Membership = appartenenza

Una delle parole chiave per i modelli di business del giornalismo del futuro (e del presente, perché no) l’aveva pronunciata chiaramente Jeff Jarvis nel suo incontro all’International Journalism Festival 2015 a Perugia e trova nel 2017 nuova linfa in un’interessante iniziativa da seguire, che riguarda il Messaggero Veneto.

La parola chiave è: membership.

Quando ho sentito l’intervento di Jervis nel 2017 ho pensato: tutto giusto, tutto bene, ho pensato. Poi, peròm mi sono detto: come si fa a evitare che in Italia qualcuno legga, ascolti, dica membership e pensi, intanto, a una raccolta-punti-con-premi-tipo-le-tazze-del-Mulino-Bianco? O che si confonda il concetto con il semplice abbonamento?

E mentre me lo dicevo, ho pensato: eccolo qui. È uno dei drammi dell’uso delle buzzword nel nostro paese e nel nostro mestiere. Un po’ come millennials, di cui scrivevo ieri.

Si prendono dall’inglese, si filtrano secondo le proprie convinzioni e invece di declinarle in maniera virtuosa a seconda degli utenti a cui ci si rivolge (i propri), le si applica, come direbbe il buon Corrado Guzzanti, “a cazz’orizzontale”. Una conseguenza, a mio avviso, non solo della mancanza di volontà e di curiosità verso nuovi modelli, ma anche dovuta all’uso indiscriminato dell’inglese quando si potrebbe utilizzare l’italiano

Ecco, per evitare che anche membership diventi un contenitore senza contenuto bisogna spiegarla. In maniera semplice, chiara e inequivocabile, per chi non c’era e per chi non si vedrà l’intervento di Jarvisa. A uso e connsumo di tutti coloro che vorranno pensarci seriamente, alla membership economy.

Membership si traduce con appartenenza. Vedi come cambia? Utilizzare l’appartenenza come modello di business significa fare in modo che i lettori (o utenti) si sentano parte di un universo di valori condivisi. Significa rivolgersi alle comunità (non c’è bisogno di crearle, le comunità esistono già), riunirle facendo le cose bene (magari facendone una, ma “meglio degli altri”, come suggerisce Jarvis), offrire loro un servizio, ripensare l’editoria e il giornalismo come servizio al lettore.

Conoscere il lettore, capirlo, ascoltarlo, offrirgli un’esperienza-utente piacevole, invogliarlo a tornare, coccolarlo. Al punto che si sentirà parte di qualcosa e vorrà sostenere quel qualcosa, non solo per comprare un contenuto ma perché ha instaurato un rapporto di fiducia con ciò che sostiene. Un rapporto di fiducia che poi non andrà mai tradito.

[Esempi diversi di membership nell’editoria grande e piccola: Guardian, Monocle, Radio Popolare, News Town. Dal 2017 c’è anche la membership del Messaggero Veneto]
Jeff Jarvis che fotografa il pubblico dell'IJF15 al suo incontro
Jeff Jarvis che fotografa il pubblico dell’IJF15 al suo incontro

Yoast è un ottimo plugin, ma non per fare quel che pensi tu

Yoast e un'analisi di un post
L’analisi di Yoast. Che induce per motivi oscuri tutti a fare pezzi di 300 parole.

Una delle osservazioni che mi colpisce di più quando rileggo i commenti che ricevo come valutazione ai miei corsi di formazione è: «Mi aspettavo cose più pratiche». Di solito mi occupo di SEO, di social, di analitica digitale, per arrivare a costruire un metodo. Che è una cosa molto pratica.

Strettamente legata a questa richiesta di «cose più pratiche» c’è, subito dopo, la richiesta di aver consigliati i tool, gli strumenti da utilizzare. Che poi sarebbero i software.

È vero: tendo a suggerire pochi tool. E non imposto i corsi con informazioni che potresti trovare su un qualsiasi manuale di istruzioni (per esempio la guida SEO di Google).

Il punto è che questa illusione di una conoscenza attraverso gli strumenti è deleteria. Prima si conoscono le teorie, si definiscono gli obiettivi, si creano le strategie, si imposta un metodo. Poi si imparano gli strumenti. In funzione di tutto quanto viene prima, però.

Soprattutto, tanto il computer non lavora al posto tuo.

Yoast, che è un ottimo plugin per WordPress, non è uno strumento necessario per capire la SEO, per esempio. Anzi. Con i suoi semafori di valutazione rischia di generare tutta una serie di equivoci del tipo: «Ehi, ma io ho tutti i semafori verdi, come mai non sono primo su Google?» (è una storia vera). Eppure io lo uso.

Lo spiego esattamente in questi termini, ai miei corsi. E uno dei partecipanti mi ha praticamente “commissionato” questo pezzo per scardinare alcuni pregiudizi sul tema. Detto, fatto, eccolo qui.

Che cos’è Yoast?

È un plugin per WordPress. Uno dei migliori in circolazione, anche nella sua versione gratuita.

Perché uso Yoast

Lo uso perché mi dà l’anteprima dello snippet. Cioè di ciò che dovrebbe mostrare, in teoria, Google a una persona che dovesse fare una ricerca e imbattersi in uno dei miei contenuti.

Yoast consente di visualizzare un'anteprima di quello che dovrebbe diventare lo snippet su Google
L’anteprima dello Snippet secondo Yoast. Google non è tenuto a mostrarla in SERP così come la vedi.

Uso Yoast perché mi consente di impostare rapidamente quel che apparirà in una condivisione su Facebook.

Yoast permette di modificare titolo e descrizione per Facebook
Si può usare Yoast per cambiare i campi della condivisione su Facebook o su Twitter. È molto comodo. Ricordati che ciascun social ha il suo linguaggio da usare!

In questo caso accadrà veramente, Facebook non farà modifiche arbitrarie come fa ogni tanto Google.

Lo uso perché mi consente di stabilire cosa mettere in “Noindex” per non far indicizzare determinate pagine da Google.

Lo uso perché ha un indicatore visuale molto pratico per lunghezza del titolo html e della meta description.

Lo uso perché consente di gestire i breadcrumb, i permalink, lo uso per il mio sito personale per la sitemap, non avendo esigenze particolari. Lo uso per altre questioni tecniche.

A cosa non serve assolutamente Yoast?

Yoast non serve a farti imparare la SEO.
Yoast non serve a posizionarti su Google per le parole chiave che desideri.

 

E allora che cos’è la focus keyword?

È la parola chiave che inserisci dentro Yoast per chiedergli se, secondo la sua valutazione, hai fatto tutto quel che era in tuo potere sulla pagina per posizionarti su Google. Questo non significa che la sua valutazione contenga elementi sufficienti a posizionarti. E non è nemmeno detto che siano necessari. Il giorno in cui, per esempio, si decideranno a togliere il commento sulla keyword density (o ricorrenza) sarà sempre troppo tardi.

Yoast e la sua ossessione per la keyword density

Inserire una focus keyword non equivale ad alcuna azione di miglioramento: Yoast fa semplicemente la sua analisi.

Ma allora Yoast mi serve?

Ti serve, sì. Ma non per il semaforo!
Usalo con qualcuno che sappia a cosa ti serve. E leggi il manuale!

Il SEO copywriting non esiste (ma se scrivi bene sai già farlo)

Il SEO Copywriting non esiste
Uno dei miti da sfatare: non si scrive per i motori di ricerca. Si scrive per le persone

Come si fa a scrivere un testo per la SEO? La domanda è simile a «quali sono le keyword per il mio sito».

La risposta è: si scrive un testo per le persone che devono leggerlo. Ecco perché nessuno può insegnarti a scrivere per SEO, a fare il SEO copywriting. Perché il SEO copywriting non esiste e se provi a farlo, a scrivere pensando a un motore di ricerca, otterrai risultati che poi ti servono a poco o niente.

Poi, è chiaro che occorre usare anche qualche tecnica – niente di più di quelle che sono già esplicitate molto chiaramente nella Guida introduttiva di Google all’ottimizzazione per i motori di ricerca di Google, sia chiaro.

Rendere il testo leggibile, mettere i link al posto giusto (interni ed esterni), utilizzare le immagini e i video in maniera corretta, scrivere testi unici, qualitativamente alti, identitari, relazionali, strutturare l’informazione in maniera facilmente fruibile dalle persone, dividere i testi lunghi in paragrafi e utilizzare in maniera intelligenze i link di ancora.

Ma il testo, be’, quello è scrittura. E per imparare a scrivere non serve saper fare SEO. Anzi. Se mai è per saper fare SEO in maniera editoriale e relazionale, creando valore aggiunto e rifuggendo le tecniche “black hat”, che serve saper scrivere.

Del resto nella guida all’ottimizzazione per i motori di ricerca di Google si legge:

«Creare del contenuto utile ed originale è probabilmente il fattore più importante per il tuo sito. […] Il passaparola è infatti il mezzo più efficace per costruire la reputazione del tuo sito, sia tra gli utenti sia con Google, e ciò non avviene quasi mai se il contenuto non è di qualità»

È un’indicazione chiara e precisa e non bisognerebbe fare tanti giri di parole per arrivare al succo della questione: scrivere bene, rispondere alle domande delle persone, risolvere problemi, soddisfare bisogni, offrire un servizio. Il nodo è tutto lì. Ed è un punto di partenza e di arrivo di qualsiasi strategia di comunicazione o di content marketing.

 

Flusso di informazioni e informazione di qualità

Queste sono le slide che ho proiettato l’8 giugno 2017 a Torino, al Circolo della Stampa, all’evento formativo organizzato da The Press Match per presentare i risultati dell’Osservatorio “Come si muovono le informazioni prima di diventare notizie”.

Grazie a Barbara D’Amico e a Clara Attene che hanno pensato di invitarmi, ho avuto la possibilità di parlare anche a Torino di alcuni dei concetti che mi sono più cari, fra cui il modello di business che sta soffocando il giornalismo, la necessità di fare ricerca e sviluppo per trovare nuovi modelli di business, il sovraccarico informativo, il concetto di obsolescenza dei contenuti, quello di manutenzione dei medesimi, la necessità di rallentare, il concetto di riorganizzazione del flusso di lavoro secondo il principio “less is more” e molto altro.

Il report completo dell’Osservatorio (da cui è tratta questa immagine)  si può scaricare qui.

Ci sono elementi molto interessanti, non tanto nei dati numericamente elevati quanto nei numeri più piccoli.

Per esempio, il fatto che i social network siano i meno utilizzati come fonti dai giornalisti a me suggerisce che da quelle parti si annidino opportunità di lavoro, di formazione, di relazioni.

Dal mio punto di vista è molto interessante anche il lavoro che il team di Vizandchips ha fatto con The Press Match (che, per inciso, è uno dei progetti che ha vinto il primo turno di finanziamenti della Google DNI). Hanno individuato una disfunzionalità nel rapporto fra uffici stampa e giornalisti, l’hanno tradotto in un problema da risolvere, hanno capito che dietro a questo problema c’era un bisogno concreto di persone reali e si sono inventati un servizio che risolve il problema e soddisfa il bisogno, utilizzando il digitale e la profilazione. Il servizio è The Press Match, appunto: spero abbia la fortuna che merita.

 

Il giorno in cui ho cancellato la parola “utente” dal mio libro

Sto lavorando alla seconda stesura di DCM – Dal giornalismo al digital content management.

La notizia è bella da molti punti di vista. Il primo è che significa che il libro è stato apprezzato. Il secondo è che ho l’occasione di fare quel che non avevo mai fatto prima d’ora su un lavoro così lungo. Rileggermi per revisionare e aggiornare.

Il mezzo cartaceo fa sentire tutta la sua pesantezza. È forzatamente obsolescente e quindi lo sforzo che ho fatto e che faccio per non renderlo tale è molto forte, soprattutto nell’individuazione di un metodo che va oltre dati e numeri. Lo scrivevo già nella prima edizione

Questo libro invecchia mentre viene scritto e, a maggior ragione, invecchia mentre viene letto. È il paradosso del dover fissare su carta una serie di concetti che riguardano un ecosistema fluido e in costante cambiamento come quello della rete e, al suo interno, come quello della professione giornalistica, una delle più interessate dal cambiamento in corso. Chi dice che il mestiere del giornalista è cambiato sbaglia.
La locuzione corretta è: sta cambiando.

Una delle cose che ho cambiato da un’edizione all’altra potrebbe anche sembrarti una stupidaggine. Ma è, invece, una dichiarazione d’intenti molto importante.

Ho eliminato completamente la parola utente (o utenti) dal mio libro.

Ho fatto così. Le ho cercate con il “cerca” di Open Office a e mi sono sforzato di usare sinonimi o di abolire la parola semplificando la frase.

Si tratta di una dichiarazione di intenti ben precisa, che deriva dalla splendida contaminazione che il mio lavoro ha avuto, nel frattempo, con il lavoro di Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, cui va, sostanzialmente, il merito di questa operazione di radicale modifica.

Perché non è un vezzo?
Perché i picchi di traffico sul tuo sito sono persone (a meno che tu non stia simulando il traffico permentire a un cliente. Ma in quel caso non sei un mio lettore).
Perché i click sono fatti da persone (idem come sopra), così come le ricerche sui motori di ricerca, le ricondivisioni sui social, le interazioni con le mie pagine, con la mia vita, con la tua azienda, con i nostri contenuti.

Su Wolf, Mafe de Baggis ha scritto:

«C’è una guerra in cui non sono sola, ma comunque molto, molto in minoranza: quella contro la parola utente usata genericamente. È una guerra fatta da almeno tre battaglie:
– contro la denominazione: l’utenza è l’uso passivo di un servizio semplice (il gas, la luce, il bancomat, l’home banking)
– contro la connotazione: un utente, essendo passivo, non è libero e deve agire secondo percorsi progettati (da me)
– contro la filosofia: uno che usa non crea».

In tre punti una sintesi molto efficace di tutto quel che abbiamo fatto e pensato di sbagliato fino a questo momento se abbiamo continuato a chiamare “utenti” le “persone”. Io ho smesso.

Dieci libri alla Biblioteca di Borgone per ricordare

25 maggio 2017 – Anche quest’anno, come tutti gli anni, c’è un anniversario che ritorna, puntuale, faticoso e doloroso. Anche quest’anno, per ricordare mio nonno, doniamo alcuni libri alla biblioteca di Borgone di Susa.

Quest’anno abbiamo deciso di non fare ordinazioni tramite Amazon ma di far lavorare una splendida libreria di Magenta che si chiama La memoria del mondo.

La biblioteca di Borgone ha fatto richiesta di una serie di libri per bambini dagli otto ai dieci anni. In parte la selezione è personale – fatta anche con l’aiuto di mia moglie. In parte deriva da richieste specifiche della biblioteca e in parte da numerosissimi suggerimenti che mi sono arrivati via social.

Ecco i titoli che abbiamo scelto:

La grande fabbrica delle parole
Il pianeta senza baci (e senza bici)
Il giornalino di Gian Burrasca
La Costituzione raccontata ai bambini
Mappe. Un atlante per viaggiare tra terra, mari e culture del mondo
Un chilo di piume un chilo di piombo
Storie Della Buonanotte Per Bambine Ribelli
Geronimo Stilton – Decimo viaggio nel mondo della fantasia
Rodari per tutto l’anno
Un ponte per Terabithia

A questi, dieci come di consueto, se ne aggiungono altri due che ci hanno regalato i gestori della libreria, cui abbiamo raccontato la storia di questa serie di donazioni. Sono entrambi editi da loro, da La memoria del mondo Libreria editrice e sono:

Le favole della nostra famiglia (scritto da Claudio con Camilla e Luca Magni, illustrato da Barbara Villa)
Il regno di Arlin (di Antonella Alida Rossi)

In qualche modo, questo contributo della libreria alla nostra tradizione di famiglia è la dimostrazione che abbiamo fatto bene a rivolgerci a una libreria e a persone con le quali abbiamo stretto una relazione. Alla fine, tutto ruota intorno a quello. Sono certo che mio nonno ne sarebbe felice.

La donazione del 2016

Luciano Cattero - Libri donati alla biblioteca di Borgone

25 maggio 2016 – Come l’anno scorso, anche quest’anno ho ordinato i libri che doneremo alla biblioteca di Borgone per ricordare Luciano Cattero, mio nonno. Fra due giorni ricorre il secondo anniversario della sua morte e portiamo avanti quella che diventerà una tradizione di famiglia.

Mio nonno, vorrei scriverlo chiaro e tondo, era un partigiano. E oggi che questa parola viene ridicolmente strumentalizzata per gettarla in un agone politico che non ha nulla a che vedere con la dignità di chi ha difeso valori per i quali oggi, al massimo, la maggior parte delle persone spende qualche minuto di indignazione virtuale su Facebook, bisogna ribadirla e fare in modo che si riappropri del suo significato.

I libri che doneremo alla biblioteca sono di vario genere. Ce ne sono tre di persone che ho il piacere di conoscere e che stimo molto. Si tratta di(*)

Propaganda pop, di Davide Mazzocco (prenotato su Amazon, uscirà fra qualche giorno)
Tiratura illimitata, di Andrea Daniele Signorelli
Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista, di Mauro Biani (con testi e infografiche a cura di Carlo Guibitosa e Antonella Carnicelli

Il primo è un testo prezioso di un autore poliedrico e autentico. «Siamo nel 2016 e la propaganda non è mai stata così in salute», scrive Davide a pagina 11. Va letto, tutto d’un fiato. Il secondo è un testo molto importante per chi, come me, si interroga e analizza le possibilità per il futuro dei giornali e dei giornalisti. Contiene anche una breve intervista al sottoscritto. Il terzo è un libro di cui ho sostenuto il crowdfunding. Da leggere e da sostenere, perché Altrinformazione scommette «sulla possibilità di fare editoria senza padroni, padrini, partiti, prestiti bancari e pubblicità».

Ci sono poi alcuni testi che ho scelto perché sono partigiani e “laterali”. Sono politici e aprono la mente. Essere partigiani significa anche questo. Significa non essere indifferenti e cercare una profondità di pensiero e di azione che vada oltre la superficiale partecipazione virtuale che oggi alcuni interpretano come attivismo, che scardini le finte verità prive di sostanza e i fallimenti della democrazia.

Oltre il potere e la burocrazia. L’immaginazione contro la violenza, l’ignoranza e la stupidità, di David Graeber, che mi sembra uno dei pensatori contemporanei più lucidi e interessanti.
Non avrete il mio odio, di Antoine Leiris, prima di tutto un uomo che perde la moglie in un attentato terroristico.
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, di Julia Cagé. Una possibilità per il giornalismo d’inchiesta, forse.
La lotta di classe dopo la lotta di classe, di Luciano Gallino. Omonimo di mio nonno. Testo imprescindibile per capire perché parlare dell’emergenza come strumento di governo non è una teoria complottista. E per capire la politica contemporanea.
Non per il potere, di Alexander Langer, che sto leggendo proprio in questi giorni.
I Buoni, di Luca Rastello. Scomparso anche lui, è un doloroso affresco contro i buoni, che ha subito – come tutte le voci vere – duri e immeritati attacchi.

Infine, alcuni libri per bambini, scelti anche perché nel poco tempo che nonno Luciano ha avuto per conoscere la sua pronipote Gaia l’ha amata, lo so, come ha amato me. E lei, ogni tanto, guarda la sua foto (che è quella lì appesa nel mio piccolo angolo-studio, accanto a un disegno di mia figlia)

Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni. Perché a Gaia piace e perché era nella lista dei 49 libri da censurare (chissà perché) secondo il sindaco di Venezia. Qui, come avrai capito, non c’è spazio per la censura
Che rabbia!, di Mireille D’Allancé. Perché ai bambini – come agli adulti – deve essere riconosciuto il diritto a provare emozioni. Tutte, anche quelle negative. Non viviamo in un mondo di like e cuoricini dipinto da un marketing che vuole solo vendere di più e meglio senza produrre valore.
Chi me l’ha fatta in testa?, di Werner Holzwarth, perché è geniale riuscire a fare una storia per bimbi sulla cacca.

Dieci libri alla biblioteca di Borgone per ricordare

Luciano Cattero

Un anno fa era il giorno più lungo e brutto della mia vita. Il 24 maggio 2014, dopo aver lavorato fino a tardi, facevo la notte accanto a mio nonno. Poi partivo il 25 maggio, senza aver chiuso occhio, salutandolo, chiedendomi se mi avesse riconosciuto – oggi credo di sì, lo spero tanto – e se l’avrei rivisto. Andavo a votare alle Europee, ricordandomi di quella volta che avevamo discusso perché mi ero astenuto dall’andare al seggio e lui non l’aveva presa bene. Poi partivo per andare in macchina a Corbetta. Dovevo andare a Roma, primo viaggio lungo con moglie-figlia-cane. Arrivato a casa, scoprivo al telefono che non l’avrei più rivisto. E poi partivo per un viaggio Corbetta-Roma che ho vissuto come se mi trovassi dentro una bolla di sapone. Non ricordo quasi nulla del viaggio.

Ci erano voluti pochi mesi di cancro aggressivo – e non scoperto, ma chissà se sarebbe servito – per portarsi via quei 92 anni di vita densi e pieni di storie da raccontare, di amore per le storie e la scienza, la matematica, i lavori manuali, la famiglia. 92 anni che per me sono e saranno sempre un esempio da seguire.

nonno luciano Il 6 gennaio 2011 scrivevo di lui su Facebook:

La mia fonte di ispirazione. La mia memoria storica. Partigiano. Uomo dalle scelte morali imprescindibili. Il motivo per cui sono tutto quello che sono. Il motivo per cui resisto. Per cui scrivo come scrivo. Il motivo per cui cucino come cucino. 89 anni. Chapeau.

È ancora tutto vero, anche se cucino molto poco, quasi mai, purtroppo. Sono tutte cose che un cancro non può cancellare e che si cancelleranno, per me, soltanto quando anch’io non ci sarò più.

Da tempo ho ridotto al minimo indispensabile i riferimenti troppo autobiografici al mio scrivere e a quello che pubblico. Questo è un riferimento per me indispensabile.

Per ricordare mio nonno abbiamo deciso, mia madre e io, di donare ogni anno, il 25 maggio, 10 libri alla Biblioteca Comunale di Borgone Susa, se ne avremo la possibilità economica come quest’anno.

Quest’anno ne ho scelti 6 e 4 li ho presi da una lista di “desideri” della biblioteca. Le mie scelte cercano di essere coerenti con quello che mio nonno mi ha insegnato, con la sua storia, con la sua attività politica. I libri erano una delle sue più grandi passioni.

Le mie scelte:
Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia
Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999)
Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba
Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, a cura di S. Faure, A. Liparotto, G. Papi
Italo Calvino, L’entrata in guerra

I titoli presi dalla lista della biblioteca:
Mauro Corona, I misteri della montagna
Benjamin Wood, Il caso Bellwether
Michael Chricton, Zero Assoluto
Alberto Angela, I tre giorni di Pompei

Nelle due immagini, mio nonno ai fornelli mentre prepara la sua lasagna e la prima pagina dei dieci libri, con una dicitura molto semplice: Libro donato in memoria di Luciano Cattero.

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Border collie, un cane di carattere

Un border collie è per sempre

Il Border collie è un cane che ho sempre desiderato avere. Sono convinto, essendo cresciuto con animali, che avere un animale sia un’esperienza indimenticabile per tutta la famiglia, purché si sia consapevoli di tutta una serie di cose che non si possono trascurare. Mia moglie ed io ci siamo decisi ad avere un cane quando si sono manifestate alcune condizioni che, per puro caso, ci hanno consentito di avere uno spazio aperto dove tenerlo, farlo correre e giocare.

Scartata immediatamente l’idea di comprarlo, ci siamo rivolti a un’associazione, la Border Collie Rescue Italia per l’adozione di un border collie. Sapevo che è un cane impegnativo (mia moglie ne era meno consapevole), per aver conosciuto il border in azione all’allevamento Dei Fieschi, ma non avevo realmente idea di cosa avrei dovuto aspettarmi. Avevo avuto, fino a quel momento, tre cani, sempre tenuti nella casa di famiglia di mio nonno, in Val di Susa: due pastori tedeschi, Barone e Milady, e poi una femmina di lupo italiano, Lady. Tutti e tre adottati, tutti e tre con storie diverse: il primo, da una cucciolata di un cane di parenti. La seconda nata da una coppia di cani da guardia, la terza presa in un canile di Torino. Tre esperienze splendide e diverse fra loro, che ho vissuto meno da “padrone” perché il vero capobranco era mio nonno: era lui l’autorità riconosciuta da tutti e tre gli animali, e non si poteva dar loro torto. Perché il cane ha bisogno di un capobranco, non solo di coccole e di un ambiente piacevole in cui crescere, vivere, invecchiare.

Insomma, volevamo un border collie. Ne eravamo convinti.

E ad un certo punto è arrivato lui, Lucky. Cucciolo di border nato a novembre del 2013, trovato in strada, ci hanno detto, con padre e fratello. Lucky è arrivato a maggio: si è affezionato subito a mia moglie (ero fuori per qualche giorno, quando è arrivato a casa) e sembrava molto tranquillo nei suoi primissimi giorni con noi. Troppo tranquillo, per essere un cucciolo. Ma era solamente spaesato: lo avremmo imparato presto.

E siccome, giorno per giorno, stiamo imparando un sacco di cose su di lui e sui border, ho pensato di aprire questo spazio a una tematica “altra”, che non ha molto a che vedere con il resto dei miei interessi e di aggiornarlo periodicamente. Magari potrà servire anche ad altri, chissà: mi piacerebbe raccogliere qui, oltre alla nostra esperienza, commenti di altri proprietari di border collie e avere un confronto costruttivo sul tema.

Lucky, il nostro border, è nato a novembre 2013 ed è con noi da maggio 2014.

Un border collie è impegnativo e dà soddisfazioni

Ecco Lucky al bar, un po' perplesso
Ecco Lucky al bar, un po’ perplesso

Lo scrivo a scanso di equivoci. Non per scoraggiare chiunque voglia prendere con sé un cane di questa splendida razza, ma perché è la verità: un border collie è impegnativo.

Allargando il concetto, bisognerebbe dire che qualsiasi animale è impegnativo, certo. Perché se si fa questa scelta di vita è importante farla facendo vivere bene l’animale e facendo vivere bene la famiglia di cui questi entra a far parte. Se no, qualcosa non funziona.

Ecco, il punto è che con un border collie il lavoro che c’è da fare si amplia notevolmente.

Certo, poi si viene ampiamente ripagati dalle soddisfazioni, ma è bene essere preparati. Se le persone non sono preparate, è più probabile che, dopo un’adozione, riportino l’animale dove l’hanno preso o peggio. Inutile non essere sinceri e chiari per chissà quale paura.

Noi abbiamo deciso che Lucky rimarrà con noi anche se è un cane “difficile”, non solo perché border, ma anche perché le sue esperienze da cucciolo, probabilmente, lo hanno segnato parecchio. Cresceremo con lui, imparando.

È quello che ci siamo detti, ed è quello che sta succedendo, in effetti.

Border collie in appartamento

Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all'aperto
Lucky dorme in appartamento, ma poi si sfoga all’aperto

E’ una buona idea, tenere un border collie in appartamento? La risposta – mia, personalissima – è: non molto. Nel senso che questi cani hanno una spiccata predisposizione per il “lavoro”, nascono pastori, non cani da salotto. Una delle condizioni che si è verificata è che la mia famiglia ha, da poco tempo, un piccolissimo giardinetto a disposizione dove far sfogare il nostro cane: ecco perché abbiamo deciso di compilare il modulo per cercare un border in adozione. Ed ecco perché abbiamo accolto Lucky con piacere – anche se in un momento di grande cambiamento per noi. Ci aspettavamo che i tempi ci avrebbero portato ad avere il nostro border a settembre, è arrivato a maggio.

Ecco cosa ho imparato della sua vita in casa. Se non volete che il vostro border si prenda il diritto di entrare in certe stanze, non fatelo entrare da subito. Se lo abituerete a stare in una o più stanze del vostro appartamento, poi diventerà molto difficile impedirgli di entrare senza che lui viva la cosa come una punizione. Lucky è “padrone” di sala e cucina, a casa nostra. Non più del divano (dopo che ne ha distrutto una parte, si veda il capitolo sulla mordacità del border). E va bene così: se mia moglie pensava che l’avremmo ad un certo punto tenuto fuori, ha dovuto ricredersi. Altrove (ad esempio, a casa di mia madre) sta volentieri fuori perché è stato abituato a non entrare in casa. Semplice? No. Ci vuole tenacia e costanza e idee chiare fin dal principio.

Ovviamente, questo non significa che sia facile gestire il border in appartamento: bisogna essere pronti a portarlo fuori, a fargli fare attività, a farlo giocare. In questo, avere un giardino è una “salvezza”. Perché, inutile nascondersi dietro a un dito, avere un cucciolo di border collie è come avere un bambino. E siccome i santi non esistono, si può anche perdere la pazienza e avere bisogno di un po’ di decompressione dal cane. È una cosa di cui sono fortemente convinto: inutile fingere di essere supereroi e di non provare nessun moto di disperazione se ti distrugge una scarpa a cui tenevi – magari l’unico paio che usi per fare un po’ di tutto in libertà – o se si mangia la tua cena o se la fa sul pavimento o se rosicchia lo stipite di una porta del padrone di casa. È normale sentirsi frustrati, soprattutto quando non si riesce a farsi ascoltare dal piccolo appena giunto.

Ed è altrettanto normale che lui non si voglia far sottomettere, perché il border è un cane indipendente, che prende decisioni in maniera autonoma, che deve trovare il suo posto nella gerarchia familiare.

Non solo: Lucky ci ha chiaramente fatto capire che ha bisogno di uscire a sfogarsi. Attenzione, non solo nel piccolo giardino di casa. Ha bisogno di passeggiare e fare esperienze – e questo può essere complicato in alcuni casi, visto che fin da quando è con noi ha paura delle biciclette, delle macchine e delle persone – e ha bisogno di correre e di sfogarsi. Ragion per cui è nostra cura portarlo fuori in un prato, dove può fare quel che vuole.

Border collie: uscite all’aperto

Lucky corre nel prato
Lucky corre nel prato

È chiaro che se si è in città è tutto molto più complicato – non so se consiglierei mai un cane, figurarsi un border collie, a un cittadino. Ma è una questione di punti di vista naturalmente, e di organizzazione –, ma vivendo in campagna è proprio una buona idea lasciare il nostro border a godersi l’aperta campagna.

Nel prato, Lucky ha cominciato ad essere a suo agio, vincendo le sue paure.

Come si capisce se il cane è a proprio agio? Semplice: si rotola. Fa i suoi bisogni, annusa, si scarica, si rilassa, corre e si diverte. Non è difficile da capire, a pensarci bene.

Come fare se non si ha pieno controllo del border collie? È il nostro caso: non possiamo ancora lasciarlo libero, anche se in aperta campagna, perché non sempre risponde al comando “vieni”. Questo significa che bisogna premunirsi. Un suggerimento che ci è stato dato da entrambi gli educatori cui ci siamo rivolti è stato quello di utilizzare una corda (anche detta lunghina) come guinzaglio. Ne abbiamo presa una da 20 metri, ad un capo abbiamo legato e messo in sicurezza un moschettone e abbiamo affrontato l’impresa. Con successo: con un po’ di dimestichezza e di attenzione si riesce a evitare che il cane si impigli e si arrotoli nella medesima, e al tempo stesso si riesce a farlo sfogare pur non avendo pieno controllo su di lui.

Il carattere del border collie

Lucky, border collie in posizione di gioco
Lucky, border collie in posizione di gioco

Che carattere ha un border collie? Una delle prime cose che ho imparato con Lucky è che ogni cane ha un carattere a sé. Quindi, quel che scrivo qui non ha alcuna pretesa di essere valido in genere, ma è semplicemente frutto della nostra esperienza personale.
Lucky è un cane molto intelligente. Ha imparato prestissimo i comandi “seduto” e “terra”, si fa capire, ha imparato a non sporcare in casa velocemente (e se proprio non riesce a tenerla, sa dove farla).
È impertinente quando non ottiene quel che vuole, iperattivo: ha voglia di giocare, ha bisogno di correre e di saltare. Ti sfida e ti porta rancore – non è un’iperbole: chiunque abbia un border collie si accorgerà di questa spiccata tendenza del tenero cucciolo a “fartela pagare” se gli fai qualcosa che non gli piace. Non stiamo parlando di maltrattarlo, eh. Stiamo parlando, che so, di impedirgli di farti a pezzi le tende della cucina.
Ha bisogno di “fare cose”. È un cane che ha da fare.

Sa essere molto affettuoso. A volte troppo affettuoso.

Ha un istinto da pastore fortissimo e tende a raggruppare le sue “pecore” (in un primo periodo della sua vita in famiglia, vedeva mia moglie e mia figlia come “pecore” da riunire e tentava di ricondurle all’ordine se per caso si separavano).

Quando vuole giocare, se non capito, fa di tutto per attirare l’attenzione. Dopo poco è facile capire quando vuole giocare, anche se non si ha dimestichezza con i cani: la posizione è quella classica, che si vede parzialmente nella foto: zampe anteriori in avanti, muso a terra, sguardo verso l’alto, posteriore e coda verso l’alto.

I border collie mordono da cuccioli?

Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere
Lucky è il nostro border collie. Eccolo con la sua treccia da mordere

Il tuo border collie morde? Morde tutto? Rosicchia? Ebbene sì, anche il mio. I border collie possono essere mordaci. Mordono gli oggetti. E possono anche “distruggere” un’intera stanza, se li lasciate da soli. Mordono i divani, i cuscini, le sedie. Cercano di afferrare quel che possono. Mordono gli stipiti delle porte se vogliono entrare da qualche parte. Bisogna che ci facciate pace da subito. È possibile che lo facciano anche per attirare la vostra attenzione o per frustrazione e noia.

Noi abbiamo risolto questa tendenza a mordicchiare in maniera abbastanza definitiva, sostituendo l’attenzione del cucciolo e reindirizzandola verso oggetti che può mordere. Tipo una bella treccia o qualcosa del genere. Dopo i primi tempi e un cuscino di divano distrutto, Lucky gestisce tranquillamente il proprio “istinto” e dorme in casa senza più attentare al mobilio.
Leggi tutto “Border collie, un cane di carattere”

Perché fare il libero professionista è così difficile?

Guida per freelance

Lavorare in autonomia è difficile. Richiede una quantità di competenze notevoli e, a fronte di una serie di – piccoli – vantaggi, presenta molte complicazioni. Che possono trasformarsi in grossi problemi se non si sa come affrontarli. Scrivo questa piccola guida per freelance (o liberi professionisti: l’anglicismo lo devo usare per forza perché è diventato d’uso comune) mentre ridisegno tutto il mio percorso lavorativo.
Sono freelance da quando ho la partita IVA e ho la partita iva da quasi vent’anni, ma nel tempo ho spesso lavorato per pochissimi committenti.

Da quando ho dovuto rivedere tutto ho capito che fare il libero professionista è difficile. Difficilissimo. E che in qualche modo dovevo ricominciare da capo.

È difficile perché bisogna, per prima cosa, avere un metodo. Ho scoperto a mie spese che questo metodo non te lo insegna quasi nessuno. Così come nessuno ti insegna una strategia. Tutti i bei pezzi motivazionali che trovi in giro non fanno altro che complicare le cose perché nella migliore delle ipotesi ti mettono quella carica adrenalinica che poi si esaurisce e nella peggiore ti deprimono. Hai presente quei pezzi con le foto con i bei filtri alla Instagram, in cui sembra che lavorare sia un gioco? Ecco, quelli. Io li odio e basta, anche se ne ho letti tanti prima di mettermi a scrivere.

Quindi, visto che è un tema perfettamente coerente con la mia attività di formatore e di facilitatore e visto che sto vivendo in prima persona questa esperienza.

Fai ordine sulla scrivania

La prima cosa che devi fare è fare ordine. Mentre inizio questa guida, sotto una spinta propulsiva derivante da un buon umore non adrenalinico e finalmente motivato, ho fatto un lavoro preliminare. Ho eliminato tutto il superfluo dal mio spazio lavorativo, che ora è quasi asettico e contiene solo le cose funzionali e quelle che mi fanno stare bene, anche nell’ambiente che circonda la scrivania – tipo il regalo per la festa del papà di mia figlia o la foto di mio nonno. In questo momento ho davanti a me due file di calcolo, un programma per fare le fatture (si chiama Fattura24(*). Funziona molto bene e ti consiglio di usarlo se hai bisogno di gestire in maniera ordinata tutta la parte che riguarda fatture attive e passive. Io lo sto usando per gestire le fatture di Slow News) e sto procedendo spedito a fare un lavoro che odio. Ci sono due motivi per cui sto procedendo spedito.

Il primo motivo è che ho, finalmente, la prospettiva di affidare questo lavoro a terzi.

Il secondo e più importante è proprio che ho fatto ordine. Fare ordine sulla scrivania, nel luogo in cui lavoro – figurati, io lavoro tantissimo da casa – è fondamentale perché l’ordine fisico equivale anche all’ordine mentale.
Il passo successivo dopo aver messo a posto la scrivania, infatti, è mettere a posto le attività che devi fare per forza, che sono sempre quelle anche se ti sembra che cambino in continuazione.

Questa storia del fare ordine, a me, disordinato cronico, è sempre sembrata una di quelle cose lì che ti dicono di fare perché in realtà non serve a niente. Mia moglie si è fissata con il metodo Marie Kondo (ci abbiamo pure fatto un video tutorial nel progettino che ho in piedi sul fai da te, riordinare i vestiti nei cassetti con il metodo Marie Kondo) e devo dire che preso senza eccessi e adattato alla nostra realtà funziona e le zone riordinate in maniera funzionale sono zone in cui comincio a vedere la luce. Cosa vuol dire fare ordine?

  • butta tutto quello che non ti serve e non usi, senza pietà. Sul serio. Butta. È liberatorio. «Ma magari questo fra un anno lo uso», «Questa rivista non la butto, prima o poi la leggerò». Quante volte l’hai pensato? Be’, non è mai vero. Butta.
  • sistema anche i cassetti: è inutile tenerci dentro le cose che non usi, è come nascondere la polvere sotto i tappeti
  • tieni sulla scrivania solo le cose che usi tutti i giorni
  • trova un posto per quelle che usi periodicamente
  • tieni sulla scrivania poche cose che ti fanno stare veramente bene e che creano un bello spazio per pensare, oltre che per lavorare

Dalla quantità di cose elencate qui sopra vedrai bene che c’è un’altra parte fondamentale nella quale devo fare ordine – e dovrai anche tu. Cioè: faccio un sacco di cose e devo organizzarle secondo un metodo.

Scegli bene cosa affidare a terzi a come scegliere altri professionisti

Non puoi fare tutto. Devi rinunciare al controllo su tutto e anche alla gestione dei micro-compiti. Per questo devi sapere come scegliere altri professionisti che possano aiutarti, come “formarli” spiegando loro quali sono le tue esigenze e come pagarli il giusto.
Scoprirai che pagare qualcuno per fare le cose che non sai fare significa risparmiare tempo (e quindi in qualche modo denaro). Se il tempo che hai risparmiato si può riutilizzare per il tuo lavoro in maniera più proficua, vuol dire che potrai avere un margine di guadagno. Ma il guadagno potrebbe anche essere avere del tempo libero.
A questo ci si arriva, però, solamente una volta che abbiamo fatto una seria pianificazione del nostro lavoro.
In generale, comunque, è vero che per fare il freelance devi saper fare un sacco di cose. Ma dovresti smettere di fare le cose che non sai fare e che non ti servono direttamente per il tuo lavoro. So benissimo che non è possibile farlo di colpo. Scegli e fai un piano, decidi quali parti della tua attività affiderai ad altri entro la fine dell’anno e a quali vuoi poterti dedicare in via quasi esclusiva (non sarà possibile al 100%: anche in questo caso varrà la legge di Pareto, il famigerato 80-20).

[Ci leggiamo progressivamente su questa pagina: questo pezzo è in aggiornamento e segue il mio “ridisegno” della mia vita lavorativa. Spero che ti piaccia. È pensato per funzionare in ottica SEO e in ottica social, e anche nella vita vera. Diventerà una delle pietre angolari del mio sito, cioè, dovrebbe essere uno di quelli che chiamo contenuti con i super poteri]

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione di Fattura24. Se lo userai, io riceverò l’8,3% della tua spesa. A te, invece, non cambierà nulla. Usare i programmi di affiliazione è un modo per sostenere le proprie attività. Nel mio caso, per sostenere quel che scrivo su questo sito.

Facebook Analytics: cos’è e come funziona

All’interno della piattaforma del Business Manager di Facebook c’è una sezione che si chiama Facebook Analytics, che è stata presentata all’evento F8 di aprile 2017.

La puoi raggiungere da questo link: https://www.facebook.com/analytics

La funzione è strettamente collegata al Pixel di tracciamento se vuoi informazioni relative al tuo sito (è un’evoluzione degli Analytics per le app) e ti permette di avere una visione rapida delle caratteristiche del tuo pubblico.

È ancora in beta, per alcuni versi è simile agli Insights sul pubblico ma offre una visione d’insieme più immediata e altre informazioni

Facebook Analytics ha al momento quattro sezioni. Panoramica, Dashboard, Persone e Impostazioni.

Se hai il Pixel di tracciamento installato sul tuo sito, ti mostra la divisione demografica del tuo pubblico, le attività delle persone, i ricavi (se vendi qualcosa, naturalmente), puoi impostare dei funnel e via dicendo.

Facebook Analytics, Persone

Qui sotto, per esempio, puoi vedere le informazioni demografiche di alcune pagine che piacciono alle persone che visitano il sito www.comefareconbarbara.it dove ho installato il pixel di tracciamento.

 

La prima colonna è il nome della pagina cui il tuo pubblico ha messo like, la seconda il livello di pertinenza rispetto al tuo pubblico, poi c’è  la percentuale di intersezione, infine il numero di “mi piace” che ha quella pagina e il tipo di pagina.

Facebook Analytics sulle pagine

La funzione di analitica sulle pagine non è ancora disponibile per tutte (come detto, si tratta di una funzione in beta). Progressivamente Facebook mostrerà i dati anche per le tue pagine e non solo relativamente alle misure che può effettuare attraverso il pixel di tracciamento.

[In aggiornamento]

Quella volta che ho deciso di scrivere in inglese

Ad un certo punto diventa evidente: se ti occupi di media, giornalismo, strategie di comunicazione, social, SEO e altre amenità del genere, che trovi da queste parti, non puoi fare a meno di confrontarti con il mondo anglofono.

Una delle cose che ho sempre temuto del mio lavoro – che riguarda i contenuti da quando ho 18 anni: contenuti giornalistici e non, scritti, fotografici, audio, video – è l’incapacità di padroneggiare la lingua inglese. Mi sono sempre detto: sono costretto a farlo in italiano. Già soffro della sindrome dell’impostore nella mia lingua, figurati in una di cui non conosco le sfumature. Figurati se riuscirei mai a essere chiaro.

Poi è successo che mi hanno chiesto di tenere una lezione in inglese. E ho rifiutato. Poi me ne hanno offerta un’altra e ho precisato che non so se sono in grado di tenere l’aula e di rispondere alle domande e di esporre al meglio quel che ho studiato, applico, conosco. Poi ho dovuto provare a fare un’intervista. Poi ho scritto un pezzo sui modelli di business per il giornalismo. In Italia non se l’è filato nessuno, l’ho tradotto in inglese ed è finito sul blog del Wan-Ifra, che per un giornalista è una cosa decisamente importante (anche se in Italia continua a non esserselo filato nessuno). Alla fine mi sono stancato di essere così impacciato e ho deciso che avrei portato avanti una buona pratica: scrivere un pezzo in inglese a settimana.

Non lo faccio qui, anche perché dovrei implementare la multi-lingua e non ho il tempo e le energie di complicare questo sito. Lo farò – o meglio, ho già iniziato a farlo – su Medium. Il primo pezzo si intitola «My English is awful and I’m Anglo-sjy». Yes, then practice it, once a week.

L’ho condiviso su Facebook e ho ricevuto una serie davvero incredibile di incoraggiamenti, apprezzamenti e di consigli: è questa la potenza relazionale dei social.

Debora mi ha suggerito una bellissima applicazione che non conoscevo e che si chiama Grammarly. C’è anche l’estensione per Chrome. Sto valutando se comprare la versione a pagamento, PRO. Probabilmente non nei primi tempi. Come funziona la versione free? Dai a Grammarly in pasto un testo – copia e incolla – e lui trova gli errori (probabili) e te li segnala proponendo una correzione.
Virginia mi ha indicato un’altra applicazione che si chiama Hemingway e serve per migliorare la struttura, rendere più leggibile il testo, semplificare le frasi.
Marco mi ha consigliato due libri. Uno dei due penso che lo proverò English, al lavoro(*) di John Peter Sloan

Che farò allora?

Be’, per prima cosa mi faccio un bel piano editoriale. Poi scrivo in inglese e mi metto in gioco. Poi, quando sono soddisfatto del livello raggiunto apro questo sito in multilingua (almeno faccio pratica SEO anche in inglese) e quindi cerco di variare le mie relazioni suo social spostandomi anche verso il resto del mondo e uscendo dalla nicchia italiana. È un piano a lungo termine, ma è proprio quello che cerchiamo quando parliamo di strategie di comunicazione, giusto?

 

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione Amazon: funziona così. Se tu compri il libro o altri articoli passando da quel link, a te non cambia nulla. A me invece arriva una piccola percentuale che uso per sostenere le mie attività online.