Piano editoriale: cos’è, come si fa, a cosa serve

Piano editoriale

Piano editoriale – Indice

Introduzione
Una definizione di piano editoriale: che cos’è?
Esempi di piani editoriali
Piano editoriale giornalistico
Piano editoriale e news
Piano editoriale ed evergreen
Piano editoriale SEO
Piano editoriale social
Il piano editoriale per un e-commerce
Come si fa un piano editoriale?
Note su questo pezzo

Introduzione

Per motivi quasi oscuri, piano editoriale è una di quelle diciture che piace molto, a tutti i livelli e in tanti mestieri diversi (ricordo un surreale colloquio da freelance a partita iva con un responsabile di risorse umane che vaneggiava di piani editoriali di cui mi chiedeva conto). È anche un tema perfettamente coerente con la maggior parte degli argomenti che tratto qui: dalla SEO ai social, passando attraverso il giornalismo (senza dimenticare il giornalismo imprenditoriale, naturalmente).

Piano editoriale - La SERP di Google
La SERP che si ottiene cercando in navigazione anonima “piano editoriale” su Google.

Cercando su Google piano editoriale si può avere una dimostrazione pratica di quello che intendo: la SERP, cioè la pagina dei risultati che offre il motore di ricerca per rispondere alla query offre siti che non hanno nulla a che vedere con l’ambito originale in cui si sviluppa un piano editoriale. Quell’ambito sarebbe, tautologicamente, l’editoria.

Invece, alla ricerca, ecco che spuntano, in prima pagina su Google, siti che offrono liste di trucchi per fare un buon piano editoriale, piani editoriali per il content marketing, piani editoriali per le attività di comunicazione, per il social media marketing, suggerimenti per la pianificazione, gli immancabili tool (che poi sono strumenti), la creazione di piani editoriali “in soli 6 passi” (o 3, 7, 9, 11, mai 10, ché da quando è arrivato Buzzfeed il 10 è passato di moda), l’implementazione di un piano editoriale attraverso i Facebook Audience Insights e compagnia cantante.

Bisogna addentrarsi nei meandri pagine successive di Google per trovare qualcosa che non sia, di fatto, legato al web marketing. Il primo risultato in tal senso è della sezione cultura de Il Post, dove si spiega il piano editoriale dal punto di vista di una casa editrice. Nulla di male, intendiamoci. Ma è bene provare a mettere insieme alcuni concetti base, rifuggendo, come al solito, dalla fuffa, e recuperando il senso di quel che si fa quando si fa un piano editoriale.

Cos’è un piano editoriale?

Il primo passo per capire di cosa stiamo parlando è, ovviamente, offrire una definizione di piano editoriale. Nella definizione del Post, il piano editoriale

documento fondamentale di ogni casa editrice: quello dove si costruisce e ufficializza ogni anno la programmazione contenutistica ed economica di un editore. Attraverso il piano editoriale si stabiliscono, cioè, i libri che usciranno nell’anno successivo e, insieme, si fa una previsione quanto più accurata possibile su quanto venderanno.

È questo l’unico e solo ambito in cui il termine trovava il suo pieno compimento: come si può vedere – e sono nozioni fondamentali da tenere a mente – il piano editoriale ha una componente che riguarda il contenuto e una componente che riguarda la parte economica. In altre parole un piano editoriale può essere, per esempio, di una collana o di un’opera.

Quando si parla di piano editoriale oggi si amplia questo concetto, lo si preleva dall’ecosistema delle case editrici e lo si generalizza. Possiamo dunque inventarci questa definizione:

Il piano editoriale è un documento – esplicitato o meno – di pianificazione di contenuti nell’ambito di una qualsiasi attività di produzione di contenuti.

Quindi, i blog hanno un piano editoriale. I siti, le testate giornalistiche, persino la gestione di un profilo social su una qualsiasi piattaforma di interazione sociale richiede(rebbe) un piano editoriale. Questo significa che la presenza sul digitale di qualcuno che decida di produrre contenuti richiede un piano editoriale. Una strategia, insomma. Ecco, un piano editoriale è una strategia. Se puoi questa strategia comincia a prendere atto del fatto che non ha alcun senso separare digitale da analogico, virtuale da reale, ecco che facciamo ancora meglio: integriamo e pensiamo a un piano editoriale dei nostri contenuti che faccia i conti con il fatto che il mondo è uno, univoco e, al tempo stesso, questa univocità è declinata, frammentata, relativizzata, divisa in un numero imprecisato di nicchie, pubblici, interessi.

Esempi di piani editoriali

Il web è pieno di siti che offrono esempi di piani editoriali. La cosa che mi sembra più sensata, però, per semplificare la questione, è mostrare alcuni veri esempi di piani editoriali “classici” (il che rende molto chiaro tutto il resto).

Un esempio di piano editoriale
Treccani: il piano editoriale delle lezioni di storia nella sezione “scuola”

Ecco il piano editoriale della sezione scuola-lezioni di storia sul sito della Treccani. Come si vede, è una tabella (per questo i piani editoriali sono il gioco preferito dei feticisti dei fogli excel) che riporta la disciplina (Storia, appunto), il titolo delle varie lezioni, gli argomenti corrispondenti, gli anni scolastici di riferimento, gli autori. Potrebbe contenere altre colonne. Per esempio, il tipo di contenuto (video, foto, testuale). La piattaforma di pubblicazione. Gli obiettivi. Il tono di voce. Il pubblico di riferimento. E via dicendo.

Il piano editoriale del mio sito personale (quello dove stai leggendo) sul tema dei border collie (ne possiedo uno) è un solo post, che di tanto in tanto arricchisco, e che si intitola Border collie: un cane di carattere. Racconta la storia della convivenza della mia famiglia con il simpatico (e problematico) border collie Lucky. Non ho avuto bisogno di scrivere il resto: sapevo già a chi volevo rivolgermi, con che tono di voce e con che obiettivi.

Il piano editoriale dei fumetti Marvel pubblicati da Panini è semplicemente il piano delle uscite. Il piano dell’opera.

Tutto qui? Sì. Tutto qui. Ma, naturalmente, è anche molto, molto di più, proprio in virtù della definizione generale e generalista che abbiamo visto.

Il piano editoriale giornalistico (di una testata online)

Nel mio lavoro come direttore di Blogo.it ho dovuto confrontarmi – e mi confronto quotidianamente – con l’enorme mole di produzione di contenuti dovuta alla natura stessa della testata giornalistica, che ha un unico marchio al di sotto del quale si sviluppano numerose verticalità (fu l’idea vincente dei fondatori di Blogo, che ancora oggi ha tutte le carte in regola per superare la crisi dell’editoria e per affrontare sfide e sperimentare nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro), di cui ho avuto modo di tessere l’elogio.

La natura di Blogo, che serve un pubblico generalista diviso in nicchie, richiede la capacità di sviluppare un piano editoriale flessibile, che sia fatto soprattutto di linee guida a maglie larghe e che, naturalmente, preveda anche una linea editoriale, che deve restare entro alcuni paletti ma adattarsi anche alle situazioni più varie che possono riguardare le verticalità più disparate.

Fissati i paletti e le linee guida – per esempio: la moratoria dell’aggettivazione emotiva e dei termini come shock e analoghi – a quel punto si procede nel dettaglio.

Per esempio, si individuano i punti cardine delle varie stagioni dell’anno per i temi di cui parliamo. Gli eventi imprescindibili che costituiscono l’ossatura del piano vanno ugualmente individuati.
TvBlog parlerà, per forza di cose, di Sanremo, finché morte non ci separi dal Festival della Canzone Italiana, ma anche di tutti i programmi in onda in televisione; Polisblog si occuperà delle elezioni in ogni sua forma; Outdoorblog, che è un magazine sportivo, si occuperà delle Olimpiadi, del Giro d’Italia, degli Internazionali di tennis e via dicendo.

Su questa ossatura si inserisce poi il lavoro quotidiano, che si può dividere – ma la divisione è, come tutte lew classificazioni, limitata e limitante – in news ed evergreen.

Il piano editoriale per le news

Come spiega bene Davide Mazzocco in Giornalismo digitale. Architettura, programmazione, ottimizzazione(*)
(libro imprescindibile, che ho citato con piacere anche nel mio DCM – Dal giornalismo al digital content management, di prossima pubblicazione)

«nella competizione sulla velocità e nell’esigenza di stabilire gerarchie nell’ininterrotto e sovrabbondante flusso di notizie, la pianificazione del lavoro permette di non perdere tempo in un contesto in cui il tempo è uno dei principali elementi discriminanti della qualità dell’informazione. Le notizie si possono dividere in tre categorie: 1) gli eventi imprevisti, 2) gli eventi prevedibili, 3) gli eventi previsti».

I previsti sono quelli di cui sopra. I “prevedibili” sono gli eventi che con ogni probabilità prima o poi accadranno. Gli imprevedibili sono quelli in cui si inseriscono le breaking news.

Qui appare evidente che il piano editoriale non può che andare “a vista”. Come recitava, giustamente, un claim della campagna pubblicitaria di RaiNews del 2013: «Non sappiamo cosa andrà in onda oggi». Il piano editoriale per le news è un piano editoriale liquido.

Piano editoriale per le news
«Non sappiamo cosa andrà in onda oggi», claim di uno spot di Rai News che rende bene l’idea di un piano editoriale liquido

Il piano editoriale “evergreen”

Un po’ diverso è il piano editoriale per le stagionalità, per gli “evergreen”, per gli argomenti, cioè, che ritornano ogni anno (o comunque con una periodicità specifica). Qui si può pianificare davvero molto e con largo anticipo e, conoscendo le risorse che si hanno a disposizione, si può avere una visione d’insieme semestrale o addirittura annuale, con poco sforzo e con un minimo di esperienza, lasciandosi dettare e suggerire la strategia da seguire da un elemento molto semplice, che accompagna le vite di tutti noi. Il calendario.

Gli esempi si sprecano. La cucina è forse quello che funziona meglio perché è il più immediato: le verdure stagionali, le ricette stagionali, i dolci per le feste comandate e via dicendo.

Un piano editoriale SEO

Come si scrive un piano editoriale SEO?
Un semplice piano editoriale SEO “friendly”: l’immagine è tratta da una slide del mio corso su giornalismo SEO.

Quando ho aperto il mio sito sul Giubileo, che voleva essere un esperimento per testare le mie teorie SEO e anche un modo per avere un caso di studio da proporre ai miei corsi di formazione (e agli abbonati di Wolf, la newsletter B2B che realizzo nell’ambito di Slow News insieme a Datamediahub), ovviamente ho immaginato un piccolo piano editoriale “SEO oriented” (passatemi l’anglicismo: cerco sempre di evitarli).

Il motivo era molto semplice: non avevo alcuna speranza – né le energie o le possibilità di investimento – per realizzare un sito d’informazione che riguardasse il Giubileo. Volevo, però, provare a posizionarmi bene su Google per le keyword.

Per farlo ho “scritto” – a mo’ di appunto – un breve piano editoriale fatto solo di titoli o parole chiave (serviva soltanto a me e a nessun altro, quindi poteva essere ridotto all’osso), trovate per esperienza personale, utilizzando le chiavi di ricerca correlate di Google, facendomi un giro su Ubersuggest e poi facendomi suggerire gli argomenti di interesse dagli utenti che atterravano sul mio sito per chiavi di ricerca che da solo o con questi strumenti non avevo immaginato.

Di fatto, il sito online è il suo stesso piano editoriale, ed è visionabile in tutta trasparenza, così come trasparenti sono le tecniche SEO che ho utilizzato, interamente basate sulle mie teorie empiriche e sui due segnali di ranking di Google che ho “svelato” qualche tempo fa.

Niente trucchi, solo contenuto e servizio ai lettori. Per misurare la bontà di un piano editoriale SEO c’è un solo modo. Verificare i posizionamenti, SERP alla mano.

Come valutare i risultati di un piano editoriale SEO?
La SERP per la keyword “giubileo” permette di valutare la bontà del piano editoriale orientato alla SEO che ho pensato per il mio sito sul Giubileo

Piano editoriale social

Piano editoriale social
Uno screenshot dal profilo Pinterest di Martha Stewart, che mostra la sua strategia sulla piattaforma social per immagini

Anche la gestione di un qualsiasi profilo social, come abbiamo detto, richiede un piano editoriale. Nel progetto (ancora in beta) che sto portando avanti con iK Produzioni e Barbara Gulienetti, un blog dedicato al mondo del fai da te e della decorazione che si chiama Come fare con Barbara (www.comefareconbarbara.it) mi sto occupando anche della parte social che, per risorse limitate a disposizione, al momento si declina quasi esclusivamente su Facebook e su YouTube, anche se ci sarebbero altre piattaforme social da utilizzare, come ad esempio Instagram (al momento lo usiamo in maniera molto limitata) e – seguendo l’esempio, per dire, di Martha Stewart – Pinterest.

Chiaramente, il piano editoriale social su Facebook è coerente con tutto il resto (cioè, col sito e la parte SEO, con il canale YouTube e con tutti gli sviluppi che il progetto avrà). Quindi, è Barbara che parla in prima persona e risponde al suo pubblico (la nicchia è ben definita), è barbara che fa i video-tutorial, è Barbara che scrive i post sul blog, è Barbara che scrive su Facebook e che, piano piano, intreccia relazioni con le persone che la seguono.

Un esempio di integrazione SEO-social-editoriale (e potenzialmente anche e-commerce in futuro, se vorremo) è dato dal Barbara risponde, sezione in cui Barbara Gulienetti offre consigli a chi le chiede come fare qualcosa. È un contenuto che si posizionerà su Google, che coinvolge, che fa partecipare, che fa engagement.

Non è difficile capire che ciascuna piattaforma social richiederà una produzione ad hoc di contenuti, che va in qualche modo pianificata e dev’essere pensata per quella specifica piattaforma e per l’uso che ne fanno gli utenti.

Non è difficile nemmeno capire che – a differenza di quel che pensano molti social manager – è assolutamente inutile, per una pagina che propone un progetto editoriale dedicato alla decorazione e al fai-da-te, mettersi a commentare i trend di Google o le tragedie o le breaking news. Semplicemente, se c’è qualcosa che scuote profondamente il mondo social, si possono sospendere per un giorno o due le pubblicazioni. Non muore nessuno ed è meglio che mettersi a fare quello che fanno tutti, snaturando il prodotto.

Il “trucco” di un piano editoriale social? Non esiste: semplicemente richiede di ascoltare i(l) propri(o) pubblici(o). Come tutto il resto, pensa un po’.

Il piano editoriale per un e-commerce

Piano editoriale per un e-commerce
Una delle tante immagini “stock” che si utilizzano per illustrare le attività di e-commerce. Va bene anche per parlar di piani editoriali, tutto sommato.

Ebbene sì, anche gli e-commerce richiedono (o possono richiedere) un piano editoriale.
Qui non vorrei né rifarmi all’enorme letteratura sul tema né parlare di casi personali – anche perché dovrei individuare casistiche che ho affrontato nel corso di consulenze –, ma vorrei semplicemente rifarmi al buonsenso, che è il “tool” più prezioso che si possa utilizzare.

Se ho un e-commerce, il mio obiettivo è portare all’acquisto il pubblico interessato ai miei prodotti. Fine della storia.

Partendo da questo presupposto, può essere una buona idea pensare alla produzione di contenuti che funzionino in modo da promuovere la mia attività. Contenuti pertinenti e interessanti che possano guidare all’acquisto (magari pensati in funzione SEO). Contenuti che possano coinvolgere il pubblico (e fare così il famigerato engagement), per le piattaforme social. Contenuti che possono giacere anche su siti di terzi, non necessariamente sul mio.

Anche questo tipo di attività richiede un piano editoriale. O meglio, più correttamente, richiede una strategia. Una visione d’insieme.

Come si fa un piano editoriale?

Come si scrive un piano editoriale?Ma allora, come si fa un piano editoriale? Come si scrive? Che strumenti uso? Excel va bene? Che tono di voce (quanto piace agli amici del marketing dirlo? Magari in inglese, dai: tone of voice) uso?

La prima cosa da capire è che, per quanto abbiamo visto fin qui, un piano editoriale ben fatto richiede una visione d’insieme dell’attività di produzione di contenuti. Visione d’insieme che prevede anche di sapere quali sono gli obiettivi prefissati, gli eventuali ritorni economici che si vogliono (o si devono) avere, le leve su cui possiamo contare, gli investimenti (economici o anche solo di tempo) che si possono mettere in campo e via dicendo.

Senza una visione d’insieme chiara su questi argomenti, parlare di piano editoriale è un esercizio di stile, un gioco inutile, un modo per usare una dicitura sulla bocca di tutti, che piace, che è bello dire di avere, ma che rimane carta straccia (o migliaia e migliaia di bit d’informazione sprecati).

Fare un piano editoriale rigido per la produzione generica di contenuti sul web non serve a niente, soprattutto se non si chiariscono i punti di cui sopra. Ma le linee guida vanno ben fissate, tenendo presente di tutte le risorse che si hanno a disposizione. Del budget, insomma.

Un piano editoriale online, se possibile e idealmente – nella pratica, deve basarsi su ciò che si può realisticamente gestire –, deve prevedere la leva SEO e quella social, deve fare i conti con il mondo reale, con i fruitori diretti dei contenuti, deve rivolgersi ad un pubblico o a dei pubblici che esistano veramente e deve soddisfare degli obiettivi. Dopodiché, una volta definiti questi obiettivi deve fare i conti con la misurazione del ritorno che si è avuto.

In altre parole, un piano editoriale deve:

– basarsi sulla teoria dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni
– basarsi sulla profonda conoscenza della convenienza specifica (del proprio progetto, dei propri pubblici e dei servizi che si utilizzano)
– essere coerente
– servire a chi produce i contenuti ed essere dettagliato ma flessibile
– pensare a chi fruisce dei contenuti
– recepire gli obiettivi
– portare a risultati misurabili

Note a margine sui piani editoriali e su questo pezzo

Chiaramente, questo pezzo ha anche lo scopo di posizionarsi su Google per la keyword piano editoriale. È un pezzo che si inserisce, coerentemente, nel filone di analisi dei media e della comunicazione che ho intrapreso e che porto avanti con la già citata Wolf.
È un pezzo che ha anche lo scopo di disinnescare questa mania di dare i consigli, le tre dritte, i trucchi (o peggio, i tricks, le best practice (che poi, se le traduci in “buone pratiche” capisci che non sono nient’altro che le regole da seguire).

Le strategie variano, le buone pratiche sono sempre le stesse.

Il contenuto comanda perché comandano le persone a cui quel contenuto è diretto. Per questo servono i piani editoriali e per questo serve introiettare concetti prima di imparare a usare strumenti. E per questo ho pensato di scrivere questo pezzo – che potrà, eventualmente, essere aggiornato a seconda dei contributi che riceverà.

Tutto il resto, lasciatemelo dire, è fuffa.

[Alcune foto sono tratte da Pixabay, altri sono screenhot o slide da uno dei miei set per corsi di formazione]

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Su Facebook il troll sei tu

La copertina del Time su internet e i troll Il Time dedica una copertina e una storia ai troll. Il titolo non potrebbe essere più chiaro ed emblematico: Come i troll stanno rovinando internet. Il pezzo è a tratti ovvio per chi naviga da tempo. A tratti molto divertente (in senso british, ovviamente), fin dall’incipit:

«Questa storia non è una buona idea. Non lo è per la società e di sicuro non lo è per me. Perché ciò di cui si nutrono i troll è l’attenzione. E questo poco d’attenzione, queste diverse migliaia di parole, è come lasciare agli orsi una padella di baklava» [un dolce turco, molto dolce, ndr]

Figurarsi se è una buona idea dirti che su Facebook il troll sei tu.

Lo so, non ci credi.

Be’, partiamo dalla definizione. Quella di Wikipedia, dai! (È tradotta dall’inglese, liberamente e con aggiunte, dal sottoscritto).

«Nello slang di internet, un troll è una persona che semina zizzania su internet, avviando discussioni, dando fastidio alle persone, scrivendo contenuti che infiammano la conversazione, che non c’entrano nulla con la medesima (in altre parole, off-topic). Il tutto avviene in una comunità online (newsgroup, forum, chat, blog… oppure Facebook o altre piattaforme di social network) e con l’intento deliberato di provocare nei lettori una risposta emotiva, di interrompere il flusso della discussione sul tema, spesso per il proprio solo divertimento».

Basterebbe questa definizione per farti capire che su Facebook il troll sei tu.

Sei tu quando ti inserisci in una conversazione a caso e pontifichi.
Sei tu quando argomenti con una fallacia logica senza nemmeno accorgertene.
Quando dai del fascista, del machista, del [inserire etichetta a piacere] a qualcuno senza nemmeno conoscerlo.
Quando parli di cose che non conosci (dal burkini alla Siria, dalla pallavolo al curling al prossimo morto famoso, dal terrorismo ai migranti, dal sessismo alla satira).
Quando cerchi attenzione disperatamente ed entri in modalità ehi-mamma-senza-mani.
Quando sputi sentenze.
Quando ti ergi a portatore unico del verbo.
Quando scrivi solo per provocare un qualsiasi sentimento negli altri.
Quando hai un’opinione su tutto.
Quando partecipi ostinatamente ad una conversazione che tanto non serve a nulla perché si polarizzerà.

Usa Facebook come se fosse un’estensione di te in pubblico, al bar, in spiaggia, al cinema, al ristorante, a casa, al lavoro, in generale in pubblico. Comincia a considerare Facebook per quel che è: un posto dove prima ti divertivi a postare le tue foto da sbronzo, adesso è una piattaforma di social marketing.

Andrà tutto meglio e smetterai di essere un troll.

Fino a quel momento, su Facebook il troll sei tu. E sono io.

Cos’ho imparato leggendo “Terre spezzate”

Con calma, in sei giorni, ho letto Terre spezzate. Per chi non lo sapesse, Terre spezzate è il reportage di Scott Anderson (scrittore e giornalista) e Paolo Pellegrin (fotoreporter), pubblicato prima online sul sito del New York Times, poi, pubblicato, una settimana dopo, sul New York Times Magazine cartaceo (un supplemento all’edizione domenicale del New York Times) e, contemporaneamente, tradotto in italiano e riproposto su Repubblica cartacea, quindi messo online anche su Repubblica.it, prima come pdf e quindi come pagina web.

Cos’è esattamente Terre spezzate

Terre spezzate (il titolo originale è Fracture Lands: how the Arab world came apart) è, prima di tutto, un documento e un lavoro giornalistico-narrativo-fotografico che potremmo definire non-fiction con fotoreportage.

La storia che viene raccontata si colloca temporalmente fra il 1972-2016, è una specie di compendio della storia del Medio Oriente attraverso il racconto di sei vite di “persone qualunque”: Laila Soueif (Egitto), attivista egiziana, Majdi ek-Mangoush (Libia), ex cadetto all’Accademia dell’aeronautica militare libica, Azar Mirkhan (Kurdistan Iracheno), medico urologo e combattente curdo, Majid Ibrahim (Siria), studente universitario siriano, Khulood al-Zaidi (Iraq), attivista per i diritti delle donne, Wakaz Hassan (Iraq), ex combattente dell’Is.

La narrazione di queste sei vite si alterna, in un montaggi alternato, e si colloca all’interno di eventi della storia recente del Medio Oriente.

Penso che per leggerlo tutto ci vogliano due ore e mezza di lettura consecutiva, forse tre (in italiano).

Analisi dell’opera

Per spiegare il senso di questa produzione è sufficiente, credo, utilizzare le parole di Jake Silverstein, direttore del The New York Times Magazine, che introduce il lavoro (la traduzione è del sottoscritto).

«Questa è una storia diversa da tutte quelle che abbiamo pubblicato fino ad oggi. È molto più lunga delle tipiche storie ospitate dal New York Times Magazine; stampata, occupa un intero numero. È il risultato di circa 18 mesi di lavoro giornalistico, racconta la storia della catastrofe che ha frammentato il mondo arabo dall’invasione dell’Iraq 13 anno fa, fino alla nascita dell’Isis e della crisi globale dei rifugiati. La geografia di questa catastrofe è vasta e le sue cause sono molte, ma le sue conseguenze – guerra e incertezza in tutto il mondo – sono familiari a tutti noi. Il reportage di Scott Anderson dà al lettore un senso viscerale di come tutto si spieghi, attraverso gli occhi di sei personaggi in Egitto, Libia, Siria, Iraq e nel Kurdistan iracheno. Ad accompagnare i testi di Anderson ci sono 10 “portfolio” del fotografo Paolo Pellegrin, scelti dai suoi numerosi viaggi in quelle regioni negli ultimi 14 anni, e un’esperienza di realtà virtuale che trasporta il lettore nella battaglia  per riprendere Falluja, fra le forze armate irachene.

È senza precedenti, per noi, concentrare così tante energie e attenzioni su una singola storia, e chiedere ai nostri lettori di fare lo stesso. Non lo avremmo fatto se non fossimo stati convinti che questa sia una delle più chiare, potenti e umane spiegazioni che si possano leggere in assoluto per capire cos’è andato storto in quelle regioni».

Le foto sono eccezionali e il testo non è da meno. La narrazione è sapiente e utilizza tutte le tecniche possibili per catturare l’attenzione del lettore, dall’inizio alla fine. Il che è un valore aggiunto, con buona pace di tutti coloro che hanno capito male la storytelling (perché a furia di parlare italiano con parole inglesi messe a caso nei discorsi non si capisce più nulla).

Cos’ho imparato, cosa mi sono ricordato, cosa mi sono chiesto

Ho imparato pezzi di storia mediorientale e ne ho ripassati altri.
Laddove ero più “esperto” (per esempio, la parte sull’Egitto o quella sull’Iraq) ho fatto meno fatica a seguire. Dove meno (per esempio, la storia curda e la Siria), invece, mettere insieme i pezzi è stato decisamente più faticoso.

Ho imparato a guardare anche questa storia da punti di vista umani, di vite straordinarie o di vite medie (mediocri?), di vite senza prospettive. Da punti di vista di vite qualunque.

Ho imparato, ancora una volta, che la storia ha conseguenze sul breve, medio e lungo periodo.

Ho imparato (di nuovo) che il giornalismo dovrebbe essere fatto in un modo completamente diverso. Per esempio, tutte le volte che si fa un “live” su una breaking news che riguarda il mondo arabo, bisognerebbe come minimo avere solide basi sul tema. Come minimo. Per esempio, bisognerebbe evitare i titoli altisonanti e acchiappaclick. Bisognerebbe essere sobri.

Ho imparato che non ci si può fidare delle proprie fonti, perché possono mentire, possono essere sotto shock, possono raccontarti quel che vogliono, possono essere troppo coinvolte emotivamente. Il che, poi, fa il paio con la questione della verifica degli user generated content. Anzi: è proprio la stessa, identica cosa. Un user generated content è falso fino a prova contraria. È la prima regola che ho imparato leggendo il Verification Handbook, tradotto in Italiano da Andrea Coccia grazie alla comunità di Slow News.

Ho imparato che non ha senso parlare di “disumanità”. Tutte le cose narrate da Anderson sono “umane”: sono esseri umani a compiere anche le violenze più efferate. A voler la pulizia etnica. A desiderare la vendetta, a uccidere, picchiare, violentare, torturare.
In questo, mi ha aiutato molto la lettura contemporanea di Tzvetan Todorov, La paura dei barbari (che è del 2009, l’Isis o Is non esisteva).

Ho imparato a riconoscere le conseguenze delle azioni dell’occidente in Medio-oriente e a relativizzare. Senza voler fare il terzomondista (è inutile relativizzare senza riconoscere anche l’universalità: bisogna trovare una terza via fra i due estremi che portano al nichilismo o al dogmatismo), ma solamente per inquadrare i fatti in prospettiva storica. Per esempio: come diavolo è possibile che si sia scelto di sciogliere l’esercito iracheno nel 2003? Come si può commettere un errore strategico del genere?

Ho imparato, una volta di più, che l’Is (o Isis) non esiste. Nel senso che è un’idea. E finché non si comprenderanno le ragioni all’origine di questa idea e non si proverà – come, davvero, non lo so – a porvi rimedio, anche quando l’Isis scomparirà (e probabilmente accadrà presto, perché è “troppo”, perché è “marketing” e perché al-Qaeda continua a tessere le proprie relazioni decennali ovunque e ha molte più probabilità di sopravvivere. In questo senso, da leggere Al Qaeda o Califfo, chi sta con chi, di Giuliano Battiston sul Manifesto di oggi, 17 agosto 2016).

Ho imparato che il lavoro di Anderson non mi basta e quindi mi sono fatto suggerire due libri da Andrea Coccia, che ha avuto modo di parlare con Robert Fisk, reporter per il Time in Medio Oriente. Li ho suggeriti agli abbonati di Slow News e li metto anche qui. Sono Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra
e Cronache mediorientali (*)

Ho imparato che le conversazioni pubbliche su Facebook non servono a un cazzo e parlare del burkini è un problema, anche se si esprimono concetti misurati e condivisibili.

Le conversazioni su Facebook si polarizzano e trasformano qualsiasi argomento in una partita di calcio vista dai punti di vista di due ultrà contrapposti che guardano la partita dalle rispettive curve. Soprattutto, le conversazioni su Facebook non contano niente, non spostano niente e non convincono nessuno. E non ci voleva uno studio per scoprirlo, perché è la vita che funziona così. E concentrarsi sul futile e sul qui e ora distoglie l’attenzione dalle cose veramente importanti, quelle che contano.

I numeri tratti dall'estensione di Chrome "Social analytics" sulla URL in cui giace lo speciale tradotto da Repubblica.
I numeri tratti dall’estensione di Chrome “Social analytics” sulla URL in cui giace lo speciale tradotto da Repubblica.

Ho imparato che sulla stampa italiana – forse internazionale? – e, più in generale, nelle nostre conversazioni, non è stata data sufficiente enfasi al rapporto Chilcot e al fatto che la seconda guerra irachena è stata sbagliata, inutile e dannosa.

Ho imparato che il buon giornalismo costa, in termini di tempo, conoscenza, preparazione, investimento personale (e sul tema, invito alla lettura di questo pezzo su Mother Jones, dal titolo This Is What’s Missing From Journalism Right Now). E che non è detto che i banner bastino a ripagarlo (bisognerà prima o poi concentrarsi su proposte per nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro)

Mi piacerebbe sapere quante persone (sia in inglese sia in italiano) hanno letto il reportage. Ovviamente non c’è una misurazione che ce lo possa dire.

Spero che il NYT renda pubbliche almeno le metriche quantitative del pezzo online. La pagina di Repubblica dove c’è il reportage fa segnare numeri desolanti
su Social analytics in termini di condivisioni sociali.

Devo essere sincero, a questo punto: alcune di queste cose le ho imparate, altre me le sono ricordate. Altre le penso da tempo e ne ho tratto solamente conferme. Ma mi sembrava importante metterle tutte insieme come lezioni che si possono trarre.

Analisi dell’operazione e osservazioni giornalistiche

Sul lavoro proposto dal New York Times direi che, soprattutto nella parte interattiva (non ho visto il cartaceo) avrei avuto bisogno di due elementi “grafico-giornalistici”.
Mi sarebbe servita una mappa, per seguire gli spostamenti dei sei protagonisti e per avere sott’occhio le aree in cui è ambientata la storia.
Mi sarebbe servita una raffigurazione grafica temporale che proponesse da una parte i principali fatti storici e dall’altra la collocazione temporale degli eventi narrati dai protagonisti.

Parlando dell’operazione di Repubblica, ecco i pro e i contro.

Pro – È un’opportunità colta dal quotidiano Romano, come ha scritto Mario Tedeschini Lalli nella conversazione su Facebook che si è sviluppata sotto la mia condivisione (la si può leggere qui sopra). Un’opportunità di aggregazione. Di far conoscere ai propri lettori un modo “altro” di fare giornalismo. Riproporre un lavoro giornalistico così alto è senz’altro encomiabile.

In questa immagine, dal sito di Repubblica.it, sembra addirittura che il reportage sia di Mario Calabresi
In questa immagine, dal sito di Repubblica.it, sembra addirittura che il reportage sia di Mario Calabresi

Contro – 1. L’iniziativa è stata comunicata male, sia sul cartaceo sia sull’online. In entrambi i casi sembrava un lavoro di Repubblica (vedi le foto).
2. Non ha avuto alcun senso relegarla alla sola edizione della domenica di Repubblica. Andava pensato un supplemento vendibile per tutta la settimana almeno. Magari addirittura per tutto il mese d’agosto.
3. La traduzione è stata fatta di fretta. Si vede perché, andando avanti con la lettura, i refusi aumentano e anche le frasi che girano poco.
4. L’enfasi su quel “di 32 pagine”, tipico del giornalismo italiano, non ha alcun senso e nel 2016 fa davvero sorridere. Tanto più che, nel suo discorso d’insediamento – l’ho trascritto integralmente e commentato per gli abbonati di Wolf in uno dei primissimi numeri della newsletter (la lettura è riservata agli abbonati paganti) – Mario Calabresi, giustamente, diceva che si deve uscire dalla mania di gigantismo tutta italiana. Il valore del lavoro non è nelle 32 pagine, nella dimensione. Le dimensioni non contano niente. È vero: anche l’editoriale del direttore del New York Times Magazine parla della lunghezza del lavoro. Ma lo fa per spiegare perché hanno deciso di occupare un intero numero del settimanale.
5. L’introduzione di Calabresi si intitola – appunto – “Trentadue pagine per capire”. Mi è sembrata banale e didascalica. L’avrei evitata e avrei evitato anche il riferimento all’11 settembre 2001 come unica data significativa, perché altera la prospettiva da cui viene raccontata la storia.
6. Un conto è riproporre un giornalismo straordinario (lo è anche per il NYTM). Un conto è farlo. Repubblica (o un qualsiasi giornale italiano) avrebbe il coraggio di produrre qualcossa del genere di “proprio”? E nella quotidianità, Repubblica adotta le buone pratiche di quel giornalismo?

Linea editoriale

Il New York Times, si sa, è responsabile di aver pubblicato una serie di articoli di Judith Miller, giornalista che ha avallato e diffuso la teoria della presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq, poi rivelatasi falsa.

In realtà il problema non era solo il lavoro di Miller. Il problema era molto più ampio e al New York Times ci hanno fatto i conti e hanno dovuto ammetterlo.

In questo pezzo dello stesso NYT del 26 maggio 2004, From the Editors; The Times and Iraq vengono prese in esame e ammesse tutte le mancanze del quotidiano nella copertura delle notizie riguardanti le – mai esistite – armi di distruzione di massa irachena e la copertura su quel tema da parte del giornale. È un enorme mea culpa.

Non mi risulta di aver mai visto niente del genere su un quotidiano italiano (se qualcuno ne avesse notizia, sarebbe bello che me lo scrivesse nei commenti, magari con un link o una bibliografia di riferimento).

Sarebbe molto interessante, come suggerisce il già citato Andrea Coccia, fare un altro speciale su Repubblica: cercare i pezzi che sono stati scritti dai corrispondenti più importanti sul Medio Oriente, metterli assieme, confrontare il quadro di ciò che è stato raccontato negli ultimi quindici anni dal quotidiano romano con quel che emerge da Terre spezzate.

Facebook algoritmo modifiche del 29 giugno 2016

Algoritmo Facebook: il News Feed, come funziona e come cambia

Tutti gli aggiornamenti dell’algoritmo di Facebook in ordine cronologico:
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 4 agosto 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 29 giugno 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 22 aprile 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook dell’1 febbraio 2016
– l’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook del 4 dicembre 2015

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 4 agosto 2016 contro il clickbait

News Feed - Algoritmo Facebook come cambia 4 agosto 2016

Facebook ha annunciato un nuovo aggiustamento dell’algoritmo che regola il funzionamento del news feed. Ancora una volta, come due anni fa, contro il clickbait. Cioè contro quelle condivisioni che tradiscono il lettore e che, una volta cliccate per uscire da Facebook, non mantengono quello che promettevano.

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 29 giugno 2016

Facebook algoritmo modifiche del 29 giugno 2016

Algoritmo Facebook – 29 giugno 2016 – Continuano le grandi manovre a Palo Alto. Il News Feed cambia di nuovo, con un nuovo aggiornamento dell’algoritmo. Lo ha annunciato, come di consueto, la newsroom di Facebook. Attendiamoci dunque novità e cambiamenti nelle visibilità delle condivisioni dei nostri contatti e (questo è il vero nodo da tenere presente) nella portata delle condivisioni delle varie pagine. Ovviamente, anche di quelle utilizzate per scopi commerciali.

L’annuncio, come al solito, è accompagnato dalla dicitura canonica del miglioramento dell’esperienza utente: «Building a Better News Feed for You» è il titolo del post di Adam Mosseri. Un post che, come di consueto, è puro content marketing da parte di Facebook e che viene ripreso pedissequamente anche da testate giornalistiche.

Perché c’è l’algoritmo (la versione di Facebook) – L’algoritmo, dice Facebook, è necessario perché il miliardo e mezzo di utenti di Facebook condivide un flusso infinito di storie ogni giorno e queste necessitano di essere classificate – cito testualmente, la traduzione è mia – «in modo che le persone possano vedere per prima cosa quel che interessa loro veramente, in modo che non si perdano cose importanti dai loro amici. Se la classificazione delle condivisioni non esistesse, le persone non sarebbero coinvolte e s ne andrebbero insoddisfatte. Così, uno dei nostri lavori più importanti è quello di gestire correttamente questa classifica».

Perché c’è l’algoritmo – Perché in questo modo Facebook monetizza meglio, personalizzando anche gli annunci nel feed e favorendo (in altri casi si potrebbe dire costringendo) editori e marchi a pagare per aumentare la portata dei propri contenuti.

Che cosa cambia da oggi? – Il nuovo giro di vite algoritmico privilegia le condivisioni di parenti e amici, riducendo dunque, ulteriormente, la portata delle pagine. «Se, per esempio, tendi a mettere un “mi piace” sulle foto di tua sorella», scrive Facebook, «tenderemo a metterle sempre più in cima del tuo feed, così non le perderai quando sei via!», si legge nel post.
Poi c’è la questione dell’informazione: «Abbiamo imparato che le persone ritengono di valore le condivisioni che le informano: un post su un evento che sta accadendo, una storia a proposito del tuo vip preferito, un pezzo di notizie locali…»
Infine, l’intrattenimento – che in verità, nell’ottica di Facebook, dovrebbe essere la componente principale: più ti intrattengo più tu rimani dentro a Facebook, coerentemente con la convenienza specifica della piattaforma. In tutti i casi, Facebook “impara” dalle nostre azioni e dunque l’algoritmo fa sì che ci vengano mostrati preferibilmente contenuti con i quali abbiamo interagito (cambiando il punto di vista: se hai una pagina, le buone pratiche insegnano che devi fare in modo che i tuoi “fan” siano coinvolti. Questo è il senso dell’engagement. E devi alternare sapientemente contenuti testuali, foto, video, link che mandano fuori – se proprio non puoi farne a meno – per tentare di penetrare le maglie sempre più strette del social più usato al mondo.

I valori di Facebook (Facebook Values) – Online ci sono anche i Facebbok Values, sempre sul sito ufficiale della redazione della piattaforma.

Sono tutti quelli che vengono spiegati nel post che annuncia le modifiche. Ricapitoliamoli:

amici e parenti prima di tutto
informare
intrattenere
tutte le idee possibili e immaginabili (questo è stato introdotto per le polemiche seguite alla “scoperta” di interventi umani nelle trending news
– viene premiata la comunicazione autentica
– è possibile controllare le proprie interazioni (Facebook invita a usare i comandi per nascondere condivisioni sSchermata 2016-06-18 alle 21.31.37gradite e simili)

È bene ricordare anche che esiste ancora la possibilità di tornare all’ordine cronologico delle condivisioni (sebbene sia legittimo il sospetto che anche su quest’ordine Facebook intervenga con istruzioni algoritmiche più blande. Basta dirglielo selezionando (se hai Facebook in inglese) most recent (in italiano: tutte le storie).

Su Wolf, approfondiamo queste e altre tematiche, con una puntuale, rigorosa e ricca analisi dei media, offerta dallo staff di Slow News e di Datamediahub. Abbonati per provare il nostro servizio.

E ricorda: se usi Facebook per lavoro studia bene le modifiche e ricorda: Facebook è sempre più un walled garden. Forse è il momento di pianificare un’exit strategy, prima che sia troppo tardi.

Algoritmo Facebook: aggiornamento del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook News Feed - Novità del 21 aprile 2016

Algoritmo Facebook – 22 aprile 2016 – Ieri Facebook ha annunciato nuovi cambiamenti all’algoritmo che regola il News Feed. Come al solito, sul sito del servizio di social network si legge che il cambiamento è pensato per migliorare il News Feed e che la maggior parte delle pagine non subirà alcun effetto da questo cambiamento.

Di cosa si tratta e di cosa si parla?

Feed Quality Program: è il programma con il quale Facebook ha chiesto a migliaia di persone nel mondo di “votare” la propria esperienza. «Abbiamo scoperto», spiegano dalla redazione del social, «che la maggior parte delle azioni compiute dalle persone su Facebook – mettere il “mi piace”, cliccare, commentare, condividere un post – non ci dicono realmente cosa sia più significativo per loro».

Storie che piacciono anche senza like – Articoli su argomenti seri o brutte notizie da un amico: sono pezzi sui quali le persone non mettono il like o magari non lasciano un commento.

Il tempo di permanenza come fattore di ranking – Facebook, per questo motivo, speiega di tenere in considerazione il tempo passato a leggere un post nel News Feed oppure il tempo speso a leggere un contenuto sul quale si è cliccato. Se si clicca e poi si ritorna velocemente sul News Feed, vuol dire che non si è trovato nulla di interessante, che il contenuto non era quello che ci si aspettava dal titolo della condivisione (avete presente quella cosa lì che si chiama clickbait? Ecco). «Il tempo che le persone scelgono di spendere a leggere o a guardare contenuti sui quali hanno cliccato dal News Feed è un importante segnale che quella storia era interessante per loro». Predittivamente, l’algoritmo tenterà di mostrare nei nostri News Feed condivisioni sulle quali potenzialmente potremmo passare più tempo. Questo non significa che i contenuti lunghi saranno per forza premiati: saranno premiati quelli che favoriranno maggior tempo di permanenza.

Diversificazione – «Abbiamo imparato che alle persone piace leggere articoli da più fonti» e che potrebbe essere ripetitivo, se troppi articoli dalla stessa fonte tornano nel loro News Feed». Ecco una brutta notizia per gli editori.

Algoritmo Facebook | Il News Feed cambia ancora

Algoritmo Facebook per il Newsfeed - Aggiornamento dell'1 febbraio 2016

Algoritmo Facebook – 1 febbraio 2016: Facebook cambia ancora il News Feed. Per migliorarlo, come dichiara sempre. «L’obiettivo del News Feed», si legge nella spiegazione dell’azienda, «è di mostrarti le storie che contano di più per te». Poi: «Le azioni che compiono le persone (like, click, commenti, share) su un post sono storicamente alcuni dei fattori che vengono considerati per determinare cosa mostrare in cima al News Feed. Ma questi fattori non ci dicono sempre tutto a proposito di cosa è davvero interessante per te».

Così, da Facebook hanno chiesto di votare le proprie esperienze ogni giorno (a migliaia di utenti). Dopo questo esperimento, ora dicono di essere in grado di valutare meglio cosa importa davvero alle persone. Come al solito, comanda l’engagement (che, non dimentichiamolo, significa coinvolgimento).

La filter bubble di Facebook si evolve, ma è ovvio che questo avrà un grosso impatto sulle pagine che usano il social come se fosse una piattaforma di distribuzione (cfr. Pier Luca Santoro su Wolf, in abbonamento). Tuttavia, da Facebook promettono che aiuteranno i partner a capire quali sono le strategie migliori per non assistere a cali di traffico.

Facebook sempre più badante dell’editoria?

Algoritmo Facebook svelato? Commenti all’intervista a Tom Alison

Algoritmo Facebook: Magia?

Algoritmo Facebook, 4 gennaio 2016 – Oggi su La Stampa è stato pubblicato un articolo dal titolo molto impegnativo: Come funziona l’algoritmo che ci fa vedere il mondo: il newsfeed di Facebook svelato .
L’ho divorato, con grande interesse e ci ho rimuginato parecchio su.

In definitiva sono parecchio deluso. L’intervisa a Tom Alison, che dirige il team di sviluppo del News Feed di Facebook prometteva bene ma in realtà svela poco o niente. Ok, d’accordo, esiste un algorimo che regola l’apparizione dei post dei nostri amici-su-Facebook nel News Feed. E questo algoritmo tiene conto di vari fattori. Per esempio:

«Se spendi un sacco di tempo sui contenuti di un certo amico è probabile che le sue storie finiscano spesso nel tuo newsfeed, e lo stesso funziona per le pagine»

Ma quesa è storia vecchia. Che il tempo di permanenzaa sia diventato uno dei fattori valutati dall’algoritmo di Facebook si sa almeno da giugno 2015.

Nell’intervista di Pagliaro, Alison spiega che vengono dati “pesi” e “punteggi” ai vari post, precisa che il news feed di ciascun utente è diverso, ma non scende mai nel dettaglio di questi pesi e punteggi: sappiamo, fin dai tempi dell’Edgerank che like e condivisioni e commenti contano (in generale, conta l’engagement). Anche qui, dunque, nulla di nuovo.

Si parla della personalizzazione attiva: sappiamo bene di cosa si tratti e ne parlavamo proprio su questo post qualche giorno fa, in occasione di un annuncio di Facebook.

In generale, l’intervista non fa che confermare l’intento dichiarato di Facebook: soddisfare l’utente. Ma non ci si addentra nello scopo primario, che sembra essere quello di mantenere l’utente al proprio interno. E si parla, di nuovo, del tasto non mi piace, che invece sono le reactions (almeno, non risulta che le cose stiano diversamente).

Si evoca la famigerata filter bubble per poi farla scoppiare (citando però uno studio dello stesso Facebook come fonte), così:

«Nei fatti le persone non sono in una bolla su Facebook», dice Alison «Se sei interessato alla politica vogliamo che tu possa seguire un giornale o un partito. Non vogliamo mostrarti cosa non ti interessa. Ma capita spesso che nei commenti, per esempio, un amico mostri il suo punto di vista: dipende davvero molto dalla tua rete di amici».

In realtà, nei fatti, l’esperienza fenomenica ci insegna che, sì, siamo all’interno di una bolla, su Facebook, proprio in virtù dell’algoritmo che ci mostra alcuni contenuti e non altri. Dipende dalle nostre interazioni e quindi è un fenomeno che possiamo influenzare? Sì, sicuramente (almeno in parte). Ma resta una bolla. È proprio fatto così il social, è pensato così.

E la portata delle pagine che utilizzano Facebook per dragare traffico sui propri siti diminuisce, perché anche questo è parte del modello di business di Facebook. Altro tema, purtroppo, non toccato dall’intervista. Si parla, invece, almeno una volta, di «magia». Ma non c’è alcuna magia. C’è un’azienda che ha una sua visione non solo dei social, ma anche del mondo.

Insomma, il pezzo è divulgativo e molto “basico”. Un peccato per chi, invece, come me,

sperava che un’intervista a un pezzo grosso di Facebook, che lavora direttamente sul News Feed, potesse addentrarsi in approfondimenti ulteriori.

Algoritmo Facebook: News Feed multipli, le nicchie social

Algoritmo facebook: nicchie verticali new feed multipli

Algoritmo Facebook, 30 dicembre 2015 – Nuove manovre in casa Zuckerberg: Facebook testa News Feed multipli su connessioni da mobile.

Cosa significa questo? Due cose. Primo: Facebook continua a cercare di ottimizzare l’esperienza utente.
Secondo: per ottimizzare l’esperienza utente, anche in casa del social più generalista del mondo si punta sulle nicchie, sulle verticalità, sul tematico.

La cosa ci sorprende? Non dovrebbe.

Mi fa un po’ sorridere pensare che non molto tempo fa scrivevo, più come suggestione che credendoci sul serio, che avrei amato molto la possibilità di taggare per argomenti le mie condivisioni su Facebook. Questa novità, in test, va proprio in quella direzione lì.

Style, Travel e Headlines sono, per ora, i canali verticali aperti in “beta” (quindi non per tutti).

Algoritmo Facebook: parola agli utenti e contro le bufale

Algoritmo Facebook: parola agli utenti

Algoritmo Facebook – Il 4 dicembre 2015, sulla newsroom di Facebook, è uscito questo pezzo, che di fatto annuncia un nuovo cambiamento nell’algoritmo che mostra le condivisioni sul feed degli utenti.

La direzione scelta dal social è sempre la stessa. Ovvero: dopo aver imparato a misurare i segnali derivanti da like, click, commenti o sharing (quanto tempo è passato, dall’EdgeRank, eh?), adesso Facebook dice di voler essere sicuro che «ti stiamo mostrando i contenuti più rilevanti». A te, utente. Insomma, anche per Facebook, come per Google, l’utente è al centro dei propri pensieri. In maniera subordinata alla convenienza propria di Facebook, chiaramente. Che è quella di tenere il traffico quanto più possibile al proprio interno.

Così, Facebook spiega che sta chiedendo «a migliaia di persone ogni giorno di votare la loro esperienza e di dirci come possiamo migliorare quel che vedono quando accedono a Facebook».

Il tutto avviene anche attraverso sondaggi, in cui agli utenti vengono mostrate due storie e viene chiesto di rispondere scegliendone una, quella che vorrebbero vedere nel loro feed.

«Se la storia scelta è una di quelle che abbiamo mostrato in posizioni in alto nel News Feed, allora è un segno che le cose stanno andando bene. Se no, questo evidenzia che c’è spazio per un miglioramento».

La nuova modifica all’algoritmo prosegue anche nella lotta contro le bufale da parte di Facebook. Storie che diventano virali perché sono “incredibili”, ma poi si rivelano false, ovviamente non fanno il bene del social e a lungo termine non piacciono ai suoi utenti. Così, ecco che ancora una volta convenienza propria dell’utente e convenienza propria di Facebook si mescolano per “migliorare”.

Come al solito, da questo tipo di annunci si possono trarre indicazioni preziose per capire come sfruttare al meglio la leva di Facebook (discorso analogo a Google e alla SEO) e non farsi trattare, invece, da social e motori di ricerca come se fossero i nostri badanti.

Algoritmo Facebook: cronologia dei cambiamenti

Algoritmo Facebook – Se per l’algoritmo di Google e tutti i suoi cambiamenti più importanti c’è l’imperdibile risorsa Google Algorithm Change History di Moz, i punti di riferimento per il popolarissimo social e per registrare la storia e comprendere i significati dei cambiamenti di algoritmo di Facebook sono più rarefatti.

La mia risorsa preferita, fino a oggi, era la timeline di Edgar: all’8 dicembre era online, il 30 dicembre restituisce un 404 (grazie a Simone Del Bianco per la segnalazione). Quindi ripiego su quella di infinitdatum.

Ma mi sembra utile tenere traccia anche qui dei vari cambiamenti del social (a maggior ragione visto che una delle mie risorse ha cancellato la propria timeline.

DCM – Dal giornalismo al Digital content management (NOTE)

Digital Content Management - NoteQuesta pagina contiene tutte le note del mio libro DCM – Dal giornalismo al Digital content management.

Per comodità, le note sono raccolte in una pagina online in modo che siano cliccabili e che si possano aggiornare.

Questa pagina viene compilata progressivamente.

NOTE

CAPITOLO 1 – Lo scenario

(1) Che cos’è internet? http://www.internetsociety.org/internet/what-internet

(2) In “Post Industrial Journalism – Adapting to the present”, illuminante lavoro di Chris Anderson, Emily Bell e Clay Shirky si parla della necessita, persino per grandi testate, di sopravvivere mentre si opera per fronteggiare il cambiamento

(3) Per questo motivo su www.albertopuliafito.it e su http://wolf.slow-news.com si troveranno continui aggiornamenti sugli argomenti di questo testo

(4) Il giornalismo non è morto, ma sta cercando di suicidarsi online

(5) Lo schema a funzioni di Roman Jackobson

(6) Il gruppo di conversazione su DCM – Dal giornalismo al Digital content management

(7) Giuseppe Granieri, L’evoluzione del giornalismo (2007)

(8) Le concentrazioni in alto previste, un pezzo su Lettera 43 quando StamPubblica non era ancora realtà

(9) La democrazia ha bisogno del giornalismo? Forse non proprio, Kelly Toughill su The Star

(10) Il fallimento di Gazzetta Tv

(11) Yahoo chiude il portale video

(12) David Carr purtroppo non è più fra noi. Resta, però, online, l’archivio di tutti i suoi pezzi e, in particolare, di quelli di analisi dei media, “The Media Equation”

(13) La vera crisi del giornalismo, di George Packer, Ner Yorker, 9 dicembre 2014

(14) Sul tema innovazione merita una lettura accurata il rapporto “Innovation” realizzato giànel 2014 da una squadra del New York Times.  Purtroppo, ancora una volta, bisogna segnalare contributi esteri e non nostrani.

(15) Human Highway – Diffusione quotidiani

(16) Wired di carta

(17) La fotografia della professione giornalistica in Italia nel Rapporto LSDI presentato a Roma – La ricerca da scaricare

(18) I peggiori lavori del 2015

(19) La perdita di credibilità del giornalismo italiano, intervista a Marica Spalletta, autrice del libro “Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità

(20) Guardian News & Media to cut costs by 20%

(21) Occhio al giornalismo dei lettori perché racconta troppe balle, ovvero il citizen journalism secondo Sergio Luciano

(22) STOP THE PRESSES! The Independent is Dead. Long Live the Independent, di Jeff Jarvis, 14 febbraio 2016

(23) Iran’s blogfather: Facebook, Instagram and Twitter are killing the web

(24) Il testo integrale si trova qui: Ma che fanno 100.000 giornalisti in Italia?

(25) The Internet as Medium of the Mass Media

(26) I nuovi media. Tecnologie e discorsi sociali, di Francesca Pasquali

(27) Ibid.

Quando si rimanda ad altri libri, i link sono ad Amazon: questo sito partecipa al programma di affiliazione EU. Significa che in caso di acquisto da parte tua del libro su Amazon, al sottoscritto arriva una piccola percentuale.

DCM Glossario

Digital content management - GlossarioQui c’è, per comodità e per facilità di aggiornamento, il glossario di DCM – Dal giornalismo al digital content management, il libro che ho scritto per il Centro di documentazione giornalistica.

La maggior parte dei link rimandano a pagine del glossario di Wolf, il progetto di giornalismo B2B dedicato a professionisti del giornalismo e della comunicazione che curo insieme allo staff di Slow News e di DataMediaHub.

Giornalisti imprenditori, #gioim

Giornalista imprenditore

L’11 ottobre 2016, presso Primopiano, parlo nuovamente di giornalismo imprenditoriale, degli strumenti a disposizione del giornalista, delle cose da sapere, degli strumenti a disposizione del giornalista che voglia lanciarsi in iniziative personali, ma soprattutto di esempi, idee, suggestioni, possibilità concrete per provare a fare bene questo mestiere, senza svendersi, e per trovare antidoti alla crisi.

Difficile? Sì. Ma bisogna provarci.

Riappropriarsi delle competenze, come scrivevo qualche tempo fa per Linkiesta, alzare il livello della conversazione e capire come sfruttare al meglio il cambiamento in corso – la crisi non offre opportunità, se non a chi ha rendite di posizione da difendere. Il cambiamento ne offre a chiunque voglia rimettersi in gioco.

Il corso è qui, con tutte le informazioni per le iscrizioni.

Qui di seguito, alcuni titoli utili per approfondimenti e poi una serie di considerazioni sul tema.

Giornalista imprenditore – Bibliografia

Giornalisti imprenditori, scenari di crisi

Giornalisti imprenditori, 18 ottobre 2015 – A beneficio di tutti coloro che hanno partecipato al corso che ho tenuto a Primo piano, come promesso, ecco una prima selezione bibliografica ragionata. Vale anche per gli interessati al tema: aggiornerò via via questa pagina sul tema. Se avessi dimenticato qualche riferimento proposto durante il corso, i commenti sono a disposizione.

Scenari di crisi

La crisi dei giornali: è colpa di internet?
Tabloid n. 2 del 2015, inchiesta a cura di Pier Luca Santoro
Human Development Record 2009: lettori e analfabeti nel mondo (e in Italia)
La perdita di credibilità dei giornali italiani, intervista a Marica Spalletta

Giornalisti imprenditori: articoli, idee
Un rapporto dell’EJO per parlare del fenomeno in Europa
Repubblica degli stagisti e la libera professione
Craig Silverman, giornalista imprenditore
Il punto di vista di Forbes sul fenomeno (2013)
I giornalisti possono fare gli imprenditori? La versione di Digiday
Poytner, da sempre attenta al giornalismo del presente e del futuro, spiega perché un (buon) giornalista dovrebbe poter essere un buon imprenditore.
La storia di Paul Von Zielbauer su Americanexpress
Dall’India, su Qz.

Parole di moda
5 buzzword che hanno stancato

Altre fonti che
Consulta la colonna di sinistra di questo blog, nella sezione Spazi dove fermarsi sul web.
Potrebbe piacerti la mia guida all’individuazione della fuffa.

Giornalisti imprenditori, il corso a Primo piano

giornalisti imprenditori - gioim

13 ottobre 2015, a Primo piano si parla di giornalismo imprenditoriale: il corso di formazione che tengo è valido per la formazione professionale continua.

Nell’immagine, il “menù” della giornata, e l’hashtag (#gioim), che userò anche in futuro per parlare del tema.


Giornalisti imprenditori a Prato

Giornalisti imprenditori

Giornalisti imprenditori – Il 3 ottobre 2015 se ne parla nella plenaria a Digit 2015. Il titolo è perentorio e, al tempo stesso, mostra tutte le contraddizioni dei due termini accostati: Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere.

Ne scrivo (e tengo il corso, e ne parlo a Prato) perché il tema è importante e, come al solito, l’Italia paga pegno e mostra arretratezza sul tema. Eppure, deve entrare per forza di cose a far parte del dibattito, per capire come potrà essere il futuro dei giornalisti. Se l’editoria e i giornali sono in crisi, anche la nostra professione dovrà in qualche modo sapersi evolvere.

Giornalista imprenditore: cercando una definizione

Proviamo a trovare una definizione di giornalista imprenditore. Facciamoci aiutare da Google.

Se cerchiamo sul popolare motore di ricerca “giornalisti imprenditori”, il primo risultato è un post di Stefano Tesi (il secondo sul tema. Il primo era questo) in cui si tratteggiano – anche giustamente, a mo’ di monito – tutte le definizioni deteriori del giornalista imprenditore.

Eccole:

È giornalista-imprenditore: chi fa uffici stampa e scrive articoli sui giornali a proposito dei propri clienti; chi scrive recensioni (ovviamente encomiastiche: ma c’è anche chi ha un tariffario “calibrato” in base alla bontà dei giudizi) pagate non dal giornale ma da un occulto cliente/committente; chi non è giornalista ma si atteggia a tale, pretendendone i privilegi ma non sottoponendosi ai relativi doveri; chi svolge o organizza attività che nulla hanno a che fare con il giornalismo, tranne il fatto di essere svolte o organizzate da un giornalista; chi, facendosi scudo della qualifica professionale, vende pubblicità o mescola senza esplicito preavviso pubblicità e informazione; chi sostiene che “fuori dal giornale” (ad esempio su un proprio blog) può fare quello che vuole (come se, dismessa l’uniforme, un carabiniere potesse giocare d’azzardo o fare spogliarelli); chi sostiene che i “nuovi media”, essendo più “democratici”, permettano a tutti di fare tutto e in particolare ciò che le regole della professione non consentono; chi considera ed usa il giornalismo come una leva del marketing.

Ma è la chiosa di questo paragrafo che fa riflettere ancor di più:

In definitiva è giornalista-imprenditore chi si “arrangia” pur appartenendo a una categoria alla quale arrangiarsi, se non entro certi paletti, non è consentito.

Ebbene, fermo restando che nel suo post Tesi mette, giustamente, i paletti individuando e chiamando per nome tutte le aree grigio-nere di un certo tipo di giornalismo imprenditoriale (quello deteriore), credo che si possa e si debba provare a fare un passo in avanti, cercando una definizione differente di giornalista-imprenditore. Perché oggi, arrangiarsi sta diventando sempre più necessario (lo dimostra anche quel titolo dell’incontro di Digit, cui parteciperà anche Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti), quasi una questione di sopravvivenza.

E attenzione: arrangiarsi ha un duplice significato. Vuol dire, sì, «mettere insieme alla bell’e meglio». Ma significa anche cavarsela, destreggiarsi, industriarsi, ingegnarsi. In un crescendo di sfumature che è sempre meno deteriore e sempre più virtuoso.

Si arriva così a delineare quel ruolo che, di fatto, è già ricoperto da tutti coloro che fanno effettivamente i giornalisti e lavorano come freelance, nel magico mondo delle partite IVA o della cessione diritti. Quei giornalisti che sono già imprenditori di se stessi. Per poi provare ad evolvere questo ruolo.

Allora, chi è il giornalista imprenditore? È colui che, rispettando le norme e la deontologia della professione, lavora per sé e non per terzi. È colui che magari prova iniziative imprenditoriali editoriali – anche in collaborazione con altri colleghi. Autopubblicazioni. Strade che esulano dai percorsi tradizionali che vedono il giornalista impegnato nel tentativo di farsi pubblicare un pezzo da un editore, o magari inseguire il miraggio di un contratto giornalistico. Strade che però non prevedono in alcun modo lo svilimento della professione. Anzi. La esaltano.

Io non so cosa significhi, fino a questo momento, essere assunto. E negli anni, soprattutto negli ultimi anni, ho imparato a compensare tutte le negatività dell’essere una partita IVA, lavorando sempre molto – spesso molto più di quanto un orario di lavoro imporrebbe – ma ritagliandomi anche spazi dedicati alle persone che mi stanno vicino e al recupero del piacere di fare cose, fosse anche solo scrivere su questo sito personale.

Ecco perché, per impostazione personale, non posso che vedere il concetto di giornalista-imprenditore nella sua accezione positiva. Il giornalista imprenditore non fa marchette, non usa la sua professione per trarre vantaggi deontologicamente non consentiti. Semplicemente, il giornalista imprenditore lavora prima di tutto per sé e per la nicchia di pubblico cui si rivolge.

Se a questo pubblico riesce anche a offrire un servizio, be’, non sarà quell’etichetta “imprenditore” a squalificarne l’opera.

Giornalista imprenditore: gli strumenti

Il giornalista imprenditore ha a sua disposizione una quantità straordinaria di strumenti, che deve conoscere – dovrebbe conoscerli anche se lavorasse per un editore in maniera tradizionale – e che passano, per forza di cose, dalle innovazioni tecnologiche e del web.

Andrebbero visti in maniera puntuale, e lo farò, probabilmente, nelle prossime settimane, aggiornando questo post.

Quel che è certo è che conoscere il web, il SEO, i social network, conoscere le tecniche per fare un video o per mandarlo in streaming, saper gestire una comunità online, saper mettere in pagina web un pezzo, sono tutte conoscenze che arricchiscono – e non sviliscono – la professione giornalistica.

Giornalisti imprenditori: le storie

Su EJO si trovano alcune storie di giornalisti imprenditori in Italia. Poche.
Le cose vanno un po’ meglio in Europa.

Con un processo estremamente lento, se volete, anche Slow News è una piccola forma di giornalismo imprenditoriale, messa in piedi da cinque giornalisti che hanno da sempre vissuto da freelance e che provano a ritagliarsi uno spazio con un lavoro proprio, per il momento del tutto residuale.

E non sono forse io stesso ancor più giornalista-imprenditore, nel momento in cui mi propongo come formatore?

Che l’Italia, in questo tipo di discorso, sia arretrata lo dimostra ancora una volta Google: basta cercare entrepreneur journalist sul motore di ricerca per trovare, in lingua inglese, una serie notevole di spunti, argomenti di conversazione, dibattiti, suggerimenti, esempi, strumenti e via dicendo.

Il paradosso del giornalista-imprenditore

Il fatto è che si potrebbe arrivare a scoprire un paradosso. Lo chiameremo il paradosso del giornalista-imprenditore. Se è vero, come scriveva Kevin Kelly già nel 2008 (qui la traduzione in italiano), che un artista – ma vale anche per chi si occupa di giornalismo – può sostenersi se riesce a trovare mille fan veri, disposti a pagare per fruire dei contenuti che produce, allora, paradossalmente, libero dalle pressioni politiche, dai gruppi editoriali, da logiche che l’Italia conosce fin troppo bene, paese oppresso dalle rendite di posizione, allora quel giornalista imprenditore potrebbe essere addirittura più libero ed esercitare la professione all’interno dei parametri deontologici con maggior naturalezza rispetto a colleghi che invece hanno scelto altre strade.

[Nota: questo spazio è da considerarsi in aggiornamento permanente sul tema]
Una foto dell'elenco (parziale) di cose che avevo nel portafogli

Cosa fare quando si perde il portafogli

Dov’è finito il mio portafogli? Non so dire se l’ho perso o se me l’abbiano rubato, non so se chiamarlo smarrimento o furto. Fatto sta che non ho più il portafogli. Me ne sono accorto il sabato sera, la domenica l’ho cercato in casa, dappertutto.

Ricordo chiaramente l’ultima volta che l’ho utilizzato – per pagare ad un bar. Poi l’ho rimesso nella tasca posteriore dei pantaloni. Da allora il vuoto. E le contromisure da prendere.

E allora, eccomi qua a scriverne, sperando che la trafila possa essere utile a qualcun altro.

Non trovi il portafogli? Cerca bene

La sensazione che si prova quando lo smarrimento è effettivo, cioè la prima volta in cui ti serve di nuovo il portafogli (o qualcosa che c’è al suo interno) è di smarrimento e panico. Il consiglio è semplice: ricostruisci gli ultimi movimenti fatti, con calma – il panico non serve a nulla –, dopodiché cerca in maniera razionale. Prima nei posti in cui di solito lasci il portafogli (anche se sei vittima del tuo stesso disordine, come me, avrai senz’altro dei tic).

Se non c’è, è il momento di cercare ovunque. Fallo con ordine, se no – parlo per esperienza personale – ti troverai a ribattere più volte zone della casa o del garage o della macchina o ancora zaini, borse, valigie, nelle quali hai già controllato. Il trucco – che avrei tanto voluto applicare al mio caso – è procedere con ordine e senza panico. Tanto, se l’hai perso l’hai perso.

Fai l’elenco di quel che avevi nel portafogli

Una foto dell'elenco (parziale) di cose che avevo nel portafogli
Una foto dell’elenco (parziale) di cose che avevo nel portafogli

Se sei come me e tieni di tutto nel portafogli, è il momento di fare l’elenco. Cerca di farlo puntuale e ragionato: poi lo porterai con te ai carabinieri per fare denuncia.
Se hai fatto nel tempo copie dei tuoi documenti (no? Be’, dalla prossima volta falle!), segna nell’elenco anche i numeri.
Le cose più probabili da trovare in un portafogli?

Carta d’identità
Patente
Bancomat
Carta di Credito
Tessere varie (tessere fedeltà, abbonamenti allo stadio, alla palestra, alla piscina…)
Tesserini (per dire, la tessera dell’Ordine dei Giornalisti)
Abbonamenti ai mezzi pubblici

Ciascuno di questi elementi richiederà un procedimento a sé.

Bloccare le carte di credito e i bancomat

Ovviamente dovrai bloccare le carte di credito e i bancomat. Ciascun istituto di credito ha la sua procedura. Ci sono istituti di credito che ti fanno il blocco definitivo, altri che ti consentono anche il blocco parziale: fallo solo se pensi che potresti ritrovare il portafogli. Perché con il blocco parziale non ti è consentito di attivare una procedura per il rilascio di una nuova carta di credito. Alcune banche ti danno anche il numero di codice di blocco (nel caso: aggiungilo all’elenco, lo porterai dai carabinieri) altri che non danno un codice di blocco perché «la telefonata è registrata».

Ci sono banche che ti spediscono la nuova carta di credito a casa (poi dovrai andare a prendere il PIN in filiale (non necessariamente la tua).

Per il bancomat, invece, tocca andare in filiale (al momento, pare, per forza di cose nella filiale d’appartenenza).

Portafogli smarrito: la denuncia

Armati di tanta pazienza e vai alla caserma più vicina. Se hai un documento di riconoscimento che non era nel portafogli smarrito o rubato, portalo con te. Stampa anche le copie dei documenti che hai.
Dovrai descrivere il portafogli e la dinamica presunta (non temere: puoi anche stare sul vago. Del resto, se l’hai perso è altamente probabile che tu sappia esattamente dove e quando).

Se nel portafogli avevi la patente, porta con te due fototessera: se hai il passaporto, per esempio, o se non hai perso anche la carta d’identità, potrai farti fare subito il permesso di guida.
Se no, dovrai andare prima all’anagrafe del tuo comune (in questo caso di fototessere ne servono 3) per farti fare la nuova carta d’identità.

La carta d’identità: rifarla

Se hai un documento alternativo (come il passaporto) basta andare all’anagrafe con le tre fototessera. Se no, ti devi presentare, a norma di legge, con due testimoni muniti di documento d’identità valido, che confermino la tua identità.

La patente: rifarla

Per rifare la patente, la cosa più semplice – se è duplicabile. Nel mio caso lo era – è procedere contestualmente alla denuncia di smarrimento/furto, come dicevo. In caserma ti rilasciano un foglio formato A4 (consiglio: mettilo in una cartellina plastificata) e devi portarlo sempre con te se guidi, insieme al documento d’identità.
Attenzione: se non hai un documento di identità valido con te, prima devi rifare la carta d’identità, non c’è altro modo.

Note sullo smarrimento del portafogli e su questa pagina

Un evento personale, come lo smarrimento del portafogli, si può trasformare in un progetto SEO. In questo caso, questa pagina, oltre a raccontare una vera storia e a racchiudere al suo interno tutti i suggerimenti reali e concreti di quel che si deve fare quando si smarrisce il portafogli, diventa anche un test per verificare strategie di posizionamento all’interno dei motori di ricerca. Al momento, ovviamente, questo sito non appare in nesuna pagina di Google per il tema, visto che non l’ho mai trattato. La keyword cosa fare quando si perde il portafogli è dominata da guidaconsumatore.com.

[Seguiranno aggiornamenti, sulla base dell’esperienza]
Giornalismo social e metriche

Giornalismo Social: il cambiamento e le buone pratiche

Giornalismo social e metriche

Giornalismo Social: quella delle piattaforme che offrono servizi di social network è una realtà in continua mutazione. Ma non si deve commettere l’errore di rincorrere questa mutazione senza prima aver definito le buone pratiche, le linee guida.

Il 24 giugno 2016 c’è un nuovo corso sul tema, che tengo presso Primopiano e che replicheremo il 19 luglio.

Si parla di:

– cosa sono veramente i social
– come si possono usare per il giornalismo
– quali si possono usare per il giornalismo
– come si devono usare
– come si fanno piani editoriali per i social
– come si gestiscono i social
– come si misurano i social: metriche vere, metriche che sono una “bolla”, metriche da perseguire
– algoritmi: cosa sono, come si cavalcano senza farsi cavalcare
– come ci si promuove attraverso i social (che sono, vale la pena di ricordarlo, una piattaforma di promozione. E un “luogo” virtuale essenzialmente di intrattenimento)
– come si monetizza

E altre cose a tema.

Giornalismo Social all’#IJF16

Giornalismo Social all'IJF16

Sui social il giornalismo informa o comunica se stesso? Le aziende comunicano o fanno informazione? Giornalisti e comunicatori utilizzano gli stessi strumenti e le stesse tecniche sulle stesse piattaforme, quali i confini, quali i rischi?

Quando mi è stato chiesto di moderare questo incontro all’International Journalism Festival 2016, vista la tematica, non potevo tirarmi indietro (anche perché, parlando di giornalismo social, completa, idealmente, un trittico di tematiche che ritengo fondamentali per il giornalismo oggi: la necessità di rallentare, i motori di ricerca e, appunto, l’impatto sulla professione della diffusione massiva di servizi per reti sociali virtuali).

L’incontro vede presenti: Daniele Chieffi (ENI, sponsor del Festival), Paola Bacchiddu, Marco Esposito, Luca Alagna e Carola Frediani.

Sarà interessante capire da ciascuno, secondo le specifiche competenze, i punti di vista sull’uso dei social da parte di giornali, giornalisti e aziende, su quel confine tra comunicazione e informazione che sembra diventare sempre meno evidente (e in mezzo c’è il giornalismo).

Di certo l’ora dell’incontro non sarà sufficiente per sviscerare molto, anche perché le derive del tema sono infinite. Su Twitter, qualche giorno prima dell’appuntamento, abbiamo dissertato a proposito di brand journalism, termine al quale sono un po’ allergico.

La questione è semplice: il giornalismo ha come principale referente il lettore. Un brand non potrà mai fare giornalismo “contro” se stesso perché deve comunque rispondere alle esigenze del brand.

Come uscirne? Basta smettere di chiamarlo branded journalism.

I protagonisti dell’incontro sono garanzia di considerazioni interessanti.

Proprio sul brand journalism, Luca Alagna ha posizioni diametralmente opposte alle mie, almeno per quanto riguarda l’uso del termine. Siamo invece d’accordo sul fatto che sia digital marketing o content marketing.

Schermata 2016-04-08 alle 16.42.45 Di Carola Frediani segnalo il bel pezzo 5 lezioni sul giornalismo che ho imparato dai social media.

Nel celeberrimo #EnivsReport, il team di comunicazione dell’ENI con Daniele Chieffi fece giornalismo?

O comunicò? Di certo riuscì a fare una cosa inedita e a spostare l’attenzione dal merito della puntata di Report all’inedito “scontro” (e infatti il giorno dopo le analisi del fenomeno si sprecavano, mentre il merito dell’inchiesta restava ai margini).

Di Paola Bacchiddu qualcuno ricorderà che, durante la campagna elettorale di L’Altra Europa con Tsipras, esasperata per la mancanza di visibilità della lista, dimenticata dai media mainstream, fece una condivisione su Facebook che fruttò parecchie polemiche e molta visibilità, sia alla lista sia alla giornalista.

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.Votate L’altra Europa con Tsipras.

Posted by Paola Bacchiddu on Friday, May 2, 2014

Marco Esposito è il direttore di Giornalettismo, con un passato che lo ha visto anche in Blogo per un anno e due mesi.

Io, fortunatamente, faccio il moderatore (o, se preferite, il guastatore). Quindi, per un’ora almeno, sono quello che fa le domande. Il che, dal mio punto di vista, è molto meglio, per una volta.

Giornalismo Social ai corsi di Primopiano

Giornalismo social

Il tema del giornalismo social è entrato a far parte anche del mio pacchetto di corsi presso Primopiano. Cerco di affrontarlo come di consueto senza tanti giri di parole, in maniera diretta e con spirito critico, senza essere sdraiato su una posizione dominante e cercando di scardinare pregiudizi e fuffa.

Giornalismo Social a Bologna

Giornalismo social

Giornalismo Social – 18 marzo 2016. ABologna inauguro una nuova parte del mio lavoro di formazione che si inserisce nel progetto più ampio sul giornalismo imprenditoriale e nel digital content management. Il corso sul giornalismo social va a completare, in qualche modo, un percorso che parla anche di giornalismo seo e di giornalismo e metriche.

Social, come SEO, è una delle buzzword più frequenti nel mondo del giornalismo digitale (e non solo). Una di quelle buzzword che cerchiamo di disinnescare con il progetto di analisi Wolf.

Analizzare il tema è fondamentale per capire un pezzo di futuro del giornalismo (ma anche un pezzo di presente). Per scappare dalle soluzioni di moda che non fanno altro che alimentare la spirale di crisi e per capire cosa fare, per le proprie iniziative personali ma anche per mettere le proprie competenze a disposizione di progetti editoriali più ampi.

Giornalismo social: strumenti di verifica

Una delle cose più importanti da capire quando si parla di servizi online per reti sociali è che i social possono essere utilizzati come fonti giornalistiche.

Ovviamente, come tutte le fonti, anche queste vanno verificate.

Andrea Coccia, per Slow News, ha tradotto un pezzo dal titolo Six easy ways to tell if that viral story is a hoax (cioè, sei modi per scoprire se una storia virale sia o meno una bufala). Ha tradotto in italiano anche il Verification Handbook (presto disponibile sul sito ufficiale).

Fra gli strumenti di verifica che si possono usare:

Google Images
Jeffrey’s Exif Viewer
FotoForensics
Wolfram Alpha
Online Maps
La redazione partecipata di GrassWire

Giornalismo, SEO, web, video, tv