possono riguardare le verticalità più disparate.

Fissati i paletti e le linee guida – per esempio: la moratoria dell’aggettivazione emotiva e dei termini come shock e analoghi – a quel punto si procede nel dettaglio.

Per esempio, si individuano i punti cardine delle varie stagioni dell’anno per i temi di cui parliamo. Gli eventi imprescindibili che costituiscono l’ossatura del piano vanno ugualmente individuati.
TvBlog parlerà, per forza di cose, di Sanremo, finché morte non ci separi dal Festival della Canzone Italiana, ma anche di tutti i programmi in onda in televisione; Polisblog si occuperà delle elezioni in ogni sua forma; Outdoorblog, che è un magazine sportivo, si occuperà delle Olimpiadi, del Giro d’Italia, degli Internazionali di tennis e via dicendo.

Su questa ossatura si inserisce poi il lavoro quotidiano, che si può dividere – ma la divisione è, come tutte lew classificazioni, limitata e limitante – in news ed evergreen.

Il piano editoriale per le news

Come spiega bene Davide Mazzocco in Giornalismo digitale. Architettura, programmazione, ottimizzazione(*)
(libro imprescindibile, che ho citato con piacere anche nel mio DCM – Dal giornalismo al digital content management, di prossima pubblicazione)

«nella competizione sulla velocità e nell’esigenza di stabilire gerarchie nell’ininterrotto e sovrabbondante flusso di notizie, la pianificazione del lavoro permette di non perdere tempo in un contesto in cui il tempo è uno dei principali elementi discriminanti della qualità dell’informazione. Le notizie si possono dividere in tre categorie: 1) gli eventi imprevisti, 2) gli eventi prevedibili, 3) gli eventi previsti».

I previsti sono quelli di cui sopra. I “prevedibili” sono gli eventi che con ogni probabilità prima o poi accadranno. Gli imprevedibili sono quelli in cui si inseriscono le breaking news.

Qui appare evidente che il piano editoriale non può che andare “a vista”. Come recitava, giustamente, un claim della campagna pubblicitaria di RaiNews del 2013: «Non sappiamo cosa andrà in onda oggi». Il piano editoriale per le news è un piano editoriale liquido.

Piano editoriale per le news
«Non sappiamo cosa andrà in onda oggi», claim di uno spot di Rai News che rende bene l’idea di un piano editoriale liquido

Il piano editoriale “evergreen”

Un po’ diverso è il piano editoriale per le stagionalità, per gli “evergreen”, per gli argomenti, cioè, che ritornano ogni anno (o comunque con una periodicità specifica). Qui si può pianificare davvero molto e con largo anticipo e, conoscendo le risorse che si hanno a disposizione, si può avere una visione d’insieme semestrale o addirittura annuale, con poco sforzo e con un minimo di esperienza, lasciandosi dettare e suggerire la strategia da seguire da un elemento molto semplice, che accompagna le vite di tutti noi. Il calendario.

Gli esempi si sprecano. La cucina è forse quello che funziona meglio perché è il più immediato: le verdure stagionali, le ricette stagionali, i dolci per le feste comandate e via dicendo.

Un piano editoriale SEO

Come si scrive un piano editoriale SEO?
Un semplice piano editoriale SEO “friendly”: l’immagine è tratta da una slide del mio corso su giornalismo SEO.

Quando ho aperto il mio sito sul Giubileo, che voleva essere un esperimento per testare le mie teorie SEO e anche un modo per avere un caso di studio da proporre ai miei corsi di formazione (e agli abbonati di Wolf, la newsletter B2B che realizzo nell’ambito di Slow News insieme a Datamediahub), ovviamente ho immaginato un piccolo piano editoriale “SEO oriented” (passatemi l’anglicismo: cerco sempre di evitarli).

Il motivo era molto semplice: non avevo alcuna speranza – né le energie o le possibilità di investimento – per realizzare un sito d’informazione che riguardasse il Giubileo. Volevo, però, provare a posizionarmi bene su Google per le keyword.

Per farlo ho “scritto” – a mo’ di appunto – un breve piano editoriale fatto solo di titoli o parole chiave (serviva soltanto a me e a nessun altro, quindi poteva essere ridotto all’osso), trovate per esperienza personale, utilizzando le chiavi di ricerca correlate di Google, facendomi un giro su Ubersuggest e poi facendomi suggerire gli argomenti di interesse dagli utenti che atterravano sul mio sito per chiavi di ricerca che da solo o con questi strumenti non avevo immaginato.

Di fatto, il sito online è il suo stesso piano editoriale, ed è visionabile in tutta trasparenza, così come trasparenti sono le tecniche SEO che ho utilizzato, interamente basate sulle mie teorie empiriche e sui due segnali di ranking di Google che ho “svelato” qualche tempo fa.

Niente trucchi, solo contenuto e servizio ai lettori. Per misurare la bontà di un piano editoriale SEO c’è un solo modo. Verificare i posizionamenti, SERP alla mano.

Come valutare i risultati di un piano editoriale SEO?
La SERP per la keyword “giubileo” permette di valutare la bontà del piano editoriale orientato alla SEO che ho pensato per il mio sito sul Giubileo

Piano editoriale social

Piano editoriale social
Uno screenshot dal profilo Pinterest di Martha Stewart, che mostra la sua strategia sulla piattaforma social per immagini

Anche la gestione di un qualsiasi profilo social, come abbiamo detto, richiede un piano editoriale. Nel progetto (ancora in beta) che sto portando avanti con iK Produzioni e Barbara Gulienetti, un blog dedicato al mondo del fai da te e della decorazione che si chiama Come fare con Barbara (www.comefareconbarbara.it) mi sto occupando anche della parte social che, per risorse limitate a disposizione, al momento si declina quasi esclusivamente su Facebook e su YouTube, anche se ci sarebbero altre piattaforme social da utilizzare, come ad esempio Instagram (al momento lo usiamo in maniera molto limitata) e – seguendo l’esempio, per dire, di Martha Stewart – Pinterest.

Chiaramente, il piano editoriale social su Facebook è coerente con tutto il resto (cioè, col sito e la parte SEO, con il canale YouTube e con tutti gli sviluppi che il progetto avrà). Quindi, è Barbara che parla in prima persona e risponde al suo pubblico (la nicchia è ben definita), è barbara che fa i video-tutorial, è Barbara che scrive i post sul blog, è Barbara che scrive su Facebook e che, piano piano, intreccia relazioni con le persone che la seguono.

Un esempio di integrazione SEO-social-editoriale (e potenzialmente anche e-commerce in futuro, se vorremo) è dato dal Barbara risponde, sezione in cui Barbara Gulienetti offre consigli a chi le chiede come fare qualcosa. È un contenuto che si posizionerà su Google, che coinvolge, che fa partecipare, che fa engagement.

Non è difficile capire che ciascuna piattaforma social richiederà una produzione ad hoc di contenuti, che va in qualche modo pianificata e dev’essere pensata per quella specifica piattaforma e per l’uso che ne fanno gli utenti.

Non è difficile nemmeno capire che – a differenza di quel che pensano molti social manager – è assolutamente inutile, per una pagina che propone un progetto editoriale dedicato alla decorazione e al fai-da-te, mettersi a commentare i trend di Google o le tragedie o le breaking news. Semplicemente, se c’è qualcosa che scuote profondamente il mondo social, si possono sospendere per un giorno o due le pubblicazioni. Non muore nessuno ed è meglio che mettersi a fare quello che fanno tutti, snaturando il prodotto.

Il “trucco” di un piano editoriale social? Non esiste: semplicemente richiede di ascoltare i(l) propri(o) pubblici(o). Come tutto il resto, pensa un po’.

Piano editoriale per Facebook

Nella parte dedicata al piano editoriale per i social non può mancare una finestra speciale dedicata a Facebook. Visto che Facebook resta il servizio di rete sociale più diffuso al mondo, può essere utile cominciare a studiare una strategia di pubblicazione che tenga conto della convenienza specifica di Facebook e del suo trasformarsi progressivamente in un walled garden sempre più chiuso.

Noti, infatti, i contenuti privilegiati dall’algoritmo – genericamente, quelli che creano il maggior coinvolgimento o engagement e poi, naturalmente, quelli che consentono di rimanere maggiormente all’interno del social stesso e quelli che soddisfano in maniera compiuta le aspettative delle persone che cliccano – è bene prepararsi a pubblicare quei tipi di contenuti. Foto, video caricate direttamente su Facebook, si possono alternare a link che portano fuori dal social, ma senza esagerare con quest’ultima tipologia di contenuti: ricordati che i social non sono una fabbrica di click.

La pagina di Gianni Morandi, che ha un successo enorme in termini di engagement, non porta mai fuori da Facebook. È probabile, però, che tu non te lo possa permettere.

E allora devi fare di tutto per dare ai tuoi fanfollowers ciò che amano di più. Ecco perché anche su Facebook è diventata una buona idea avere pagine verticali , fortemente tematiche – possiamo dircelo? La verticalità è praticamente sempre una buona idea – come fa, per esempio, Buzzfeed per aumentare la portata dei propri post. È ovvio che un pubblico selezionato, verticale, che vuole leggere, vedere, visualizzare contenuti fortemente tematici, sarà più facile da servire in questa sua esigenza. Se poi si è molto bravi, esperti, competenti, unici in quella verticalità, be’, la crasi sarà perfetta. E potremo probabilmente indurre i nostri amici fan a ricondividere i nostri contenuti. Atto di disintermediazione che, per forza di cose, aumenta la portata dei post.

A che ora e in che giorno è meglio postare? Questa è una questione annosa. È chiaro che un buon piano editoriale non possa non tenere conto di orari e giornate. Ma parliamoci chiaro: la prima risposta corretta a questa domanda è: «Dipende». Se fosse vero che è genericamente “meglio postare il mercoledì alle 11”, allora tutti posterebbero il mercoledì alle 11. E ci sarebbe troppa concorrenza. E diventerebbe automaticamente più conveniente postare in tutti gli altri momenti della settimana.
La risposta è: «Dipende». Dipende da quando sono attivi i tuoi fan. Dipende dalla tipologia che proponi e da quanto sono legati a particolari momenti della giornata o magari al flusso di notizie. Dipende da quanto vuoi postare. Dipende dai risultati che stai ottenendo, dalle energie che puoi mettere in campo. Mi è capitato di vedere ottimi risultati provenire da condivisioni fatte il venerdì alle 22.12 e altrettanto ottimi il lunedì alle 7.05. Dipende.

Poi c’è una seconda risposta. In presenza di un algoritmo come quello di Facebook, verosimilmente non c’è alcuna dipendenza diretta tra orario di pubblicazione e successo della condivisione. Con buona pace delle infografiche e delle lezioni sul tema.

Il piano editoriale per un e-commerce

Piano editoriale per un e-commerce
Una delle tante immagini “stock” che si utilizzano per illustrare le attività di e-commerce. Va bene anche per parlar di piani editoriali, tutto sommato.

Ebbene sì, anche gli e-commerce richiedono (o possono richiedere) un piano editoriale.
Qui non vorrei né rifarmi all’enorme letteratura sul tema né parlare di casi personali – anche perché dovrei individuare casistiche che ho affrontato nel corso di consulenze –, ma vorrei semplicemente rifarmi al buonsenso, che è il “tool” più prezioso che si possa utilizzare.

Se ho un e-commerce, il mio obiettivo è portare all’acquisto il pubblico interessato ai miei prodotti. Fine della storia.

Partendo da questo presupposto, può essere una buona idea pensare alla produzione di contenuti che funzionino in modo da promuovere la mia attività. Contenuti pertinenti e interessanti che possano guidare all’acquisto (magari pensati in funzione SEO). Contenuti che possano coinvolgere il pubblico (e fare così il famigerato engagement), per le piattaforme social. Contenuti che possono giacere anche su siti di terzi, non necessariamente sul mio.

Anche questo tipo di attività richiede un piano editoriale. O meglio, più correttamente, richiede una strategia. Una visione d’insieme.

Come si fa un piano editoriale?

Come si scrive un piano editoriale?Ma allora, come si fa un piano editoriale? Come si scrive? Che strumenti uso? Excel va bene? Che tono di voce (quanto piace agli amici del marketing dirlo? Magari in inglese, dai: tone of voice) uso?

La prima cosa da capire è che, per quanto abbiamo visto fin qui, un piano editoriale ben fatto richiede una visione d’insieme dell’attività di produzione di contenuti. Visione d’insieme che prevede anche di sapere quali sono gli obiettivi prefissati, gli eventuali ritorni economici che si vogliono (o si devono) avere, le leve su cui possiamo contare, gli investimenti (economici o anche solo di tempo) che si possono mettere in campo e via dicendo.

Senza una visione d’insieme chiara su questi argomenti, parlare di piano editoriale è un esercizio di stile, un gioco inutile, un modo per usare una dicitura sulla bocca di tutti, che piace, che è bello dire di avere, ma che rimane carta straccia (o migliaia e migliaia di bit d’informazione sprecati).

Fare un piano editoriale rigido per la produzione generica di contenuti sul web non serve a niente, soprattutto se non si chiariscono i punti di cui sopra. Ma le linee guida vanno ben fissate, tenendo presente di tutte le risorse che si hanno a disposizione. Del budget, insomma.

Un piano editoriale online, se possibile e idealmente – nella pratica, deve basarsi su ciò che si può realisticamente gestire –, deve prevedere la leva SEO e quella social, deve fare i conti con il mondo reale, con i fruitori diretti dei contenuti, deve rivolgersi ad un pubblico o a dei pubblici che esistano veramente e deve soddisfare degli obiettivi. Dopodiché, una volta definiti questi obiettivi deve fare i conti con la misurazione del ritorno che si è avuto.

In altre parole, un piano editoriale deve:

– basarsi sulla teoria dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni
– basarsi sulla profonda conoscenza della convenienza specifica (del proprio progetto, dei propri pubblici e dei servizi che si utilizzano)
– essere coerente
– servire a chi produce i contenuti ed essere dettagliato ma flessibile
– pensare a chi fruisce dei contenuti
– recepire gli obiettivi
– portare a risultati misurabili

Note a margine sui piani editoriali e su questo pezzo

Chiaramente, questo pezzo ha anche lo scopo di posizionarsi su Google per la keyword piano editoriale. È un pezzo che si inserisce, coerentemente, nel filone di analisi dei media e della comunicazione che ho intrapreso e che porto avanti con la già citata Wolf.
È un pezzo che ha anche lo scopo di disinnescare questa mania di dare i consigli, le tre dritte, i trucchi (o peggio, i tricks, le best practice (che poi, se le traduci in “buone pratiche” capisci che non sono nient’altro che le regole da seguire).

Le strategie variano, le buone pratiche sono sempre le stesse.

Il contenuto comanda perché comandano le persone a cui quel contenuto è diretto. Per questo servono i piani editoriali e per questo serve introiettare concetti prima di imparare a usare strumenti. E per questo ho pensato di scrivere questo pezzo – che potrà, eventualmente, essere aggiornato a seconda dei contributi che riceverà.

Tutto il resto, lasciatemelo dire, è fuffa.

[Alcune foto sono tratte da Pixabay, altri sono screenhot o slide da uno dei miei set per corsi di formazione]

(*) Il link rimanda al programma di Affiliazione Amazon UE. Se clicchi e compri, una percentuale della transazione va al sottoscritto. A te non cambia nulla, ma puoi rendere più sostenibili i miei progetti.

DCM – Dal giornalismo al Digital content management (NOTE)

Digital Content Management - Note

Questa pagina contiene tutte le note del mio libro DCM – Dal giornalismo al Digital content management.

Per comodità, le note sono raccolte in questa pagina online in modo che siano cliccabili e che si possano aggiornare.

Questa pagina viene compilata progressivamente e aggiornata, nei limiti del possibile. Le note di questi capitoli sono già state revisionate e rimandano tutte a link corretti:

Note del Capitolo 1: Scenario
Note del Capitolo 2: Contenuti (e contenitori)
Note del Capitolo 3:

Le note relative agli altri capitoli, invece, sono ancora in fase di lavorazione in questa versione online.

NOTE

DCM – CAPITOLO 1 – Lo scenario

(1) Che cos’è internet? http://www.internetsociety.org/internet/what-internet
(2) In “Post Industrial Journalism – Adapting to the present“, illuminante lavoro di Chris Anderson, Emily Bell e Clay Shirky si parla della necessita, persino per grandi testate, di sopravvivere mentre si opera per fronteggiare il cambiamento
(3) Per questo motivo su www.albertopuliafito.it e su http://wolf.slow-news.com si troveranno continui aggiornamenti sugli argomenti di questo testo
(4) Il giornalismo non è morto, ma sta cercando di suicidarsi online
(5) Lo schema a funzioni di Roman Jackobson
(6) Il gruppo di conversazione su DCM – Dal giornalismo al Digital content management
(7) Giuseppe Granieri, L’evoluzione del giornalismo (2007)
(8) Le concentrazioni in alto previste, un pezzo su Lettera 43 quando StamPubblica non era ancora realtà
(9) La democrazia ha bisogno del giornalismo? Forse non proprio, Kelly Toughill su The Star
(10) Il fallimento di Gazzetta Tv
(11) Yahoo chiude il portale video
(12) David Carr purtroppo non è più fra noi. Resta, però, online, l’archivio di tutti i suoi pezzi e, in particolare, di quelli di analisi dei media, “The Media Equation”
(13) La vera crisi del giornalismo, di George Packer, Ner Yorker, 9 dicembre 2014
(14) Sul tema innovazione merita una lettura accurata il rapporto “Innovation” realizzato giànel 2014 da una squadra del New York Times.  Purtroppo, ancora una volta, bisogna segnalare contributi esteri e non nostrani.
(15) Human Highway – Diffusione quotidiani
(16) Wired di carta
(17) La fotografia della professione giornalistica in Italia nel Rapporto LSDI presentato a Roma – La ricerca da scaricare
(18) I peggiori lavori del 2015
(19) La perdita di credibilità del giornalismo italiano, intervista a Marica Spalletta, autrice del libro “Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità
(20) Guardian News & Media to cut costs by 20%
(21) Occhio al giornalismo dei lettori perché racconta troppe balle, ovvero il citizen journalism secondo Sergio Luciano
(22) STOP THE PRESSES! The Independent is Dead. Long Live the Independent, di Jeff Jarvis, 14 febbraio 2016
(23) Iran’s blogfather: Facebook, Instagram and Twitter are killing the web
(24) Il testo integrale si trova qui: Ma che fanno 100.000 giornalisti in Italia?
(25) The Internet as Medium of the Mass Media
(26) I nuovi media. Tecnologie e discorsi sociali, di Francesca Pasquali
(27) Ibid.

DCM – CAPITOLO 2 – Contenuti (e contenitori)

(28) Smart – inchiesta, di Frédéric Martel, edizione italiana
(29) Accuracy of Medical Information on the Internet (Scientific American)
(30) Questo è un link ad archive.org che ha “salvato” il celebre scritto di Bill Gates dal titolo “Content is king”. Il pezzo non si trova sui server Microsoft
(31) 40 definizioni di “contenuti”
(32) Una “timeline” della storia dei contenuti digitali dal 1997 al 2010:
(33) Espiazione di Luis Suarez, da Ultimo Uomo
(34) Nati con la rete, di John Palfrey, Urs Gasser, p. 267
(35) Cosa succede su Internet in un secondo
(36) Definizione di Commodity su Treccani
(37) Il paywall del The Times secondo Clay Shirky
(38) Notizie, una commodity? – Di Pietro Macrì su EJO.
(39) Prima nota del Corriere della sera sugli abbonati digitali
(40) Luciano Fontana, come cambia il lavoro del giornalista (Video)
(41) Come cambia il lavoro del giornalista, la lezione di Fontana su LSDI.
(42) Undicesima edizione dell’Isola dei famosi al via: il pezzo su Corriere.it
(43) Citazioni tratte da Geeks bearing gifts: Imaging New Futures for News di Jeff Jarvis
(44) La sospensione dello shock, il giorno in cui, nel 2014, su Blogo, proposi e applicai una moratoria dell’aggettivazione iperbolica e dei termini tipo “shock” e affini.
(45) Why I stopped reading/hearing/watching the news. And why you should too.
(46) Avoid News – Towards a Healthy News Diet di Rolf Dobelli
(47) Un sunto del lavoro di Dobelli.Si rimanda comunque alla lettura integrale del testo
(48) Radiomonitor, i dati del 2015
(49) Previsioni sul futuro dei media di Business Insider (2015)
(50) Medium’s Evan Williams To Publishers: Your Website Is Toast, ovvero il fondatore di Medium che cerca di convincerci a non farci un nostro sito.
(51) La famosa installazione in 5 minuti di WordPress
(52) La guida a WordPress di html.it, indicata a titolo esemplificativo
(53) Si rimanda ai due capitoli omonimi di “Giornalismo online” di Davide Mazzocco, dove le differenze fra post semplice e post evoluto sono descritte con dovizia di particolari e di esempi.
(54) Informazioni sulle sitemap, dalla guida della Search Console di Google
(55) Mapping Kidnapping in Nigeria, un grave errore metodologico su Five Thirty Eight di Nate Silver e la correzione del pezzo con tante scuse
(56) What We Got Wrong In Our 2015 U.K. General Election Model, altro errore di Five Thirty Eight.
(57) I video più visti su Youtube nel 2015 (su Downloadblog)
(58) Una disamina delle tre strategie di racconto della “crisi dei rifugiati” su Snapchat e Periscope
(59) Il video era raggiungibile a questa URL: https://www.facebook.com/100007611243538/videos/1690073837922975/?pnref=story
Ora la protagonista di questa storia, Lavish Reynolds, lo ha reso indisponibile. Non linkerò, dunque, altre risorse che lo hanno incorporato.
(60) Internet Trends di Mary Meeker
(61) Facebook paga celebrità e testate per i video live (dal Wall Street Journal)
(62) Le video views sono una puttanata, Alberto Puliafito su Wolf
(63) Un panel al Festival Internazionale del Giornalismo, nel 2013, con Cinzia Bancone (Tv Talk), Celia Guimares (Rai News) e il sottoscritto si occupava proprio di questo, l’ossessione per il live (in un certo senso, anche la necessità di esserci, da un punto di vista giornalistico, e di essere sempre “sul pezzo”)
(64) Un esempio di come ci si può scusare quando si sbaglia, su Blogo
(65) Elogio dell’errata corrige, di Chiara Severgnini
(66) Contro il terrorismo emozionale del giornalismo italiano, Alberto Puliafito su Blogo
(67) Il Verification Handbook
(68) Slow News è un progetto editoriale indipendente che offre contenuti a pagamento
(69) Il medio dei media, la storia del dito medio di Yanis Varoufakis e del gruppo di comici satirici tedeschi che ha creato un capolavoro di falsificazione. Alberto Puliafito su TvBlog
(70) 6 strumenti per riconoscere le bufale online, Andrea Coccia su Slow News
(71) Ice Bucket Challenge: un successo virale
(72) Remember the Ice Bucket Challenge? Here’s What Happened to the Money, sul Time.
(73) The viral publishing game is over and we all lost, Gabriel Stein su Medium
(74) Serious reportage thrives on the Internet, defying dire predictions
(75) I migliori longform del 2015 secondo Longform.org
(76) What Isis Really Wants, longform su The Atlantic, uno dei pezzi più letti sul web nel 2015
(77) Do all roads lead to Jerusalem? The journey of a Palestinian woman, di Mel Frykberg
(78) In conversation: Quentin Tarantino
(79) The Crossing Story, il sito con tutto il materiale giornalistico recuperato grazie ad Archive.org
(80) http://www.theawl.com/slug/the-content-wars – Questa URL, che si poteva consultare al momento della consegna delle bozze del mio libro, oggi non è più disponibile! Per poter leggere questi contenuti, ora occorre utilizzare archive.org
(81) Luca Sofri individua nella storytelling il problema del giornalismo italiano
(82) Anche secondo Federico Ferrazza la storytelling fa danni al giornalismo (su Wired)
(83) NSA Files: decoded, il lavoro del Guardian sui file di Snowden
(84) Why the Islamic State leaves tech companies torn between free speech and security, Scott Higham e Ellen Nakashima sul Washington Post
(85) The Washington Post tests new ‘Knowledge Map’ feature
(86) AIDS in the Heartland, Jacqui Banaszynski, 1987, Premio Pulitzer
(87) Il fottuto tutto quanto, di Alberto Puliafito. Una risposta a Luca Sofri, rimasta senza risposta.
(88) Un po’ come un’automobile, a seconda di quel che si vuole e di quel che
si vuole che faccia, di come sia accessoriata (anche in questo caso, il pezzo si può recuperare soltanto su Archive.org).
(89) Strumenti per il giornalismo in mobilità (o mobile journalism). Ancora una volta, il link originale non si trova più e bisogna ricorrere ad Archive.org
(90) The App Store is dead. Here’s what’s next
(91) Le App moriranno entro 10 anni? (Da Quora, 2014)
(92) Guida al podcasting di Towncenter.org
(93) Audio racconto della realtà
(94) Why You Need to Stop Using the Term ‘Brand Journalism’, di Sam Petulla. Davvero, aggiungo: brand e journalism non possono stare insieme nella stessa frase. Sono due cose diverse. Chiamali branded content, chiamalo content marketing, chiamalo come vuoi. Ma non brand journalism, per favore.
(95) Maestros Academy, un bell’esempio di branded content
(96) Cocainenomics, il long form del Wall Street Journal sui cartelli della cocaina in Colombia, sponsorizzato da Netflix in occasione del lancio della prima stagione di Narcos.
(97) Siamo pronti per il giornalismo del futuro?, esempio di branded content del sottoscritto su Linkiesta
(98) Particles, una creatura teorica del NYTLab.
(99) Quantum News, un tentativo di applicare alle notizie il modello quantistico in “risposta” o “integrazione” ai Particles del NYT. Pura teoria, senza alcuna applicazione pratica, al momento
(100) Julia Cagé
(101) Online, una serie di pdf da una lezione di Cagé
(102) Cfr. “L’impresa editoriale con finalità sociali esiste!“, di Marco Dal Pozzo
(103) L’economia delle soluzioni parziali, uno dei pilastri della filosofia di Slow News e del modello di business di Wolf per il giornalismo del futuro.
(104) Il tema è dibattuto, anche fra gli stessi adblocker. Di fatto, l’utente che naviga con un software simile installato crea un danno all’editore. Ci sono siti che hanno iniziato a invitare cortesemente i propri utenti a disattivare questi sistemi, in alcuni casi (Forbes, per esempio) addirittura impedendo l’accesso ai propri contenuti con un adblock attivo. C’è poi un vero e proprio mercato parallelo in ballo, visto che i produttori di software che blocca gli annunci pubblicitari, dietro al principio, più che condivisibile, di regalare agli utenti un web più “vivibile”, nascondono ovviamente anche interessi economici. E “vendono” la possibilità di essere inseriti nelle white list degli annunci tollerati, che quindi non vengono bloccati. Poi, chiaro, per ogni software del genere ce ne sarà un altro più restrittivo.
Approfondire il dibattito sul tema va ben oltre gli intenti di questo testo.
In ogni caso è bene che il lettore ne sia a conoscenza, visto che l’esistenza stessa e l’uso di questi strumenti sono una cartina di tornasole della mancanza di interesse da parte del lettore per i contenuti pubblicitari e del fatto che si debbano per forza trovare altri modelli di sostenibilità per il mestiere giornalistico, più evoluti. Studi recenti hanno dimostrato – non può sorprenderci – che gli utilizzatori di strumenti di adblocking sono propensi a disattivarli e a visualizzare la pubblicità su un sito se sono soddisfatti dai contenuti che trovano, se viene loro chiesto in maniera corretta, se la pubblicità che trovano è contestuale e in qualche modo affine ai loro interessi.
(105) Il caso Spotlight e l’Italia: abbasso la nostalgia e il moralismo,la differenza vera è nel metodo, di Mario Tedeschini Lalli
(106) Il termine convenienza propria, che formalizza una teoria ben precisa, si deve al contributo di Mirko Nicolino, giornalista che collabora con Blogo nell’area sport.

DCM – Capitolo 3: Pubblici

(107) 2016: l’anno dei lettori, per alcuni a parole, per altri con i fatti
(108) Il leak dal Corriere della Sera pubblicato su Datamediahub
(109)
Molinari si insedia a La Stampa e parla dei lettori
(110) Anna Masera diventa Public Editor a La Stampa
(111) Patto sui diritti e i doveri del lettore – La Repubblica – 1990
(112) Gli ombudsmen e i giornali italiani, Federica Cherubini e Mario Tedeschini Lalli su EJO
(113) I risultati del sondaggio “Migliora la Stampa”
(114) I lettori chiedono più trasparenza, Anna Masera su La Stampa, 14 giugno 2016
(115) Why ‘be transparent’ has replaced ‘act independently’ as a guiding journalism principle, di Tom Rosenstiel, 16 srttembre 2013, Poynter
(116) How BuzzFeed Thinks About Data, And Some Charts, Too, di Dao Nguyen su Buzzfeed, 18 febbraio 2016
(117) Edelman Trust Barometer 2016
(118) ISO 9241-210:2010
(119) ISO 13407 is dead. Long live ISO 9241-210!
(120) L’algoritmo è il lettore, su Wolf.

Capitolo 4: SEO

(121) I cambi di algoritmo di Google e Facebook
(122) How Millennials Get News: Inside the habits of America’s first digital generation (API)
(123) I “risultati di ricerca organici” sono quelli che appaiono nelle pagine di
un motore di ricerca, dopo che si è effettuata una ricerca, in virtù della loro rilevanza. Non hanno dunque un posizionamento privilegiato in funzione di un pagamento, non sono annunci pubblicitari
(124) Search engine optimisation (SEO) sul sito della BBC
(125) Esempi di tecniche SEO black hat: riempire di parole chiavi un sito
(anche in maniera non visibile all’utente, per esempio scrivendo in bianco su fondo bianco), scrivere ripetendo ossessivamente le parole chiave in maniera “bruta” (stuffing), utilizzare circuiti di link che servono a linkare da più fonti i propri siti per aumentarne il ranking, creare pagine esclusivamente per i motori di ricerca (cloacking) e via dicendo. Ci sono tecniche “black hat” anche molto più evolute di queste. In linea teorica, sono tutte deprecate da Google e dovrebbero portare a penalizzazioni anche pesanti (con scomparsa dei siti dai risultati di ricerca), ma Google è una macchina e funziona con un algoritmo. Si può ingannare. In ogni caso, non sono pratiche compatibili con un lavoro contenutistico di qualità.

Crusoe, per capire l’economia

Fra poche ore finirà il crowdfunding per Crusoe.

La nuova nata in casa Slow News, in collaborazione con The Walking Debt, propone l’approccio di giornalismo lento e approfondito dedicato a una verticalità la cui comprensione è fondamentale per capire il mondo contemporaneo.

Crusoe, infatti, parla di economia.

Fra le ricompense ci sono offerte per tutti i gusti.

Provaci. La logica è quella di Slow News e di Wolf: contenuti di qualità, a grande valore aggiuntocrusoe, letture “lente”, per un pubblico attento e interessato, una comunità di riferimento attiva e capace di creare conversazioni di valore.

Verifica, fact checking, Verification Handbook

Verification Handbook per la verifica delle fonti

Il 16 ottobre 2016 Anna Masera ha scritto che serve più fact checking nelle redazioni.

Riccardo Luna, il 28 ottobre 2016, ha raccontato su Medium un errore nel quale sono incappati i giornalisti di AGI.

Poco meno di un anno fa, il 15 novembre 2015, durante la lunga diretta degli attentati di Parigi, incappavo personalmente in un errore e scrivevo poi un pezzo, sempre su Blogo, scusandomi con i lettori e spiegando l’accaduto.

È stato allora che ho iniziato ad interessarmi seriamente alla verifica delle fonti digitali e al Verification Handbook, che poi il collega Andrea Coccia di Slow News ha tradotto in italiano e che ho fatto adottare alla redazione di Blogo.

Il 2 luglio 2016 ho proposto a tutte le realtà giornalistiche italiane di fare lo stesso, con scarsi risultati.

Ora, visto che Masera e Luna hanno scritto quello che hanno scritto, torno alla carica. Perché non lo adottiamo tutti?

Con Coccia parliamo del Verification Handbook – e della necessità di rallentare – a Glocal a Varese, il 19 novembre

DCM – Dal giornalismo al digital content management

DCM - Dal giornalismo al digital content management

Dcm – Dal giornalismo al digital content management è il mio terzo libro. È fresco di stampa e si può acquistare sul sito del Centro di Documentazione giornalistica.

Di cosa parla questo libro? Di giornalismo e digitale (che è reale)

Il giornalismo non è morto e non morirà, almeno finché ci saranno notizie e storie da raccontare, e finché ci sarà un pubblico che le vorrà leggere, vedere, ascoltare. Certo, a volte sembra proprio che il giornalismo cerchi in ogni modo di suicidarsi online.

Ecco perché siamo tutti alla ricerca di nuovi modelli (di business e non solo) per aggirare la crisi.

In questo senso il digitale offre enormi opportunità che vanno analizzate, studiate, capite e messe in pratica. E bisogna farlo seguendo due stelle polari:
l’attenzione per il lettore e quella per i contenuti. In quest’ottica, seo, social, membership, paywall, newsletter, instant messaging, metriche, non sono più semplicemente parole di moda, ma diventano strumenti organici che vanno a comporre nuove e fondamentali competenze che non possono mancare al giornalista di oggi e di domani: il digital content management. Questo testo è una guida contemporanea, teorica e pratica, pensata per il giornalista o per gruppi di giornalisti che vogliano acquisire nuove competenze, sia per metterle al servizio di grandi testate e gruppi editoriali, sia per intraprendere proprie strade alternativa indipendenti, con uno sguardo all’autoimprenditorialità.

DCM – Il corso

Digital Content Management

Prima dell’uscita del libro, tre corsi che parlano di Digital content management. Uno a Roma, il 13 maggio. L’altro a Milano il 20 maggio. Si replica, poi, a Genova, il 28 di ottobre 2016.

Cerchiamo di rispondere a una serie di domande, a partire dallo scenario sui contenuti digitali, per poi vedere:
– come concretizzare un’idea
– come realizzare un progetto editoriale sul web
– come gestirlo
– come promuoverlo
– come finanziarlo (la dolente nota)
– come misurarlo
– come migliorarlo

DCM – Dal giornalismo al digital content management

DCM giornalismo digital content management

Digital content management e giornalismo saranno gli argomenti al centro del libro che sto scrivendo per il Centro di documentazione giornalistica.

C’è anche un gruppo su Facebook dedicato a chiunque voglia partecipare alla conversazione.

Il libro parlerà di temi che tratto abitualmente qui, che riguardano anche Wolf., che mettono insieme undici anni di esperienza in Blogo (la testata giornalistica digitale che dirigo dal 2012 e per la quale ho fondato TvBlog nel 2005), quella con iK Produzioni nell’audiovisivo e un altro po’ di cose di cui mi sono occupato.

L’obiettivo, come al solito, è quello di offrire tanta concretezza parlando di contenuti digitali, provare a fare in modo che digital content management non sia solamente una buzzword in inglese ma che sia piena di significati, di strumenti per addetti ai lavori, per chi vorrebbe diventarlo, per chi si incuriosisce al futuro dei contenuti online – dovrebbe riguardarci tutti, a cominciare dalla necessità di comprendere come si muovono due colossi come Google e Facebook, che sono diventati parte integrante delle vite di molti di noi.

Digital content management, cos’è

Individuare una definizione di digital content management (o, se preferisci l’italiano, di gestione dei contenuti digitali) è uno degli scopi di questa parte del mio lavoro.

Saper gestire i contenuti digitali richiede una serie di competenze anche tecniche e la capacità di interfacciarsi con figure professionali che non si occupano semplicemente di creazione del testo: è una possibile evoluzione del lavoro giornalistico in una modalità interdisciplinare che potrebbe tradursi in una collaborazione virtuosa e sfociare nella realizzazione di progett personali o collettivi che escano dalla logica delle “grandi compagnie” e che possano individuare nuove strade, anche di nicchia, per rendere sostenibile la professione di chi lavora con i contenuti, salvaguardandone la professionalità e i doveri deontologici.

Saper gestire i contenuti digitali vuol dire saper avere a che fare con i social e con i motori di ricerca, con i software e – ultimi ma più importanti – con gli utenti che fruiscono dei contenuti. Significa aver dimestichezza con l’algoritmo di Google e quello di Facebook, capire la Seo, capire i modelli di business e via dicendo.

Bisogna studiare, quotidianamente, e aggiornarsi.

Scriverne vuol dire condividere conoscenza e imparare.

Andrò così a raggiungere tre testi che hanno scritto tre colleghi, molto validi, e che saranno senz’altro all’interno della bibliografia del mio lavoro:
Giornalismo online di Davide Mazzocco
Tiratura illimitata di Andrea Signorelli
I Giornali del Futuro, il Futuro dei Giornali

La professione del giornalista

La professione del giornalista: una pagina interna, quella del capitolo 42
La professione del giornalista – Il capitolo 42: Social network e giornalismo, di Alberto Puliafito e Davide Mazzocco

In attesa che esca anche il mio DCM – Dal giornalismo al digital content management, oggi è il momento di una cosa bella. La cosa bella è il fatto che ci sono due capitoli del manuale La professione del giornalista(*) che sono firmati da Davide Mazzocco e da me.

Sono il capitolo 41, dedicato all’informazione crossmediale, e il capitolo 42 (42, non so se mi spiego), dedicato al giornalismo e social newtwork.

Il libro è la “bibbia” per preparare l’esame da giornalista professionista (quello per cui a gennaio ho superato l’orale dopo aver seguito la procedura di ricongiungimento professionale, per capirci e aggiungere una nota biografica). Il che significa che chi studierà leggerà, probabilmente, anche le nostre pagine.

L’approccio che Davide ed io abbiamo dedicato alla nostra – piccola – parte del lavoro, nel quale siamo in compagnia di illustri colleghi, è quello che un’abbonata di Wolf ha definito “umile e competente”. Il senso di questa definizione è che abbiamo cercato di non salire su un piedistallo e di raccontare cose che conosciamo perché le facciamo. Che è l’unico approccio possibile sia al giornalismo sia alla formazione, secondo me.

Davide è una delle persone con cui ho avuto il piacere e la fortuna di lavorare in questi anni e con cui ho vissuto momenti di crescita professionale. È informato, professionale, serio e, soprattutto, privo di quel problema che affligge gran parte della categoria del giornalismo (e non solo): l’ego ipertrofico. Non essere egoici è un bene di valore assoluto. Come se non bastasse, Davide è autore di un bellissimo e utile libro per approcciare al giornalismo digitale, che si intitola Giornalismo online(*). Ed è anche un autore versatile e con una capacità davvero impressionante di trattare in maniera semplice e chiara concetti complessi (cosa che gli invidio molto). Recentemente ha scritto un saggio davvero interessante, di cui ho avuto modo di parlare qualche tempo fa: Propaganda Pop, che “vive” anche in un blog.

Di me, se siete capitati da queste parti, sapete anche troppo (e in ogni caso c’è un Chi sono, qua sopra, nel menù, che toglie ogni dubbio).

(*) I link rimandano al programma di affiliazione di Amazon UE. Vuol dire che se clicchi e poi compri, una piccola percentuale della transazione va a me, mentre a te non cambia niente.